«Il Giorno - Il Resto del Carlino - La Nazione»
28-02-2010
Una tomba con un nome sconosciuto, nel cimitero romano del Verano: Angelantonio Mancini. Sotto quella lapide non riposa il defunto signor Mancini. Ci sono invece i resti di un protagonista della storia italiana più nera: il generale Mario Roatta. L’uomo di tutte le imprese fasciste, il comandante del SIM (Servizio Informazioni Militari) che fu accusato di aver fatto assassinare i fratelli Rosselli, di avere perseguitato gli antifascisti, di aver attuato la ‘pulizia etnica’ in Croazia. Ulderico Munzi, scrittore e giornalista, corrispondente e inviato della Nazione, del Resto del Carlino, del Corriere della Sera, ne ripercorre la storia in un libro che si legge d’un fiato, come un romanzo. S’intitola Il Generale e racconta le vicende più segrete del «cuore di tenebra» italiano, il personaggio che diede vita all’'intelligence’ di Mussolini, nascose la verità dell’8 settembre, fuggì con il re e Badoglio, fu catturato e condannato ma riuscì ad evadere e a scappare in Spagna: amnistiato da Togliatti, tornò a Roma nel 1966 e vi rimase fino alla morte, nel 1968.
Perché una lapide con un altro nome, senza data di nascita e di morte? Perché Roatta è ingombrante anche da morto, pericoloso come una mina vagante per le cose che sapeva, e che probabilmente, almeno in parte, non sono state ancora dette: «È uno scheletro che dà fastidio e che si preferisce buttare in un ripostiglio», commenta Munzi. Il libro inizia con l’agguato in cui caddero i fratelli Carlo e Nello Rosselli, il 9 giugno 1937, in Francia. L’assassinio era stato deciso da mesi, fin dall’autunno precedente: Mario Roatta aveva spiegato a Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri e genero del Duce, che il suo servizio (il SIM) sapeva benissimo come eliminare il fondatore di Giustizia e Libertà, «un terrorista, un intellettuale pronto ad uccidere». Il destino di Carlo Rosselli era segnato. Munzi ha interrogato a questo riguardo il figlio del Generale, l’ingegner Sergio Roatta, che gli ha detto: «Mio padre è innocente, non era più il capo del SIM quando furono uccisi i fratelli Rosselli. Del resto ogni accusa è stata cancellata dai processi che si svolsero dopo la condanna all’ergastolo da parte dell’Alta Corte». L’autore ha utilizzato molte fonti. Ne esce uno spaccato affascinante, e angosciante, della realtà dell’epoca. Ad esempio quello evocato da una fonte misteriosa, un certo R., che ha raccontato di un probabile accordo stipulato nella notte tra 8 e 9 settembre 1943 tra Kesserling, comandante delle truppe tedesche, e Badoglio: il progetto era quello di offrire Roma alla Wehrmacht, in cambio della fuga dei Savoia e dei comandanti delle Forze armate... (Giovanni Serafini)
«Il Secolo d'Italia»
21-01-2010
Storia davvero singolare, quella del generale Mario Roatta, capo dei servizi segreti militari durante il fascismo (Sim) e molte altre cose. Partecipò alla ignominiosa fuga del generale Badoglio e del Re l'8 settembre del l943 e ne fu testimone diretto. Non era un fascista, ma solo un militare con una mentalità militare, da autentico servitore dello Stato. Ulderico Munzi, "vecchio" cronista dei più importanti quotidiani nazionali ed esperto di storia, si è nuovamente cimentato in un romanzo rigorosamente storico con questa biografia del generale Roatta, personaggio enigmatico, oscuro, sicuramente complesso: Il Generale.
«Il cuore di tenebra del fascismo», lo ha definito Dino Messina sul Corriere. E annota Gianfranco Fini in quarta di copertina: «Tra spionaggio, guerre e congiure, il generale Mario Roatta, uno dei protagonisti dei giorni bui del l943, torna sulla scena». Ormai del resto gli anni sono passati, ma dopo la guerra, quando lui fuggì avventurosamente in Spagna – con l’aiuto del Vaticano – per sottrarsi ai processi, vi fu un’ondata di indignazione generale. Successivamente fu amnistiato da Togliatti, nel l946, e qualche anno dopo poté ritornare a Roma indisturbato, dove morì nel l968. Pochi lo registrarono.
Munzi non racconta come visse in Italia il generale sino alla sua morte (probabilmente con la pensione di ufficiale), ma denuncia però il fatto che Roatta si era reso conto di tutto, di quell’8 settembre, dello scellerato patto di Badoglio con i tedeschi che prevedeva via libera su Roma in cambio di salvacondotto per il re, la famiglia, Badoglio e i paparazzi dello Stato maggiore, tutti in fuga dalle proprie responsabilità. Sì, Roatta sapeva questo e altro. E non è vero che non aveva emozioni, come si disse, le aveva invece, di profondo disprezzo per chi non aveva la sua stessa concezione di servitore dello Stato, ma le tenne sempre per sé, da buon agente segreto. Munzi nelle sue pagine fa spesso pensare il Roatta, riflettere, commentare, ed è chiaro che qui si va nel campo del romanzo storico. Però... però. A giudicare da tutto quello che è successo e da come sono andate le cose, risulta che Roatta la pensasse proprio così come Munzi ce lo desccrive nelle sue accurate pagine.
Ma chi è stato, quindi, questo Roatta? Uno che odiava i tedeschi, o forse solo i nazisti. Ne dette prova nei Balcani, in Croazia, quando fece di tutto per opporsi sul territorio alla Wehrmacht, giungendo anche a salvare la vita a moltissimi ebrei, non si sa se per spirito umanitario o per dispetto. Tra le più gravi accuse che pendono sul suo capo, è quello delle atrocità commesse dagli italiani in Croazia, proprio sotto il suo comando. Vero o non vero, va rilevato che quei popoli non sono molto teneri, né con sé stessi né con gli altri, come abbiamo potuto riscontrare nella recente guerra di Bosnia (l995). Chi scrive è poi figlio di un ufficiale medico italiano di stanza nel Balcani dal l940 al '43, ufficiale medico che più di una volta si è trovato a dover identificare pattuglie di italiani prese dai partigiani titini. Si, identificare, perché a tutti mancava la testa. L’altro grande capo d’accusa su Roatta è il vero o presunto omicidio dei fratelli Rosselli, Carlo e Nello, uccisi in Francia da attivisti di un movimento di estrema destra d’Oltralpe. Non sfugge a nessuno, come anche nota Ulderico Munzi, che il compito di un servizio segreto nazionale è quello di difendere lo Stato e il governo. Ora, è noto a tutti che Carlo Rosselli era una bella figura di ideologo armato, uno che avrebbe sparato a Mussolini se l’avesse incontrato per la strada, uno che cercava un pilota per bombardare Villa Torlonia, con dentro non solo Mussolini, ma anche la sua famiglia e i servitori. Quale servizio segreto non l’avrebbe fatto fuori prima che lui compisse un attentato terrorista? Tornando alla Croazia, sappiamo bene tutti che negli anni Settanta e Ottanta l’Europa, ma in particolar modo Germania e Francia, furono insanguinate da esecuzioni politiche (in tempo di pace) da parte dei servizi titini nei confronti di nazionalisti croati fuoriusciti. Cia e Kgb hanno fatto altrettanto per oltre mezzo secolo. E di cosa ci scandalizziamo? E poi, la moglie e il figlio di Roatta, a tutt’oggi, negano il coinvolgimento del loro congiunto nell’affaire Rosselli.
Ulderico Munzi insomma ha chiarito l’ultimo dubbio degli storici, sul perché Roatta sia stato lasciato in pace in tempo di epurazioni e di esecuzioni sommarie contro i fascisti: perché Palmiro Togliatti e Mosca erano aversari dei fratelli Rosselli, esponenti di un movimento, Giustizia e Libertà, non allineato con Mosca. A volte la storia è più semplice di quanto si creda. Basta solo avere il coraggio di guardarla in faccia. (Antonio Pannullo)
«Corriere della Sera»
17-01-2010
L'antefatto si svolge verso le sette e mezza di sera del 9 giugno 1937 su una strada polverosa nei pressi della stazione termale di Bagnoles-de-l’Orne, in Bassa Normandia. I fratelli Carlo e Nello Rosselli cadono nell’agguato dei killer della setta fascista La Cagoule. La scena madre, qualche mese prima, nell’autunno 1936, racconta l’incontro a Palazzo Chigi tra il neoministro degli Esteri, Galeazzo Ciano, genero del Duce, il responsabile della segreteria, Filippo Anfuso, e il capo del Sim (Servizio di informazioni militari) Mario Roatta, di ritorno da una missione in Spagna. «II mio servizio – disse Roatta sottolineando l’aggettivo possessivo – ha da tempo studiato ogni possibilità per farla finita una volte per tutte con Carlo Rosselli... un terrorista, un intellettuale armato». Il destino del fondatore di Giustizia e Libertà era segnato, così come erano stabiliti gli esecutori materiali del delitto: «Non possiamo far scoprire che abbiamo contatti con quei forsennati. Il governo di Blum ci sputtanerebbe subito sui giornali», osservò Ciano. «I miei uomini conoscono il loro mestiere, eccellenza», rispose l’ufficiale.
Le cose andarono così, o almeno così ce le racconta con rara efficacia Ulderico Munzi, per vent’anni, dal 1986 al 2006, giornalista al «Corriere della Sera», inviato, corrispondente da Parigi e assiduo collaboratore delle nostre pagine culturali. Cronista di razza, Ulderico Munzi ha una prosa veloce, precisa, penetrante, qualità che mette al servizio della sua passione per la storia. Ne ha dato prova nel Romanzo del Rex e in altri libri usciti da Sperling & Kupfer, lo conferma oggi in questa biografia in forma di «récit», Il Generale, dedicata a una delle figure più controverse della storia italiana: Mario Roatta. Capo del Sim nel '34, durante la guerra d’Etiopia si vantò di aver ingannato la stampa internazionale che accusava l’esercito italiano di aver usato gas vescicanti, poi fu protagonista della disfatta di Guadalajara nella guerra di Spagna. Eppure sempre agli apici delle imprese fasciste: nel ’42 al comando della II Armata in Croazia, nel ’43 della VI in Sicilia, a giugno di quell’anno capo di stato maggiore sino alla fuga da Roma con il re e Badoglio. Nel dopoguerra il processo, la condanna, la clamorosa fuga in Spagna, l’amnistia, il ritorno in Italia nel 1966 e la morte nel '68. E sepolto a Roma in una tomba sotto una lapide che porta un altro nome. Una figura ingombrante anche da morto. Munzi non giudica, racconta con passione, svela i segreti, restituendoci l’intelligenza, la freddezza e l’ ignominia di questo «cuore di tenebra» all’italiana. Da leggere. (Dino Messina)
«Il Giornale di Brescia»
05-01-2010
Chi era il generale Mario Roatta? Solo qualcuno, o forse nessuno sa rispondere, eppure quest’uomo, che si è come dissolto tra le pieghe degli avvenimenti e non figura nei libri di storia, ha avuto in mano un potere enorme nel ventennio fascista come capo del Sim, un’intelligence che ha fatto da modello anche alla Cia «nell’esaltazione del fine che giustifica i mezzi e della perversità in nome dello Stato».
Uomo imprendibile, lucido e razionale, Roatta che parlava sei lingue compreso l’arabo ed era ritenuto l’artefice del delitto di Carlo e Nello Rosselli, attuò in Croazia una sorta di pulizia etnica, ma allo stesso tempo si adoperò per salvare degli ebrei. Dalla serie d’indagini che lo scrittore e giornalista Ulderico Munzi ha compiuto per poter scrivere la biografia de Il generale salta fuori un Roatta costruito come si costruisce un personaggio di romanzi che spesso hanno un carattere informativo, veritiero e verosimile.
S’è tentato di puntare il riflettore sulla maschera romanzesca del nostro eroe. Un eroe negativo secondo alcuni punti di vista. «Sono un militare dell’esercito e da militare agisco» diceva spesso per giustificare il suo comportamento. Finita la guerra, la Corte di Giustizia dell’Alto Commissario per le sanzioni contro il fascismo tentò di processare e condannare il Generale per proteggere i veri responsabili dell’8 settembre. Roatta conosceva i termini e gli accordi della disfatta italiana e più d’una persona aveva interesse a chiudergli la bocca. Ma lui, il 4 marzo 1945, riuscì a evadere e a rifugiarsi in Spagna. E lì restò protetto dal dittatore Francisco Franco che in realtà non amava «quel generale scintillante d’acume, dal fare irriverente e disposto a tutto». In seguito fu assolto dallo Stato italiano senza che avesse mai ammesso una colpa e si fosse pentito, e il ministro comunista Palmiro Togliatti, «nemico dei Rosselli ed ex agente dell’Nkvd sovietico», lo incluse nell’amnistia del 22 giugno 1946. Nel 1966 dalla Spagna tornò in Italia da libero cittadino. Nel 1968 morì all’età di 81 anni.
Munzi, come mai Roatta è riuscito «a sfuggire» alla storia?
Ci sono due ipotesi da fare. La prima è che l’abbiano murato vivo in una sorta di dimenticatoio. La seconda ipotesi è lo spettro dell’8 settembre. Far riemergere dall’oblio Roatta voleva dire rimettere in discussione tutto quanto si è detto sull’8 settembre. L’inquinamento politico nasce in quei momenti che avrebbero dovuto essere gloriosi, e Roatta dà fastidio perché condivideva la versione dell’accordo tra Badoglio e il comandante delle forze tedesche del Centro Sud, Kesserling.
Che cosa prevedeva l’accordo?
Il tedesco promise di far scappare i Savoia e i papaveri delle forze armate se lasciavano Roma in pasto alla Wehrmacht. Roatta sapeva questi segreti, e perciò era pericoloso.
Se Roatta avesse detto la sua verità sull’8 settembre, cosa sarebbe successo?
Si sarebbe capito che l’8 settembre non fu soltanto il crollo dell’Esercito italiano abbandonato a se stesso, ma anche l’inizio di tutto ciò che di sporco oggi c’è in Italia. Roatta sapeva quello che era accaduto veramente perché era un uomo dei servizi segreti, e sapeva anche i retroscena della flotta italiana che fu abbandonata a se stessa. Era l’unica cosa che funzionasse all’epoca anche se era stata bastonata dagli inglesi, ma era composta da navi eccezionali e Raffaele De Courten che era complice di Badoglio non dette gli ordini necessari. Se Roatta avesse parlato, avrebbe messo in crisi i Governi dell’Italia che stava rinascendo.
Come riuscì a sfuggire ai processi e al castigo?
Roatta è stato processato, ma poi i processi sono stati annullati e in seguito ha avuto l’amnistia, ma era perseguitato dagli slavi. Tito voleva Roatta per punirlo dei crimini di guerra commessi in Jugoslavia, e se l’avessero preso prima della fuga in Spagna l’avrebbero fatto fuori senza pensarci due volte. Quando rientrò in Italia erano intervenuti degli accordi con Tito, ed erano anni ormai che i comunisti chiamati lupi rossi erano caduti in letargo.
Le colpe che gli si addebitano, tutte vere a cominciare dall’assassinio dei fratelli Rosselli?
Il mio non è un libro di storia rigoroso, ma si attiene alla verità. Carlo Rosselli era un ideologo armato, un uomo d’azione pericolosissimo, il migliore tra i fuoriusciti, e pensava di bombardare Villa Torlonia. Andava alla ricerca di un pilota per compiere la sua impresa e forse l’avrebbe trovato sempre che non fosse stato già comprato dai fascisti. Ma i fascisti non erano i soli a dargli la caccia. C’erano anche i comunisti che volevano farlo fuori perché era odiato da Togliatti e dal Comintern, e suo fratello Nello che morì insieme a lui fu una vittima collaterale. Il delitto fu compiuto da uomini della Cagoule, un movimento di estrema destra, mortale nemico di ebrei e comunisti, fu una furbata. Il Sim non si sporcava le mani fino a quel punto e per questo incaricò dei sovversivi francesi di destra.
Il Sim fu fondato da Roatta?
Il Sim esisteva prima del regime e fu perfezionato da Mussolini che voleva un servizio d’informazione militare in concorrenza con gli altri servizi tra i quali l’Ovra. Il Sim si mosse con una spietatezza capillare e Roatta fu fedele esecutore della volontà del dittatore.
Perché nel libro definisce Roatta «il cuore di tenebra» dell’italianità?
Perché Roatta non aveva stati d’animo né debolezze dal punto di vista spirituale: era un uomo che cercava di uscire dal male dei sentimenti ogni volta che rischiava di caderci dentro, e amava solo la madre francese che morì in tardissima età.
Esistono documenti di Rotta ancora inediti?
Sono molto importanti ai fini della comprensione storica i suoi taccuini, posseduti da un figlio ancora vivente, Sergio Roatta, che deve avere un armadio pieno di documenti ma si rifiuta di parlare. O farà un libro molto rigoroso o distruggerà tutto. (Francesco Mannoni)
«Il Giornale di Vicenza»
21-12-2009
Il titolo è vago - Il Generale - ma sulla prima di copertina c’ è un’annotazione che spiega bene chi è il protagonista della «storia misteriosa» di cui scrive il giornalista e scrittore Ulderico Munzi per l’editore Angelo Colla. Il generale è Mario Roatta, colui «che creò l’intelligence del Duce, ritenne necessario il massacro dei fratelli Rosselli, portò la pulizia etnica all’italiana in Croazia e visse i segreti dell’8 settembre. Badoglio e Tito volevano eliminarlo, ma un cardinale lo salvò». Qui è già contenuto lo spessore storico del personaggio che questo testo si propone di riscattare dall’oblio, anche se questo, come recita la piega di copertina, «non è un libro di storia, ma una storia narrata o parlata».
Dunque, Mario Roatta (Modena 1887-Roma 1968) è stato generale e agente segreto conoscitore delle profonde verità del regime fascista e conoscitore dei grandi segreti della storia, protagonista più o meno palese di grandi fatti italiani. Un personaggio della storia passata, ma omologo a tante figure enigmatiche delle cronache politiche dei nostri giorni.
Ecco perché Munzi rispolvera il generale Roatta, «per la sua modernità di uomo dell’ombra, di militare intessuto di grandi qualità diplomatiche, di uomo che incarnava perfettamente una mistura di duplicità e spietatezza».
Ma che uomo era, Mario Roatta? Munzi non usa mezzi termini: uno che ne sapeva una più del diavolo, che è riuscito a tenere un basso profilo al punto «di farsi perfino dimenticare dalla storiografia, un po’ come se si fosse nascosto in una delle tante caverne insondabili della storia recente del nostro paese. Le caverne degli anni Trenta-Quaranta, dove gli storici, spesso politicizzati, esitano a penetrare».
Nessun libro era stato scritto finora su Mario Roatta, avendo agito spesso da dietro le quinte pur essendo interprete della storia. La stessa storia al giudizio della quale abilmente il generale è riuscito a sottrarsi, malgrado le vicende che lo videro protagonista di azioni spregiudicate e cruente nei massacri di militari, partigiani e civili, responsabile di operazioni come l’assassinio dei fratelli Rosselli di Giustizia e Libertà (ma la moglie Ines Mancini e il figlio Sergio smentiscono un coinvolgimento del loro congiunto in questa vicenda) e della pulizia etnica di partigiani e civili in Croazia nel 1942. Per definire l’uomo, basti ricordare che viveva costantemente con il mitra a tracolla, condannato per effetto dei suoi stessi atteggiamenti a non fidarsi di nessuno, nemmeno dei fedeli camerati.
La stagione del generale si chiude con l’8 settembre, quando scappa su una nave militare assieme a Vittorio Emanuele III e al generale Pietro Badoglio. Un personaggio, Roatta, che è riuscito abilmente a sottrarsi al giudizio, malgrado la sua figura di protagonista assoluto. Il libro di Munzi è una autentica riscoperta di un inquietante protagonista in tanti anni della storia d’Italia. (F.B.)
«La Stampa»
20-12-2009
Quando il generale Mario Roatta evase dall’ospedale militare, il 4 marzo 1945, per rifugiarsi in Vaticano e di lì, si seppe poi, fuggire in Spagna, ci fu in Italia un’ondata di indignazione. Giuseppe Saragat, futuro Presidente della Repubblica, scrisse sull'Avanti! che «il suo silenzio era d’oro per molte persone», e non andò certo lontano del vero. Roatta era accusato dell’omicidio dei fratelli Rosselli e della mancata difesa di Roma dopo l’armistizio dell’8 settembre, ma soprattutto era l’uomo dei segreti. II suo passato grondava sangue, dalla guerra d’Etiopia all’occupazione della Croazia, dove, a capo della seconda armata, si era reso responsabile di repressioni durissime sulla popolazione, anche se aveva invece salvato dai nazisti gli ebrei della Dalmazia e protetto i serbi dai massacri dei croati. Gli jugoslavi lo reclamavano come criminale di guerra, con altri suoi collaboratori.
Era un uomo spietato e contraddittorio, e soprattutto era una delle memorie del fascismo, per conto del quale aveva rifondato il Sim, il servizio segreto militare, facendone fin dal '34 una macchina ben oliata e temibilissima. Uomo dai troppi segreti, si preferì lasciarlo andare. È morto a Roma nel ’68, ormai in parte assolto e in parte amnistiato, portando parte di quei segreti con sé. E, curiosamente, è anche riuscito a sfuggire agli storici, che l’hanno in genere trascurato, come osserva Ulderico Munzi presentando al lettore il suo libro a lui dedicato. Il Generale figura stampato in una collana di narrativa, ed è in effetti un’opera a più facce. L’autore lo definisce un récit, un racconto, e non «un libro di storia». Dalle pagine emerge un uomo freddo, spietato, abilissimo. L’inquietante Generale viene messo in sce- na, fatto rivivere con gli strumenti della narrazione, analizzato nella sua psicologia attraverso Ie sue stesse parole (affidate a un’autobiografia) e quelle di coloro che lo hanno conosciuto.
Tra i testimoni c’è anche una misteriosa «fonte», di cui non si fa il nome, che, riferisce Munzi, ritiene molto probabile uno scambio tra il Maresciallo Badoglio, capo del governo, e il Feldmaresciallo Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Italia, per garantire la fuga verso Brindisi della Corte e dei generali. In cambio la Wehrmacht ebbe in pasto la città eterna. L’autore diffida delle fonti, «fredde e talora menzognere», ma se questa persona senza volto dicesse il vero basterebbe a spiegare quanto la figura di Roatta, nei giorni dell’armistizio, fosse non solo imbarazzante, ma anche pericolosa. C’era un criminale di guerra ben peggiore di lui - osserva - e si chiamava Badoglio. Lo spunto è interessante, e c’è da auurarsi, come fa Munzi, che possa trovare lo sviluppo che merita in sede storica. (Mario Baudino)
«Il Piccolo»
21-11-2009
Dicono che l’ordine di uccidere i fratelli Rosselli, in Francia, sia partito da lui. E quando si parla di Mario Roatta non si può fare ameno di ricordare i campi di concentramento. In cui soffrirono e morirono migliaia di sloveni, di croati. Uomini, donne e anche bambini. Proprio al "generale del diavolo" viene attribuita una frase, riferita al pugno di ferro usato dai soldati italiani nella "Balcania", che è diventata nel tempo il suo diabolico biglietto da visita: «Se ne ammazzano troppo pochi». E se non bastasse? Potremmo aggiungere che riuscì a scappare dall’ospedale militare di Roma in cui era rinchiuso, con la complicità di un cardinale, prima di essere condannato dal Tribunale. E che in seguito venne prosciolto da tutte le accuse. E morì nel 1968, da uomo libero. Dopo aver incassato, nel’46, l’amnistia regalata dal leader comunista PalmiroTagliatti, allora ministro di Grazia e Giustizia.
Ne sapeva una più del diavolo, Mario Roatta. Al punto che è riuscito a farsi dimenticare perfino dagli storici. Pochi i libri su di lui. Pochissimi gli studiosi che sono andatia ricostruire, senza fermarsi ai "si dice", la sua vita. A tirarlo a forza fuori dall’ombra ci ha pensato Ulderico Munzi, che è stato inviato speciale per la "Nazione" e per "Il Resto del Carlino", firma delle pagine culturali e corrispondente da Parigi per il "Corriere della Sera", e che adesso collabora alla "Stampa". Ma il suo libro Il Generale, pur senza discostarsi da una meticolosa ricerca storica, non è un saggio. L’autore preferisce definirlo all’inglese "novel", perché si è permesso di ripercorrere la vita di Roatta con uno stile narrativo.
E c’è di più. Per capire davvero chi era Roatta, Munzi si è basato anche sulla testimonianza di una misteriosa "fonte R.". Secondo cui, nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, un accordo tra il feldmaresciallo Kesserling, comandante delle truppe tedesche, e il marescialo Badoglio, avrebbe segnato pesantemente la storia d’Italia. Perché quel patto prevedeva che Roma fosse data in pasto alla Wehrmacht in cambio di una tranquilla fuga dei Savoia e dei papaveri delle Forze Armate.
E se la "fonte R." fosse Sergio, il figlio di Roatta, che conserva tutte le carte del padre, ma non ha mai voluto parlare? Ulderico Munzi, è chiaro, non conferma. «Leggendo un vecchio libro di Ruggero Zangrandi mi è venuta la voglia di scavare nella vita di Roatta – spiega Ulderico Munzi –. Mi affascinavanon tanto l’aspetto demoniaco della sua personalità, quanto quello luciferino».
Luciferino?
«Roatta era un militare tutto d’un pezzo. Lui non credeva tanto nella Patria, ma nel dovere: la sua divisa militare valeva, per lui, quanto la sua anima».
Non assomigliava molto agli altri generali italiani?
«Era molto intelligente. Conosceva sette lingue, compreso l’arabo. Le colpe di tutti i guai dell’esercito italiano ricadono sugli alti gradi, su chi comandava. La disfatta di Caporetto non può essere di certo imputata ai poveri fanti».
Roatta finì sotto processo, Badoglio no...
«Roatta sapeva la verità. Il suo arresto fu una specie di commedia, come racconto nel libro. In realtà si consegnò. Lui avrebbe voluto parlare dell’8 settembre, di quello schifoso accordo tra Badoglio e i nazisti, ma i giudici non erano disposti ad ascoltare la sua verità. A loro interessava l’omicidio dei fratelli Rosselli e altre accuse che pendevano su di lui».
Possiamo dire: siamo figli delle schifezze accadute l’8 settembre 1943?
«Il mostro storico dell’8 settembre ha partorito, come un Alien, l’Italia di oggi. Noi siamo gli eredi di quel terribile "inciucio". E chi oggi sta nei palazzi del Potere è direttamente legato a chi allora ha permesso quella schifezza».
Roatta diede o no l’ordine di ammazzare Carlo e Nello Rosselli?
«Prima bisogna chiarire una cosa: Carlo Rosselli, con sua moglie Marion, era una sorta di Indiana Jones dei fuorusciti antifascisti italiani. Se avesse incontrato per strada Benito Mussolini, credo non avrebbe esitato a sparargli addosso. Era un uomo d’azione, un ideologo armato. E logico che il Sim, il servizio segreto militare diretto da Roatta, doveva cercare di fermarlo».
E allora?
«A Roma sapevano che Rosselli voleva noleggiare un aereo e bombardare Villa Torlonia. Non potevanon essere ucciso. Roatta ha detto, questo è certo, che il capo di "Giustiziae Libertà" doveva morire. Se l’avessero rapito sarebbe scoppiatouno scandalo internazionale».
E allora entrò in azionela Cagoule?
«Erano perfetti gli uomini della Cagoule. Una società segreta terroristica francese di estrema destra di cui faceva parte anche il futuro presidente socialista della Francia, François Mitterand. Chi avrebbe potuto trovare le connessioni con l’Italia? Non si arrivava facilmente ai veri ispiratori dell’assassinio. Così venne orchestarto quel delitto orrendo, voluto da gente come Galeazzo Ciano e Filippo Anfuso».
Perché Ciano temeva tanto Rosselli?
«In realtà, Ciano sperava di diventare il successore di Mussolini. E uno come Rosselli faceva paura. Se gli fosse stato consentito di vivere, dopo il crollo del fascismo poteva diventare lui il vero leader democratico d’Italia. Credo che Giustizia e Libertà sia quanto di meglio abbia prodotto l’antifascismo».
Ma l’ordine partì dal generale?
«Non fu Roatta ad andare in Francia a prendere contatto con gli uomini della Cagoule. E non fu lui a consegnare ai terroristi i 100 fucili mitragliatori pattuiti».
Roatta aveva sulla coscienza i campi di concentramento della "Balcania", come la chiamavano ai fascisti.
«Era un militare e ha fatto il suo mestiere. Purtroppo il "buonismo" applicato ai tempi di guerra non ha senso. Certo, io non posso approvare i gas usati dagli italiani per combattere i libici, gli etiopi. Per conquistare le colonie. E nemmeno i campi di concentramento. Però è ovvio che il colonialismo non aveva pietà: quello inglese come quello francese. Egli italiani non si differenziavano».
Le persone morivano di fame, divorate dalle zecche...
«Non c’era pietà. La purificazione etnica, allora, era uno dei cardini su cui si basava la dominazione italiana, ma anche quella tedesca, nei Balcani. La frase "Si ammazza troppo poco" ha un senso terribile: se i partigiani catturavano i soldati italiani, non andavano troppo per il sottile. Li torturavano, li ammazzavano. Per questo bisognava ammazzare di più».
Poi sono venute le foibe.
«Le foibe sono l’altra faccia della medaglia. Sono un’altra manifestazione dell’odio che si scatenò durante le guerre. E che non fece sconti a nessuno».
E il mito degli "italiani brava gente"?
«È assurdo pensareche gli italiani in Slovenia, in Croazia, potessero evitare di comportarsi da militari. Ripeto: erano in guerra. E gli ordini dicevano, chiaro e tondo, di eliminare chi si opponeva alla conquista dei Balcani».
(Alessandro Mezzena Lona)
«guide.superEva.it»
01-10-2009
Molti ritratti, biografie e studi critici hanno cristallizzato in un’icona austera quel grande scienziato dalle straordinarie intuizioni che fu Charles Darwin, e hanno ritenuto la sua teoria dell’evoluzione della specie attraverso il meccanismo di selezione naturale responsabile delle peggiori applicazioni della “legge del più forte”, ovvero del razzismo, del colonialismo brutale, della dominazione schiavista, del sessismo…
Ora, se la sua immagine di gentiluomo di campagna, affettuoso con la moglie e pieno di humour con i figli è stata messa in evidenza da testi che ne hanno svelato la sfera più intima e personale, risulta ancora «necessario far sapere che il pensiero di Darwin sull’uomo, sulla civilizzazione e sulle società umane è l’antitesi esatta della presentazione che ne è stata data per molto tempo e che prevale ancora nel discorso corrente».
L’errore comune, afferma Patrick Tort, uno dei più noti studiosi di Darwin a livello internazionale, nella premessa del suo Effetto Darwin. Selezione naturale e nascita della civilizzazione è quello di ignorare, o di dimenticare, che lo studioso non solo si è opposto in vita ad ognuno di questi comportamenti aberranti, ma anche che la sua opera presenta le migliori argomentazioni teoriche per combatterli.
Su queste premesse si basa l’impianto complessivo di un saggio organico e coerente che porta il lettore a comprendere come la teoria di Darwin sia, al contrario, reale fondamento dell’altruismo, e come la civiltà, nata dalla selezione naturale degli istinti sociali e dell’intelligenza, promuova la protezione dei deboli.
Fino al 24 febbraio 1871, data di pubblicazione de L’origine dell’uomo, Darwin non aveva ancora divulgato alcuna proposta sull’uomo come essere espressamente coinvolto in un processo evolutivo per eliminazione selettiva dei meno adatti, ma, nonostante la delicatezza della questione antropologica, dopo L’origine della specie e La variazione, un intervento che ricongiungesse l’uomo alla serie animale non poteva più essere rimandato.
Ripercorrendo e analizzando le parti principali di questo lavoro Tort approfondisce temi quali «Animale/umano: la filiazione», «L’effetto reversivo dell’evoluzione», «Selezione sessuale: bellezza, scelta d’oggetto, simbolismo e rischio di morte», «L’origine della morale», «Darwin e la filosofia», che danno il titolo ad altrettanti capitoli, ricchi di riferimenti storici e culturali e di citazioni tratte dall’opera dello scienziato britannico, così come di altri pensatori che hanno in qualche modo condizionato il suo pensiero o che ne sono stati a loro volta influenzati.
Il rapporto fra selezione naturale e nascita della civiltà si può allora riassumere in questi termini: grazie all’azione lenta e prolungata della selezione naturale, una categoria di istinti che presenta dei vantaggi adattivi – quella degli «istinti sociali» - produce, insieme all’intelligenza razionale, uno stato dell’organizzazione sociale chiamato «civilizzazione», dove dominano la simpatia (ossia il riconoscimento dell’altro come simile) e l’istituzionalizzazione dell’altruismo. Questi istinti dunque si oppongono agli istinti più strettamente individuali, legati alla conservazione e alla crescita della felicità personale.
Come se all’interno stesso dell’istinto esistesse già una sua forma – l’istinto sociale – capace, in certe condizioni, di capovolgere le sue caratteristiche dominanti, fino a invertire il senso delle sue manifestazioni.
Del resto, Darwin, per tutta la vita, difese e praticò l’aiuto ai deboli, e lo fece in accordo con la sua teoria. (Lidia Gualdoni)
«Almanacco della Scienza»
23-09-2009
Nell’immaginario comune il nome di Darwin viene associato alla teoria della selezione naturale, che concepisce una sorta di eliminazione dei “meno adatti” in nome della sopravvivenza dei più forti. In questo modo, per molti decenni, è stata giustificata l’oppressione sui deboli, trasponendo la teoria del biologo inglese nei settori sociali ed economici. In realtà pochi sanno che Darwin non solo era ben lungi dal sostenere uno sterminio naturale in nome di “pochi eletti”, ma era addirittura totalmente contrario a ogni forma di sopruso sui meno fortunati.
Il filosofo Patrick Tort ha basato molte delle sue ricerche sul noto scienziato, e nel libro ‘Effetto Darwin’ ci svela un personaggio diverso da quello che conosciamo: se è vero che Darwin ha teorizzato la selezione naturale come tesi alla base del miglioramento organico delle specie animali, lo scienziato ha anche condotto studi che svelano una selezione che predilige gli individui dotati di migliori caratteristiche morali favorevoli alla sopravvivenza della specie, come l’altruismo e la generosità.
Con un linguaggio chiaro, Tort confuta le varie dottrine eugeniste e razziste erroneamente attribuite al darwinismo, e affronta gli studi dello scienziato inglese sia dal punto di vista biologico che sociale, adducendo come prove inconfutabili delle sue affermazioni passi degli scritti di Darwin. Da ciò emerge un’affascinante teoria che vede la selezione naturale agire anche in nome di una maggiore civilizzazione, in una continua dialettica di “eliminazione dell’eliminazione” che permette alle specie un progresso non solo organico, ma anche e soprattutto morale.
Un libro incoraggiante sull’intima generosità di una natura che, oltre alla sopravvivenza, si occupa anche del vivere bene, in nome di un’evoluzione globale che sia davvero degna di questo nome. (Giorgia Martino)
«Il Giornale di Vicenza»
11-07-2009
Un rivoluzionario per caso. Lo scienziato inglese Charles Darwin – di cui quest’anno si celebrano i duecento anni dalla nascita – dall’analisi approfondita della natura comprese che l’enorme diversità di forme di vita comparse sulla Terra deriva da processi naturali in atto da milioni di anni e, sovvertendo il conformismo dell’establishment scientifico del suo tempo, delineò una spiegazione coerente di tali trasformazioni. La sua teoria dell’evoluzione per selezione naturale, nonostante spesso sia stata oggetto di polemiche, di fraintendimenti e strumentalizzazioni, continua ad essere incontestabilmente il concetto centrale della biologia. Per smentire le false interpretazioni e riscoprire nella teoria di Darwin il fondamento dell’altruismo e della morale, Patrick Tort, filosofo, epistemologo, storico delle scienze biologiche e umane, fondatore e direttore dell’Institut Charles Darwin International, ha scritto l’interessante volume Effetto Darwin, Selezione naturale e nascita della civiltà. Non di rado, essendo Darwin l’autore della teoria dell’evoluzione delle specie attraverso il meccanismo della selezione naturale, lo si è dichiarato responsabile delle peggiori applicazioni di questo schema alle società umane. Tale errore interpretativo è nato in quanto il pubblico ha letto L’origine delle specie come riassunto della sua intera opera e numerosi interpreti nel 1860 hanno allargato la teoria della selezione naturale all’uomo, sebbene Darwin non avesse ancora pubblicato nessuna proposta in tal senso. Egli voleva innanzitutto convincere la comunità scientifica della validità del trasformismo in tutto l’ ambito naturalista e soltanto il 24 febbraio 1871 ne L’origine dell’uomo estese il trasformismo all’uomo, inserendo inoltre la teoria selettiva applicata alla civilizzazione. Come precisa Tort, lo scopo del grande naturalista inglese era quello di evidenziare che ci sono stati tre momenti nel processo evolutivo dell’uomo considerato come specie, cioè origine, sviluppo e differenziazione per variazione. Dalle somiglianze tra uomo e animale, Darwin raggiunse alcuni importanti risultati dimostrando che l’altruismo negli animali superiori è legato allo sviluppo delle facoltà razionali. Vale a dire che da un universo governato dal vantaggio individuale si approda a uno governato dal vantaggio sociale. Con l’ espressione "effetto reversivo dell’evoluzione" egli intese il passaggio dalla sfera della natura, regolata dalla rigorosa legge della selezione, alla società civilizzata, all’interno della quale emergono comportamenti che si oppongono a tale legge. Darwin dimostrò chiaramente che nel salto dalla barbarie alla civilizzazione si passa dall’eliminazione dei meno adatti alla loro protezione: la civilizzazione impone la preservazione e la riabilitazione delle esistenze fragili. Quindi la tesi della selezione naturale come trionfo dei più forte è stata travisata da coloro che volevano giustificare l’egemonia coloniale alla luce di un razzismo "naturalista" che pretendevadi spiegarel’ inferiorità innata dei popoli colonizzati. Tort giunge alla conclusione che per Darwin «la civilizzazione riposa in gran parte sull’edificazione della morale» e «le convinzioni morali sono strettamente relative a una cultura e a un contesto storico dati e che la sola cosa universale è il sentimento o la convinzione etnocentrica dell’universalità, precisamente, di ciò che descrive la morale del gruppo».(Cherubina Marte)
«Avvenire»
17-09-2009
Il fascino delle opere incompiute, spazi di misteri e di conflitti, ha sedotto la scrittrice parigina Isabelle Miller, la cui sensibilità di fronte alle opere d’arte è confermata dal romanzo da lei dedicato alla «sindrome di Stendhal». Se un turbamento ci può cogliere di fronte a un capolavoro, un’ansia tutta particolare ci può disorientare davanti all’incompiuto, al pensiero dei moventi molto differenti ma sempre segni di dramma. La scelta dell’autrice, nell’immensità del materiale, ha privilegiato l’attrattiva delle storie: Capolavori incompiuti. Il gusto dell’imperfetto sono 11 racconti dal Medioevo ai giorni nostri, e sono due cattedrali a rappresentare gli estremi cronologici: la data più antica è il 1196, quando si diede il via al Duomo di Siena, ossessivamente modificato e ampliato per secoli a causa della strenua competitività con Firenze, e la cui interruzione coincise con la decadenza dell’autonomia cittadina. L’ultima data è il 2025, quando si spera di concludere la Sagrada Familia di Barcellona, al cui sterminato progetto Antonio Gaudí ha dedicato la vita. All’interno di questo ampio arco di tempo la Miller ha raccontato, spaziando nei campi più diversi, i motivi che possono impedire a un artista di terminare l’opera: il più inevitabile è la morte, che ad esempio ghermì Puccini nel 1924, prima che riuscisse a finire la Turandot, da lui affidata a Toscanini prima di partire per Bruxelles dove sarebbe stato operato per un cancro alla gola, un viaggio senza ritorno. Conflitti economici e politici impedirono a Michelangelo di terminare i suoi Prigioni, destinati alla monumentale tomba di papa Giulio II, con il quale l’artista ebbe scontri furibondi, abbandonando a più riprese Roma e le opere che l’umorale pontefice pretendeva o abbandonava a suo capriccio. A- more e guerra: due forti antitetici motivi che impedirono la conclusione del film di Jean Renoir fina gita in campagna, iniziato sotto i migliori auspici nel 1936, interrotto per l’instaurarsi di rivalità sentimentali sul set e poi abbandonato per lo scoppio della guerra. A volte l’incompiutezza è parte intrinseca della personalità dell’artista: per alcuni è una condanna, come appare nei racconti sull’ultimo film di Marilyn Monroe e sull’ultimo libro di Truman Capote, per altri è una forza: il più sorprendente è il racconto dedicato a Turner. Ragazzo prodigio, a 25 anni membro più giovane mai eletto alla Royal Academy, alle Esposizioni annuali si arrogava il privilegio di portare quadri non finiti, cui dava l’ultimo tocco dopo aver valutato la posizione del quadro rispetto all’occhio dei visitatori. L’importanza dello sguardo di chi vede ha influenzato lo stile «indistinto» di Turner, basato sul movimento della luce, facendo sfumare il confine tra compiuto e incompiuto. «A seconda dell’epoca cui apparteniamo ¬– scrive la Miller – vediamo opere presentate come finite che sembrano non finite, oppure opere non terminate che riteniamo del tutto compiute». (Daniela Pizzagalli)
«Libero»
18-08-2009
Ciò che un tempo poteva sembrare un limite, un difetto irrimediabile, nell’epoca contemporanea si erge a valore aggiunto. L’opera incompiuta oggi possiede un fascino addirittura superiore, proprio perché non definitiva e dunque ancora proiettata a diventare altro. Il progetto prevale sull’oggetto e l’utopia della perfezione irraggiungibile sui limiti imposti dalla cornice. Isabel Miller, scrittrice e semiologa che vive a Parigi, conosciuta soprattutto per il romanzo-saggio La sindrome di Stendhal, racconta undici storie tra arte e letteratura, architettura e cinema, melodramma e rock and roll, disseminati in diverse epoche della storia, dal Medioevo al presente, accomunati tra loro soltanto dalla non-finitezza. Capolavori incompiuti, aggiunge al titolo originale Les inachevées il sostantivo "capolavori", anche se spesso non siamo in presenza di opere davvero così importanti ma più che altro di paradigmi di imperfezione e indeterminatezza. Segno che artista è soprattutto colui che insegue un sogno impossibile tentando in tutti i modi di non realizzarlo. Aforisma ai limiti dell’assurdo, che sarebbe molto piaciuto a Oscar Wilde.
TUTTI I "NON FINITI". Diversi possono essere i motivi per i quali l’opera resta incompiuta. Il più ovvio è la morte del suo creatore, ma non bisogna dimenticare ripensamenti, incidenti di percorso, fallimenti, grane con i propri committenti. Sembra di stare dentro la sceneggiatura de Lo stato delle cose di Wim Wenders o nei tentativi falliti, da Orson Welles e da Terry Gilliam, di catturare la follia di Don Chisciotte facendone un film che non s’ha da fare. Nell’ambito cinematografico la Miller sceglie l’epilogo di Marilyn Monroe, quell’ultimo ciak che si sarebbe dovuto girare nella primavera del 1962 dopo Gli spostati di John Houston (per inciso, fu quello il film d’addio anche per Clark Gable e Montgomey Clift), e che invece non ci fu. Ormai Marilyn era preda dei propri fantasmi, delle ossessioni e chissà cosa ancora. Di Something’s Got to Give, così si sarebbe dovuta chiamare la pellicola diretta da George Cukor, è divenuto immortale il passo d’addio, il bagno nuda in piscina e l’eroticissimo gioco con l’asciugamano. Talvolta l’incompiutezza dell’opera si spiega come un segno del destino, che forse è meglio assecondare. Nella seconda parte del XIII secolo Firenze e Siena se le danno di santa ragione in battaglia e si sfidano nella costruzione della cattedrale più bella, ricca e grande, chiamando nelle rispettive municipalità i migliori artisti e architetti. Eppure oggi se andiamo a Siena troviamo il duomo non finito, lasciato esattamente come nel 1378, quando una terribile peste devastò la città della Lupa decimando il 70% della popolazione. Fu letto come un avvertimento celeste e i lavori si fermarono per sempre. Quanto alla Sagrada Familia, il folle progetto del più utopista e visionario degli architetti moderni, Antoni Gaudí, il tempio di Barcellona è metafora assoluta dell’incompiutezza, della totale impossibilità a raggiungere l’atto finale, un edificio destinato sempre a cambiare al punto che mai nessuno potrà dire di aver visto per due volte la stessa Sagrada Familia. Gaudí ci lavorò ossessivamente dal 1883 al 1926, ucciso da un tram che non aveva sentito arrivare, come al solito immerso nei suoi pensieri. Che dire allora dei capolavori mancati: forse l’altra Commedia umana di Balzac, che avrebbe dovuto arricchire e completarne la prima versione, o l’album perduto dei Velvet Underground, che nelle intenzioni di Lou Reed e John Cale (già separati in casa, senza Nico e con Andy Warhol ormai defilatosi) avrebbe superato addirittura il folgorante debutto del disco "della banana". Magari la sfida ai limiti della scrittura, divenuta ormai una priorità per Georges Perec: dopo aver pubblicato La scomparsa, un intero romanzo senza la lettera e, e il successivo Le ripetizioni con la e unica vocale, negli ultimi mesi della sua breve vita Perec lavora a 53 giorni, ispirandosi al numero-feticcio di Stendhal, un giorno in più del tempo che ci mise a scrivere La Certosa di Parma. Oppure il capolavoro effettivamente incompiuto di Giacomo Puccini, la Turandot composta in una corsa contro il tempo – Puccini era infatti gravemente malato e sapeva che non ce l’avrebbe fatta – affidata come in un testamento all’amico Arturo Toscanini, il 4 novembre 1924 salutandolo alla Stazione di Milano e aggiungendo in fondo: «Se mi succede qualcosa, le affido la mia Turandot».
UN BRUTTO CARATTERE. Michelangelo aveva un carattere difficile pari al suo talento, mal sopportava le esigenze dei committenti qualora fosse convinto, cioè sempre, di essere nel giusto, soprattutto si considerava scultore e non pittore, quindi mal digerì il lavoro al Giudizio della Sistina. La Miller racconta la tormentata genesi degli "Schiavi" in marmo, concepiti per il monumento funebre di Giulio II, interrotti, ripresi, disconosciuti, anche se per Michelangelo sarebbero stati loro la sua grande opera. Ciò che ne resta rivela, come l’incompiuta Pietà Rondanini, un’incredibile tensione a superare l’ideale classico della scultura, per aprirsi a una modernità devastante e troppo avanti rispetto ai tempi. Chi, in conclusione, sul non finito costruì il proprio stile, fu il pittore inglese William Turner, di formazione accademica e tradizionale, letteralmente "folgorato" da un’ idea che gli Impressionisti svilupparono diversi decenni dopo. La pittura non sarebbe mai più stata questione di rappresentazione ma di luce e di approccio psicologico dello spettatore. Solo chi guarda può decidere se il quadro è finito, la realtà è ormai diluita in dettagli e frammenti. Basti visitare le sale tumeriane della Tate Modem per capire davvero che l’arte contemporanea comincia qui. (Luca Beatrice)
«Libero-news.it»
18-08-2009
Ciò che un tempo poteva sembrare un limite, un difetto irrimediabile, nell’epoca contemporanea si erge a valore aggiunto. L’opera incompiuta oggi possiede un fascino addirittura superiore, proprio perché non definitiva e dunque ancora proiettata a diventare altro. Il progetto prevale sull’oggetto e l’utopia della perfezione irraggiungibile sui limiti imposti dalla cornice. Isabelle Miller, scrittrice e semiologa che vive a Parigi, conosciuta soprattutto per il romanzo-saggio La sindrome di Stendhal, racconta undici storie tra arte e letteratura, architettura e cinema, melodramma e rock and roll, disseminati in diverse epoche della storia, dal Medioevo al presente, accomunati tra loro soltanto dalla non-finitezza. Capolavori incompiuti, aggiunge al titolo originale Les inachevées il sostantivo “capolavori”, anche se spesso non siamo in presenza di opere davvero così importanti ma più che altro di paradigmi di imperfezione e indeterminatezza. Segno che artista è soprattutto colui che insegue un sogno impossibile tentando in tutti i modi di non realizzarlo. Aforisma ai limiti dell’assurdo, che sarebbe molto piaciuto a Oscar Wilde. Diversi possono essere i motivi per i quali l’opera resta incompiuta. Il più ovvio è la morte del suo creatore, ma non bisogna dimenticare ripensamenti, incidenti di percorso, fallimenti, grane con i propri committenti. Sembra di stare dentro la sceneggiatura de “Lo stato delle cose” di Wim Wenders o nei tentativi falliti, da Orson Welles e da Terry Gilliam, di catturare la follia di Don Chisciotte facendone un film che non s’ha da fare. Nell’ambito cinematografico la Miller sceglie l’epilogo di Marilyn Monroe, quell’ultimo ciak che si sarebbe dovuto girare nella primavera del 1962 dopo “Gli spostati” di John Houston (per inciso, fu quello il film d’addio anche per Clark Gable e Montgomey Clift), e che invece non ci fu. Ormai Marilyn era preda dei propri fantasmi, delle ossessioni e chissà cosa ancora. Di “Something’s Got to Give”, così si sarebbe dovuta chiamare la pellicola diretta da George Cukor, è divenuto immortale il passo d’addio, il bagno nuda in piscina e l’eroticissimo gioco con l’asciugamano. Talvolta l’incompiutezza dell’opera si spiega come un segno del destino, che forse è meglio assecondare. Nella seconda parte del XIII secolo Firenze e Siena se le danno di santa ragione in battaglia e si sfidano nella costruzione della cattedrale più bella, ricca e grande, chiamando nelle rispettive municipalità i migliori artisti e architetti. Eppure oggi se andiamo a Siena troviamo il duomo non finito, lasciato esattamente come nel 1378, quando una terribile peste devastò la città della Lupa decimando il 70% della popolazione. Fu letto come un avvertimento celeste e i lavori si fermarono per sempre. Quanto alla Sagrada Familla, il folle progetto del più utopista e visionario degli architetti moderni, Antoni Gaudí, il tempio di Barcellona è metafora assoluta dell’incompiutezza, della totale impossibilità a raggiungere l’atto finale, un edificio destinato sempre a cambiare al punto che mai nessuno potrà dire di aver visto per due volte la stessa Sagrada Familia. Gaudì ci lavorò ossessivamente dal 1883 al 1926, ucciso da un tram che non aveva sentito arrivare, come al solito immerso nei suoi pensieri. Che dire allora dei capolavori mancati: forse l’altra Commedia umana di Balzac, che avrebbe dovuto arricchire e completarne la prima versione, o l’album perduto dei Velvet Underground, che nelle intenzioni di Lou Reed e John Cale (già separati in casa, senza Nico e con Andy Warhol ormai defilatosi) avrebbe superato addirittura il folgorante debutto del disco “della banana”. Magari la sfida ai limiti della scrittura, divenuta ormai una priorità per Georges Perec: dopo aver pubblicato La scomparsa, un intero romanzo senza la lettera e, e il successivo Le ripetizioni con la e unica vocale, negli ultimi mesi della sua breve vita Perec lavora a 53 giorni, ispirandosi al numero-feticcio di Stendhal, un giorno in più del tempo che ci mise a scrivere La Certosa di Parma. Oppure il capolavoro effettivamente incompiuto di Giacomo Puccini, la Turandot composta in una corsa contro il tempo - Puccini era infatti gravemente malato e sapeva che non ce l’avrebbe fatta - affidata come in un testamento all’amico Arturo Toscanini, il 4 novembre 1924 salutandolo alla Stazione di Milano e aggiungendo in fondo: «Se mi succede qualcosa, le affido la mia Turandot». Michelangelo aveva un carattere difficile pari al suo talento, mal sopportava le esigenze dei committenti qualora fosse convinto, cioè sempre, di essere nel giusto, soprattutto si considerava scultore e non pittore, quindi mal digerì il lavoro al Giudizio della Sistina. La Miller racconta la tormentata genesi degli “Schiavi” in marmo, concepiti per il monumento funebre di Giulio II, interrotti, ripresi, disconosciuti, anche se per Michelangelo sarebbero stati loro la sua grande opera. Ciò che ne resta rivela, come l’incompiuta Pietà Rondanini, un’incredibile tensione a superare l’ideale classico della scultura, per aprirsi a una modernità devastante e troppo avanti rispetto ai tempi. Chi, in conclusione, sul non finito costruì il proprio stile, fu il pittore inglese William Turner, di formazione accademica e tradizionale, letteralmente “folgorato” da un’idea che gli Impressionisti svilupparono diversi decenni dopo. La pittura non sarebbe mai più stata questione di rappresentazione ma di luce e di approccio psicologico dello spettatore. Solo chi guarda può decidere se il quadro è finito, la realtà è ormai diluita in dettagli e frammenti. Basti visitare le sale turneriane della Tate Modern per capire davvero che l’arte contemporanea comincia qui. (Luca Beatrice)
«Il Giornale di Vicenza»
06-08-2009
Perfectum e impefectum. Azione compiuta e azione colta nel suo svolgimento, nella sua ipnotica, enigmatica durata. Il segno è agile, fendente, impegnato a scandagliare le molte vie di una creatività che nell’apparente incompiutezza dispiega le sue ali splendenti ed eterne. Undici storie di artisti e di grandi opere rimaste in standby. A ripercorrerle è Isabelle Miller, narratrice e semiologa francese, in un libro che spazia dalla letteratura al cinema, dalla musica alla pittura, dalla scultura all’architettura, in un vortice di storie, artisti e intuizioni creative che hanno solcato il tempo avvolte nella magia di percorsi affascinanti, ma interrotti, incendiati da tensioni che sembrano innescare un meccanismo straordinariamente vivo e potente, capace di evidenziarne il dinamismo e la dirompente, misteriosa bellezza. Un viaggio nei chiaroscuri di un territorio denso di vibrazioni, trasparenze, tonalità ora dense e cremose, ora più sfilate e leggere. Un territorio in cui i nomi di Michelangelo, Turner, Truman Capote e Balzac s’incrociano con quelli della Cattedrale di Siena, della Sagrada Familia di Barcellona, ma anche di Jean Renoir, Puccini, Marilyn Monroe, fino all’enigmatico romanzo "53 giorni" di Georges Perec. Una spirale incandescente, in perenne evoluzione, che lascia trasparire nello squarcio, nell’abbozzo, nella ferita, nel ponteggio, nella mano appena accennata o nello sguardo ancora velato le infinite possibilità di una compiutezza aperta a mille ipotesi e perciò stesso incredibilmente camaleontica e vitale. E quando l’apollineo di una forma perfettamente compiuta si scontra con il dionisiaco di una creazione in scintillante divenire, dalle evoluzioni del gioco letterario possono scaturire cortocircuiti crepitanti e imprevedibili, in grado di condurre il lettore nei meandri di una narrazione tanto appassionante quanto immaginifica. Fra i tanti percorsi, quello che l’autrice francese compie intorno all’attività di William Turner, il pittore più visionario dell’Ottocento romantico, è certo uno dei più suggestivi e complessi. I cinque viaggi che l’artista inglese fece in Italia tra il 1802 e il 1840 rivoluzionarono la sua pittura spingendola verso gli affascinanti territori dell’astrazione. Rappresentando la realtà come pura emozione visiva intrisa di luce, Turner anticipava la rivoluzione cromatica dell’impressionismo spalancando le porte alla modernità. Lo stile di Turner, scrive la Miller, era spesso sconcertante anche per i suoi stessi ammiratori, che non sapevano bene dove finisse il lavoro e dove cominciassero le rifiniture. Per questo era stato contestato fin dagli inizi della sua carriera. Imprecisione del paesaggio, eccessiva attenzione all’atmosfera, mancanza di realismo, debole rappresentazione della natura: tutti rimproveri che andavano nella stessa direzione, ma dei quali il pittore inglese non tenne alcun conto. «Il fatto è – spiega l’autrice – che gli artisti a lui contemporanei coltivavano la precisione del disegno e non era facile per il pubblico vittoriano interpretare le allegorie, i soggetti cupi, latavolozza luminosa, lo stile evanescente con cui Turner sondava l’infinito e cercava di esprimere l’inesprimibile della natura umana e il caos dell’universo». In lui l’incompiutezza sembra essere un modus, un sistema per creare quella tensione verso l’inesprimibile che vibra dentro le cose illuminandole di una luce oscillante e ipnotica. Turner muore nel 1851. Un’esposizione del 1875 alla National Gallery offre l’ occasione di scoprire un folto numero di tele incompiute. A poco a poco l’ incompiutezza di Tuner non viene più percepita come un deficit, ma come un elemento prezioso, rivelatore sia della genesi dell’opera che della tecnica del maestro, un’esperienza visiva in grado di aprire a nuove prospettive. Il fascino del non finito, mete in dissolvenza, forme sbalzate, in controluce, cancellazioni, atelier in progress... un fare e un cercare che negli Schiavi di Michelangelo, emblema di tutte le sue opere incompiute, ha il profumo della vita, delle sue contraddizioni, della sua ruvida, ringhiosa bellezza, fatta di tentativi, errori, passioni, esitazioni, folgoranti visioni. Il tempo del fare e del cercare è qui tutto presente. Nessuna forma perfetta racchiude il magma della vita, che sembra invece colare ed esplodere da queste creature curve, spurie, tumefatte, scalpellate, frammentate. La bellezza batte qui con ali mefistofeliche e segrete, ancor più forte e lancinante di qualsiasi apollinea, ieratica perfezione. In questo senso "53 giorni" di George Perec, romanzo dell’incompiutezza tout-court, si offre all’attenzione del lettore per la sua anima volutamente fluttuante e possibilista. Spiega infatti lo stesso Perec: «Non potrò mai afferrare precisamente l’immagine che mi faccio della letteratura: essa è infatti per me un al di là della scrittura, un ‘perché’ scrivo a cui non posso rispondere che scrivendo, differendo senza sosta l’istante stesso in cui, smettendo di scrivere, quest’ immagine diverrebbe visibile, come un puzzle inesorabilmente terminato. La poetica e la compiutezza del non finito sta tutta in queste parole, in questa tensione verso un altrove che ne richiama continuamente un altro e un altro ancora. Come accade per la Turandot di Puccini, dove l’incompiutezza si offre come porta aperta a tutte le compiutezze. Fermarsi dove si è fermato Puccini, o scegliere una delle tante versioni che hanno cercato di portare a conclusione l’opera? Molti i finali a disposizione: quello di Alfano, di Berio, di Janet Manguire, di Steven Mercurio... Eppure la sensazione è che quella porta aperta, quel finale mancato, generi uno splendido cortocircuito, in grado di avvolgere l’intera opera in una dimensione straordinariamente suggestiva e potente. Una potenza che nella Sagrada Familia di Barcellona assume le forme di un apocalittico cantiere a cielo aperto. Opera incompiuta per eccellenza, la prima pietra venne posata il 19 marzo 1882, giorno di San Giuseppe. Gaudí aveva 31 anni quando assunse la direzione dei lavori della nuova cattedrale e subito si rese conto che la sua costruzione non era calcolabile sulla scala del tempo della vita umana. «Ci vorrà molto – disse – per finire la Sagrada Familia. Come è avvenuto per tutte le grandi opere. Non c’ è da lamentarsi se non potrò finire il tempio. Invecchierà e spetterà ad altri riprendere questo progetto». Osserva la Miller: «L’incompiutezza non faceva paura ad Antoni Gaudí. Progettare un’impresa da compiere in molte generazioni – estrema modestia o estremo orgoglio – equivaleva a dichiararne subito la dimensione». Scrive ancora la Miller: «Si dice che, una volta terminato, sarà l’edificio religioso più alto del mondo, che potrà accogliere 14.000 visitatori e che il canto di 1500 coristi non riuscirà a riempire lo spazio delle sue volte. La folla potrà leggervi il Vangelo direttamente sulle pareti e sulle vetrate. Le cinque navate, con le colonne ramificate come alberi e le volte stellate, saranno come radure attraversate dalla luce...». Un racconto che ha il sapore di una leggenda, forse perché l’infinito sembra aver preso dimora in questo regno felicemente incompiuto da cui traluce un pezzetto d’ eternità. (Maurizia Veladiano)
«L'Unità»
06-08-2009
Quante volte vi sarà capitato di lasciare qualcosa di non concluso. Dopo di che o vi macerate nel rammarico o non ci pensate più. Dylan Dog, l’indagatore a fumetti di incubi goticheggianti e contemporanei, è un maestro nel genere: lavora da sempre al montaggio di un modellino di galeone che sa non completerà mai. Una forma di esorcismo della morte o incapacità di finire? Un rovello simile di solito tormenta quasi tutti, nella vita, e si trascina una gran varietà di sentimenti. Eppure qualcosa di non completato può essere perfino un capolavoro. A patto di essere un artista capace di generare capi d’opera, beninteso. Come racconta, talvolta in modo un po’ erratico, la scrittrice e saggista francesce Isabelle Miller in Capolavori incompiuti, e con un sottotitolo che sintetizza la faccenda: «il gusto dell’imperfetto». Questo gusto, così vicino alla nostra epoca di vite frammentarie, questa sapienza che sfida i canoni delle perfette statue canoviane, Isabelle Miller lo ritrova in vari maestri di varie arti: Michelangelo per primo (giustamente), il regista cinematografico e nipote del pittore impressionista Jean Renoir, un «album perduto» dei Velvet Underground e altre eterogenee figure. In apparenza è una semplice scorrazzata, in realtà sottintende che il culto dell’opera perfetta a volte è un culto formale mentre una scultura, un frammento poetico, una musica mai portati a termine se da un lato lasciano con la voglia di vedere come sarebbe andata a finire, dall’altro tante volte corrispondono meglio a quell’incompiutezza che a volte ritroviamo pensando ad amori o affetti del passato in cui qualcosa rimasto a metà non è più ricomponibile. Non a caso, ricorda l’autrice, il pittore Turner con i suoi acquerelli che lasciano il più nel vago sono così amati anche dai non addetti ai lavori. Isabelle Miller racconta, più che analizzare. Citando la sinfonia n. 8 detta «Incompiuta» di Schubert, la Lulu di Berg, L’uomo senza qualità di Musil nell’epilogo, ignorando le riprese mai terminate del Don Chisciotte di Orson Welles, sul nastro di partenza colloca un campione del non finito: Michelangelo, artista che, a partire dalla Pietà Rondanini, lasciò molte sculture senza il tocco finale. Il tormento non lo abbandonò per il mai completato – per colpa dei mutamenti della committenza papalina – monumento funebre per papa Giulio II, del quale però restano a Firenze e Parigi alcune tra le sue opere più vibranti: i Prigioni o Schiavi, corpi d’uomini che sembrano divincolarsi nella pietra contro la tirannia della materia e del potere in cerca disperata di libertà spirituale e fisica. L’abisso del disastro. Leggendo i Capolavori incompiuti è inevitabile confrontarsi con l’abisso su cui siamo sempre affacciati: l’ultimo film con Marilyn Monroe, Something’s Gotta Give, ebbe il primo ciak il 4 aprile 1962, dopo mesi complicati di stop and go fu interrotto perché il 4 agosto l’attrice morì. La commedia, riflette l’autrice, «fu una catastrofe: sesso, soldi, potere, sonniferi, la storia di un film in disintegrazione, il dissolversi di una vita». Dà il senso dello sfacelo o del suicidio creativo Truman Capote, lo scrittore imprigionato dal successo di A sangue freddo che recitava a voce capitoli di un nuovo libro, Preghiere esaudite, lo annunciò, e non lo scrisse. Naturalmente spesso è la morte a stroncare l’impulso creativo. Ci sarebbe da rassegnarsi, se noi occidentali accettassimo i tasselli vuoti. Forse li temiamo. Di conseguenza per un Puccini che non finì la Turandot causa decesso, l’editore Ricordi la fece completare ad Alfano, la cui lunga «coda» retorica segue ma anche tradisce la modernità musicale dell’opera al punto che Toscanini, nel 1926, lasciò il podio laddove era arrivata la penna del compositore. E ora, bruciante questione: l’architetto Gaudí fu travolto da un tram e non poté completare la chiesa della Sagrada Familia a Barcellona. Con quel reticolo di pinnacoli nel vuoto è unica e meravigliosa. Ora la stanno integrando. E giusto? Non è discutibile? Perché la domanda è: vorreste voi che altri concludessero che avete lasciato a mezzo? (Stefano Milani)
«Tuttolibri La Stampa»
05-07-2009
«II 19 marzo 1882, giorno di San Giuseppe, una gran folla assiste a Barcellona alla posa della prima pietra di una nuova cattedrale, la Sagrada Familia. Prudentemente, nessuno ipotizza una «data consegna lavori». Oggi, l’obiettivo è di terminarli per il 2025, primo centenario della morte di Antoni Gaudí, l’architetto che nell’immaginare quell’impresa aveva voluto sfidare l’idea stessa di un limite. Se la scadenza verrà rispettata, forte sarà soprattutto la delusione; nelle sue dimensioni smisurate, nel suo essere concepita come un monumento in divenire al quale continuare ad aggiungere sempre nuovi segmenti, il fascino di questa Familia risiede nel proporsi come una Torre di Babele del nostro tempo e nel tendere, nell’insieme come nel dettaglio, all’infinito. Nel suo non volersi compiere.
Con quanto dolore, i cittadini di Siena, centocinquant’anni dopo l’inizio dei lavori, «sotterrano l’ultima speranza del Grande Duomo» e iniziano a demolire, murare, ricoprire i volumi di quel progetto nato per «rimpicciolire» al confronto tutte le altre chiese toscane, fiorentine soprattutto, nella persuasione che tutto possa diventare realizzabile quando si voglia esaltare l’orgoglio, il potere di una città. Ma a metà Trecento sarà la peste, che stermina anche i senesi e li affama, a porre fine a quella troppo umana vanità.
«Raccontare storie di opere incompiute è mettere in luce la vita dell’opera: cosa c’è di più incompiuto della vita?», scrive Isabelle Miller nel prologo al suo nuovo libro Capolavori incompiuti, dedicato al rapporto tra perfectum e imperfectum. E ha in mente Marilyn Monroe, i suoi ultimi giorni, il suo ultimo marito, Arthur Miller, che anni dopo scrivendo la commedia Finire un film farà rivivere il dramma del set de Gli spostati, l’ultimo film della Monroe, girato nella costante minaccia di incompiutezza, nel faticosissimo incontro tra sceneggiatura e biografie, le seconde più sbandate e incompiute della prima.
Diceva Jorge Luis Borges che «soltanto la fretta degli editori obbliga gli scrittori a finire un libro». Lui ne ha finiti parecchi, ma i labirinti narrativi di cui era innamorato sono un’immagine esemplare del fascino della non-compiutezza. Un’idea che può continuare a estendersi, a svilupparsi generando altre traiettorie, una «spira mirabilis» il cui fascino primo non risiede nell’esito, ma nel meccanismo che la genera e riproduce, in una tensione che non vuole esaurirsi. Come accade durante le prove a teatro, all’ opera, lungo le riprese di un film, quando le scelte possibili appaiono molte, prima di dover decidere per una sola strada ed escludere tutte le altre. «Non posso concepire che abbia mai voluto portarli al grado di finito al quale portava altre sue opere. Anche qui il contrasto è lo stesso: contrasto tra due contrari, come il ruvido e il liscio, l’antico e il nuovo, lo spirituale e il corporeo», ha scrittolo scultore Henry Moore a proposito degli Schiavi di Michelangelo. Perché concludere, se la forma finale non libera, piuttosto imprigiona l’idea in uno spazio racchiuso che esclude l’intuizione dell’infinito possibile e sconosciuto? E’ anche questa tensione ad immaginare quanto sta oltre che spinge Lucio Fontana a tagliare le sue tele bianche, eliminando la parete di fondo, il confine fisico di un quadro?
Nei casi narrati dalla Miller non appare l’Incompiuta di Franz Schubert: i due soli movimenti di questa Sinfonia rappresentano una evidente rottura formale rispetto ai canoni dell’epoca ed esprimono compiutamente l’individualità dell’autore. La sua ansia narrativa insegue una felicità che sempre sfugge e può dilatarsi in territori sconfinati o racchiudersi in concisi segmenti. Scrivendo l’Incompiuta, quello che aveva da dire lo ha detto in due tempi soltanto rispetto ai quattro canonici di una sinfonia di allora. I suoi contemporanei non avrebbero apprezzato, oggi l’opera è quasi un emblema della sua alterità. L’Arte della Fuga di Bach bruscamente si arresta su un accordo che non può essere l’ultimo: scelta imposta dalla malattia e dalla morte, oppure voluta dall’autore, quasi sfidando i posteri a proseguire l’opera immensa e formalmente, anche lei, tendente all’infinito? Turandot, invece, obbliga ogni volta a scegliere: fermarsi dove si è fermato Puccini, o proseguire e finire, in una delle tante versioni oggi disponibili, tutte comunque deboli, perché il compositore ha dovuto arrendersi di fronte al dilemma fondamentale: come possono Turandot e Calaf amarsi un istante dopo che Liù, la piccola schiava, si è uccisa per amore di quel Principe-padrone che non potrà mai corrisponderla? Puccini si arresta alle colonne d’Ercole della sua cultura, della sua teatralità e nulla come questa finenon fine racconta di lui, aiuta a comprenderlo. A Milano, nel 1926, dopo la prova generale, Franco Alfano, il compositore al quale Toscanini ordinò di completare l’opera partendo dagli appunti pucciniani, chiese al direttore che cosa pensasse di quel finale: «Penso che se Puccini fosse qui mi darebbe due schiaffi». (Sandro Cappelletto)
«Linea»
16-10-2009
Nell’epoca della “catene”, speriamo, per ora, solo editoriali e librarie, si parla sempre poco delle piccole case editrici. Che, in realtà, rispetto alla qualità, non sono mai così “micro”… Come ad esempio quella fondata da Angelo Colla nel 2002: editore vicentino che ha già all’attivo un’opera collettiva di altissima caratura scientifica come Il Rinascimento italiano e l’Europa, in dodici volumi (finora sono usciti i primi cinque). Oltre ad affabulanti pubblicazioni nell’ambito delle scienze umane, dell’arte, della manualistica, della cultura locale e di recente della narrativa. Insomma una casa editrice capace di unire ed evocare universale e particolare: rigore e passione, se si vuole. Piccola, ma non nella qualità. E che aspira a diventare grande. Auguri sinceri. E solo un editore dotato di notevole fiuto poteva scovare e tradurre tempestivamente (l’edizione francese è del 2008) un libro al tempo stesso intrigante, opportuno e dotto come quello di François Walter, Catastrofi. Una storia culturale. L’autore è uno storico dell’Università di Ginevra, dalla cultura enciclopedica. Già noto in Italia per una ghiotta Storia dell’ambiente europeo, scritta con il medievista Robert Delort. Dunque, lo abbiamo definito un libro intrigante, opportuno e dotto. Dobbiamo, allora, spiegare perché. Intrigante, perché Catastrofi affronta un problema antico quanto l’uomo: quello, per metterla sul colto, della Teodicea. In parole povere del perché il male infierisce sugli uomini senza preavviso. E con il permesso di Dio, secondo alcuni. Senza, per altri. Opportuno, perché viviamo in un’ epoca dove si parla solo di “catastrofi”: naturali, ecologiche, economiche, sociali. E quindi giunge propizio un libro che spiega che tipo di storia culturale vi sia dietro il “catastrofismo”. Dotto perché François Walter, pur esponendo i fatti in modo avvincente, non rinuncia mai a fornire le cosiddette “pezze d’appoggio”. Il libro spicca per una ricchezza di autori trattati e di riferimenti bibliografici (accuratissimi), che lascia veramente a bocca aperta. Senza mai però intimidire il lettore. Con scioltezza: con la semplicità del grande storico. Ma veniamo alla tesi del libro. Walter ricostruisce la storia del concetto di catastrofe dal XVI secolo ai giorni nostri, nelle sue ramificazioni sociali e culturali: da Calvino e Francesco di Sales fino ad Al Gore. Semplificando, il percorso storico è il seguente: al paradigma provvidenzialistico della catastrofe (teologico), predominante fino alla metà del XVIII secolo, si è prima sostituito quello naturalistico (scientifico): in termini di controllo, non più divino, ma umano, degli eventi naturali. Durato, grosso modo, fino al Primo Grande Macello del 1914. Dopodiché - e soprattutto all’indomani del Secondo Grande Macello, culminato con la Shoah, Hiroshima e Nagasaki - si è fatta avanti la tesi dell’imperscrutabilità della catastrofe, in un mondo ormai abbandonato da Dio. E dove l’uomo finisce per assumere il ruolo del portatore sano del “male catastrofe”. Di qui però lo sviluppo, dagli anni Settanta del Novecento in poi, di una società dei rischio, se non controllato, almeno “controllabile” e riducibile grazie alla mano visibile della politica. Ricapitolando: dalla passività teologica, si è passati all’attivismo progressista della scienza, per poi accettare un prudente interventismo, che non scomoda né Teologia, né Scienza, ma sovraccarica di decisioni la Politica, come del resto è sotto gli occhi di tutti. Interessanti, a questo proposito, le riflessioni di Walter sulla “società del rischio”. Società che, come rileva, «non assomiglia più allo Stato previdenziale, pazientemente costruito dalle generazioni del XX secolo: non spetta più infatti alla società preservare i cittadini, ma ciascun individuo è tenuto singolarmente ad accettare i rischi probabili, badando a non lasciarsi travolgere dal processo di “vulnerabilizzazione” che, a colpi di flessibilità nel mondo del, lavoro tocca una porzione non trascurabile degli abitanti della maggior parte dei Paesi europei. La vulnerabilità e la precarietà si sono così sostituite all’impoverimento. L’unica certezza è quella di una minaccia costante, spia di un nuovo rapporto con il mondo, donde il favore di cui gode il principio di precauzione diventato… la vulgata dei poteri decisionali ». E dunque della politica. In questo senso, l’idea di una minaccia costante in realtà potrebbe servire solo a rafforzare il potere esistente. Ci si serve - e qui andiamo oltre le tesi di Walter - della possibilità del disordine (il rischio della catastrofe naturale, sociale, economica) per imporre l’ordine assoluto. La teorizzazione e la pervasività del rischio a ogni livello andrebbero a rafforzare l’apparentemente invisibile ma altrettanto soffocante, Leviatano post-moderno: basato su una sorta di individualismo funzionale al potere. Se non da assistere, almeno da rassicurare, come si fa con i bambini in preda agli incubi notturni. Fatto che non depone sicuramente in favore di una società matura e libera. Ecco, il libro di Walter favorisce anche una riflessione “metapolitica” di questo genere. Altro buon motivo per leggerlo. (Carlo Gambescia)
«Almanacco della Scienza»
08-10-2009
La cronaca più recente ha reso le catastrofi protagoniste: basti pensare allo tsunami delle Samoa, al terremoto dell’isola di Sumatra o, senza andare molto lontano, alla frana che ha colpito Messina negli ultimi giorni. Il termine ‘catastrofe’ ha in sé una connotazione spaventosa che ci pone di fronte un’immagine di equilibrio sovvertito. Morte e rinascita in cui, forse, più dello sgomento del dopo, è il timore di quanto e quando potrebbe accadere che ci terrorizza. Il modo di affrontare le calamità naturali non è così scontato come potrebbe sembrare: nel riconoscere la propria fragilità, l'uomo è influenzato dal simbolismo culturale che impregna la società di appartenenza. Ed è a quest’aspetto che François Walter dedica il libro ‘Catastrofi’.
Analizzando le sventure più funeste dal 1500 al 2007, Walter prende in esame rappresentazioni artistiche, testi e autori per fotografare l’atteggiamento nei diversi periodi nei confronti di fatalità senza tempo. Si evidenzia l’influenza della religione nelle società antiche, che vivevano i flagelli come punizioni divine, che seguivano spesso segnali ritenuti premonitori. Atteggiamento opposto a quello delle società moderne, in cui il miglioramento tecnico ha dato agli individui un maggior senso di ottimismo e fiducia, grazie anche al progresso scientifico. Tuttavia, la posizione attuale, ci fa perdere spesso di vista la fallacia delle previsioni umane.
A ridimensionarci pensa la catastrofe, che contribuisce “a riaffermare un certo ordine sociale e morale, a richiamare i valori essenziali del destino fragile ed effimero dell’umanità”. (Giorgia Martino)
«Il Venerdì di Repubblica»
18-06-2009
Quella per le catastrofi non è una fascinazione tipicamente contemporanea. Non è l’ennesimo frutto velenoso delle società spettacolarizzate, dell’allarmismo scientifico, dello sciacallaggio informativo, del cospirazionismo diffuso, della megalomania holliwodiana o dei neomillenarismi eco-new age. Già «dal Seicento le catastrofi cominciano a essere viste come un vero e proprio spettacolo. Certo, non di massa: d’élite. Ma con ripercussioni in quasi tutti i "media" dell’epoca: teatro, pittura, musica, addirittura giardinaggio, con vulcani artificiali allestiti nelle ville» ricorda Francois Walter, professore all’università di Ginevra e autore di Catastrofi, preziosa storia culturale dei disastri – dai millenarismi arcaici alle nuove paure globali. Il catastrofismo è una passione dal cuore antico […] ma nell’era mondializzata acquista caratteristiche inedite. Il disastro diventa business. E politica. Business non solo attraverso la mercificazione delle immagini (mediatiche, cinematografiche, letterarie) che ci raccontano l’orrore e il caos. Non solo mediante quella che – in un libro interessante quanto discusso Naomi Klein ha chiamato Shock Economy, cioè l’impresa ultraliberista di mettere a profitto crisi politico-finanziarie e cataclismi naturali (dallo tsunami asiatico all’uragano Katrina) facendo passare privatizzazioni, deregulation e tagli sociali. «Ma anche perché, come sul versante umanitario, esiste ormai una vasta classe di esperti e una rete di organizzazioni che vivono di catastrofi, o quantomeno di allarmi», rammenta François Walter. «Si pensi al dibattito su cambiamenti climatici: se gli scienziati smorzassero i toni, riducendo le soglie di rischio, abbassando i livelli di allerta, otterrebbero gli stessi finanziamenti che l’emergenza garantisce?». Emergenze ambientali, umanitarie, sanitarie, alimentari, securitarie... nella psicologia delle nuove paure globali finiscono per assomigliarsi tutte. Che si vada in giro con la mascherina antismog, l’ansiolitico in tasca, lo spray antiaggressioni in borsetta, il molossoide killer al guinzaglio, il telecomando della tecnoinferriata agganciato al portachiavi, l’apprensione diviene routine, la minaccia si naturalizza, si incorpora nella quotidianità riconfigurando silenziosamente comportamenti, scelte elettorali, socialità, consumi. E così, sull’economia della paura possono innestarsi nuove politiche emergenziali a basso voltaggio. Che «democraticamente» alimentano il consenso contraendo le libertà e intensificando il controllo; regolarizzando uno stato di eccezione permanente e soft, dove i pericoli si chiamano, a seconda: rumeni, albanesi, jihadisti, hooligans, carne bovina, pollame, stupri, pitbull, centri sociali, Aids, traffico, ondata di caldo, ondata di freddo... «È una costante storica che a catastrofi e grandi minacce abbia corrisposto una riorganizzazione strategica dei poteri, una razionalizzazione nel senso di un irrigidimento delle norme, di un accresciuto controllo sociale, di un più generale rafforzamento delle autorità: Stato, élites, Chiesa...» sostiene Walter. […]
Ma nell’epoca dell’allarme sistematico, legittimità e consenso dell’autorità (politica, scientifica, mediatica) si giocano sulle capacità di prevenzione reazione in tempi sempre più brevi. Scattanti: «Per essere credibile, l’informazione dev’essere veloce nella copertura: la macchina mediatica si mobilita con immagini e commenti ancor prima di sapere quali siano la natura e l’entità della minaccia. È un automatismo. I responsabili politici e gli esperti sono chiamati alla stessa prontezza di riflessi. L’imperativo è non minimizzare, mai». A conti fatti, meglio sovravvalutare che sottostimare. «Gli esiti di quest’ingranaggio li abbiamo visti: il pericolo Sars è stato ingigantito, la crisi Mucca pazza non ne parliamo, con premi Nobel giù a prevedere centinaia di migliaia di morti che non ci sono stati. Mentre davanti, all’ultimo allarme "influenza suina"ha prevalso, fortunatamente, una certa misura», dice Walter. D’altronde nella cacofonia delle diagnosi emergenziali, dove agli specialisti, nuovi guru del millenarismo secolarizzato, senti dire tutto e il contrario, si sfarina di nuovo il mito illuministico-positivista della neutralità della scienza, i fatti spariscono nella ridda delle interpretazioni: «Quella scientifica è una lettura della realtà fra le altre. Gli esperti non amano venir relativizzati. Di fatto però lo sono. II discorso scientifico è condizionato da compatibilità politiche, interessi economici, esposizione mediatica». In tempi di apocalissi prét-àporter, ci siamo poi dimenticati della Bomba. Spenta la guerra fredda, l’atomica è diventata una sorta di giocattolone vintage. Quel Good old danger, quel «caro vecchio pericolo», come ironicamente la definito studioso tedesco Gunther Anders, che sul trauma dell’annientamento nucleare costruì una filosofia. Nota François Walter: «Gli arsenali esistono ancora. Più potenti che mai. Però la percezione comune del rischio atomico è mutata. La bomba non è più qualcosa che abbiamo fatto noi. Ma opera di Stati canaglia: Iran, Corea del Nord. L’ordigno nucleare è roba da terroristi. L’Occidente ha esternalizzato il Male. Lo ha delocalizzato: la catastrofe è un complotto del nemico». Le neopaure viaggiano alla velocità degli scambi economico-finanziari, delle migrazioni umane, dei flussi informatici, delle innovazioni tecnologiche. Basta vedere la quantità di allarmismi, catastrofismi, complottismi, millenarismi che ribollono su Internet per rafforzarsi nel sospetto che l’ansia contemporanea sia una specie di interfaccia della tecnologia che vorrebbe dominarla. Sarà un caso, ma gli psicoterapeuti specializzati in quella sindrome sempre più diffusa chiamata «attacco di panico», ti spiegano che tra i soggetti più esposti ci sono proprio quelli sicuri di sé, autocontrollati, ma governati dall’ansia da prestazione, dal terrore della vulnerabilità. La paura che li assale è fisiologicamente, chimicamente vera. Però «parainode». Perché un vero pericolo non c’è […]. (Marco Cicala)
«Avvenire»
15-05-2009
Perché Adamo, che impose il nome agli uccelli e agli animali terrestri, non l'impose anche ai pesci? Si domanda Sant'Agostino nella sua minuziosa analisi del racconto biblico sul Paradiso Terrestre. In effetti il testo della Genesi, preso alla lettera, presenta, a causa delle sue lacune, incongruenze e contraddizioni, molte insormontabili difficoltà, che hanno da sempre stimolato le più varie interpretazioni da parte di pensatori, teologi e artisti. Il libanese Milad Doueihi, storico della cultura religiosa occidentale, ha raccolto in questo volume una folta e curiosa rappresentanza dei commenti suscitati nelle varie epoche da quella che potremmo definire «la scena primaria» delle nostre origini. Da Sant'Agostino a Nietzsche, passando per Fénélon, Pascal, Spinoza, Bayle, Leibnitz, Kant, l'esposizione di Doueihi non tralascia nessuno dei nomi celebri che hanno cercato di risolvere «le difficoltà adamitiche», ma pesca anche opere poco note e perfino stravaganti, soprattutto di autori francesi, ai quali lo avvicina la sua formazione culturale. Nel Rinascimento la riscoperta dei classici condusse a diversi tentativi di conciliare la Bibbia con la mitologia greca: ad esempio Rabelais, nella sua epopea Gargantua et Pantagruel, raccontando che i giganti che si ribellarono a Zeus erano per metà serpenti e si chiamavano Anduglie, aggiunge: «E il serpente tentatore di Eva era andugliesco». Sempre nel XVI secolo, il filosofo Leone Ebreo identifica Adamo con l'androgino platonico, diviso da Dio nei due sessi: «Perciò è scritto maschio e femmina li creò». La controversa sessualità di Adamo ha dato origine a quella che Doueihi chiama «la grande utopia androgina», punto di partenza per le ipotesi più fantasiose, come quella che troviamo nell'autobiografia della quietista belga Antoinette Bourignon, che a metà del XVII secolo descriveva una sua visione di Adamo che «aveva un corpo più trasparente del cristallo ... e nel ventre aveva un vaso in cui nascevano delle piccole uova». Prima che Dio gli traesse Eva dal fianco, Adamo fece in tempo a generare, secondo la Bourignon, «un uomo scelto da Dio per essere lo strumento attraverso il quale voleva comunicare eternamente con gli uomini: si tratta di Gesù Cristo, Dio e uomo insieme». All'incirca nello stesso periodo, Cyrano de Bergerac scopre la vera sede del Paradiso terrestre: in L'altro mondo o gli imperi della Luna viene catapultato sulla luna e atterra proprio sull'albero della conoscenza, «con la faccia imbrattata da una mela che vi si era spiaccicata». A fargli da guida, il profeta Elia, che gli rivela che fine ha fatto il serpente: «Dio per castigo lo chiuse nel corpo dell'uomo: voi gli date il nome di budella, ma sappiate che sono serpenti ripiegati in numerose spire e insaziabili». Le intemperanze visionarie degli artisti a proposito del Paradiso terrestre vengono stigmatizzate nell'epoca dei Lumi, in cui anche i testi sacri vengono sottoposti al vaglio della ragione. Al termine della sua affascinante passeggiata, Doueihi osserva: «Il Paradiso terrestre, come lo abbiamo scoperto, segnala nostra "identità" legandoci a una tradizione e alle nostre lotte con e per questa tradizione». (Daniela Pizzagalli)
«Il Secolo XIX»
12-05-2009
«Da Un sorriso nasce sempre un altro sorriso». Questo pensiero di Ippocrate, stampato sulla copertina di Il sorriso. Sorrisi di dei, sorrisi di uomini, suggerisce la chiave di lettura "terapeutica" che ha mosso Christian de Bartillat, uno dei grandi vecchi della cultura europea, editore e amico dei più significativi intellettuali del Novecento, a compilare una galleria dei suoi sorrisi preferiti, nell'arte e nella letteratura. «Vorrei giovare alla salute dei lettori» dice l'autore «aiutandoli a recuperare l'immagine del sorriso e la sua pratica quotidiana, che rappresenta una sorta di grande richiamo a se stessi, perché rimette in sintonia con i moti dell'anima ed è l'antidoto alla paura: dunque più che mai fondamentale nel nostro mondo sprofondato nell'angoscia, i cui sorrisi sono quelli artificiosi, truccati, della spettacolarizzazione mediatica». Lo stimolante apparato iconografico del libro, che non pretende di essere esaustivo ma presenta un'affascinante carrellata nei secoli e nelle civiltà, indica nel VI secolo a.C. l'apparizione quasi simultanea del sorriso nell'arte della Cina, dell'India e della Grecia. «Il sorriso più antico e a mio parere più riuscito del mondo è quello di Lao Tse», spiega de Bartillat, «la fonte da cui scaturisce è il celebre testo dell'I Ching in cui si dice: «Crea in te il Vuoto sorridente», e appare fin dalle più antiche raffigurazioni di monaci taoisti, la cui espressione è una divertita consapevolezza del Tutto. Il sorriso del Buddha è invece una vetta, un Himalaya dell'anima. Nell'antica Grecia, il sorriso di Apollo si riflette nel "kouros" di Atene come una primavera dello Spirito: il dio del sole è riuscito a farlo penetrare nell'anima umana per riflettere il suo volto». Nella storia dell'arte si susseguono diverse "capitali del sorriso", come la Firenze rinascimentale, dove secondo Bartillat nasce "la scuola del sorriso", ma la palma passa a Parigi nel secolo del sorriso per eccellenza, il Settecento: «Nel XVIII secolo il sorriso diventa più terreno e mondano, più laico insomma. Il Settecento è il secolo della leggerezza, del piacere, segna l'apogeo ma anche il tramonto del sorriso nell'arte. Nell'Ottocento, infatti, l'Impressionismo più che sul sorriso umano si concentrerà sul sorriso delle cose. In epoca moderna il primato passa alla fotografia, e quasi scompare nella pittura, ad esempio Bacon disse: «Ho sempre sognato di dipingere il sorriso, ma non ci sono mai riuscito». Alla panoramica pittorica fa seguito quella letteraria: tanto ricca e diversificata da richiedere diverse categorie. Christian de Bartillat inizia con il "sorriso dall'alto", proprio degli dei, inaugurato da Omero ed elevato al massimo grado da Dante nel suo Paradiso, «il palazzo del sorriso e dell'estasi». Poi c'è il "sorriso di fronte", che è uno scambio faccia a faccia: fra questi, il sorriso "ancestrale" è quello della madre, descritto da Virgilio nelle Bucoliche: «Su, bambino/ intendi col sorridere/ chi è la tua mamma». Ci sono mille sfaccettature tra i tipi di sorrisi, esemplificati in poesia e in prosa: quelli "d'amore" («il sorriso disegnato dalle carezze» di Eluard), d'"amicizia" («Il sorriso d'amico e insieme di figlio» di Verlaine) o "conviviale" (Guy de Larigaudie: «Il sorriso è l'arte di dare senza dare»). Spaziando ancora oltre, al sorriso umano l'autore aggiunge quello della natura, attingendo a piene mani nella letteratura italiana, dal Tasso a D'Annunzio, da Leopardi a Carducci e al suo sole che «Rompendo tra i nuvoli bianchi e l'azzurro/ sorride e chiama: "O Primavera, vieni!"». Oltre che collezionista di sorrisi nell'arte e nella letteratura, Christian de Bartillat è raffinato cultore di sorrisi famosi, raccolti nella sua lunga vita nel mondo dell'editoria: per molti anni direttore di Fayard, poi presidente della Stock prima di diventare editore in proprio, ha intrattenuto rapporti di collaborazione e amicizia con i più grandi scrittori del Novecento, da Steinbeck a Krishnamurti, da Anais Nin a James Baldwin, da André Malraux a Han Suyin, a Henry Miller, con il quale ha scritto Conversazioni a Pacific Palisades. Tutti questi autori non sono stati avari di sorrisi con lui, e alcuni gli sono rimasti nel cuore. «Il primo sorriso che ricordo è quello di Saint-Exupéry, che conobbi da bambino, perché venne a trovare i miei genitori prima che scoppiasse la guerra. L'autore del Piccolo Principe sorridendomi disse: "Conserva i tuoi occhi". Ero molto legato alla coppia André e Clara Malraux: lei sorrideva sempre in anticipo, lui in ritardo. Henry Miller era un giovanotto ottantenne, come me oggi, quando lo incontrai a Pacific Palisades, era una cascata di sorrisi, metteva in moto in tutte le sfumature possibili i diversi muscoli deputati al sorriso, cioè il dilatatore, il risorio e il grande zigomatico. L'euroasiatica Han Suyin, autrice di Lamore è una cosa meravigliosa, m'incantava per il suo sorriso enigmatico, che appariva e scompariva di continuo, oscillando tra dolcezza e discrezione. Il sorriso orientale in effetti è il mio preferito: come Mallarmé, a me piace «sorridendo ... imitare il Cinese dal cuore puro e fine». (Daniela Pizzagalli)
«Il Venerdì di Repubblica»
17-04-2009
Parigi. Che avevano tanto da sorridere i misteriosi kouroi della Grecia arcaica? E i coniugi etruschi sul sarcofago di Villa Giulia? E l'Apollo di Veio? Perché - con i sorrisi dipinti da Watteau, Fragonard, Hogarth, Tiepolo - la civiltà piramidale, scettica e crepuscolare del Settecento fu l'ultima ad esprimere un'idea, tanto ingenua quanto radicale, quale quella di felicità? Come si spiega che oggi un volto imbronciato o studiatamente inespressivo tipo Kate Moss riesca più sexy di un sorriso alla Lauren Bacall o alla Eleonora Rossi Drago? Molte risposte le trovate in Il sorriso di Christian de Bartillat - studio lieve e profondo come il suo oggetto. Ricorda l'autore: «In un trattato dei 1921, l'anatomista Henri Rouvière scrive che "la gioia si manifesta a livello del volto attraverso un innalzamento generale degli orifizi trasversali". Il risorio (piccolo muscolo situato nella parte inferiore delle guance che presiede allo stiramento delle labbra e che, a quanto pare, è esclusivo dell'uomo) diviene il motore del riso, o meglio del sorriso, quando la sua azione si combina a quella orbicolare delle labbra. L'espressione della gioia e del riso dipende dal grande zigomatico che determina l'innalzamento della commessura labiale, un leggero sollevamento della regione dello zigomo, della palpebra inferiore e del naso, la comparsa di una piega al di sotto degli occhi e un lieve abbassamento delle sopracciglia». Monsieur de Bartillat sorride parecchio e con garbo antico. Viene da una famiglia dell'aristocratie champétre - aristocrazia campestre. Ha i capelli bianchi. Una vita nell'editoria e nei musei («Li ho visitati quasi tutti»). Abita accanto al Jardin du Luxembourg. «Qui morì il compositore Jules Massenet» ammonisce una targa sulla facciata. La casa mette soggezione. Lui evita. Propone un whisky come aperitivo. Racconta che l'idea del libro sul sorriso gli venne anni addietro discutendo con André Malraux. Ti parla di come sorridevano (oppure no) gli amici Henry Miller, John Steinbeck, Anaís Nin, Samuel Beckett, Salvador Dalí. Torna serio ricordando la «morte col sorriso» di una giovane figlia. Spiega: «Sorridere significa approvare intensamente la vita. Come un bebè. Che, certo, viene al mondo piangendo, ma poi, al contatto con la madre, distende il volto semicieco nella gioia». Continua, mostrando libri d'arte: «Il sorriso è una forma di autocontrollo filosofico sulle passioni e sulla caducità delle cose: l'esito di una società raffinata come quella settecentesca - così concentrata sull'importante futilità del piacere. Ma è anche acume del ghigno clownesco, popolare, vassallo, davanti alle illusioni della gloria e del potere». Il riso è una forma di dominio. Il sorriso uno strumento per schivarlo. Roba, tutto sommato, seria. «La gioia nasce dalla tenerezza, e non dal possesso». Perciò davanti alla bellezza non si ride. Si sorride. Arresi. «L'esistere del mondo è uno stupore infinito - esclama Antigone - ma nulla è più delluomo stupendo». Stanley Kubrick ci ha ricordato «che si può uccidere sorridendo». Gli illuministi dell'Encyclopédie che «non ogni gioia fa ridere» e «i grandi piaceri sono molto seri». Ma pure che sorriso significa «riso leggero generato da moti dell'anima delicati e tranquilli. Il sorriso di approvazione e di intesa è una delle maggiori attrattive dell'oggetto amato». E poi l'imprescindibile Gioconda. L'opera di Leonardo, dice de Bartillat, «rappresenta una sorta di dichiarazione del diritto a sorridere, e una sintesi di tutti i sorrisi. Il sorriso della bellezza che va e viene e alla fine svanisce. Leonardo scopre il sorriso, il cui enigma, sospeso fra spirito e materia, non verrà mai risolto». Gli antichi romani sorridono, ma meno dei greci. L'arte musulmana non sorride. Nemmeno la romanica. Quella gotica comincia a provarci. Il Buddha sorride quasi come Voltaire. Sorridono i monaci zen bastonando i discepoli tanto devoti quanto stolti. Nell'avvento della modernità industriale, sorridono anche le donne acconciate di Renoir, gli uomini con la paglietta chiaccherando brilli al Moulin de la Galette. Ma «l'ebbrezza che precede l'ubriacatura è tema ricorrente, nella pittura classica, fiamminga ed olandese. E, nel Simposio, Platone fissa lo scenario capace di combinare il piacere dei sensi a quello della conversazione intelligente. Il vino insegna il controllo del piacere attraverso la pratica del piacere. Il simposio è un pharmakon. Insieme veleno e rimedio, capace di sottomettere il bevitore o ai suoi istinti o al controllo di sé. Al piacere procurato dal buon cibo si può aggiunge quello più fine della cultura e del pensiero». Risus abundat. Invece il sorriso scarseggia. Almeno come immagine culturale. Basta sfogliare una rivista di moda o soffermarsi su una qualunque raffica di spot: l'appeal è sempre più di frequente abbinato a musi lunghi, corrucciati, stizziti, accusatori, solcati da rabbiosa inappetenza. A riprova del fatto che stile e consumi sono sempre meno un piacere e sempre più una liturgia lugubri, nevrotiche, autopunitive. Sorrisi come quelli di Marilyn o Ava Gardner esprimevano pienezza. Proiezioni sessual-oniriche incarnavano una promessa di felicità. I musi lunghi fotografano una mancanza. E la deficienza di desiderio, oggi, veicola il desiderio, fabbrica sex symbol. Dice Christian de Bartillat: «Il cinema ha portato il sorriso alla sua massima espansione ma, con l'affermarsi dell'industria divistica e dello star system, l'ha anche congelato, stereotipato, inaridito». Nel suo rigido funzionalismo la modernità finisce per bandire la leggiadria come ornamentalismo ingenuo e kitsch. E restano solo bellezze incazzate. (Marco Cicala)
«L'espresso»
02-04-2009
Non troviamo ragioni, nel senso forte di argomenti razionali, per discutere e raccomandare un libro come Il sorriso di Christian de Bartillat (professore di filosofia in una università parigina) che è ora puhhlicato in italiano dall'editore Angelo Colla. Non sapremmo dire perché ci sembra un'opera significativa e importante. Il fatto è che e una specie di storia e fenomenologia del sorriso: e come il tema di cui si occupa, sembra esso stesso sospeso in una specie di mezza luce. Si potrebbe persino intitolarlo, facendo il verso a Marcuse, "Sorriso e civiltà". Ridono, spesso anche sgangheratamente, le colture violente. Ma sorridere è espressione di una umanità raffinata, che manifesta in modi indiretti, allusivi e in definitiva più gentili i propri stati d'animo. Non per niente oggi, osserva l'autore all'inizio del lavoro, il sorriso vive una sorta di declino, stretto com'è tra il prevalere di angosce e paure profonde e manifestazione stereotipata di una soddisfazione che è troppo spesso solo pubblicità. Lo studio di un fenomeno così delicato e sfuggente parte da riferimenti molto concreti, materiali: come lo scritto di Darwin sull'espressione dei sentimenti nell'uomo e negli animali (più avanti, la bellissima pagina sul "sorriso" del cane e del gatto), e come vari trattati di anatomia umana. Ma il libro è poi una lunga e piacevole cavalcata storico-critica, condotta con mano leggera e una narrazione per nulla accademica, attraverso teologia, filosofia, storia dell'arte e poesia di tutti i secoli e della cultura non solo occidentale (il Tao, il buddismo zen...). Non aiuta a prendere posizione in qualche dibattito, né a risolvere problemi. È pittosto un delicato promemoria circa un tratto essenziale, e proprio per questo aereo e sfuggente, della nostra residua umanità. (Gianni Vattimo)
«Famiglia Cristiana»
15-03-2009
Merce rara, di questi tempi. Anzi, scomparsa del tutto. Perché nel gran bazar che quotidianamente ci assedia – tra cataste di "crisi", "recessione", "declino" e "profondo rosso" –, del sorriso non c'è proprio traccia. Esaurito. Agli innumerevoli orfani di quello che è stato definito "lo specchio del cielo sulla terra", e da sempre rappresenta una grazia per i mortali, lo storico francese (nonché editore e amico di celebri scrittori e intellettuali, da Steinbeck a Malraux, a Miller) Christian de Bartillat dedica un saggio di emozionante attualità, anche se – confida lui nell'introduzione – concepito 45 anni fa: Il sorriso. Non è un'antologia, né un repertorio delle svariate forme che assume l'espressione fisica della gioia sul volto: piuttosto, come suggerisce il sottotitolo "Sorrisi di dèi, sorrisi di uomini", una trascinante galoppata sui sentieri della mitologia e della religione, dell'arte, della natura e della geografia. Da questo libro, raffinato nei contenuti, ma di scorrevole lettura, prendiamo spunto per un viaggio altrettanto intrigante ma più "familiare", alla ricerca del sorriso perduto; a guidarci è la professoressa Silvia Vegetti Finzi, apprezzata psicologa, scrittrice e docente universitaria, che all'argomento dedica da sempre tempo e passione. «Penso, in campo artistico, ai tanti sorrisi delle Annunciazioni, così pieni di significati: della fiducia e dell'obbedienza, della paura e dell'abbandono a una volontà superiore. Espressioni altissime, impensabili in un'epoca esibizionista come l'attuale, in cui il riso spesso prende il posto del sorriso, ma è tutt'altra cosa dalla risata cristallina che ristora corpo e spirito. Si tratta, banalmente, dell'apertura meccanica di bocche rifatte, artificiosa carrellata a tutti denti che trasforma i volti in maschere da clown. Capiamo che la persona sta sorridendo, ma non ne vediamo le intime motivazioni, perché manca la comunicazione affettiva. Sono sorrisi "segnaletica", retorici e insinceri».
Evitando la trappola della nostalgia (ah, i sorrisi di una volta..), ce ne offre uno, indimenticabile, del suo passato?
«Premesso che nell'inconscio custodiamo tutti il sorriso della prima persona che si è chinata sulla nostra culla, la madre, e dunque è questo l'imprinting che abbiamo del volto umano, ricordo con particolare gratitudine alcuni sorrisi ricevuti in tempi difficili, e perciò ancora più preziosi. Come quello della suorina che mi accolse in un convento del Bresciano quando, bambina ebrea, vi cercai rifugio per sfuggire alle persecuzioni razziali. Rivedo come fosse ieri quella giovane novizia che apriva il portone con un'espressione calda e luminosa negli occhi e sulle labbra. Un sorriso d'accoglienza che mi tiene ancora compagnia e di cui non trovo traccia nei volti omologati di oggi».
Ha rievocato l'Olocausto, che non risparmiò la sua famiglia: anche in quell'orrore poteva spuntare un sorriso?
«Lo so per certo: ho appena saputo che una mia zia di 19 anni, deportata ad Auschwitz, dove morì quasi subito di tifo, durante il viaggio sul vagone piombato da Mantova, sperimentò il primo innamoramento. Mi piace immaginarla sorridente, questa ragazza così vicina alla morte, ma illuminata da un'ultima, trepidante felicità. Si chiamava Ida Finzi».
Nel suo ruolo di psicoterapeuta avrà incontrato dei sorrisi speciali...
«Sempre, nel corso dell'esperienza professionale, ho visto nel sorriso la conferma che si era sulla giusta strada, il segno concreto dell'indispensabile fiducia di chi si rivolgeva a me per un aiuto. Ma qui voglio ricordare un episodio che ho inserito nel libro Nuovi nonni per nuovi nipoti, e che ha per protagonista una bambina focomelica. Bellissima, entrò nella stanza di consultazione allungandomi le manine che, al posto delle dita, avevano palline di carne. Quella vista mi turbò e non riuscii a nasconderlo: al che lei, con uno spiazzante sorriso mirato a consolarmi, se ne uscì con l'impareggiabile: "Ma poi mi crescono le unghie!". Era un segno di speranza, la forza della vita che continua, nonostante tutto. Ebbene, ogni volta che mi trovo in difficoltà e temo di perdere qualcosa (energia fisica, giovanili entusiasmi, fiducia nel domani) sorrido fra me e mi dico, come quella meravigliosa creatura, "ma tanto poi mi crescono le unghie...".
E la forza delle donne, anche quelle in miniatura: così diverse dagli uomini, a partire dal sorriso...
«Che in loro è sociale, razionale, legato ai pensieri coscienti, mentre il nostro, più complesso e sfumato, nasce dall'interno, dal grembo, da un immaginario profondamente enigmatico. Non a caso è il sorriso della Gioconda a spadroneggiare in campo artistico. Ecco perché, nei tempi bui che stiamo attraversando, dobbiamo fare appello alla nostra immaginazione creativa e alle risorse della generatività. E non mi riferisco a una maternità corporea, ma alla capacità, solo nostra, di produrre ciò che ancora non c'è. Recuperando il legame ancestrale con la natura, il tempo cosmico, il mistero, possiamo far rispuntare il sorriso sulla faccia della terra». (Luisa Sandrone)
«Avvenire»
28-02-2009
Sull'enigmatico sorriso della Gioconda sono stati versati fiumi di parole. L'enigma sta nel darsi spiegazione di che cosa volesse dare a intendere Leonardo «sotto i baffi»: i suoi, ma anche quelli della Gioconda, se è vero che qualcuno ritiene che questo quadro sia, oltre l'epidermide femminea, un autoritratto dell'artista. Fatto sta che, come per dare una cornice a quella smorfia che assomiglia a un sorriso, Duchamp giustappose all'immagine della Gioconda davvero un bel paio di baffetti all'insù e un pizzetto sul mento: il divertito sacrilegio era forse un prender sul serio il soprannome di Monna Lisa, moglie di ser Giocondo... Eppure, ciò che Freud avrebbe definito perturbante, nella Gioconda ha a che fare con altro. Con il paesaggio, e con l'osmosi atmosferica dipinta. Leonardo «attraverso lo sfumato inventa l'infinito», scrive Christian de Bartillat in questo libretto che tratta del sorriso e delle sue manifestazioni nell'arte e nella vita. Senonché, sta qui l'enigma, in quello sfumato-infinito deve trovare una soglia rispetto alla quale può dirsi tale, come la linea che nelle giornate limpide dell'estate lentamente sfuma all'orizzonte e non sai più dire dove finisca il mare e dove inizi il cielo. Questa soglia metafisica, nel quadro di Leonardo è la linea delle labbra della Gioconda che accennano un sorriso. Figura e paesaggio, a ben guardare, vivono indipendenti l'una dall'altro, salvo in quel sorriso che sfonda per così dire il nostro piano visivo e quasi sembra fungere da punto di fuga nel quale l'infinito naturale si coagula nell'infinito umano attraverso l'occhio. Bartillat è un personaggio poliedrico: per molti anni fu direttore delle Editions Fayard, poi presidente della Stock, amico e promotore di scrittori come Saint-Exupèry, Steinbeck, Malraux, Henry Miller, e oggi fondatore della casa editrice che porta il suo nome. Uomo di cultura vasta, affascinato dalla bellezza, sotto un velo di leggerezza il discorso che Bartillat conduce non è mai pedante, e non cade in specialismi o concettismi troppo spinti, rischio facile per chi si misura con un tema come quello del sorriso. Niente, infatti, è più enigmatico del sorriso, neanche il riso, che ha sempre una valenza liberatoria e critica; anzi, se il riso ha a che fare con umorismo e ironia, il sorriso è invece una manifestazione della grazia: è il sorriso «gotico» dell'Angelo annunciante nella cattedrale di Reims, una scultura del XIII secolo danneggiata dai bombardamenti tedeschi della Grande guerra, che per l'autore diventa «il sorriso ferito dalle bombe», un simbolo del Novecento. Bartillat parte dalle culture antiche, cinese, indiana e greca, e arriva con agilità fino ai nostri tempi. La linea del volto, gli occhi socchiusi o sgranati e inclinati sono «sorriso» nella misura in cui diventano finestra su un mondo. Così forse Bartillat sarà d'accordo se definiamo la sua ricerca una cavalcata lungo tremila anni di storia umana alla ricerca del sourire-monde, il «sorriso-mondo», lo stesso che vediamo in Leonardo (che recupera, in realtà, il «sorriso arcaico» presente nelle antiche civiltà, non emotivo, legato alla forma e alla percezione più che all'emozione); o in alcuni pittori settecenteschi. Un sorriso che si fa specchio dell'enigmaticità del mondo, della sua impalpabilità, come nella pittura impressionista, in Monet, dove più che su un volto umano il sorriso si cela nelle vibrazioni impresse alla cattedrale di Rouen dalla luce che, come un laser, scompone e scioglie la facciata trasformando la pietra in energia cromatica pura. Si potrebbe dire, alla fine, che la rapida promenade che Bartillat ci propone più che mettere in luce il valore simbolico, storico o iconologico del sorriso, rappresenta un itinerario personale nell'emozione che le diverse forme del sorriso hanno comunicato all'autore. Ma non con sdolcinato tono narrativo, bensì con uno stile che può essere quello dell'intuizione e della durée bergsoniana. (Maurizio Cecchetti)
«Il Sole 24 Ore»
25-01-2009
«Avevano mai incontrato quel sorriso? – Mai. – Cosa avrebbero fatto se un giorno lo avessero incontrato? – Lo avrebbero seguito». Quell'irresistibile, arcaico sorriso di una statua di un'isola greca Jules e Jim, gli eroi del film di Truffaut e del libro di Roché, lo ritroveranno nella donna destinata a travolgere le loro esistenze. «Sorridete!», ordina il fotografo prima di scattare. La bocca si allarga lievemente agli angoli senza aprirsi, le guance si riempiono in quel «riso leggero» che secondo l'Encyclopédíe di Diderot e D'Alembert esprime sentimenti dolci e tranquilli, abbellendo il viso. È quel che resta alla modernità dell'eterno sorriso aleggiante sui ritratti del XVIII secolo. Il nostro tempo sembra dominato dal sorriso. I personaggi pubblici sorridono, i dentifrici promettono sorrisi abbaglianti. Quando, nel 1911, venne rubata dal Louvre la Gioconda di Leonardo da Vinci, i giornali si lamentarono della perdita di quell'ineffabile sorriso come di un'eclissi. Fin dal 1996 internet ha dedicato addirittura un museo (www.museedusourire.com) a quest'effimera manifestazione. Eppure, non sorridete. Nel suo libro Il sorriso Christian de Bartillat denuncia il declino di questa deliziosa, inafferrabile piega delle labbra, prodotta dal gioco di ben quindici muscoli. Come resistere d'altronde all'ansia e agli stress? Con un sorriso, naturalmente, magari quello eterno di Buddha. Ma i sorrisi sono infiniti. C'è il sorriso impercettibile di Oscar Wilde, quello segreto di Evelyn Waugh, quello malizioso di Colette, quello vagamente diabolico di Karen Blixen, quello sdegnoso del marchese de Sade, quello sensuale di Casanova, quello sereno di Voltaire, quello ironico di Max Beerbohm, quello accattivante di Coco Chanel, quello sfrontato di Prosper Mérimée. Anche gli animali hanno il loro sorriso. Quello dei cani, diceva Hugo, è nella coda. Secondo Christian de Bartillat, «il sorriso è la testimonianza essenziale della civiltà. Chi non sorride non è interamente umano», teorizza l'autore di questo vivace, intelligente saggio. Ma il sorriso può anche essere eccessivo. George Bernard Shaw irride al «sorriso-raggio di sole tra le nuvole» di Sarah Bernhardt. Le donne degli anni folli puntano su Scott Fitzgerald il loro sorriso come una pila tascabile ingrado di abbagliarlo. A volte un sorriso può essere decisivo. «Si paga per un sorriso, si viene ricompensati per un sorriso», scrive Antoine de Saint-Exupéry. Ma può anche essere una trappola. Colette aveva notato che dietro quello «piacevolissimo e frequente» di Stavisky, gli occhi del grande truffatore rimanevano vigili e duri. Il sorriso può anche trasformarsi in una prova di resistenza: «Chi accetta sorridendo di essere derubato, ruba qualcosa al ladro», osservava Shakespeare. Non sempre un sorriso angelico è un buon segno. Quando insiste sulle labbra dell'aggressiva Colette, il marito osserva preoccupato: «Quello che è grave è che si sta addolcendo». In ogni caso, che sia di sfida o di gioia, il sorriso è sempre una nota in più rispetto alla prevedibile partitura della vita. E quindi niente è più umano di quest'increspatura del viso, naturale o forzata, che commenta, a volte involontariamente, quello che accade. Contemplando il sorriso sulla salma di Roger Nimier, lo scrittore morto precocemente in un incidente automobilistico, Paul Morand indugia sulla «grazia del labbro superiore, senza amarezza, e persino quasi allegro ... una bravata per far capire alla morte, al mondo nemico che continua a burlarsi di loro». (Giuseppe Scaraffia)
«Area»
01-09-2009
Che cosa c’ è oltre l'"amore per la sapienza" (philo-sophia)? C’è la sapienza (sophia), una condizione di esser presenti a se stessi e di comportarsi con il mondo circostante che travalica erudizione, cultura, intelligenza. La sophia è modo di essere che si traduce in atti esemplari, in esperienza che lascia dietro di sé ogni sapere astratto. Ma tale traguardo si colloca al culmine di un itinerario fluido che riconosce insostanzialità e impermanenza dell’Io, così da propiziare la fine dei dualismi di soggetto e oggetto, di conoscente e conosciuto. Occorre cioè imparare a con-sentire divenendo imperturbabili e non insensibili, conformati a controllo, equilibrio, misura, per realizzare il vero ben-essere. Giangiorgio Pasqualotto addita in questa raccolta di saggi un percorso transculturale che guarda da un lato ai precetti stoico-pitagorico-epicurei, di pari passo alle espressioni sapienziali taoiste e del buddismo zen. Ciò che può sorprendere è quanto scaturisce da simili ricognizioni: andare "oltre la filosofia" non prevede un movimento che sorpassa, ma un cammino a ritroso che recupera. Perché il rinvenimento di tale dimensione si colloca "prima" e non "dopo" la filosofia, anteriore alla sua deriva di conoscenza teorica e schema intellettualistico. Perché, la conoscenza deve avere sempre funzione di mezzo e mai di fine. II contatto con la vera saggezza sembra dunque, soprattutto in Occidente, essersi interrotto da molti secoli, quando già nell’antica Grecia la filosofia divenite esercizio per retori e mera trasmissione di scuola. Si può allora parlare ancora, dal Medioevo all’Età dei Lumi e fino ad oggi, di qualcosa che riecheggia il retaggio di questo patrimonio arcaico, in mezzo alla Babele di asserzioni e confutazioni generate dalla ratio discorsiva? L’autore addita in proposito alcuni passi illuminati di Nietzsche, le massime di Montaigne, qualche brano di Schopenhauer, riconoscendo al contempo l’irrecuperabilità dell’eccezionale temperie che consentì la fioritura del magistero dei presocratici sino alle tarde propaggini platoniche. Un esempio, quello di Pasqualotto, di confronto fra due mondi antitetici, attento più alle applicazioni del retto pensiero alla pratica, che ai vuoti virtuosismi intellettualistici fini a se stessi. Una disamina che, malgrado le difficoltà, mostra la possibilità di trovare residue consonanze e occasioni di confronto fecondo pur nella distanza delle rispettive posizioni. (L.P.)
«l'Unità»
09-01-2009
«Secondo una diffusa opinione il saggio è colui che, con un linguaggio chiaro e semplice, sa rivelare il senso della vita: evitando le fatiche dell'argomentazione concettuale, ci svela il segreto dell'esistenza in poche massime brevi e illuminanti. Ecco quindi il successo di tanti libri che raccolgono «i detti degli antichi maestri», presentati come perle di saggezza per imparare a vivere più sereni e anche più felici. Questa concezione corrente della saggezza finisce però per far credere che essa sia una sorta di ragionamento filosofico a buon mercato: una sottospecie della filosofia che s'illude di poter sostituire il rigore della logica con la leggerezza dell'intuizione. Secondo Giangiorgio Pasqualotto, tale idea svilita della saggezza è il portato di una scissione avvenuta nel pensiero occidentale in seguito all'avvento del cristianesimo. A partire dal medioevo, infatti, l'antica figura del saggio, ereditata dal mondo greco-romano, si dissolve per essere sostituita da due personaggi contrapposti: da un lato il santo, dedito a trasformare la propria vita in un esempio di comportamento perfetto in quanto illuminato dalla fede – e dall'altra il teologo-filosofo impegnato nell'elaborazione di un sapere puramente astratto e speculativo. Ma la saggezza, avverte Pasqualotto, non è un prodotto inferiore, bensì una disciplina che va Oltre la filosofia – come recita il titolo di una sua raccolta di scritti recentemente pubblicata. Infatti, sia nel mondo antico sia nelle tradizioni presenti in Oriente, «per essere saggi non è sufficiente elaborare o conoscere una valida teoria dell'intera realtà, ma è necessario comunicarla correttamente e assumerla come fondamento per una pratica di vita virtuosa». Il saggio dunque si dedica sì alla speculazione teorica ma solo per arrivare a un'esistenza illuminata, capace di porsi come modello valido per tutti. Non accontentandosi di pensare bene, cerca anche di agire bene: abbina sempre alla riflessione astratta una disciplina concreta, fatta di complessi esercizi fisici e mentali – siano essi i regimi dietetici proposti da Pitagora, o le varie forme di meditazione elaborate in Oriente da induismo, buddhismo e taoismo. Agendo non solo sul proprio pensiero, ma su tutto se stesso, il saggio quindi è più che un filosofo: diventa un maestro di vita, dedito a insegnare ai propri allievi e al mondo intero una via di liberazione dalla sofferenza, un'arte del vivere bene. Convinto che la nostra filosofia sia destinata a una crisi irrisolvibile se non si apre al confronto con altre scuole di saggezza, Pasqualotto si dedica da anni alla comparazione tra forme di pensiero orientale e occidentale, a partire dal suo celebre Il Tao della filosofia, del 1989.»(..) (Giampiero Comolli)
«Il Giornale di Vicenza»
07-01-2009
«C'è quella in pillole o fai da te. Quella multiuso o da dispensare solo in determinate occasioni. Oggi la saggezza ha assunto le connotazioni più svariate, al punto da diventare spesso una filosofia spicciola, un bene consumistico usa e getta. Come se fosse sufficiente seguire le indicazioni di uno slogan per raggiungere la felicità. Giangiorgio Pasqualotto tenta di sfatare tale mito nel volume Oltre la filosofia. Percorsi di saggezza tra Oriente e Occidente, delineando il patrimonio di pratiche e nozioni che sottendono il conoscere, il dire e il praticare la verità. Queste infatti sono le triplici funzioni della saggezza che sia in Oriente, sia in Occidente si caratterizza per le seguenti componenti: la teoria intesa come conoscenza della realtà interna ed esterna all'uomo, l'etica come traduzione nei comportamenti dei risultati della conoscenza, la comunità come luogo primario della sperimentazione dell'etica, gli esercizi del corpo e della mente come allenamento e il maestro come strumento di trasminissione dei contenuti. In base a questo quadro di riferimento si deduce che soltanto fino all'avvento del Cristianesimo le forme della saggezza nelle due tradizioni hanno avuto un itinerario simile, per poi divergere. Partendo dalle similitudini tra filosofia occidentale e orientale, l'autore affronta il rapporto tra Eraclito e il taoismo. La saggezza consiste nell' indagare se stessi rendendosi conto della struttura relazionale dell'io e acquisendo così una soggettività più ampia in quanto costituita da connessioni infinite, «In tal senso si può equiparare, con Eraclito, la saggezza alla mania e, con i taoisti, la saggezza alla condizione di vuoto; con l'avvertenza, però, che ciò non significa affatto un cedimento a forme di irrazionalità, ma "produzione di una realtà più complessa"». Una forte affinità con il taoismo è presente anche in Spinoza che vede il saggio come colui che non si adira, che agisce bene, in quanto asseconda la propria natura, esplicandosi come modo della Natura o del "grande Tao". Pasqualotto analizza poi le analogie tra Nietzsche e il buddhismo zen. Entrambi partono dal considerare l'inconsistenza dell'io, che porta alla frantumazione dell'opposizione soggetto-oggetto, cioè concordano nel trovare all'interno delle nostre abitudini conoscitive una quantità di moralismo che influenza il criterio di giudizio. Il saggio quindi si deve liberare dall'intenzionalità dell'azione, prescindendo da ogni verità acquisita e scegliendo la solitudine e la meditazione per ottenere la migliore illuminazione possibile di sé e degli altri. Sempre in ambito etico si colloca la convergenza tra Buddha e Schopenhauer, infatti entrambi sono a favore dell'efficacia delle azioni, più che della loro coerenza astratta. L'ultimo capitolo è dedicato invece agli antidoti contro la malinconia, cioè a quei gioielli di pensiero che, pur trovandosi di tanto in tanto nel pensiero occidentale, in Oriente sono incastonati lungo le vie di ogni pratica spirituale. L'autore sostiene quindi che «per curare paura e depressione, radici della malinconia, più che l'esagerato eloquio della metafisica o l'arido prontuario farmaceutico, serve la pratica della filosofia, ossia la saggezza». (Cherubina Marte)
«il manifesto»
07-01-2009
«La storia istituzionale delle perversioni termina nel 1987, quando sulle carte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità vengono rimpiazzate dal termine apparentemente più innocuo di parafilie. Il circo di feticisti, travestiti, esibizionisti, guardoni, sadici e necrofili che nell'Ottocento si sono esibiti al seguito della donna isterica, dell'omosessuale e della masturbazione infantile, a beneficio di una scienza medica in cerca di prove che con le statue viventi di Charcot toccano il limite della vera e propria messa in scena, si trasferisce così dal piano tutt'altro che risolto delle mostruosità a quello, sensibilmente più circoscritto, delle preferenze sessuali. E qui, del resto, al colmo dell'edulcorazione e del confinamento, che la modernità sembra aver orientato il proprio rapporto con le tortuosità del desiderio, per ridurne le detonazioni a un godimento più o meno conforme. Ma molto tempo prima che le imprese dei libertini e l'opera del marchese de Sade le situassero al di là di uno spioncino e le consegnassero allo sguardo equivoco del sapere psichiatrico, qualcosa di simile alle perversioni si poteva manifestare nell'autolesionismo dei mistici o nella fede dei martiri, imponendo un movimento circolare allo schema che oppone la conformità all'abiezione. A voler rendere il ragionamento ancora più disinibito, poi, bisognerà osservare che una volta sganciato dal vincolo assoluto della pornografia o della psicopatologia sessuale, il discorso delle perversioni non abbandona il campo delle difformità, ma lo amplifica fino alle ipotesi di tangenza tra la vita dei santi e la vita, per dirne una, dei pedofili. L'unico ausilio che in questo territorio è possibile ottenere dall'intervento della legge, dell'etica o della morale consiste nel separare il dolore inferto agli altri dal dolore procurato a se stessi, un dolore differente ma pur sempre voluto, Ed è questa, dell'implicazione del dolore nell'economia del desiderio e di un godimento illimitato associato al male e alla morte, la madre di tutte le perversioni che Elisabeth Roudinesco – psicanalista e accademica di Francia, allieva di Deleuze e biografa di Lacan – ha tentato di rintracciare nella sua recente storia dei pervertiti. Una storia che sposta in secondo piano il problema relativo alla centralità o meno delle infrazioni del codice sessuale, per restituire le metamorfosi della perversione al più indeterminato e ambivalente registro del guadagno di piacere. E piacere spirituale delle mistiche nella loro ricerca della sofferenza di Cristo, ricavata dalla disarticolazione degli arti, dall'ingestione di materia fecale o dal supplizio, il piacere criminale degli assassini e il piacere istituzionale del nazismo e della subordinazione della ricerca scientifica alle pratiche di annichilimento della vita. E sono proprio il contegno di Adolf Eichmann davanti al tribunale che lo condannerà all'impiccagione, l'estasi dell'ufficiale delle SS che obbliga tre musicisti ebrei a eseguire un brano di Schubert un attimo prima di spedirli alle camere a gas, l'adorazione di Josef Mengele per i cani e in generale le simbiosi di criminalità, cultura e ragione che regolano il funzionamento del Terzo Reich a smascherare la filosofia della storia che, con l'arresto e l'intemamento del marchese de Sade, si era proclamata insensibile e opposta a qualsiasi tentazione del male. Volendo trasferire la ricostruzione di Flisabeth Roudinesce nei termini della dialettica dell'illuminismo, allora, si potrebbe arrivare a sostenere che è possibile parlare di perversione ogniqualvolta si assiste a un uso strumentale della ragione, ma non è necessario trarre conclusioni tanto scolastiche per osservare la contemporaneità con una certa inquietudine. Una volta accertata la presenza delle perversioni negli apparati di stato e nella mentalità diffusa di chi lo amministra, infatti, che cosa rappresentano le parafilie di oggi se non il tentativo di dissociare le involuzioni del desiderio dalla sfera delle patologie di massa e delle rappresentazioni istituzionali della vita? E qual è il rapporto che il desiderio, una volta rinchiuso nella fenomenologia delle preferenze sessuali, instaura per esempio con le guerre giuste, il fondamentalismo, le politiche securitarie, il feticismo della merce, il populismo, la devastazione ambientale, il sadomasochismo dei programmi televisivi o le tecniche di love bombing impiegate dai gruppi religiosi? E cosa comporta la dissimulazione di questo rapporto, come ne esce la dialettica tra il soggetto e la storia? A queste domande Élisabeth Roudinesco potrebbe rispondere alla fine del libro, nel capitolo intitolato «La società perversa», ma pur iscrivendo il modo di produzione capitalistico e il terrorismo nel registro dei pervertiti e restituendo così al desiderio uno spettro più ampio di quello implicato dalle disposizioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, sacrifica lo sviluppo del suo argomento all'analisi della zoofilia, della pedofilia, del travestitismo e della queer theory, confermando la tendenza del guadagno di piacere, nel campo psicanalitico, a ricadere fatalmente nel dominio della genitalità. Ed è così facendo che forse manca l'appuntamento con uno dei concetti più oscuri di Freud, quello di masochismo originario, vale a dire con l'ipotesi di una pulsione di morte originariamente diretta all'interno e anteriore a qualsiasi organizzazione genitale della sessualità. Un concetto che emancipa il discorso delle perversioni dalla psicologia, che per alcuni versi lo espone ai rischi della metafisica, ma che una volta trasferito sul piano delle tensioni tra forma e vita può attrezzare una rappresentazione dell'uomo e della storia finalmente adeguata al riconoscimento della permanenza e dei guai causati dalla presunzione di padronanza del male». (Pierpaolo Ascari)
«La Repubblica»
27-11-2008
«La perversione è lo specchio dei nostri desideri più inconfessabili. Per questo ci fa paura». La psicanalista e storica Elisabeth Roudinesco non ha dubbi: «Tutti dobbiamo farei conti con la crudeltà e il piacere del male che agiscono in noi in maniera più o meno latente. Sono pulsioni feroci e assassine che crescendo, con l'educazione, impariamo a tenere a bada e a superare. Ma pur seppellite nel profondo del nostro inconscio, esse continuano a ossessionarci». La studiosa francese lo scrive in un saggio, La parte oscura di noi stessi, che cerca di ricostruire la percezione della perversione nella cultura occidentale, dal Medioevo ai giorni nostri. Il libro si presenta come «una storia dei perversi», vale a dire di «coloro che sono stati considerati tali dalle società umane, preoccupate di esorcizzare la loro parte maledetta». Per l'autrice, la perversione, «che ha sempre a che fare con l'idea d'inversione e di rovesciamento», è una realtà variabile, relativa e sfuggente, un «sinonimo di perversità» percepito come «una sorta di negativo della libertà» che si trasforma a seconda delle epoche e delle culture. «La perversione è una costruzione culturale, perché il piacere del male è un dato specifico dell'umano. In natura, la perversione non esiste», spiega Roudinesco, nota anche in Italia per le sue numerose pubblicazioni, tra cui una celebre biografia di Lacan e un corposo Dictionnaire de la psychanalyse. «II senso comune considera la perversione come la manifestazione della parte bestiale dell'umano, ma lanimale non si rende conto della propria crudeltà. Si ha perversione solo quando si ha coscienza del male che si procura. Il perverso è responsabile delle proprie azioni e ne gode. Non è un folle incapace d'intendere e di volere. La perversione nasce dalla coscienza della norma ed ha bisogno del linguaggio per esprimersi, come per altro ci ha insegnato Sade. In passato, è stata considerata un atteggiamento contro natura; oggi è piuttosto vista come un disturbo dell'identità, una deviazione, uno stato di delinquenza».
Ogni epoca ha costruito le proprie figure della perversione? «La società ha bisogno di rappresentarsi concretamente la perversione per dare corpo e allontanare le paure legate alla parte oscura che sente dentro di sé. Non è possibile pensare una società senza la dimensione del male. Le figure dei perversi sono il capro espiatorio da additare alla comunità. Sapere che la minaccia alla società non viene da noi, ma da qualcun altro, ci tranquillizza e ci rassicura».
Il serial killer e il pedofilo sono le due figure della perversione che dominano la percezione contemporanea. In passato però cene sono state altre... «Ogni epoca si è creata la sua idea di perversione. I grandi criminali seriali sono considerati perversi fin dal Medioevo. Anche l'omosessualità è stata considerata a lungo una forma di perversione contro natura, come pure la masturbazione infantile e l'isteria femminile. Oggi però la loro percezione è cambiata e nessuno le considera più perversioni. Nella società contemporanea la perversione assoluta è incarnata dal pedofilo. La nostra società ne è ossessionata, considera la pedofilia una perversione assolutamente ingiustificabile. Più dello stupro e dell'omicidio. Da un punto di vista storico, è una novità. Il pedofilo ci fa orrore, a differenza del serial killer che ci ripugna ma ci affascina».
Come si spiega tale evoluzione? «La nostra società accorda ai bambini uno statuto senza precedenti. Valorizzando come mai in passato l'infanzia, oggi qualsiasi aggressione al corpo infantile ci sembra un gesto orribile. Il bambino non può difendersi, può essere plagiato e non può dare il suo consenso, mentre nella nostra cultura l'idea del consenso è fondamentale. Prima di Freud, i medici condannavano la sessualità dei bambini come perversa. Dopo che il fondatore della psicanalisi ha dimostrato la normalità della sessualità infantile, la società l'ha accettata, ma ha anche sentito il bisogno di proteggerla. Per questi diversi motivi la pedofilia è diventata ai nostri occhi la perversione più intollerabile».
La perversione implica solo la sfera sessuale? «Naturalmente no. I mistici, ad esempio, sono spesso stati protagonisti di forme di perversione molto radicali. Si pensi alle sofferenze che si sono imposti alcuni santi oggi molto venerati, la mortificazione della carne e la flagellazione per purificare il corpo. I rituali che ai nostri occhi appaiono come vere e proprie perversioni, all'epoca erano considerati un mezzo per avvicinarsi a Dio. Ancora oggi ci sono santoni indiani che digiunano fino a trasformarsi in veri e propri scheletri. I mistici oltretutto possono passare dalle vette del sublime agli abissi dell'abiezione. Si pensi a Gilles de Rais, su cui è stato poi costruito il mito di Barbablù. Fu un grande condottiero, animato dalla ricerca del bene, che seguì in battaglia Giovanna d'Arco. Quando questa venne mandata al rogo accusata di essere una strega perversa, egli precipitò nel pozzo delle proprie pulsioni incontrollabili, mettendosi ad ammazzare bambini. Quando la legge degli uomini s'inverte, trasformando la santa in strega, anche Gilles de Rais rovescia i propri comportamenti, diventando un orco assassino». Personaggi come Barbablù ci fanno paura però ci affascinano. Come mai? «L'orrore dei grandi perversi violenti ci ha sempre affascinato, da Barbablù a Jack lo Squartatore, fino ai più recenti serial killer cinematografici con la loro violenza piena di rituali macabri. Questi personaggi ci offrono lo spettacolo di quello che non siamo, ma che potremmo forse essere. Ci fanno paura, ma, assistendo alle loro raccapriccianti azioni, ci liberiamo dalla minaccia indefinita e oscura che sentiamo in noi. È un fascino torbido che esiste perché tutti, prima o poi, in un modo o nell'altro, ci siamo confrontati con il male. Tutti nascondiamo in noi una componente perversa».
Altri esempi di perversione? «Oggi un'altra figura percepita come profondamente perversa è quella del terrorista che schianta il suo aereo sui grattacieli di New York. In lui percepiamo una sorta di godimento del male che sta procurando. In tutt'altro ambito, anche nei casi gravi di anoressia c'è una forma di perversione, dato che in essi si manifesta una sorta di godimento della morte di sé».
Nel suo libro lei evoca anche la perversione politica. Come mai? «Accanto alla perversione individuale, esiste quella collettiva dei sistemi politici che pervertono le loro finalità. In nome del bene, questi istituiscono il male come legge. Le dittature, i fanatismi religiosi mostrano questa inversione della legge che autorizza il crimine. Il nazismo è stato il sistema che più è sprofondato nella perversione, giustificando perfino il genocidio. II rovesciamento tra male e bene è stato totale. Anche nelle democrazie contemporanee, in nome della sicurezza, della prevenzione e del controllo, si mettono in atto meccanismi che possono diventare perversi. La società di sorveglianza che pretende di controllare e prevenire tutto è una forma di perversione della democrazia». (Fabio Gambaro)
«Medioevo»
01-01-2009
Quinto della collana Il Rinascimento italiano e l'Europa, patrocinata dalla Fondazione Cassamarca, il volume Le Scienze (a cura di Antonio Clericuzio e Germana Ernst), affrontando il non facile compito di fornire una panoramica dei saperi scientifici in epoca rinascimentale, si concentra intorno ad alcune tematiche fondamentali per la comprensione del clima culturale in cui le discipline designate con termine scientia si collocavano.
Tra magia e medicina. La cosmologia, la natura e i suoi segreti, il corpo umano, la trasmissione delle conoscenze costituiscono i nodi centrali intorno ai quali si articola l'opera, e al cui interno trovano a loro volta spazio la magia naturale (in grado di manipolare le virtù occulte presenti nel cosmo e nell'uomo, al fine di prevenire catastrofi ed epidemie), l'astrologia e l'alchimia, le indagini intorno ai poteri dell'immaginazione, la visione del cosmo come di un organismo dotato di vita, la ricerca medica (con saggi dedicati anche alla malinconia, all'interpretazione dei sogni, alla musica come cura), la zoologia e la botanica, le tecniche (lavorazione dei metalli, ingegneria idraulica, arte del disegno, prospettiva, cartografia).
Il mecenatismo delle corti. Oggetto di analisi sono i luoghi e le forme di organizzazione della scienza e la trasmissione delle conoscenze, entrambi aspetti in cui le corti (e molto meno le università) rivestirono un ruolo primario, sia per il loro mecenatismo verso matematici, ingegneri, medici, alchimisti (che portò, tra l'altro, alla formazione di numerose Accademie); sia per l'incoraggiamento dato alle traduzioni dal greco e dal latino di testi fondamentali come quelli di Tolomeo, Euclide, Archimede. L'influsso della cultura e della lingua greca, favorito, verso la metà del Quattrocento, dalla fuga di molti intellettuali da Costantinopoli minacciata dai Turchi, si rivelò infatti determinante per il rinnovamento delle discipline scientifiche dell'età rinascimentale e per il progressivo superamento dell'aristotelismo col passaggio al metodo sperimentale. E fu proprio l'apporto dei classici una delle principali caratteristiche della scienza italiana rinascimentale, rispetto a quella degli altri paesi europei: il confronto continuo di matematici, medici e naturalisti con gli autori greci e latini, affiancato dal lavoro di edizione dei testi, si intrecciò a quello di verifica dei loro contenuti su base sperimentale, dando un contributo determinante soprattutto agli studi di medicina.
Un taglio interdisciplinare. Fondamentale per la diffusione dei saperi scientifici fu poi l'invenzione della stampa, che permise non soltanto la trasmissione delle nozioni teoriche, ma anche quella delle immagini, che poterono così assumere un ruolo centrale, di supporto ai testi. Viene infine sviluppata un'altra tematica che rappresenta una peculiarità italiana tutt'altro che trascurabile: quella dell'influsso della censura ecclesiastica sullo sviluppo scientifico. Si tratta insomma di un'opera dal taglio originale, caratterizzata dall'interdisciplinarietà, e che non si limita a sviluppare i temi tradizionali, ma dedica ampi spazi a motivi nuovi, come la musicoterapia, l'interpretazione dei sogni, la malinconia come male dell'anima, temi che proprio in epoca rinascimentale videro il loro primo sviluppo. (Maria Paola Zanoboni)
«Il Corriere della Sera»
07-11-2008
Il Rinascimento e la filosofia, la retorica, l'alchimia, la cabbala, la storia delle scienze, matematica, medicina, musica, proprio su questi temi e su molti altri vengono i contributi più significativi nel volume curato da Antonio Clericuzio e Germana Ernst con la collaborazione di Maria Conforti. E così Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, il primo legato al neoplatonismo e ad una rilettura cristiana del mondo illuminato dalla Grazia, il secondo attento a unire scienza dei numeri e alchimia, segnano fortemente la storia del XV secolo e del XVI che vede progredire la ricerca alchemica dell'oro potabile, improbabile rimedio per la peste o caparra di una eterna giovinezza. Nel volume due saggi stimolano un'ulteriore riflessione, quello di Alessandra Sorci sulla prospettiva rinascimentale e quello di Domenico Laurenza su Leonardo e gli ingegneri. La Sorci limita ad Alberti e Piero e, dunque, alla trattatistica l'indagine sulla prospettiva mentre Laurenza punta su Leonardo disegnatore analitico delle macchine ma pittore dello sfumato quando dipinge figure. Ma in Italia, nel XV secolo, cè davvero solo la prospettiva albertiana e pierfrancescana? Jan van Eyck e Rogier van der Weyden sono ben noti a Ferrara come a Firenze alla metà del secolo, dunque le culture prospettiche sono diverse, e le due rinascenze, italiana e fiamminga, si integrano ben più di quanto non si pensi, da Padova a Venezia a Firenze stessa. Lo stesso Leonardo è il mediatore fra queste due culture della prospettiva. Forse, in uno dei prossimi volumi, andranno aggiunti alcuni capitoli sulle diverse concezioni spaziali dell'arte del Rinascimento in Italia. (Arturo Carlo Quintavalle)
«L'Avvenire»
05-11-2008
Il Rinascimento viene sempre associato al fulgore delle arti, mentre si ritiene lo sviluppo delle scienze molto posteriore. Invece la culla della scienza moderna si trova proprio nelle stesse corti italiane in cui ebbero accoglienza, insieme a pittori e letterati, anche matematici, ingegneri, medici, alchimisti, incoraggiati nei loro studi dal mecenatismo dei principi, con risultati di reciproca utilità: pensiamo ad esempio al contributo della matematica nell'architettura e nella balistica, e dell'anatomia nella pittura. A illuminarci su questo aspetto meno noto e per certi versi sorprendente della cultura del Rinascimento è il volume Le scienze, quinto della collana Il Rinascimento italiano e l'Europa diretta da Luca Molà e Giovanni Luigi Fontana. Gli umanisti italiani non tradussero dai classici soltanto opere storiche e letterarie: furono riscoperti e pubblicati anche i testi di Tolomeo, Euclide, Archimede, opere che sono alla base delle scoperte di quelli che possiamo definire i massimi scienziati rinascimentali, sebbene il termine "scienziato" non sia apparso prima del XIX secolo. La meccanica di Galileo, ad esempio, si basa sul modello archimedeo del moto dei gravi, e Copernico deve molto a Pitagora e Tolomeo. E la riscoperta di Galeno rivoluzionò la medicina, elevando il prestigio delle Università italiane: anche il più famoso medico/mago del Rinascimento, lo svizzero Paracelso, si laureò a Ferrara. I diversi saggi del volume, curato da Antonio Clericuzio e Germana Ernst, spaziano dall'astronomia allo studio della natura e del corpo umano, dall'alchimia alla musica, dalla psicologia alla navigazione, dando spazio anche all'evoluzione in senso scientifico della trasmissione del sapere: nella "ratio studiorum" dei Gesuiti, ad esempio, fu difficile introdurre l'insegnamento della matematica ma si ebbe una svolta nel 1566, con l'arrivo a Roma del tedesco Cristoforo Clavio, e da allora i Gesuiti si fecero una fama di ordine di scienziati. La diffusione della stampa consentì a un largo pubblico di avvicinarsi a discipline che tradizionalmente erano appannaggio di potenti congreghe, come quelle degli astrologi e dei medici: nel Cinquecento il mercato editoriale fu invaso da manuali "fai da te" di ogni genere, dall'erboristeria all'alchimia, dalla cosmesi all'agricoltura, mescolando informazioni tecniche, osservazioni empiriche e credenze popolari, con l'aiuto delle immagini, che assunsero un ruolo preponderante nella fruizione dei testi. L'intersecarsi di scienze esatte e scienze occulte non avveniva soltanto a livello popolare: nella filosofia rinascimentale i fenomeni naturali e quelli soprannaturali erano strettamente legati, e non c'erano confini precisi tra astronomia e astrologia, almeno fino al 1496, quando furono pubblicate le energiche Disputationes adversus astrologiam divinatricem di Pico della Mirandola. (Daniela Pizzagalli)
«L'Espresso»
16-10-2008
Accolto nei dizionari con il suo significato ormai prevalente, il verbo "rimorchiare" ottiene una specie d'investitura culturale nel saggio di Jean-Claude Bologne, La conquista amorosa. È un manuale dell'eros nel suo nascere, una vicenda che vanta nei secoli cantori del massimo rispetto. A partire da Ovidio e dalla sua Ars amatoria: non cè opera recente che gli contesti la primogenitura. Anche perché la pratica dei sussurri galanti, dei piedini prensili e degli sfioramenti sotto panni nasce in epoca romana, essendo stata ignota ai greci, presso i quali il consenso delle donne rispetto a simili avances veniva dato per scontato (diverso è il discorso per gli approcci omo-erotici, di cui l'Ellade era invece prodiga). Non è colpa di Bologne, scrittore molto colto e documentato, se il repertorio gestuale dell'abbordaggio non contempla nel tempo varianti decisive. Il suo libro si presta al sorriso. Esso segue il dispiegarsi del fenomeno in vari contesti, da "Fin'Amor" del Medio Evo alla grazia galante del Rinascimento, dal libertinaggio seicentesco fino ai rigurgiti virtuosi della Rivoluzione. Secondo l'autore, nel Romanticismo dell'Ottocento – regno delle "guance in fiamma" e della pruderie vittoriana –si nasconde l'anima cinica di quel secolo. E infine, a dargli retta, l'attuale tecnica dell'assedio erotico non avrebbe appianato il dislivello fra i sessi: l'uomo restando protagonista dell'operazione e la donna ancora relegata in un ruolo di attesa. Solo quando si raggiungerà una "parità" effettiva, egli scrive, «il rimorchio sarà davvero per la repubblica ciò che la galanteria era per la monarchia». (Nello Ajello)
«Minerva»
01-10-2008
Il godibilissimo testo, arricchito ma non appesantito, da dotte citazioni, che si avvale della traduzione impeccabile di Angela Tornei, è una sorta di cavalcata dalla preistoria ai giorni nostri sui vari modi della seduzione: «Non Si rimorchia esattamente nella stessa maniera in una carrozza o in un macchinone americano», sostiene l'autore. Nel tempo, è variata la persona del "rimorchiatore" se nel passato era rigorosamente maschio, oggi, non più ridotte all'uso di tecniche passive, si stanno rivelando "rimorchiatrici" audaci, ben più degli uomini, le donne. È cambiato il giudizio morale nei confronti del seduttore: tenuto in disprezzo dalla cultura romana e cristiana, costui in realtà cercava il consenso in un mondo in cui il ratto, lo stupro, il matrimonio combinato erano la regola, mentre la possibilità di scelta, e quindi di rifiuto da parte della donna, era nulla. La civiltà comincia con la conquista amorosa, sostiene Bologne, quando l'uomo diviene consapevole del fatto che bisogna essere in due per costruire una coppia: perché chi dice seduzione dice libertà di scelta. Quando la donna ha conquistato il diritto al rifiuto, l'uomo è dovuto forzosamente ricorrere alla seduzione: ma il suo è sempre stato un ruolo attivo, suo il diritto «al primo passo», negato viceversa alla donna fino a tempi re- centi. A lei restavano al massimo le tecniche passive: l'attesa, la provocazione, i segnali di acquiescenza per indurre l'uomo ad andare all'attacco. Sorprendente è il constatare che dai tempi biblici ad oggi le tappe della conquista amorosa sono rimaste immutate: la vista, la parola, il tatto, il bacio, il coito; solo in questi ultimi anni assistiamo a una leggera variante: grazie a Internet e alle chat, la parola precede il contatto visivo. Non è nemmeno mutata granché la scarsa considerazione nella quale viene tenuta la donna che azzarda il primo passo o non oppone un rifiuto alle prime avance. Ciò che si sta rovesciando, è invece il percorso dall'amore alla sessualità: l'intesa sessuale sta diventando un preliminare al sentimento amoroso. (Giulietta Rovera)
«www.lettera.com»
15-09-2008
Sempre più numerosi i manuali sulle tecniche di seduzione affollano gli scaffali delle librerie e pur rischiando di passare per intellettuali, snob o perlomeno antipatici, siamo pronti a dichiararne un certo disprezzo. Proprio per questo ci teniamo a salvare dal mucchio un saggio che a prima vista potrebbe sembrare l'ennesimo manuale di self help per sfigati/e che non riescono a portare a buon fine le proprie ambizioni sentimental-sessuali, ma non lo è. A confondere le acque ci si mette anche la quarta di copertina, che dice, più o meno: "Come abbordare l'uomo o la donna che desideriamo? Come trasformare una storiella in una cotta e un dongiovanni in un marito?". Mannaggia al marketing! Il saggio di Jean Claude Bologne non ha affatto tali mire e se riuscirete a raccattare qualcosa in più del solito è soltanto perchè avrete fatto buon uso delle informazioni che vi offre.
Parte infatti dalle usanze preistoriche ed arriva al "rimorchio" del XX secolo, passando per la mitologia, l'antica Roma e la Grecia, il Medioevo, il Rinascimento, il Seicento l'Illuminismo e l'Ottocento, Jean Claude Bologne, che con l'approccio del filologo analizza la bellezza di 110 trattati sull'arte della seduzione (di cui sessantatré anteriori al 1980), dall'Ars Amandi di Ovidio che risale agli inizi del I secolo a quelli del terzo millennio. Kierkegaard, Plutarco, Platone, Giovanni Della Casa, Rabelais, Proust, Flaubert sono soltanto alcuni degli scrittori citati insieme alle memorie di seduttori famosi come Casanova, ai trattati scientifici ed ai testi sacri.
Racconta di poeti e di libertini, di fanciulle caste e di grandi puttane, di patriarcato, liberazione della donna e relazioni omo. Dello stupro, che rivela il rifiuto e l'incapacità di compiere il primo passo. E di come in periodi non troppo lontani, dove il maschilismo è garantito dalla società e dalla religione, l'arte della seduzione è considerata negativamente perchè "Non c'è seduzione senza libertà".
"La cultura romana e quella cristiana" scrive infatti, "coltivano un disprezzo condiscendente nei confronti del seduttore. Ma che cos'hanno da contrapporgli? Il ratto, lo stupro o il matrimonio combinato -tutte circostanze in cui la seduzione non è necessaria, perchè non richiedono il consenso della donna", e le donne devono passare da uomo a uomo, da padre a marito senza alcuna possibilità di decidere per sé. "Se oggi seduciamo la figlia e non i genitori, è perchè questa è libera di scegliere. Libertà, uguaglianza... Il rimorchiare sarebbe repubblicano?" Bologne si perde in qualche digressione politica (e per repubblicano intende il modello francese, ovviamente) e si risponde da solo: "I Romani hanno scoperto la necessità di sedurre accanto a donne libere, che non dipendevano che da se stesse. Oggi il rimorchiare è reso necessario dall'emancipazione della donna. Donde, forse, di che riabilitare il concetto".
In tempi prolifici di saggi superficiali dalle citazioni stolte, stupiscono e danno piacere la più che nutrita bibliografia, la puntualità storica e filologica ed il buon senso che illumina l'autore nell'analizzare usi e costumi di periodi e società così diverse e lontane nel tempo. Garbato nell'affrontare quel che è approccio propedeutico ad un fine che tutti sappiamo e sempre uguale dalla notte dei tempi, lì si ferma, perchè "[...]per quanto ci riguarda, alla soglia della camera da letto si ferma l'arte del rimorchiare."
(Simonetta Degasperi)
«Il Mattino»
26-08-2008
Civettare, adescare, consumare, termini chiave dei giovani d'oggi: l'amore come baratto più che come nutrimento dello spirito. Un tempo c'era il corteggiamento, oggi il flirt, nato con lo sviluppo dei trasporti e l'incremento degli svaghi. Ma che cosè allora La conquista amorosa alla quale lo scrittore francese Jean Claude Bologne ha dedicato un saggio erudito e divertente? «Il problema è annoso – spiega Bologne – Gli uomini preferiscono credere al loro fascino naturale, ma la seduzione è anche un'arte con tecniche, discorsi, gesti, regali, strategie complesse». Quali sono allora i passi più importanti per arrivare ad una conquista amorosa? «I mezzi più semplici sono i più antichi: parole e regali. Nell'antichità bisognava fare ricchi regali perché l'amore s'indirizzava a proletarie, cortigiane affrancate o donne di piacere. Nel Medioevo e nel periodo romantico si preferivano regali simbolici. Certi gesti sono eterni: una tastatina col piede, bere nello stesso bicchiere, scrivere sulla tavola con il vino parole azzardate: sono atti già presenti nei testi di Plauto o di Ovidio». Ma il mondo è cambiato, le strategie di seduzione pure. I manuali dei nostri giorni chiedono consigli agli scienziati o alle professioniste della seduzione. Il love-marketing usa le stesse tecniche dei rappresentanti di commercio e, per esempio, sedersi accanto alla ragazza e non di fronte, dare del «noi» e non del «tu» creano psicologie che favoriscono gli scambi: si parla d'amore come se si volesse vendere un divano. «L'etologia – spiega Bologne – insegna i gesti della seduzione, e i segnali corporei inconsci. In Usa e in Europa si sono sviluppate scuole per "rimorchiare": i Pick-up Artists (Pua) e il Neuro-linguistic-prograniming (Nlp), per lo scambio di metodi di seduzione». La seduzione femminile esiste da sempre, ma doveva rimanere passiva. Sarà il flirt, alla fine dell'Ottocento, a permettere più audacia alle ragazze. Solo da trent'anni si consentono alle donne tecniche attive senza che siano screditate. Ma l'amore è ancora un sentimento fatto di tenerezza? Per Bologne, in tutte le epoche, «la conquista fisica fu il primo scopo della popolazione maschile. Penso al Catéchisrne d'un roué di Stendhal, scritto quando era di guarnigione in Italia, che fornisce le ricette brutali di giovani militari per sedurre una donna. E allo stesso Stendhal vent'anni dopo con De lamour, la più sensibile analisi dell'innamoramento». La nostra epoca? «Mi pare meno cinica, la contraccezione e la penicillina hanno sdrammatizzato i rapporti sessuali, imponendo una sessualità più responsabile e più aperta al rispetto dell'altro». E la galanteria, incide ancora nella conquista di una donna? «E ancora importante in molti casi, ma sembra diventata un mezzo di conquista come un altro, che sorprende la donna. Il machismo la considera una sottomissione dell'uomo alla donna e la proibisce. I pick-up artists americani chiamano Afc (Average Frustrated Chumps, poveri cretini frustati) quelli che la praticano». (Francesco Mannoni)
«La Sicilia»
18-08-2008
Un tempo c'era il corteggiamento fatto di sorrisini, ammiccamenti e mezze parole; oggi il flirt, nato con lo sviluppo dei trasporti e l'incremento degli svaghi, inizia e si conclude nell'arco di un giorno nel nostro tempo libertino che si è scrollato di dosso venti secoli di platonismo. Ovidio e Don Giovanni, Cirano e Casanova fino a John Travolta, sono solo alcuni dei seduttori celebri che hanno fatto un'arte dell'abbordare una donna, rimorchiarla, concupirla e poi abbandonarla al suo destino. In amore come in guerra ogni trucco è lecito. Per far capitolare lei o lui il fine giustifica i mezzi, e civettare, adescare, consumare, sono i termini chiave dei giovani e pseudo giovani contemporanei: l'amore come baratto più che nutrimento dello spirito. Dalla svolta del secolo dei Lumi agli abusi attuali: ma povero amore se la conquista amorosa è solo una scorpacciata di sesso, o la "bottarella" del sabato sera che esclude l'innamoramento. Le alchimie de La conquista amorosa sono da sempre un assillo universale, e lo storico e scrittore Jean Claude Bologne, docente di iconologia medievale all'Icart di Parigi e autore tra l'altro di un saggio sul pudore e uno sulla storia del celibato, ci ragguaglia sui metodi di seduzione Dall'antichità ai nostri giorni.
Ma che cos'è, a questo punto la conquista amorosa? Lo chiediamo al professor Jean Claude Bologne.
«II problema è annoso – dice –. Gli uomini preferiscono credere al loro fascino naturale, all'amo dello sguardo che deve pescare il cuore della fanciulla. Ma la seduzione è anche un'arte con tecniche cervellotiche, discorsi, gesti, regali, strategie complesse. E non basta: per rassicurarsi, si accetta l'aiuto di fattori esterni, degli Eros e dei Cupido, mediatori di sicuro effetto».
Quali sono i passi più importanti per arrivare ad una conquista amorosa?
«I mezzi più semplici sono i più antichi: parole e regali. Ma il modo cambia. Nell'antichità bisognava fare ricchi regali perché l'amore s'indirizzava a donne inferiori, cortigiane affrancate di rara bellezza e maestria. Nel Medioevo e nel periodo romantico, si preferivano regali simbolici: un abito, un frutto, una ciocca di capelli, fino al dono simbolico del cuore. Certi gesti sono eterni: una tastatina col piede, bere nello stesso bicchiere, scrivere sulla tavola con il vino parole azzardate: sono atti già presenti nei testi di Plauto o di Ovidio. Nel Settecento, si cerca di rinnovare le antiche tecniche. Nel Neveu de Rameau di Diderot, il personaggio afferma di avere inventato cento modi e più di sedurre una ragazza, anche in presenza della madre, e dieci modi di compilare un biglietto galante».
Ai nostri giorni, quali strategie bisogna mettere in campo per sedurre le belle ragazze? «I manuali di seduzione del Novecento e dei nostri giorni chiedono consigli agli scienziati o alle professioniste della seduzione. Il "love-marketing" usa le stesse tecniche dei rappresentanti di commercio e, per esempio, sedersi accanto alla ragazza e non di fronte, dare del "noi" e non del "tu" creano psicologie produttive che favoriscono gli scambi: e così si parla d'amore come se si volesse vendere un divano o qualunque altro prodotto. L'etologia insegna i gesti della seduzione, e i segnali corporei inconsci. Negli Stati Uniti e ora anche in Europa si sono sviluppate nuove scuole per "rimorchiare", i Pickup Artists (Pua), che usano tecniche psicologiche, e il Neuro-linguistic programming (Nlp), che costituiscono comunità di internauti, per lo scambio di metodi di seduzione che sono innumerevoli: ogni anno, da venti anni, si pubblicano in francese due trattati di seduzione».
Eva è stata la prima seduttrice, ma dopo di lei le armi della conquista si sono molto affinate. Oggi, quali sono quelle più sicure e sottilmente diaboliche?
«La seduzione femminile esiste da sempre, ma doveva rimanere passiva. La donna lascia capire che è pronta ad ascoltare una dichiarazione galante con un'occhiata e un sorriso. Se la donna si permetteva di più, era diffamata: la moglie di Putifar nella Bibbia, Fedra nella mitologia greca, sono condannate per il loro contegno. Il Seicento ha inventato molte tecniche passive per le donne, ma il flirt, dalla fine dell'Ottocento, permette più audacia alle ragazze, anche se i limiti non sono precisi. Solo da trent'anni si permettono alle donne tecniche attive senza essere screditate».
Oggi, l'amore è ancora un sentimento fatto di tenerezza o l'ambizione della conquista ha smussato il lato dolce della questione amorosa?
«In tutte le epoche, la conquista fisica fu, per una parte importante della popolazione maschile, il primo scopo, attuato talvolta con cinismo: penso al Catéchisme d'un roué di Stendhal, scritto quando era di guarnigione in Italia, che fornisce le ricette brutali di giovani militari per forzare una donna all'inizio dell'Ottocento. Lo stesso Stendhal scrive venti anni dopo De l'amour, la più sensibile analisi dell'innamoramento. La nostra epoca mi pare meno cinica, perché negli anni Sessanta la contraccezione e la penicillina hanno sdrammatizzato i rapporti sessuali e permesso una sessualità più responsabile, e dunque più aperta al rispetto dell'altro, alla tenerezza e all'amore. L'arrivo dellAids non ha modificato questa evoluzione».
Dalle titubanze del passato, si è passati alla spavalderia del secondo Novecento...
«La novità, nella nostra epoca, è che i rapporti prematrimoniali non sono più disdicevoli o disonorevoli per una ragazza, fatto che ha cambiato profondamente la conquista amorosa. Cento anni fa, la migliore prova d'amore era il rispetto per la donna; alla fine del Novecento, era quasi il contrario. Ma accanto a questo movimento, si nota un ritorno di antichi valori e della castità prenuziale, che non esclude una tenerezza sensuale perché i giovani sono più a loro agio con il loro corpo». (Francesco Mannoni)
«Il Sole 24 Ore»
17-08-2008
Ogni epoca propone nuove tecniche di seduzione, come racconta il saggio intelligente, colto e spregiudicato del filologo francese Jean Claude Bologne. Ma vediamo che cosa accadrebbe se qualcuno decidesse di ricorrere alle strategie dei grandi della letteratura. Il metodo Laclos è il più macchinoso. Per farlo partire è indispensabile un'amante in carica perfida, ma un po' passatella. E fin qui nessun problema, ce ne sono a decine. Diventa meno se, come la Merteuil di Laclos, vi impone, per farsi riconquistare, di sedurre una vergine e una donna virtuosa. Basta tuttavia tradurre questi termini nel linguaggio attuale. Vergine non sarà più l'introvabile che, senza essere brutta, lo è ancora, ma chi è nell'età in cui dovrebbe esserlo e virtuosa è chi ha solo amanti utili alla causa. Se allora era facile sedurre una fanciulla, figuriamoci ora. Però potrete tra le sue braccia imparare alcune utili novità o ripassare nozioni dimenticate. Sarà un po' stancante, ma potrete ripagarla con una citazione letterale delle Relazioni pericolose, scrivendo cioè una lettera, pardon una mail al suo fidanzato, appoggiandovi sul suo sedere nudo. Per questo vi sarà utile un portatile ultra leggero, meglio di tutti un Asus. La virtuosa si occuperà presumibilmente di una Ong per fare imparare l'arte concettuale agli orfani angolani. Le farete capire di avere delle aderenze all'Onu e darete ostentatamente una banconota al lavavetri di colore, mentre la portate a un'intollerabile serata noprofit per le vedove tibetane. A quel punto lei non può che cedere e voi sareste in condizione di ottenere un ritorno alla grande dall'amante numero uno, se non che esplode lo scandalo: la "vergine" infatti ha filmato i vostri amplessi con il cellulare e li ha divulgati su Facebook, mentre la magistratura ha intercettato le vostre profferte di finanziare la Ong con conti esteri purtroppo inesistenti. Come in Laclos, ognuno viene punito: voi in un carcere pugliese, la ragazza in un collegio svizzero. La virtuosa cade in depressione e alla perfida erede della Merteuil cade il lifting. Metodo Stendhal: ce ne sono due. Il più rischioso è quello breve, consigliatogli da un commilitone: «Per prima cosa possedetela!». È un metodo efficace, che purtroppo potrebbe attirare lo sguardo invidioso della magistratura o della polizia. Meglio ripiegare sulla metodologia tradizionale, quella de Il rosso e il nero. Prendete una scala – le più leggere sono in alluminio – e scalate la finestra della vostra vittima. L'unico rischio, se vi trovate in un agriturismo, è di essere scambiati per dei ladri. O meglio, un altro rischio c'è ed è quello di sentire che l'amata russa sonoramente o di essere scacciati non per virtù, ma perché ha il bel viso impiastricciato di creme. Superati questi ostacoli la possedete e ve ne andate prima che mariti o genitori se ne accorgano. Il giorno seguente la vostra conquista manifesta tutta la sua indifferenza. Ai tempi di Stendhal nessuno pensava a insoddisfazione erotica, oggi basterebbe ricorrere alle magiche pillole azzurre. Nell'attesa, la ingelosite bombardando di mail una sua conoscente. Per non perdere tempo a inventare, le mandate, con il taglia e incolla, le lettere di un epistolario celebre online. Il brutto è che anche lei fa lo stesso. Il bello è che nessuno dei due legge le mail dell'altro. Dopo una decina di giorni, stanca di avere la posta ingorgata, la conoscente dell'amata decide di cedervi, ma proprio in quel momento l'amata, ingelosita da una mail che avete fatto finta di inoltrarle per sbaglio, decide di darvi una seconda chance. A quel punto sta a voi scegliere. Metodo Henri Roché, più noto come triangolo Jules e Jim: scegliete un amico remissivo o, meglio ancora, criptogay. Non illudetevi di farvi proibire di sedurre la moglie. I Jim di oggi per fare reagire gli Jules devono irritarli, per esempio chiedendo la consorte in prestito proprio nel momento in cui sta preparando la cena. Soltanto allora Jules vi dirà la celebre frase: «No, per favore, non lei!!», e voi potrete proseguire sulla buona strada. Il problema maggiore non sarà nella resistenza, puramente formale, della preda, ma nella difficoltà di attirare l'attenzione del tradito sulle proprie manovre. Ai tempi di Jules e Jim non esistevano internet e la televisione. Oggi in caso disperato ci si può avvinghiare alla moglie dell'amico sul sofa su cui Jules stavedendo la partita o Casalinghe disperate, suscitando la sua reazione indignata: «Proprio qui dovevate farlo?!». Al che gli obietterete come Jim che è quasi un modo per amarlo. Il rischio maggiore è accorgersi troppo tardi che Jules non intende condividere con voi l'ineguagliabile consorte, ma vuole lasciarvela interamente. A quel punto siete diventati Jules e non resta che ricominciare la partita cercando un altro Jim. «Qualè la differenza fra la bigamia e la monogamia?» chiedeva OscarWilde, per poi rispondere: «Nessuna, in entrambi i casi si ha una donna di troppo!» (Giuseppe Scaraffia)
«Famiglia Cristiana»
20-07-2008
In origine fu il ratto. Così, con un atto di brutalità, gli antichi conquistavano le loro donne. Da un rapimento sono nate guerre e dinastie: il più famoso, quello delle Sabine, segna la storia di Roma. La mitologia tramanda una lunga serie di ben poco edificanti approcci che si risolvevano in due metodi molto spicci: il ratto e lo stupro. Con una differenza: il primo aveva come scopo il matrimonio; il secondo l'avventura fugace. «La civiltà comincia con la conquista amorosa, allorché l'uomo acquisisce consapevolezza del fatto che bisogna essere in due per costruire una coppia», osserva il francese Jean Claude Bologne, storico e docente di Iconologia medievale a Parigi, nel suo La conquista amorosa. Dall'antichità ai giorni nostri, che ripercorre l'evoluzione dell'approccio d'amore attraverso le varie epoche. Eppure, nell'antica Grecia il rifiuto della donna è quasi inconcepibile. Non va meglio a Roma, dove il matrimonio è un affare contrattato dagli uomini; la storia romana è costellata molto più di violenze che di seduzioni. Lo stupro è un abuso di forza, assimilabile al potere assoluto. L'arte del "rimorchio", al contrario, diventa una virtù repubblicana, perché esige la libertà di scelta. Il Medioevo segna una svolta nella relazione tra i sessi: è la rivoluzione cortese. La conquista viene sublimata nell'ideale dell'amore cavalleresco. Ma va abbattuto uno stereotipo: «La visione idealizzata dell'amore cavalleresco è invenzione dell'Ottocento, La firi amors ("l'amore perfetto") medievale è al contrario contrassegnata da una profonda sensualità». L'amore cortese impone la sottomissione dell'uomo alla sua donna: l'amante si sottopone a prove di coraggio, «il cavaliere soffre in silenzio e testimonia con le ferite». Ed è un amore avvolto dal segreto: all'audacia degli antichi si sostituisce la timidezza muta. A far da cornice i luoghi pubblici: mercati, chiese, giostre o teatri. Il Rinascimento segna il trionfo della galanteria: «Sedurre diviene uno "stile di vita", non più limitato alla sola conquista amorosa, ma praticato per il puro piacere di piacere». L'arte parla di erotizzazione dell'approccio; il modello maschile diventa più virile, prestante, guerriero. Anche se non si può parlare di vera disinibizione, il Rinascimento è avvezzo alle conquiste facili. Complice una novità, la danza in coppia. La dichiarazione è alla base della seduzione: nella Francia del Seicento scoppia la moda della lettera d'amore. Un «maremoto sentimentale» investe l'Ottocento romantico: con l'urbanizzazione il "rimorchio" si apre a tutte le occasioni che la città offre. Cominciano a fare capolino le inserzioni sui giornali: sorgono, non a caso, le prime agenzie matrimoniali. Tutto cambia nel XX secolo. La guerra segna un doloroso spartiacque, con i giovani traumatizzati dalla violenza e le ragazze più indipendenti, capaci di cavarsela da sole e di decidere per sé stesse. Addio al valzer, irrompe il tango. È l'epoca della sfrontatezza, anche nel modo di vestire: addio al corsetto, le gonne si accorciano, alcune osano i pantaloni. Compaiono nuovi luoghi di incontro: il dancing importato dagli americani, il cinema con la sua audace oscurità, gli scantinati che la guerra ha trasformato in rifugi. L'Europa scopre il dating, il darsi appuntamento, il flirtare senza complicazioni o promesse. Nel primo passo, uomo e donna sono ormai alla pari. Il ballo completa la seduzione: il romantico valzer lascia il posto alla passionalità del tango, nato nei quartieri popolari di Buenos Aires. Negli anni Sessanta l'approccio è affidato allo slow, il lento ballato guancia a guancia, con giochi di sguardi e parole sussurrate. Quanto ai luoghi, dopo la carrozza dei secoli precedenti, nel Novecento è l'automobile la sede incontrastata del flirt, nonché un concentrato di stereotipi duri a morire. Per Bologne, il riflesso di processi psicologici: secondo un sondaggio, il 44 per cento dei francesi considera una persona dell'altro sesso più seducente al volante di una cabriolet. Con una berlina o una 4x4, non cè storia. (Giulia Cerqueti)
«Il Secolo XIX»
18-07-2008
Una carriera tutta dedicata allo studio dell'amore: Jean Claude Bologne, storico e docente all'Icart di Parigi, ha scritto una ventina di libri sull'evoluzione dei rapporti fra i sessi. Il primo tradotto in italiano è La conquista amorosa sul corteggiamento dall'antichità a oggi, un percorso che inizia nel segno della brutalità e si evolve in un complesso e raffinato rituale, grazie soprattutto all'influenza femminile. «Poiché le società più antiche si fondavano sulla supremazia del maschio, la conquista delle donne avveniva piuttosto sbrigativamente, non essendo previsto il rifiuto» spiega Bologne «il corteggiamento nasce quando l'altro ha la possibilità di dire no. Nell'antica Grecia la seduzione viene esercitata nell'ambito omosessuale, perché una moglie si acquistava per contratto dal padre, mentre l'amore tra un uomo e un ragazzo esigeva il libero consenso, come vediamo nel "Simposio" di Platone, quando Alcibiade si lamenta di non essere riuscito a conquistare Socrate. Ma la principale svolta nell'arte di sedurre la troviamo nella Bibbia: Giacobbe corteggiò Rachele prima di chiedere la sua mano al padre, e lavorò quattordici anni per ottenerla in moglie». E prosegue: «Il primo manuale della seduzione è "Ars amandi" di Ovidio, imitato in tutto il Medio Evo, quando sbocciò l'amor cortese e l'uomo fu costretto alla delicatezza perché si rivolgeva a donne socialmente superiori. L'influenza femminile ha molto contribuito a ingentilire i costumi, pensiamo ai salotti del Seicento. Nella morale cristiana, ripresa dal filosofo Kierkegaard, la seduzione è una caratteristica femminile e la conquista una prerogativa maschile: dunque il primo approccio verrebbe dalla donna e la conclusione dall'uomo». Il riferimento al poeta latino Ovidio fa capire l'importanza della letteratura nella storia del corteggiamento? «Certamente, la letteratura ha sempre fornito modelli di comportamento. Come nel libro di Lancillotto che, secondo Dante, avrebbe indotto apeccare Paolo e Francesca. Diceva Stendhal, riconoscendosi debitore di Molière, La Bruyère e Laclos: "Cè un cerimoniale nell'amore, e i nostri unici maestri in quel genere sono i romanzi che abbiamo letto". Purtroppo il riconoscimento di quell'influenza ha avuto anche risvolti negativi, provocando i processi a libri come "Madame Bovary" di Flaubert e "Les fleurs du mal" di Baudelaire. Ma a fornire utili consigli non sono solo gli scrittori: lo stesso Stendhal era grato all'amico Percheron che gli aveva insegnato come far cedere le donne. Questo signore sconosciuto è perciò un benemerito per la storia della letteratura». Intanto si possono ricordare molte figure storiche che hanno contribuito a evolvere l'arte del corteggiamento: «Il primo non può essere che Giacomo Casanova, attento al desiderio della donna per farla entrare nel suo gioco. Non gli piacevano quelle che si davano a lui subito, perché l'arte della seduzione era più importante del risultato. Casanova impersona la teatralizzazione dell'amore avvenuta nel Settecento. Ci sono anche personaggi femminili come Eleonora d'Aquitania che mise alla moda l'amor cortese. E nell'Ottocento la principessa Cristina Belgioioso, col suo aspetto spettrale e le pose languide, offrì l'immagine dell'amore romantico». Nonostante gli enormi cambiamenti nei codici di comportamento, però, le emozioni in gioco sono sempre le stesse: «Il sentimento è eterno, ma il modo di esprimerlo varia a seconda dei tempi e dei luoghi» dice Bologne, «il baciamano era un gesto di cortesia in Francia, mentre in Inghilterra era un esplicito approccio. Il che poteva dare adito a equivoci. Nell'antichità l'amore si credeva ispirato da Eros, oggi si parla della biologia delle passioni. Le domande sono sempre le stesse, ma le risposte cambiano». (Daniela Pizzagalli)
«Letture»
01-11-2008
Se cercate un libro in grado di appassionare alla filosofia, mostrando come sia tutt'altro che una scienza astratta, l'avete trovato. Alexandre Jollien è un giovane pensatore (ha 33 anni) che ha fatto della speculazione una ragione di vita. Cerebroleso dalla nascita, ha passato l'infanzia in un istituto per disabili. È comunque riuscito a diplomarsi e, scoperta la filosofia, a laurearsi. La sua riflessione è pervasa dalla sua particolare situazione esistenziale. Notati per la prima volta da Enzo Bianchi e dalla casa editrice della Comunità monastica di Bose, i primi due libri cercavano risposte al dolore, al perché della sofferenza, all'insensatezza della "diversità". Dopodiché c'è stata una svolta nel percorso di Jollien: si è sposato, ha due figli, studia, scrive libri e tiene conferenze in giro per lEuropa... Fine della (sua) filosofia, allora? Nient'affatto: la felicità raggiunta può essere un'illusione che si dissolve da un momento all'altro, il godimento del presente è reso impossibile dai fantasmi del passato, il senso di colpa resta in agguato... Nasce così Cara filosofia, che ha per sottotitolo Lettere di un giovane filosofo ai grandi Maestri. Dopo aver elaborato un pensiero «per il tempo di guerra», Jollien si sforza di elaborarne uno «per un tempo di pace». In altri termini, cerca le ragioni per imparare a godere, nel presente, della felicità che la vita gli offre. Lo fa dialogando con i suoi amati maestri – Boezio, Epicuro, Schopenhauer, Erasmo da Rotterdam, Spinoza, Etty Hillesum e con Dama Filosofia e la Morte in persona, con uno stile coinvolgente e accessibile a tutti. (Paolo Perazzolo)
«Il Giornale di Brescia»
21-09-2008
Se la vita vi sembra insopportabile, faticosa, impossibile da vivere, leggete Cara filosofia del giovane filosofo Alexandre Jollien e imparate con quale serenità un uomo sa reagire alle disgrazie. Nato in Svizzera nel 1975 con un grave handicap cerebrale-motorio per un parziale strangolamento causatogli dal cordone ombelicale, Jollien è un giovane intellettuale che ha trascorso ben 17 anni dei suoi 33 in un centro specializzato per handicappati, per le difficoltà nel camminare, leggere, parlare … Si è sottoposto a tante cure nella sua vita, ma la vera medicina è stata la filosofia, anzi, i filosofi, soprattutto quelli classici, dai quali ha assimilato un sapere in grado di dominare la sofferenza. «Si trattava di prepararsi al peggio – dice – per procedere, senza aspettative, lungo la giornata. Per quanto mi riguarda, vorrei arrischiarmi a considerare ogni individuo che frequento un maestro di umanità. L'altro incarnando nella sua vita un particolare modo di essere pienamente umano, può offrirmi dei punti di riferimento per costruire la mia persona». È stato un vecchio prete a fargli incontrare i suoi generosi medici dell'anima e dell'intelletto in grado da cancellare in lui il disagio degli scompensi fisici, e a fargli intraprendere un viaggio in un magistero infinito. I suoi interlocutori si chiamano Anassimandro, Zenone, Socrate, Platone, Aristotele, Sant'Agostino, Abelardo, Montaigne, Pascal, Hume, Kant, Nietzsche e tanti altri...
Fra i filosofi che ha letto, qual è, secondo lei, quello che sente più vicino al giorni nostri? «In ogni filosofo, anche antico, troviamo delle possibilità di discorso che hanno riferimento con l'oggi. Soprattutto quando parlano della condizione umana, tutti i filosofi dicono qualcosa a noi sull'oggi. Due esempi in particolare possono essere Epicuro che vive in un tempo complesso politicamente, e cerca nella filosofia la medicina per liberarsi dalla paura e dalla insoddisfazione; o Spinoza che si ritira in se stesso per cercare di riflettere sulle passioni umane, sulla morte e sulle difficoltà. Così facendo libera se stesso».
Ha preferenze tra i filosofi moderni? Può fare un confronto tra loro e i filosofi antichi? «Conosco poco i filosofi contemporanei; conosco e mi piacciono di più quelli antichi forse perché sembra che mi possano aiutare di più. La filosofia oggi può avere un senso nella misura in cui riflette sul declino della religione da un lato e sul problema della tecnica dall'altro che oggi può variare terribilmente e arrivare anche a distruggere l'umano. In ogni caso al centro di tutto la cosa più importante per la filosofia mi sembra il riflettere sull'uomo e sulla sua centralità, e in particolare sull'umano ferito, lacerato, fragile».
La fragilità dell'umano, possiamo vincerla attraverso la filosofia? «Non si tratta tanto di vincere la nostra fragilità quanto di accoglierla. Ho vissuto tutta la mia vita nella modalità del combattimento, scontrandomi, lottando contro il dolore e la fragilità ma, grazie anche a Spinoza mi sono reso conto che il combattimento non è la cosa più importante. Si tratta di scoprire più che di conquistare, perché il combattimento diventa anche sfiancante e non porta da nessuna parte. Bisogna scoprire anche nei piccoli momenti del quotidiano le possibilità di gioia, e accettando questa debolezza possiamo imparare a scoprire la felicità motivando la nostra fragilità».
È possibile accedere alla felicità? «È importante fare una distinzione fra gioia e felicità. La felicità spesso assume una dimensione un po' utopica al di là delle possibilità. Io preferisco parlare di gioia perché mi sembra una dimensione molto più accessibile. Bisogna rendersi conto che la fragilità è da accettare perché la sofferenza è qualcosa di inevitabile. Ma è in questa situazione che scopriamo la gioia. A questo proposito credo che sia importante capire anche quali siano le debolezze che dipendono da noi e dobbiamo fare di tutto per superarle o per migliorarle perché debolezze e sofferenze si accettano dando loro un senso». Cosa difficilissima nel nostro tempo per gli interessi che sembrano azzerare la spiritualità dell'individuo. «Il senso non viene mai dato all'inizio alle cose che affrontiamo. È qualcosa che va cercato, elaborato. A me piace molto la nozione di vocazione. Si può avere una vocazione come padre di famiglia o come filosofo. C'è anche la vocazione di handicappato, di disabile, che io cerco di trovare nelle mie condizioni anche se fa male. Certo continuo ad essere ferito, però al tempo stesso cerco di trovare un senso in questo mio essere attraverso l'esame del dolore e una riduzione delle mie esigenze minuto per minuto: una riduzione anche degli istanti nei quali io possa sentire e provare questa vocazione».
Poiché è stato un prete ad avvicinarlo alla filosofia, può dirmi come convivono in lei filosofia e religione? «Credo che la filosofia abbia l'esigenza di conferire il primo posto alla ragione. Per me la filosofia è un modo per eliminare le passioni tristi, ma in primo luogo è un esercizio di comprensionee di riduzione dei desideri nel senso soggettivistico. La filosofia classica può diventare anche un discorso iper-razionalista e può far correre il rischio di negare la dimensione emotiva dell'uomo. Credo, invece, che la fede abbia la caratteristica di comprendere la totalità dell'essere umano, anche la sua affettività che è proprio ciò che la filosofia rischia di perdere per strada. Anzi, la filosofia ha il compito di sbarazzarsi della superstizione, e questo è molto importante anche per la religione».
La filosofia è sempre madre o qualche volta è matrigna? «Può essere anche una matrigna quando nega o livella le contraddizioni che ci abitano; o quando diventa ideologia e costruisce delle chimere che non hanno alcun fondamento».
(Francesco Mannoni)
«Il Nostro Tempo»
14-09-2008
Sono molte e diverse le vie che portano gli uomini alla filosofia. A immettere molti sulla via dell'amore per la sapienza è l'interesse speculativo puro, il desiderio di verità, la volontà di capire i "segreti dell'essere". Altri sono mossi da un interesse più pragmatico, in quanto dalla ricerca si aspettano di ottenere indicazioni per il loro comportamento e le loro scelte. In questa seconda categoria ci sembra possa essere collocato un giovane filosofo svizzero, Alexandre Jollien, che alla meditazione filosofica si è rivolto per ottenere risposte agli interrogativi esistenziali che lo hanno tormentato in passato e che ancora oggi lo inquietano. Per meglio comprendere il suo approccio, bisogna spendere qualche parola sulla sua biografia. Jollien, classe 1975, è cerebroleso fin dalla nascita. Un'asfissia al cordone ombelicale, mentre era nel ventre della madre, lo ha segnato per sempre. Ha trascorso 17 anni in un istituto per handicappati, riuscendo comunque a conseguire un diploma commerciale. Poi è venuta la passione per la filosofia, che ha studiato all'Università di Friburgo. A scoprirlo, in Italia,è stato Enzo Bianchi che con la casa editrice della Comunità di Bose ha pubblicato i suoi due primi libri: Elogio della debolezza e II mestiere di uomo. A un piccolo editore vicentino, che dispone di catalogo di titoli davvero apprezzabile, Angelo Colla editore, dobbiamo invece la pubblicazione del suo terzo, recente saggio: Cara filosofia. Lettere di un giovane filosofo ai grandi Maestri, che è stato presentato al Festival della letteratura di Mantova dallo stesso Enzo Bianchi. I primi due volumi costituiscono in un certo senso un corpo unico, che appunto svela l'originale metodo filosofico di Jollien. È la vita in tutta la sua impellenza e urgenza a spingerlo verso i grandi pensatori, alla ricerca di risposte che diano forza e senso. Nel suo caso, l'esperienza della "diversità", il pregiudizio, la sofferenza producono un vertiginoso incalzare di domande. Ecco venirgli in aiuto Socrate e gli altri filosofi, soprattutto gli antichi, con i quali Jollien instaura un dialogo serrato, vero, senza finzioni. Tale confronto gli è di grande aiuto e stimolo e lo induce a guardare le cose in maniera nuova, da un differente punto di vista – atteggiamento nel quale il giovane filosofo è nel tempo diventato maestro – grazie al quale scopre che la diversità e la debolezza possono sì essere una croce, ma che se non si dà eccessivo peso al giudizio altrui e, soprattutto, se si esce dalla gabbia del vittimismo e dell'autocondanna, possono rivelarsi una risorsa, una ricchezza. Nell'incontro con l'altro, infatti, "il diverso" può dare e ricevere ciò che le normali relazioni spesso non sono in grado di offrire. Per questa via si costruisce un "elogio della debolezza" innovativo e sorprendente. Rispetto a questa posizione, il nuovo saggio Cara filosofia compie un passo ulteriore, ben espresso dal sottotitolo Un percorso per la costruzione di sé. I primi due libri rappresentavano per l'autore una filosofia da combattimento: erano il suo personale modo per armarsi di una corazza contro le avversità della vita. In questa battaglia, il dialogo filosofico gli aveva fornito forza, coraggio, ardore. Poi però qualcosa è cambiato nella vita di Jollien: oggi è sposato, ha due figli, ha una cerchia di amici; gira il mondo per tenere conferenze, scrive libri. Insomma, la sorte gli sorride, in qualche modo. Tutto bene, dunque? No, perché raggiunto un (relativo) benessere, sono subentrati la paura del futuro, il terrore di perdere quello che ha tanto faticosamente conquistato, il senso di colpa, oltre ai fantasmi mai del tutto sconfitti del passato. Ne risulta l'incapacità di vivere il presente, di godere appieno del bene che esso ci riserva. Ed è per far fronte a questo mutamento esistenziale che Jollien imprime una svolta alla sua riflessione filosofica: non si tratta più di combattere in campo aperto, ma di elaborare uno stile di vita per un tempo di pace (le metafore sono dell'autore). Quello che cerca, e di cui ha bisogno ora, è una «filosofia del dopoguerra», perché anche l'apparente serenità nasconde le sue insidie. Nasce così Cara filosofia, un dialogo con Boezio, Epicuro, Schopenhauer, Spinoza, Etty Hillesum, oltre che con «Dama filosofia» in persona e con «Dama morte». Dallo studio e dal dialogo con questi pensatori Jollien ricava preziose indicazioni per la sua vita. Epicuro, ad esempio, gli insegna l'importanza di saper apprezzare il qui ed ora. Spinoza (un nome centrale in questa riflessione) lo esorta ad abbracciare il reale, riconoscendone il senso, al di là delle apparenze. Schopenhauer lo libera dalla tirannia della volontà, mai paga. E così via. Ne viene fuori un libro appassionante, che seduce per il suo filosofare "in diretta" sull'impeto dalle domande scaturite della vita vera. È un libro coinvolgente, perché gli interrogativi di Jollien non sono affatto esclusiva di una persona "particolare", ma gli stessi di tutti noi essere umani.
(Paolo Perazzolo)
«Famiglia Cristiana»
30-08-2008
Ad Alexandre Jollien va riconosciuto un tratto tipico dei filosofi: quello di saper sorprendere, spiazzare, aggirando i luoghi comuni e smontando i pregiudizi. Ne aveva dato prova con i suoi primi libri, Elogio della debolezza e Il mestiere di uomo (entrambi pubblicati da Qiqajon, la casa editrice della Comunità di Bose), nei quali mostrava come il concetto di normalità fosse relativo, e come nella debolezza risiedesse una grande forza. Era, questa, una "filosofia da combattimento", scaturita cioè dalla sforzo di trovare risposte a domande impellenti che la vita gli aveva gettato addosso. Una filosofia ispirata dalla necessità di parare i colpi dei destino. Jollien è cerebroleso dalla nascita, a causa di unasfissia provocata dal cordone ombelicale nel ventre della madre. Ha trascorso 17 anni in un centro specializzato per handicappati, riuscendo a frequentare un istituto commerciale, poi ha studiato filosofia a Friburgo. Questa condizione di diversità, di dolore, lo ha indotto a un confronto diretto e vivace, privo di ogni intellettualismo, con la lezione del pensiero occidentale, a caccia di "soluzioni"per i problemi esistenziali urgenti. Oggi Jollien è sposato, ha due bambini, gira il mondo per tenere conferenze e presentare i suoi libri. Sembra «avere tutto dalla vita» - come si legge in queste pagine -, eppure la paura di perdere ciò che, con tanta fatica, ha conquistato, labitudine a lottare e a tenere un comportamento da guerriero, gli rendono difficile gustare il qui e ora, con pericolose fughe nel passato e nel futuro. Come in fondo accade a ciascuno di noi. Ecco allora la necessità di elaborare una "filosofia del dopoguerra", un percorso per la costruzione di sé, come recita il sottotitolo dei nuovo libro: Cara filosofia. Lettere di un giovane filosofo ai grandi Maestri. (Paolo Perazzolo)
«Panorama»
28-08-2008
Un epistolario con i grandi pensatori dei passato e con la Filosofia stessa, ma anche con la Paura e perfino con la Morte. S'intitola Cara filosofia, lo ha scritto un giovane filosofo svizzero e in Francia ha venduto 120 mila copie. Un caso letterario e umano, perché Alexandre Jollien, 33 anni, già autore di altri saggi di successo (Elogio della debolezza, Il mestiere di uomo), ha alle spalle una storia tanto drammatica quanto vincente. Nato con gravissimi handicap motori e di parola, Jollien ha vissuto per 17 anni in un istituto dove, con grande volontà e fatica, è riuscito a imparare a camminare, a parlare e a diplomarsi. Ma la sua vera vita è iniziata con la scoperta della filosofia: un manuale sfogliato per caso in una libreria, la curiosità per i pensatori del passato, il desiderio di saperne di più. Quindi gli studi a Friburgo e a Dublino, il successo dei suoi lavori, la fama. E, soprattutto, la conquista della gioia: una moglie, due figli adorati. In attesa della sua venuta al Festival della letteratura di Mantova, il prossimo 4 settembre, Panorama ha incontrato Jollien a Vevey, in Svizzera, dove vive con la famiglia. Per capire come la filosofia abbia potuto salvargli la vita. «La volontà è stata il motore» risponde. «Ma non era sufficiente, perché un motore può girare a vuoto. La filosofia gli ha dato un senso, una direzione. E a me la disciplina interiore per accedere alla gioia, accogliere la vita com'è. Mi ha dato la direzione verso un progetto di libertà: dalla tristezza, dalla collera, dall'odio. Perché la filosofia è la disciplina che ti aiuta a essere libero da questi sentimenti». Nel suo libro Jollien rende omaggio ai suoi maestri scrivendo loro delle lettere. E ringraziandoli per quanto ciascuno gli ha dato. Boezio: «L'accettazione della propria collera. Perché per liberarsene, prima bisogna accettarla. Non si può rimuoverla, per usare un linguaggio freudiano, ma conviverci senza che ci distrugga». Epicuro: «La gioia. Mi ha insegnato che è qui, ora e in ogni momento della vita. Mi ha spiegato che è un modo di essere nel presente: non devo aspettare domani per trovarla, ma cercarla nelle cose di ogni giorno».Schopenhauer: «Lui invece mi ha mostrato che la volontà è un motore pericoloso perché lavora e fatica e vuole sempre di più, non è mai soddisfatta. Della volontà si può diventare schiavi, perdendo così la libertà. L'insegnamento di Schopenhauer è che possiamo utilizzarla per i nostri fini, ma non esserne manovrati, condizionati. Accettare la noia, prendersi il riposo, la pace è invece un esercizio spirituale molto importante». Spinoza, il suo preferito: «È la gioia nell'esercizio della libertà. Ciò che ho appreso da lui è che la libertà bisogna conquistarla. Non nasciamo liberi, lo diventiamo grazie alla coscienza, alla lucidità. E il motore di questa liberazione è la gioia». Etty Hillesum: «Ebrea deportata e uccisa ad Auschwitz, mi ha insegnato l'accettazione. Lei ha saputo accettare il male assoluto, ha cercato la forza dentro di sé, non si è permessa di coltivare l'infelicità, l'odio. Magnifica, Etty: questa è la libertà interiore, accettare ciò che si è ed essere nella gioia». Jollien non parla mai di felicità, ma di gioia. Perché? «Perché la felicità mi pare troppo ideale, assoluta, perfetta. Mentre la gioia è molto più accessibile: si può trovarla, a tratti, perfino nella sofferenza. Spesso si dice: sono infelice perché ho dei problemi, quando avrò trovato una soluzione sarò felice. Spinoza mostra invece che è vero il contrario: se io sono nella gioia posso affrontare e forse risolvere i miei problemi». La ricerca della felicità, o della gioia se si preferisce, è un argomento alla moda di questi tempi: uno degli ultimi numeri del Nouvel Observateur gli ha dedicato la copertina rivalutando, su questo tema, il pensiero di Epicuro. Che cosa c'è di così attuale in lui? «Il ritorno all'essenziale. Epicuro e i filosofi stoici restano veri ed efficaci oggi come duemila anni fa perché hanno saputo parlare della condizione umana, che è immutabile nel tempo: si vive, si soffre, si muore, si cerca la felicità oggi come allora». Nel libro Jollien scrive anche alla Paura, un sentimento che l'autore conosce bene: «La più grande è quella di perdere i miei figli. È una paura irrazionale che hanno tutti. Del resto c'è molto di irrazionale in noi: si può essere razionalmente equilibrati e affettivamente fragili. È uno dei temi del mio prossimo libro che verterà sulle passioni, ossia tutto ciò che si oppone alla ragione». Credente ma non religioso, Jollien ha con Dio un approccio molto particolare, fatto di esercizi spirituali dedicati alla ricerca di «un ascetismo interiore». Non un rapporto con la divinità («Chi è Dio? Non lo so...») ma, nuovamente, con se stesso, sempre alla ricerca di quella libertà, anche nella fede, che porta alla gioia. Fra le molte paure di Jollien di sicuro non c'è quella della morte: «Di che cosa ci sia dopo non mi importa niente» dice. Quanto alle altre grandi paure dell'uomo, le guerre, le epidemie, la povertà, invita ad affrontarle con gli insegnamenti dei suoi maestri: «Penso agli stoici, il cui universo spirituale consisteva nel vedersi come una parte del tutto, mentre oggi l'uomo si considera come il tutto. Sentirsi parte del mondo, essere più partecipi dei problemi dell'umanità può aiutarci ad avere meno paura». (Valeria Gandus)
«l'Adige»
13-01-2009
«Be silent, please!». Un'antica esortazione al rispetto e alla quiete che oggi si sente invocare sempre meno. D'altronde alle nostre orecchie ormai un tale monito risulta arcaico, autoritario o peggio: vano. Dunque improponibile in questo nuovo millennio sempre più parolaio e ridondante di suoni. Siano pure essi solo quelli di fondo del traffico o di una delle svariate apparecchiature più o meno rumorose, ma onnipresenti. Il silenzio è quindi una dimensione del tutto inusuale, di cui forse a mala pena fruiscono le monache di clausura. Inconsueto andarlo a cercare o soffrirne davvero la mancanza. Nell'Occidente ipertecnologico e chiassoso, quantomeno. E altrettanto improbabile essere iniziati al suo culto, ormai ripudiato dalla postmodernità. Andava in modo completamente diverso nel passato; ad esempio nell'antico Egitto, dove all'entrata di ogni tempio era posta l'effigie di Arpocrate in figura di bimbo che con l'indice sulle labbra invitava al silenzio. Per secoli, infatti, il silenzio è stato tenuto in grandissimo conto. Lo sottolinea Roberto Mancini – che di questa tematica sè occupato a lungo, soprattutto da una prospettiva storico-antropologica – in un suo recente saggio intitolato La lingua degli dei, ricordandoci fra l'altro come alla scuola di Pitagora tacere, da parte dei nuovi discepoli, non solo era ritenuto opportuno bensì indispensabile all'apprendimento. Però a zittirsi, imparando ad abitare la dimensione meditativa del silenzio, non si esercitavano appena gli scolari ma anche i maestri. Si pensi solo a Socrate il quale, a detta di Platone, traeva ispirazione da una voce che nessuno poteva udire all'infuori di lui, in grado di cogliere in essa l'afono discorso del suo dàimon. Per non parlare del filosofo Apollonio di Tiana, che sembra si sia trattenuto ben cinque anni interi dal proferir verbo. Il silenzio è perciò disponibilità all'ascolto, apertura nei confronti del messaggio proveniente dall'altro. Specie se la parola è quella divina. In tal caso, nota Mancini, «il tacere degli uomini, sopraffatti dalla visione trascendente, ribadisce la totale alterità del sovrumano e la sua irraggiungibilità secondo le normali vie dei sensi». Ma non solo. Secondo i monaci asceti medioevali rimanere silenti è condizione essenziale tramite la quale è possibile accedere all'esperienza interiore di Dio: gran voce rimbombante dall'oscuro, per dirla con Massimo il Confessore. Da qui alla teologia apofatica (ovvero impossibile a dirsi) dello pseudo Dionigi l'Areopagita il passo è breve, in quanto essa rimarca l'inadeguatezza di ogni traduzione discorsiva rispetto all'ineffabile della trascendenza. In questo modo la contemplazione silenziosa viene utilizzata dai mistici «come strumento ascetico, come elemento dell'estasi e come segno genuino della comunicazione con Dio». Ma Mancini non si limita ad esplorare la dimensione religiosa all'insegna del silenzio. Anche in ambiti profani, nell'antichità, esso veniva considerato un vero e proprio instrumentum regni, cioè il mezzo privilegiato per l'esercizio del potere. Soprattutto nel XVI e nel XVII secolo, da Machiavelli a Erasmo da Rotterdam, a Baltasar Graciàn i più influenti intellettuali suggerivano segretezza, prudenza, riserbo e dissimulazione. In parole povere il comportamento politico auspicato era più tacere che parlare. Altri tempi, è chiaro. Oggi il silenzio quale parte potrebbe mai recitare sul palcoscenico mediatico imperante? (Francesco Roat)
«Il Secolo XIX»
03-09-2008
Le nostre città sveglie e attive 24 ore su 24 sono il risultato di quell"'assalto al silenzio" di cui parlava già nel 1946 Aldous Huxley. Forse la storia del silenzio è agli sgoccioli, e non resta che tutelarlo come uno di quei beni culturali che sono stati di importanza fondamentale nel cammino della civiltà umana. Alle origini di questo cammino, il silenzio è stato lo strumento privilegiato per mettersi in contatto con la divinità, come documenta l'approfondita e vasta ricerca di Roberto Mancini, docente all'Università Iuav di Venezia, che in La lingua degli dei traccia un percorso filosofico, teologico e anche iconografico, dall'antichità all'età barocca, sui diversi significati assunti dal particolare "linguaggio del silenzio" a seconda delle mutevoli situazioni storico sociali.
«In tutte le religioni il silenzio ha un ruolo significativo», dice Mancini, «ad esempio nello Zen si persegue la mente vuota, il permanere nella stasi, e nella pratica yoga c'è un livello di realizzazione che si basa sul controllo assoluto dell'immobilità del corpo in tutte le sue manifestazioni. Nello shintoismo cè addirittura un mito delle origini secondo cui avrebbero avuto la parola pure i minerali e i vegetali, ma nella trasformazione dal caos al cosmos la maggior parte del mondo sarebbe piombato nel silenzio. È però il cristianesimo ad aver sviluppato più dettagliatamente il dibattito sulla dicotomia parola/silenzio, risolvendo una questione che nell'Antico Testamento era rimasta un po' ambigua. Perché da una parte il silenzio era il necessario atteggiamento al cospetto di Dio, ma dall'altro la parola era indispensabile per pregare e spiegare i precetti divini. Sono stati gli antichi Padri della Chiesa, e in particolare Pacomio, l'ideatore del cenobitismo, istituendo le regole per la vita monastica, a stabilire modi e tempi del parlare».
Questa disciplina della parola, alla base di tutte le esperienze monastiche occidentali, ha avuto influenza anche a livello sociale? «Il linguaggio politico, le tecniche di base dell'articolata convivenza civile, derivano dal "sistema delle circostanze" ideato dai teologi altomedioevali, che stabiliva che cosa dire, dove, quando, come, a chi. Nella prima metà del Duecento nacque una letteratura "podestarile" che adattava alla politica questo sistema, integrandolo con le tecniche della retorica classica. Il silenzio era il punto di partenza di ogni discorso, che doveva comunque essere moderato, incline al poco. Le corti dei principi furono aree di silenzio, luoghi dove il potere si esprimeva in modo formale e regolato. L'imperatore Federico II si teneva accanto il logoteta Pier delle Vigne, che parlava per lui». (Daniela Pizzagalli)
«La Provincia di Como»
12-07-2008
Un saggio colto, ma leggibile come un romanzo ci avvicina a La Lingua degli dei. L'autore, Roberto Mancini, docente di storia contemporanea all'Università Iuav di Venezia, indagando Il silenzio dall'Antichità al Rinascimento, esamina secoli di comunicazione umana vista nell'ambito delle sue evoluzioni.
Professore, si fa sempre un gran parlare dell'utilità della parola, ma spesso la stessa viene sprecata e fraintesa. È possibile un equilibrio?
Le regole della circostanza sono per noi (nella cultura Occidentale) portatrici di questo equilibrio: non spendere inutilmente la voce e nello stesso tempo spenderla quando è necessario. Sta al singolo riconoscere quando è il caso di parlare e di tacere in relazione all'efficacia del suo discorso. Se noi pensiamo che il flatus vocis è qualcosa di prezioso, che è come un tesoro che deve essere conservato in un forziere, e se questo forziere è il nostro corpo, ecco allora che la moderazione nel parlare è come la moderazione nello spendere: operazione utile, talvolta inevitabile, e tuttavia rischiosa perché se attuata male potrebbe svuotare pericolosamente le nostre tasche e impoverirci. La nostra voce non è infinita, la ricchezza del nostro io non è illimitata, i pensieri che ci sono, sono il nostro tesoro che è necessario amministrare con oculatezza.
Dall'antichità ad oggi, come è cambiata la comunicazione?
Oggi si assiste ad una proliferazione di messaggi con l'inevitabile brusio di fondo che si crea. Ora, non si tratta di imporre nuovi e più prolungati silenzi, nel senso che non sarebbe opportuno che in una società libera si ponessero limiti alla parola. Porrei la questione in questi termini: sarebbe opportuno recuperare la dimensione dell'ascolto. Dell'ascolto attento, rispettoso, effettivo dell'altro o degli altri. Ecco, se questo accadesse avremmo recuperato del tempo perduto, con l'ascolto e la riflessione, con la lettura, per esempio, scopriremmo quanto sia interessante mettersi in attesa, rifilettere.
I politici, soprattutto quelli del nostro tempo, come si destreggiano tra il dire e non dire? Quello dei politici che non dicono per ragioni di opportunità e di calcolo politico riguarda più che altro il problema della reticenza. Questione anch'essa complicata. È del tutto evidente che la politica (le sue strategie e le sue tattiche) richiede riservatezza e prudenza: non tutto può essere esplicitato, non sempre è opportuno che l'interlocutore o l'avversario politico conosca nel dettaglio ogni passo dell'agire politico. Altro però è il caso del politico che chiede consenso e fiducia agli elettori. In quel caso, sulle questioni per le quali chiede il voto o il sostegno, la reticenza diventa illegittima? Quale fiducia accordare a chi non è sincero?
Il corpo come esprime il suo linguaggio "silenzioso"?
Il corpo si esprime per gesti che non hanno bisogno di emissioni vocali. Il linguaggio dei gesti è stato un formidabile strumento per parlare senza parlare.
Le donne considerate sempre troppo loquaci, quale peccato commettono parlando continuamente?
Garrulitas, scurrilitas, multiloquio.
(Francesco Mannoni)
«Il Sole 24 Ore»
29-06-2008
Ricorderete la maestra che a scuola, per azzittire la classe, allungava il dito indice verso l'altro e lo avvicinava alla bocca, perpendicolarmente alle labbra. A quando risale questo gesto? Al quesito risponde un agile libro scritto da Roberto Mancini dedicato al silenzio dall'Antichità al Rinascimento. Nei capitoli centrali si affronta il tema iconografico del silenzio. Perseguito pervicacemente alla corte di Bisanzio, il silenzio diventa affare da monaci. Si teme soprattutto che aprire la bocca e parlare offra al Maligno un passaggio per entrare nel corpo. Le prime iconografie relative alla rappresentazione del silenzio sono molto antiche (ne troviamo in un monastero vicino a Il Cairo, risalenti al VI secolo, e in una chiesa in Catalogna, risalenti al X secolo) e mostrano santi e monaci con il dito indice sulla bocca, però posto orizzontalmente, quindi nella stessa posizione delle labbra. Ma dalla bocca escono le parole e attraverso di esse è possibile peccare. Nei conventi e nei monasteri occidentali, le pareti si popolano di santi e di predicatori che invitano i confratelli al silenzio con il gesto che adesso assume, diciamo così, «la posizione della maestra», con l'indice rivolto in su. I corpi silenziosi credono i monaci, sono corpi perfetti perché hanno raggiunto un meticoloso autocontrollo. Tacere e obbedire diventano sinonimi. Nei conventi, gli affreschi che intimano il silenzio si trovano quasi sempre in punti strategici. A Monte Oliveto Maggiore, san Benedetto impone il silenzio sulla scala che porta alle celle. E per essere più convincente pone davanti al labbro non un dito, ma due. La raffigurazione del silenzio, così codificata, entra a far parte dei repertori di emblemi tardo rinascimentali. Il Ripa, ad esempio, suggerisce un modello siffatto: «Huomo vecchio, il quale tenga un dito alle labbra della bocca, et appresso vi sarà un'oca con un sasso in bocca». Silenzio e oca in bocca. (Marco Carminati)
«L'Avvenire»
19-06-2008
Che cos'era il silenzio per Socrate? La necessaria predisposizione per porsi in ascolto della voce del «daimon», per attingere alla sacralità dei misteri ultimi. E per la poetessa Saffo, che cos'era il silenzio? Il venir meno della voce, soffocata dall'emozione amorosa, un rapimento inviato da Eros. Pur nella diversità dei significati, appare chiaro che già nel mondo greco si percepiva uno stretto rapporto fra il silenzio e il divino: questa è la chiave interpretativa suggerita da Roberto Mancini, docente di Storia Contemporanea all'Università Iuav di Venezia, nel titolo del suo libro La lingua degli dei. Il silenzio dall'Antichità al Rinascimento, un percorso storico sul valore del silenzio nella cultura classica, in quella biblica e cristiana fino all'età barocca, quando il silenzio assume un volto pericoloso diventando, da mezzo per avvicinarsi a Dio, uno strumento di eresia: correnti spiritualistiche come il quietismo svilivano infatti l'importanza della liturgia incoraggiando la silenziosa preghiera contemplativa. L'ampia e documentatissima panoramica di due millenni di civiltà del silenzio è arricchita da un originale repertorio iconografico, che presenta fra l'altro quella che sembra la più antica raffigurazione di un gesto di silenzio: l'affresco paleocristiano della cappella egiziana di Baouit dove due monaci si coprono la bocca con la mano. La pratica del silenzio fu da subito fondamentale nella definizione della condotta monastica, basata sulla rinuncia a ogni bene, dunque anche alla parola. Mancini non si limita alla valenza religiosa del silenzio, ma indaga e approfondisce l'aspetto politico, che assume significati opposti a seconda che provenga dal basso o dall'alto. Nella società omerica l'assemblea ascolta in silenzio le deliberazioni regali, ma con lo sviluppo della democrazia la comunità rivendica la facoltà di esprimersi, e il silenzio diventa condanna: Platone cita ad esempio l'ostracismo imposto a Cimone «Sì da non ascoltarne per dieci anni la voce». Il silenzio è il linguaggio del potere. L'età imperiale romana e poi quella bizantina ammantano di silenzio l'imperatore per renderlo inaccessibile: prima di «Sua Maestà» è stato chiamato «Tranquillitas tua», e a corte è stato codificato un linguaggio dei gesti. Collegato a quello politico cè l'uso pedagogico e retorico del silenzio, già apprezzato da Cicerone e modulato, soprattutto durante il Rinascimento, come strumento di dissimulazione. Mancini nota l'origine mercantile dell'ossessione del segreto, che dilagherà nella letteratura cortigiana del XVI secolo. Guicciardini ne apprezzava l'effetto psicologico: «Lo ignorarsi dei tuoi pensieri fa che gli uomini stanno sempre attoniti e sospesi». E raccomandava: «Ci si dovrebbe avvezzare non solo a tacere le cose che è male si sappiano, ma ancora tutte quelle che non è utile si pubblichino». Un invito non raccolto, né allora né oggi. (Daniela Pizzagalli)
«Il Gazzettino»
20-05-2008
Quel «gran zarlatan de Carlo Goldoni» lo irritava nel profondo: «se giama reformador», in realtà «lo diravve distruttor del teatro comico venezian». Molto meglio i conti Gozzi, «l'uno dei quali se giama Gasparo, e l'altro Carlo, fradelli, per altro omeni onesti tutti e do e molto letterati». Anche lui, in fondo, si sente onesto e letterato nello svelare le «parti essenziali della mia prima morosa che gavea nome Zanetta. La gavea un bel musetto tondo e le più belle fattezze, una bela testa de cavei biondi e fini… le ganasse tanto de sotto quanto de sora piene, do sguardi in tel viso che pareva do pomi da riosa, bellissima carnagion, denti de latte, un senato stupendo e lussurioso».
Difficile sfuggire alla verve e alla vis dissacratoria del venezianissimo Francesco Zorzi Muazzo (1732-1775), nobile curioso, vivace e appassionato sciupafemmine che dedicò tutta la sua breve vita (morì a solo 45 anni) ad una immensa Raccolta de' proverbi, detti, sentenze, parole e frasi veneziane, arricchita d'alcuni esempii ed istorielle. Più di mille pagine, molte delle quali davvero piccanti, dalle quali affiorano volti, sguardi, ragionamenti spiccioli e di buon senso, modi di dire, ma soprattutto usi e costumi di una città osservata dal basso. Un mondo che si mescola ai ricordi personali, ai pettegolezzi, a pittoresche ed esileranti descrizioni di incontri, eventi, ambienti e angoli di un universo che Muazzo sentiva profondamente suo.
Più di «mille fogli volanti» finiti per caso nell'Archivio Storico di Venezia e infine approdati nelle mani di Franco Crevatin, docente di Etnolinguistica all'Università di Trieste, che per cinque anni ha studiato, analizzato e rivisto il manoscritto, concludendo il lavoro avviato dall'amico e collega Paolo Zolli, l'italianista che per primo aveva analizzato il testo negli anni Settanta. Curata da Crevatin, la Raccolta rappresenta un imperdibile viaggio nella Venezia che Goldoni non ha voluto raccontare, «diciamo l'altra faccia del Settecento cui non siamo abituati», conferma lo studioso, che regala anche un utilissimo indice conclusivo per aggirarsi con facilità tra in nomi di persona, le cose notevoli e i luoghi di Venezia segnalati da Muazzo. «Goldoni raccontava i popolani che non dicevano mai parolacce, osservava cicisbei o cavalieri serventi estremamente servili e cortesi. Una Venezia, per quanto artisticamente ricca e innovativa, per certi versi anche un po' stucchevole. Invece Checo Muazzo osserva la sua città senza fronzoli», le case in cui piove dentro, i rifiuti gettati dalla finestra, l'igiene sempre 'poco igienica', le malattie, i mestieri, le osterie, senza temere le parole forti o le situazioni spinte. Basta sfogliare la Raccolta per imbattersi nella schiena nuda di una prostituta usata da tre amici come tavolo da gioco, oppure osservare la moglie tradita che evira il marito «castigandolo in quella parte dove el peccava». Ecco una candela 'sadomaso' per amanti focosi, il parente che si distingue «a far el magnamarroni, o sia il ruffian», il bell'«andamento» delle dame mentre camminano, «che bel visin, che bel sestin e grazietta, e che da quel che se pol ricavar dall'esterno, che bella cosetta mollesina che la gaverà in mezzo le so culattine».
Il piglio è divertito e irriverente, il linguaggio esplicito e diretto: Muazzo ama Venezia, ma non chiude gli occhi davanti a ciò che non funziona. Denuncia e irride gli speculatori, gli imbroglioni, i corrotti (una voce che occupa diverse pagine), ridicolizza medici ciarlatani, gli avvocati azzeccagarbugli, prende in giro gli ipocriti, il clero, i supponenti, spiega come aggirare le norme amministrative della Serenissima. Muazzo si rende conto che i nobili, pur rubando come matti, la fanno sempre franca, mentre i poveri diavoli vengono sempre frustati come niente … Ma non va neppure dimenticata "la lettura umana" della Raccolta. Muazzo è un uomo che ama pericolosamente il vino, le belle donne e il gioco d'azzardo, un playboy del tempo «che in un certo senso vive già nel futuro, l'epoca della Rivoluzione francese». E da gran bevitore e frequentatore di osterie, Muazzo si mette spesso nei guai: risse, sbornie, scoppi d'ira, comportamenti violenti si susseguono per tutta la sua esistenza, e queste «gravi intemperanze» lo portano a entrare e uscire dagli ospedali, Santo Spirito e San Servolo, dove gli Inquisitori di Stato lo spediscono sempre con maggior frequenza e con la benedizione dei famigliari. Eppure, tra una recluzione e l'altra, tra le malattie che lo provano – malattie veneree, le piattole, fino alla «febbre maligna e infiammazione delle viscere» (probabilmente cirrosi epatica) che lo uccide – Checo Zorzi Muazzo non perde mai di vista la sua raccolta. Un testo che ci parla «della fine di un uomo che si fonde e trascolora nel tramonto della Serenissima Repubblica di San Marco». E chi avrà la pazienza di addentrarsi tra queste coloratissime pagine, non potrà che divertirsi: «Avrò letto la Raccolta sei-sette volte – assicura Crevatin – la conosco quasi a memoria, ma ogni volta che la prendo in mano continuo a ridere. Spero che anche i veneziani possano divertirsi e apprezzarla, sentendo risuonare una voce soffocata a suo tempo». (Chiara Pavan)
«Corriere del Veneto»
29-04-2008
«Queste Ricordanze sono un romanzo di formazione. La scena è il "piccolo mondo antico" di una città che sembra uscita dalle pagine dei due migliori romanzi di Guido Piovene». Basterebbe questo biglietto, una Presentazione firmata dal vicentino Sergio Romano, per accreditare un volumetto fresco di stampa presso qualsiasi lettore interessato alla storia degli anni durissimi compresi fra i prodromi della Seconda guerra mondiale e gli anni della Resistenza. Parliamo di Ricordanze. 1938-1945: l'autore, Enrico Niccolini, ha oggi l'invidiabile età di novantadue anni, e solo a questo punto, col conforto della sua memoria (saldissima, come spesso accade, proprio sugli anni più lontani), di qualche lettera, di qualche foto, ha pensato di mettere nero su bianco le esperienze di uno studente inquieto, di un tenentino implume precipitato nel pieno del conflitto, di un partigiano in fuga verso il sogno di un'Italia – quella appena vagheggiata da chi, come lui, aderì partito d'Azione – così diversa da quella che era, ma anche, purtroppo, da quella che sarebbe stata dopo l'uscita dall'inferno mussoliniano. E l'ingresso nel purgatorio del dopoguerra. La Vicenza descritta da Niccolini, teatro di una guerra vera, è remota da quella in cui oggi si discetta di basi americane e di guerre lontanissime. Ma è al tempo stesso sorprendentemente simile a sé stessa, percorsa com'è dalle inquietudini religiose, civili e culturali che Niccolini rievoca con una nitidezza straordinaria, di cui difettavano ovviamente gli osservatori contemporanei di quei fatti, ma che spesso manca anche a tanti offuscati memorialisti. La rabbia che dominava nel giovane Enrico all'inizio della guerra non si è semplicemente spenta: si è trasformata, diventando anziché un ostacolo, un aiuto alla comprensione della storia.(Lorenzo Tomasin)
«Il Giornale di Vicenza»
27-04-2008
Si legge nel titolo, il sentimento del libro di Enrico Niccolini che va sugli scaffali vicentini in questi giorni: Ricordanze. Non "ricordi": quelli li hanno tutti. Non "memorie": quelle le scrivono tanti. Qualcosa di diverso: e non c'entra solo la reminiscenza del titolo leopardiano. Il tempo del racconto è lontano settant'anni e lo indica la specificazione cronologica che fa da sottotitolo: 1938-1945, gli anni prima e durante la guerra, quelli dell'antifascismo e del grigioverde di chi era allora poco più che ventenne e poi non ancora trentenne. Il professore dagli occhi chiari che fulminano con l'ironia - e qualche volta con l'indignazione sana di chi ha una storia di impegno civile - oggi ha 92 anni. Nella copertina delle Ricordanze è un giovanotto in divisa, lo scatto è del giorno che compiva 26 anni, la stessa foto la tiene incorniciata nel salotto di casa a Vicenza. Dentro il libro, di immagine ce n'è un'altra soltanto: quella di Antonio Giuriolo in scarponi sotto il Cimon della Pala innevato, ritratto lontano dalle ansie politiche - poco prima del conflitto mondiale nel quale sarebbe finito tra i resistenti, ucciso in combattimento contro in nazisti sull'Appennino - e quando già era tessitore vicentino della piccola rete anti-dittatura poi diventata Partito d'Azione. Niccolini dedica a lui - a Toni consigliere di buone letture, liberalsocialista tra i fondatori del Partito d'Azione, partigiano non per caso, medaglia d'oro al valor militare - il libro. Un'attestazione in più di quella straordinaria perenne presenza di Giuriolo nella vita e nel cuore dei giovani che lo conobbero conversando in Bertoliana e camminando per le contrà vicentine con lui, giovane "docente senza cattedra" di cultura critica e di politica democratica. Come altri anche Niccolini ha tenuto un debito con Guiriolo per decenni, lui che aveva anche un non piccolo credito vantabile: essergli stato tra i primi compagni di intenzioni e azioni, anche in contatto con un altro maestro di vita e di convinzioni politiche, Aldo Capitini, predicatore della non-violenza da Perugia. Lo ha onorato adesso: un'impellenza, racconta, che gli stava dentro da sempre e che nell'ultimo anno si è accelerata. "Romanzo di formazione" arriva a dire delle Ricordanze Sergio Romano nella presentazione: "La scena - scrive - è il 'piccolo mondo antico' di una città che sembra uscita dalle pagine dei due migliori romanzi di Guido Piovene. Vi sono i notabili, i prelati, i gerarchi, gli intellettuali, le dinastie nobiliari e borghesi". Forse si può davvero prendere il libro di Niccolini per un 'romanzo'. Forse no: l'eccezionale ricchezza, vivacità e precisione dei fatti e dei pensieri - che solo la tarda età affila e affina nella cura dei dettagli e del loro senso - più che un racconto è un documento. E non si prenda per riduttiva la definizione. Nelle Ricordanze si ritrovano Toni Giuriolo e Vicenza vissuta tra fascismo, guerra e resistenza. Ma anche gli scombussolamenti delle amicizie o le segrete difficoltà di chi faceva convivere faticosamente le prudenze dei doveri famigliari con la poca indipendenza di giudizio politico che i tempi concedevano. E vi si ritrovano volti, luoghi, dati della vita militare negli anni terribili culminati nel crack dell'8 settembre '43 e un breve ma intenso diario del primo ingresso nei tempi della democrazia dopo la liberazione: difficili subito, destinati a veder presto cancellato il sogno impossibile del partito d'Azione. (Antonio Trentin)
«Il Giornale di Vicenza»
22-01-2008
Semplificare, condensare e sintetizzare le differenti problematiche dell'esistenza è il compito della cultura secondo lo psicoanalista Davide Lopez. Nel suo libro Schegge di sapienza, frammenti di saggezza, e un po di follia lo dimostra chiaramente, proponendo una selva di riflessioni tratte anche dal pensiero di filosofi, sociologi e scrittori, tra i quali Nietzsche, Mitchell, Winnicott – che conducono a un'identica soluzione, cioè quella di poter «vivere la vita piacevolmente, librandosi sul mondo della colpa, del sacrificio, del risentimento, della sofferenza, della rabbia e della paura, sospinti dal flusso vitale nel godimento, ad un tempo lieve ed intenso di tutte le cose, di tutti gli incontri». La prima parte del volume racchiude aforismi, episodi biografici e considerazioni dell'autore che vengono approfonditi nelle sezioni successive. Nel secondo capitolo sulla scorta di Helmut Schoeck, Lopez sviscera l'invidia e le sue multiformi manifestazioni, precisando che può essere ricondotta al sentimento di inferiorità. A suo avviso nell'attuale società postmoderna, da lui ridefinita «società di Gesù Bambino», predominano i criteri morali che sostengono e animano sia la cultura cristiana, sia quella marxista-socialista causando un atteggiamento di inadeguatezza. Di conseguenza affinché una collettività possa maturare, è necessario spazzare via l'invidia e il senso di colpa, azione che consente a ogni individuo di realizzarsi pienamente. Il filosofo francese Pascal Bruckner nel suo libro La tirannia della penitenza dichiara che l'Occidente è stato tra i primi paesi a «tentare di strapparsi alla propri a bestialità, invitando il mondo a seguirlo» e che il vero motore dell'integralismo islamico è il terrore di un modo di vivere fondato sull'autonomia individuale, sull'innovazione costante e sulla dislocazione dell'autorità. Lopez si aggancia a tale discorso nel capitolo Colpa, penitenza, riparazione e infine si fa promotore di un modus vivendi aperto alla gioia e condito con un pizzico di sana follia, concludendo il libro con questi versi di Tagore: «dove la mente non conosce paura e la testa è tenuta ben alta; dove il sapere è libero; ... in quel cielo di libertà, padre, fa che il mio paese si desti». (Cherubina Marte)
«La Nuova Venezia»
30-11-2007
«Troppe feste, troppe tempeste» sentenzia un proverbio trascritto dal fiorentino Francesco Serdonati, a testimoniare che già nel Cinquecento la proliferazione dei giorni di festa era sentita come un problema nazionale, arrivato fino ai dibattiti e alle regolamentazioni dei nostri giorni, con soppressioni e spostamenti di celebrazioni religiose o civili. Pubblicare all'inizio del XXI secolo, in un volume che supera le 800 pagne, un'inchiesta sull'argomento promossa dal Senato della Repubblica veneta nel 1772, sembra tuttavia un eccessivo tributo alla rinascita del localismo. Il culto dei santi è invece un testo di straordinaria attualità, perché può essere letto come il frutto di un precoce dibattito sugli effetti della "globalizzazione", già vivo ed operante molto prima che il termine entrasse nell'uso. Alla base dell'inchiesta ci fu infatti la decisione del Senato di conoscere meglio un aspetto della realtà socio-culturale dello stato veneto per modificare i comportamenti collettivi pratici: c'erano troppe feste religiose che portavano a una diminuzione significativa dei giorni lavorativi e, di conseguenza, a una riduzione della ricchezza prodotta, prima di tutto, ma non solo, agricola. È questo il senso dell'argomentazione che, nella legge istitutiva dell'inchiesta (nel settembre 1772), individuava nell'eccesso delle celebrazioni un danno oggettivo, misurabile in termini economici, per la comunità, perché «quel riposo che per istituto di pietà nei dì festivi è prescritto... sembra soltanto riservato a fomentare nell'ozio, il mal costume e la colpa, nel tempo medesimo che sospende nei popoli l'esercizio di quelle azioni che tanto più si rendono grate a Dio, quanto riescono più utili alla società». E proseguiva ricordando, in modo esplicito, «gli editti di religiosissimi sovrani, che a questi tempi han diminuite le feste... in guisa che e gli agricoltori e gli artefici son posti in grado di somministrare i prodotti e manifatturare in maggior copia e a minor prezzo e di supplire più agevolmente denostri, con più giorni di guadagno al mantenimento di loro famiglie in meno giorni festivi». Il merito di inquadrare l'inchiesta e le sue motivazioni va all'ampio e documentato saggio introduttivo dello storico Claudio Povolo che recupera e commenta i testi di relazioni e «consulti» di esperti, come i patrizi Sebastiano Foscarini e Francesco Pesaro, nonché i suggerimenti sulle soluzioni, a partire da quella di Natale Dalle Laste che prevedeva il trasferimento di quasi tutte le feste i precetto alle successive domeniche. Nello Stato veneto, alle feste canoniche (fissate dalla Chiesa romana) si aggiungevano quelle devozionali, numerose e variabili da città a città, ma soprattutto da villaggio a villaggio. Le risposte all'inchiesta davano conto di questa ricchezza e complessità della devozione incrostata in celebrazioni, feste, sagre, delle quali le comunità e i loro abitanti erano fieri e gelosi, come delle altre consuetudini, intese come un vero e proprio «ordine giuridico vissuto». Le resistenze al cambiamento, assieme alle lentezze che siamo soliti chiamare burocratiche, ritardarono la traduzione dei dati in effetti pratici, ma finalmente il nuovo regime entrò in applicazione dal l° gennaio 1788 con l'abolizione di una ventina di feste: non era certo una rivoluzione, anche se si trattò di un «netto e rilevante stacco "culturale" con il variegato mondo della cultura popolare» (Povolo). Bisogna dare atto a Simonetta Marin, già allieva dello storico Gaetano Cozzi, dell'impresa di avere trascritto con pazienza e fedeltà i quattro voluminosi tomi manoscritti che raccolgono, in fasci, le lettere dei podestà, capitani e vice capitani al Senato, ma soprattutto le lettere dei parroci dei singoli paesi con le risposte all'inchiesta, nonché un quinto tomo di tabelle riassuntive, stilate da un unico funzionario, tutti conservati alla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia. Sfilano così le dichiarazioni dei pastori d'anime delle diocesi, territori e parrocchie della Serenissima, da Bassano, Belluno, Bergamo fino a Vicenza, Verona, e alla «Patria del Friuli», molte delle quali dipingono – a volte prendendo le distanze – consuetudini secolari di devozione, che si concretavano non solo in riti ma soprattutto in comportamenti festivi, nei quali la sospensione dei «giornalieri lavori» si accompagnava alla frequentazione di osterie, alla partecipazione a balli, per non dire di altre forme di rottura della normalità, da parte di gruppi o singoli giovani, ribelli alle autorità locali, insolenti e perturbatori. Ne risulta un quadro in chiaroscuro della religiosità popolare come forma alternativa di creatività, spesso irriducibile alle prescrizioni canoniche e al governo del parroco-guardiano dell'ortodossia. Lo stesso culto dei santi era dedicato a un pantheon variegato che comprendeva la Madonna nelle sue molteplici manifestazioni, i santi patroni, dal Marco "nazionale" a quelli diocesani e cittadini, che nel corso dei secoli si erano succeduti in una sorta di borsa dei patronati (basti pensare alla stratificazione padovana di Prosdocimo, Giustina e Daniele, cui si aggiunse, quasi estromettendoli, «Antonio dei miracoli»), ai tanti protettori e specialisti che affollavano il calendario e, in cambio, di miracoli o della liberazione da flagelli e parassiti, pretendevano il culto delle reliquie, devozioni e feste, appunto. Nella parrocchia di Sospiroi, territorio di Feltre, per esempio, nel corso dell'anno erano segnalate «di devozione tutto il giorno» le feste di s. Antonioabbate (quello del fuoco e del porco), s. Sebastiano, la Conversion di s. Paolo, s. Biasio, S. Giuliana, s. Giorgio, i santi Vettor e Corona (protettori della diocesi), s. Antonio da Padova, s. Elisabetta, s. Fortunato, s. Pietro in vinculis, s. Rocco, s. Giustina, s. Nicolò, s. Lucia, s. Apollonia, s. Valentino, s. Vito («queste quattro di divozion particolare di molte famiglie»), oltre a La Croce, I Morti e La Salute; nella vicina parrocchia di Seren c'era invece una sola festa «di divozione», quella per il misterioso «s. Zoeccon vescovo titolar». L'arciprete di Coccaglio, nel Bresciano, aggiunge una nota a proposito del 22 novembre: «festa ad onore de santi Maurizio e Giacinto protettori di questa parrocchia, de quali abbiamo li di loro due corpi intieri, ed ogni anno si solenniza la loro festa con offizio e messa in doppio maggiore e con musica e grande apparato, ed il popolo si lasciarebbe sbudelare più tosto che lavorare in tale giornata, tanto grande è la divozione che si ha in questo paese a questi santi protettori così miracolosi inverso Cocaglio». (Luciano Morbiato)
«Il Mattino di Padova»
04-01-2008
«Non avevo tremila paia di scarpe. Ne avevo solo mille e sessanta»: quante volte abbiamo sentito riecheggiare la colpevole coscienza dell'Imelda Marcos racchiusa in ogni donna sedotta dalle belle calzature? La moglie dell'ex dittatore delle Filippine, o la Carrie Bradshaw protagonista di «Sex and the City», con le sue irrinunciabili e costose Manolo Blahnik, sono in ottima ma soprattutto affollatissima compagnia, femminile ma anche maschile. Molto di più di un mero oggetto d'uso, o del richiamo feticistico per eccellenza, e neppure riducibile al capriccio modaiolo del momento o ai consumi indotti dall'industria capitalista, la scarpa è storia, design, merceologia, simbolismo, indagine sociologico-estetico-mediatica ma soprattutto culto, almeno a giudicare dal pregevole volume fotografico/strenna proposto di recente dall'editore vicentino Angelo Colla: Scarpe. Dal sandalo antico alla calzatura d'alta moda. Un'ampia serie di interventi diversi (tradotti da un originale inglese Shoes. From Sandals to Sneakers pubblicato un anno fa a Oxford) in cui discettare di stivali, décollétés, mocassini e quant'altro assurge quasi al rango di speculazione scientifica multidisciplinare, poiché i curatori (docenti universitari rispettivamente di Storia Globale a Warwick e Storia del Design a Sidney) esplorano a tutto campo il pianeta scarpa ripercorrendo le singole epoche storiche, dalla Grecia antica fino a Ferragamo, Karl Lagerfeld o le virtuosistiche manifatture della Riviera del Brenta, passando per Africa e Giappone e scomodando a ragion veduta letteratura, psicoanalisi e fonti storiografiche. Così, sfogliando golosamente immagini di calzature sopraffine, provenienti dai musei specializzati di tutto il mondo (tra i quali anche il Museo della Calzatura d'Autore Rossimoda di Villa Foscarini Rossi a Stra), si scopre, ad esempio, che nella Venezia del 1655 ci si interrogava addirittura in Senato circa l'opportunità di ridurre o mantenere la vertiginosa altezza (perfino 50 centimetri) delle cosiddette «pianelle», sorta di zeppe o zoccoli, dalla caratteristica suola di sughero o legno, di gran moda presso le dame della Serenissima, che, pur di indossarle, malgrado la quasi impossibilità di movimento che peraltro tranquillizzava molti dei loro uomini, erano disposte addirittura a farsi sorreggere ad ogni passo da altre due donne più anziane. Ma se questi veri e propri trampoli, che hanno suggerito a qualche psicologo fantasioso l'idea di una sorta di «estensione dell'io corporeo», con la loro variabile statura potevano addirittura discriminare la donna morigerata rispetto a quella di malaffare (donde il colorito appellativo di zoccola come sinonimo di prostituta), perfino l'apparente informalità delle nostre scarpe da ginnastica, tipo Reebok o Nike, racchiude valenze simboliche altrettanto pregnanti, che vanno dalle appartenenze giovanilistiche di gruppo alla metafora della ricerca delleterna giovinezza. E tuttavia la scarpa è e resta anzitutto seduzione, enfatizzazione della differenza di genere, strumento di una malia sensuale quasi perniciosa se il Medioevo si appellava addirittura ai precetti biblici per scoraggiare l'uso di materiali costosi (come seta, ricami o perle) e soprattutto limitare l'altezza dei tacchi. Già, i tacchi: perché quando la scarpa diventa poesia pura, un tacco a spillo di 11 centimetri è il suo endecasillabo e, anche senza approdare agli estremi del feticismo, innesca nel maschio quasi una sorta di riflesso pavloviano di attrazione, complici quel lieve oscillare delle curve femminili, quell'inarcamento di caviglie e schiena, quel protendersi della silhouette della gamba che ogni consumata seduttrice ben conosce. Per spettatori o acquirenti, insomma, la scarpa si conferma una vera e propria droga, senza che manchi nessuno dei sintomi clinici della tossicodipendenza: compulsione ossessiva al procacciamento (anche a costo di andare in rosso), euforia del possesso e puntuale crisi d'astinenza con l'arrivo delle nuove collezioni. E allora, dinanzi ai tanti approcci specialistici dottamente esibiti dal libro, verrebbe quasi da chiedersi: come mai non cè ancora un neuroscienziato che abbia indagato gli effetti di una scarpa nuova sulla serotonina? (Yamina Oudai Celso)
«La Domenica di Repubblica»
11-11-2007
«La tentazione di possedere tante paia di scarpe accompagna da sempre le donne. Ora un libro ci spiega come è cambiato il costume e quando è nata la nostra attrazione ... Gli esperti si leccano i baffi, sociologi, filosofi, sondaggisti, storici, economisti, ma anche sessuologi, persino psichiatri: ecco un campo di studi senza fine, su cui tutti possono discettare, le scarpe, cui attribuire massime simbologie, deviazioni psichiche, rimandi sessuali, significati freudiani o marxisti. La moda non ne sa niente, e neppure i produttori calzaturieri, ancor meno gli acquirenti compulsivi che accumulano scarpe come testimonianza di sé, rovinando spensieratamente piedi, colonna vertebrale e risparmi ... Ma può esistere qualcosa, soprattutto se di alto valore mercantile, che non venga subito trasformata in altra fonte di denaro, cioè in Cultura o, come si diceva negli anni Settanta, in Kultura? Chi non pretende la massima bizzarria, per esempio una copia d´epoca (1667) del Calceo antiquo di Benoit e Negrone, prima opera dedicata interamente alle calzature, può trovare adesso in libreria Scarpe, di Giorgio Riello e Peter McNeil, docenti universitari uno a Londra l´altro a Sidney, editore Angelo Colla, 359 pagine di magnifiche illustrazioni e saggi illuminanti e talvolta esagerati per accanimento culturale...» (Natalia Aspesi)
«Il Domenicale»
29-10-2007
«C´è un altro Schopenhauer oltre a quello arcigno e pessimista che predica la nuluntas e insegna l´arte del non vivere come fine ultimo? Sì, è lo Schopenhauer più rivolto al mondo greco e meno a quello cristiano, più rivolto a Zenone e meno al Bhudda, è il filosofo che fa dell´arte del vivere di matrice epicurea e stoica suo materiale di studio e scrittura. In questo senso vanno interpretate le parti aforismatiche del suo lavoro le cui varie traduzioni, in anni recenti, hanno innalzato il pensatore di Danzica a figurina pop del mondo post-moderno. Ciononostante vale la pena di approfondire il tema, capire come la deriva eudemonologica non sia una ritirata senile del filosofo dal campo della metafisica, bensì un filone sempre presente nella sua ricerca fin dagli studi giovanili, un modo per inverare il concetto di ragion pratica e intendere la filosofia non come teoria, bansì come pratica, stile di vita, esercizio, disciplina, cura di sé»
«Il Giornale di Vicenza»
09-10-2007
Del filosofo Schopenhauer si sa in genere che fu un cupo pessimista, ombroso apologeta di un mondo di sofferenza e malessere da cui non vi sarebbe scampo se non attraverso la via esoterica che porta all'ascesi mistica cristiana e al Nulla del nirvana buddhista. Giovanni Gurisatti, vicentino docente di Storia dell'estetica allUniversità di Padova, nel suo ultimo libro, Schopenhauer maestro di saggezza, offre tuttavia il volto di uno Schopenhauer diverso, impegnato a indicare a noi comuni mortali le regole e i suggerimenti per vivere 'passabilmente' in un mondo intriso di dolore.
Prof. Gurisatti, qual'è la ricetta detta felicità offerta da Schopenhauer? È una ricetta antichissima, ma inossidabile, tramandataci dai saggi di ogni tempo, da Epicuro e Seneca a Graciàn e Montaigne fino a La Rochefoucauld e Goethe: la felicità si dà come dominio delle passioni, libertà dai desideri e dalle brame, ricerca della salute psicofisica, della serenità e dell'armonia con se stessi, capacità di sopportare i rovesci della sorte, abilità nel riconoscere ciò che nella vita è importante e ciò che non lo è, saper usare la testa e non fidarsi del cuore.
Ma che fine fa allora la celebre immagine schopenhaueriana del mondo come abisso di dolore da cui non c'è via di scampo? Il dolore rimane, poiché esso costituisce un dato primario dell'esistenza. Mentre però per lo Schopenhauer 'mistico senza Dio' l'unica possibilità di trascendere tale dato sta nella radicale rinuncia a sé e alla vita, per lo Schopenhauer 'maestro di saggezza' esiste una sorta di economia di sé e della propria vita in cui il dolore non viene eliminato, bensì tenuto in scacco da quelle abili mosse che sono le regole di condotta della 'ragione pratica'. In questa partita a scacchi con il dolore consiste l'unica felicità.
Ne La cura Schopenhauer, Irvin D. Yalom colloca il filosofo nel contesto dei cosiddetto counseling filosofico. Si pone anche lei in questa prospettiva? No. Il libro di Yalom è la classica americanata: alcuni relitti di intelligenza galleggianti in un mare di banalità. Ma è troppo poco per rendere giustizia a un grande pensatore come Schopenhauer. Quanto al counseling filosofico, l'idea di partenza, quella di Gerd B. Achenbach per capirci, è buona, ma già oggi se ne vedono gli esiti kitsch, finalizzati più al business che alla pratica filosofica. Temo che il counseling farà la fine che in molti casi ha fatto la psicoanalisi. A tale proposito Schopenhauer direbbe: «Il denaro impiegato più vantaggiosamente è quello al cui riguardo ci siamo fatti fregare: in cambio infatti abbiamo acquistato una saggezza che non dimenticheremo più». (Cherubina Marte)
«www.esamizdat.it»
01-07-2009
Lo studio di Maria Pia Pagani sulle peregrinazioni della maschera di Pantalone in Russia è uscito in occasione del terzo centenario della nascita di Carlo Goldoni, presso l'editore Angelo Colla, all'interno della Collana di studi e ricerche sulle culture popolari venete.
L'introduzione di Sisto Dalla Palma propone una riflessione sulle relazioni della commedia dell'arte con la cultura russa, non solo teatrale. Da subito emerge come la commedia sia stata protagonista di intrecci col mondo popolare e ortodosso, oltre che fonte di ispirazione per l'ambito culturale. Spetta al teatro russo del Novecento il compito di far fruttare l'incontro col teatro italiano, non solo della commedia e di Goldoni, ma anche di grandi attori come Salvini, Rossi e la Duse, di cui si ricordano fortunate tournées.
Come sottolinea Sisto Dalla Palma, è possibile riconoscere nel lavoro di ricerca di Miklaševkij, Mejerchol'd, Vachtangov, Evreinov, una straordinaria stagione di rinnovamento della scena teatrale attraverso la commedia (p. XVIII), che passa per uno studio approfondito dei tipi e delle maschere, come di quel “perfetto uomo di mondo” (p. 3) che fu Pantalone.
È con una analisi dell'opera di Miklaševskij che si apre lo studio di Maria Pia Pagani. Rileggendo La Commedia dell'Arte o Il teatro dei commedianti dei secoli XVI, XVII, XVIII, la studiosa ha colto quei passi capaci di restituire un tuttotondo della figura di Pantalone. Miklaševskij non si limitò a intraprendere uno studio filologico della commedia, poiché operò con l'intento di farla rivivere sulla scena attraverso le sue collaborazioni con Evreinov e Mejerchol'd. Senza dubbio quest'epoca presenta una straordinaria fioritura di sperimentazioni caratterizzate dall'innesto del seme dell'“improvvisa” sul fertile terreno degli Studi; tuttavia la raffinatezza del libro della Pagani ci conduce verso apparizioni meno note del mondo della maschera in Russia, quando ad esempio l'autrice cita e commenta la monografia (pubblicata postuma) di Aleksej Karpovič Dživelegov e gli articoli di Stefan Stefanovič Mokul'skij degli anni '40.
La Pagani ha saputo intrecciare sapientemente studi russi e italiani sull'argomento, cambiando di volta in volta lente prospettica: ha così riletto la trascrizione di una conferenza di Ettore Lo Gatto degli anni '50 e '60, dal titolo “L'influenza del teatro italiano sul teatro russo” (p. 22), dove il nostro insigne slavista sottolineava l'importanza dell'opera di Vladimir Nikolaevič Peretc.
Questo percorso di ricostruzione filologica appartiene al primo dei cinque capitoli del libro, intitolato I volti del magnifico.
Con un accenno a un articolo del '55 di Anton Giulio Bragaglia sulla natura istrionica di Pantalone, si apre il secondo capitolo, Il giullare Pantalone, il cui titolo riprende un racconto di Nikolaj Semenovič Leskov. Skomoroch Panfalon (titolo originale dell'opera) offre alla Pagani la possibilità di penetrare la questione dello stitilismo nell'ortodossia russa, e di vedere come questo si possa ricongiungere alla giullareria attraverso l'incontro di Ermio con Pantalone, noto come colui “che tiene allegri tutti gli abitanti di Damasco” (p.35).
Nel terzo capitolo, Far orecchie da mercante, viene analizzata una bylina, un antico canto popolare, che ha per protagonista un veneziano. Il testo, dal titolo Solovej Budimirovič, è tradotto dalla Pagani a seguito di un commento della storia, ambientata a Kiev.
Nel ritrarre i vari aspetti di Pantalone, l'autrice non manca di menzionarne l'avarizia. Con l'indagine di questo carattere peculiare della maschera veneziana, si apre il capitolo San Pantalone, medico dei bisognosi, dove il rapporto controverso tra Pantalone e il Dottore trova “un significativo riscontro nella figura di san Pantaleone da Nicomedia, giovane medico professatosi cristiano, che ricevette il martirio nell'anno 305 d.C.” (p. 63). La figura di san Pantaleone è protagonista di un antico testo agiografico (Il martirio del santo e glorioso martire san Pantaleone) di un anonimo autore greco, che la Pagani esamina offrendo la possibilità di comprendere i punti di contatto tra la maschera e il santo, accomunati dall'essere soccorritori “dei bisognosi”.
L'infiltrazione del codice della commedia in terra russa ha radici lontane e appartiene alla fascinazione che l'arte italiana ha sempre suscitato fin dai tempi dell'Impero zarista: la conoscenza dei tipi e delle maschere risale ai tempi della corte di Anna Ioannovna. A ciò si riferisce l'ultimo capitolo del libro, dal titolo Il celebre veneziano, che cita la raccolta Peretc, “basilare testimonianza dell'attività spettacolare proposta dai professionisti della Commedia dell'Arte alla corte russa nel triennio 1733-1735” (p. 73).
L'Appendice propone una traduzione di alcuni testi della raccolta Peretc e della raccolta Tichonov, dove la figura di Pantalone è protagonista dell'azione.
La pregnanza storica delle traduzioni goldoniane di Aleksandr Valentinovič Amfiteatrov, pubblicate solo in parte nel 1922, è trattata nell'ultimo capitolo e rivela il ruolo avuto dall'intellettuale e giornalista russo e dalla moglie, le cui lettere sono riportate in Appendice a testimonianza dell'intenso lavoro svolto dai coniugi.
Chiude il libro una sentita e acuta testimonianza di Erik Amfitheatrof, nipote del grande traduttore goldoniano. In queste pagine egli ripercorre brevemente la vicenda umana e professionale di Aleksandr Valentinovič, ricongiungendola all'intenso periodo storico e commentando la risonanza, talvolta positiva, talaltra negativa, che l'opera di questi ha avuto in Russia.
Per la varietà dei documenti analizzati e proposti, lo studio della Pagani si rivela particolarmente prezioso e originale, caratterizzato da una tessitura che segue un disegno tematico, e non prettamente cronologico, in grado di restituire la complessità e l'intensità dei rapporti che si intrecciarono tra intellettuali russi e italiani a favore della Commedia. (Erica Faccioli)
«Il Giornale di Vicenza»
16-01-2008
Che Arlecchino fosse un diavolo, si sapeva; che Pantalone fosse un santo, un po meno. Santo medico, poi: "anargiro". Di quelli che curano gratis, un medico di base. Come Cosma, Damiano e altri undici. Emblema di una medicina povera, fatta di fede e di miracoli, in opposizione a quella ufficiale e pagana, di Ippocrate e di Galeno. Figura attuale e insieme retrograda, sociale e superstiziosa, di medico "alternativo": che oggi sceglierebbe la tensione morale piuttosto che il pensiero scientifico, il reiki piuttosto che l'anatomopatologia. Fra santoni e santini, Pantaleone sembra effettivamente esistito: greco di Nicomedia in Bitinia, quarto secolo, denunciato dai colleghi invidiosi (niente di nuovo) e decapitato da Diocleziano (ma tutti lui, li ha fatti, i martiri?). Non senza aver prima spento le fiamme con cui cercavano di bruciarlo, raffreddato il piombo fuso dove l'avevano immerso, galleggiato in mare con una pietra al collo, coccolato dalle belve che dovevano sbranarlo, distrutta la ruota che doveva squartarlo – secondo i primi ipotesti paleocristiani, concedendo graziosamente il martirio solo dopo aver perdonato a tutti. Cosa c'entrino le leggende di questo patrono dell'antimutua (ma anche delle vergini senza dote e della smorfia napoletana) con l'epopea del Veneziano per antonomasia, con la maschera di Pantalone, è quanto appunto sembra volerci raccontare Maria Pia Pagan. In realtà l'autrice, giovane slavista dell'università di Pavia, accatasta un'affascinante teoria di "coincidenze", fra il letterario e il teatrale, fra l'antropologia e il costume, fra l'antico e il contemporaneo; la maggior parte delle quali, nelle loro consonanze ed eccentricità, potrebbero costituirsi a vera e propria frontiera di ricerca per i nostri studi teatrali, tendenzialmente romanzocentrici e a volte poveri di curiosità. Pagani si sofferma dapprima sulla riscoperta della Commedia dell'arte da parte delle avanguardie russe del primo Novecento; sulle ricerche di Mie (Konstantin Miklaéevskij, poi morto forse suicida), importantissime in quanto all'origine di gran parte di questa riscoperta in tutto il resto d'Europa; sull'effervescente clima della Russia prerivoluzionaria – con Evreinov, Mejerchold, Tairov – e di quella postrivoluzionaria, meno effervescente – con Mokulskij, Givelegov, Solovev (cap. I). Richiama poi un racconto storico di Leskov, Il giullare Pantalone (1887), in cui il rinsecchito stilita Ermio, come il Siddartha di Hesse, scende dalla colonna del martirio e si cala nel mondo per cercare il senso della propria fede; e lo trova presso un Pantalone saltimbanco e addestratore di animali, che lo ospita cristianamente e lo folgora con gli esempi della sua generosità (cap. II). Dà quindi notizia – e ampio rendiconto – di una antica bylina, un canto eroico popolare tramandato dai giullari fin dal XII secolo, in cui il giovane avvenente mercante Solovej, proveniente da Vedenez (Venezia) seduce la principessa Zabava (letteralmente gioia); sottintendendo una qualche sua familiarità ante litteram col messer Anzoleto della goldoniana "Una delle ultime sere di Carnevale"; archetipo del mercante fra la Serenissima e la "Moscova" (cap. III). Discute poi le intersezioni fra i due vecchi di Commedia, fra la maschera di Pantalone e quella del Dottore, medicina e denaro; tratti che sembrano trovarsi fin dalle origini nella leggenda di San Pantaleone e permangono nelle tracce del suo culto a Venezia; segnala i dipinti del Veronese, di Palma il Giovane, di Lazzarivi e il grandioso soffitto di Fumiani nella chiesa di San Pantalon a Dorsoduro; nonché il mosaico e il pezzo di braccio che ne conservala Basilica di San Marco (curioso aggiungiamo – come il culto del santo si estenda, fra l'altro, da Olbia a Grumello, da Courmayeur a Vallo della Lucania, da Crema a Macomer; fino a Ravello nel salernitano dove ogni 27 luglio, come san Gennaro, il santo fa liquefare il suo sangue; autentico esempio di federalismo taumaturgico; cap. IV). Infine Pagani analizza la cosiddetta Raccolta Peretc,una quarantina di canovacci residuati dalle rappresentazioni italiane alla corte di Anna Ioannovna fra il 1733 e il 1735, pubblicati dallo stesso Peretc nel 1917 e di cui Pantalone è l'indiscusso protagonista; recupero filologico non a caso effettuato in un clima di riviviscenza in cui fra l'altro Amfiteatrov, italianista e goldonista, cura le prime edizioni russe moderne di Goldoni (cap. V; l'elenco delle traduzioni, con altri interessanti documenti, si trova opportunamente in Appendice). Ma nella ridda delle analogie, sfuggono le genealogie; nel fastello delle informazioni, si rischiano deformazioni. Di questo libro dai capaci polmoni, si stenta atrovare il cuore. Che resta, apparentemente, questa "santa" ascendenza della maschera, questo glissement del mito dal sacro al profano, nel suo movimento di andata e ritorno. Bisanzio ci regala un santo, noi gli restituiamo un pagliaccio. Dunque le origini della Commedia dell'Arte, del grande teatro degli italiani, del primo grande oggetto del made in Italy, prima della pizza e degli spaghetti; già indicate dal grande storico Ludovico Zorzi nel contrasto elementare fra Zanni e Magnifico, servo e padrone (come acutamente rileva Dalla Palma nella prefazione) starebbero nella simbolica contesa fra Arlecchino e Pantalone, fra un diavolo e un santo, fra Inferno e Paradiso? Vuoi vedere che a volte anche i ragli dei comici arrivano in cielo? (Roberto Cupp
«Il Gazzettino»
20-10-2007
Chi era Pantalone? Un martire della cristianità originario di Nicomedia o una maschera veneziana della Commedia dell'Arte? Uno che pagava sempre anche per gli altri o un vecchio taccagno che insidiava le giovani servette? Nel terzo anniversario della nascita di Carlo Goldoni, che amò questa maschera più di ogni altra, esce nella collana di Cultura popolare veneta edita dal vicentino Angelo Colla su iniziativa della Regione del Veneto, I mestieri di Pantalone di Maria Pia Pagani, giovane studiosa dell'Università di Pavia, che di questo personaggio poliedrico e controverso ricostruisce il ritratto partendo dai principali studi novecenteschi sulla Commedia dell'Arte realizzati in Russia, dove non Marco Polo bensì Carlo Goldoni (insieme a Pantalone) è considerato il veneziano più famoso. Il libro della Pagani non ha un taglio divulgativo ma offre numerosi spunti di curiosità per tutti. Dall'etimologia del nome (forse da 'pianta-leoni' com'erano chiamati i mercanti della Serenissima) al suo significato che muta nei secoli e da sinonimo di 'veneziano' diventa dopo la caduta della Repubblica sinonimo di 'sciocco', dai numerosi e spesso contraddittori pregi, difetti e professioni che nel tempo sono stati attribuiti a Pantalone (santo, avaro, lussurioso, saggio, ora medico, ora mercante, persino giullare) alla spiegazione di modi di dire tipicamente veneziani come "Paga Pantalone!" o "fare orecchie da mercante". (Anna Renda)
«Il Mattino di Padova»
16-06-2006
Una pera. Gli erano bastati quattro disegni in sequenza per trasformare il volto di Luigi Filippo in una carnosa guyot. Sua Maestà s'incazzò. Ma chiamato davanti al giudice, l'irriverente Charles Phiipon aveva fatto notare che la faccia del re, larga in basso e stretta in alto com'era, aveva l'aspetto di una pera e che egli, intuita la somiglianza, si era limitato a riprodurla. La sua era insomma una caricatura alla maniera dei fratelli Carracci, inventori della caricatura ritrattistica, che a cavallo tra Cinque e Seicento invitavano gli artisti ad osservare le anomalie fisiche delle persone, un naso grosso, una bocca grande ecc., e a rappresentarle esagerando un po'. «Caricare» in questo senso si doveva intendere, dunque, come «marcare», «accentuare», ma significa anche l'atto di attaccare qualcuno (o qualcosa) col proposito di ferire o distruggere. E infatti se l'arte classica aveva da sempre perseguito ideali di bellezza e perfezione, la caricatura si scagliava contro tutto ciò che è bello, buono, ordinato e razionale. Nasceva nel XVI secolo da un diverso modo di guardare la realtà e da un nuovo sentimento della forma. Anti-arte per eccellenza, ovvero puro libertinage d'imagination come sarà definita dagli Illuministi nell'Encyclopédie nel tentativo di ridurla a mero divertissement grafico, la caricatura conteneva un messaggio rivoluzionario che di fatto accompagnerà la storia dell'arte ufficiale dal Cinquecento al Novecento. Ne ripercorre le tappe fondamentali l'austriaco Werner Hofmann, noto studioso d'arte contemporanea, che nel volume La caricatura. Da Leonardo a Picasso individua nella caricatura le tre principali tendenze (realismo, strutturalismo, astrattismo) che caratterizzeranno l'arte del Novecento. Nel suo saggio introduttivo, Giovanni Gurisatti coglie in pieno il carattere contraddittorio della caricatura definendola l'enfant terrible della storia dell'arte, infantile e superficiale nel modo di esprimersi, terribile per il suo tono critico profondamente sovversivo. Oltre centoquaranta le caricature scelte dall'autore presenti nel libro, cronologicamente comprese tra le Cinque Teste di Leonardo da Vinci e le Teste di Picasso, dalla Parodia della «Scuola di Atene» di Raffaello di Joshua Reynolds alla Sala di studio della biblioteca di Gustave Dorè, da il sogno dell'inventore del fucile ad ago di Honoré Daumier al Banchetto dei ricchi e il Banchetto dei poveri di Pieter Bruegel. La conclusione a cui perviene Hofmann è l'amara constatazione di una fine. Oggi che l'arte ha sperimentato tutto, sostiene, e soprattutto ha reso il suo pubblico indifferente alle tensioni elementari tra il bello e il brutto, oggi la caricatura non esiste più, non ha più senso. E il suo intimo paradosso (tra forma e contenuti) è diventato quello dell'arte moderna per cui un quadro di Kandiiiskij possiede alla fine un grado di realtà più elevato della più pedissequa riproduzione. (Anna Renda)
«Gazzetta di Parma»
23-05-2006
È come uno specchio che frantuma l'immagine distorcendola e alterandola, in cui l'uomo, ridotto alla sua essenza, non mostra che lo scherzo del suo essere, al limite bestiale col mostro e l'inumano, col sogno e la follia. Non di Bello solamente è fatta l'arte, ma di quanto, al suo contrarlo, ridicolizza il Bello e delle forme (belle?) mostra l'agonia. «Tu sei veramente nella realtà come appari qui, in una irrealtà intenzionale», così della caricatura parlava Georg Simmel ad inizio Novecento, ed è della caricatura ora che si parla. Più reale del reale, sebbene non reale (è, hegelianamense dicendo, «più riuscito, più somigliante all'individuo dell'individuo stesso»), a questo enfant terrible dell'arte, «eccentrico, anomalo, sovversivo, buffonesco» è dedicato il saggio dello storico dell'arte Werner Hofmann «La caricatura. Da Leonardo a Picasso», con interessante introduzione di Giovanni Gurisatti. Un viaggio dentro la sua storia ed il suo significato che, con un percorso di 83 tavole susseguenti il testo, illustra quel suo VERO essere e il suo divenire. «Il laconismo anti-classico, anti-empatico e anti-simbolico della caricatura non può che sfociare nella tensione astratta alla pura forma senza contenuto oggettivo, al segno assoluto privo di referente naturale». La scarna e scarnificata ossatura delle cose viene «caricata» di se stessa e, etimologicamente, ma anche fattualmente, la caricatura è appunto questo, un caricare, un esagerare fino al proprio estremo. Anti-arte e anzi arte-contro ha in sé un infantilismo e un'irruenza «terribili» e mordaci, provocatori e laceranti. Col suo fare bambinesco «cavalca le situazioni mettendone a nudo l'antivolto, il rovescio comico realmente burlesco contro il diritto sublime falsamente eroico», scrive Gurisatti parafrasando Hofmann. Anti-nomica e ribelle dalla nascita fa del suo libertinage d'imagination una bandiera contro tutto ciò che è norma, canone, contro il costituito, contro l'ordine ed il bello, il sensato e il razionale. Libertina e libertaria sovverte l'esistente, quasi un figurato saturnale, sventolando espressionisticaniente un anti-mondo a rebours crudo e irriverente, giullaresco e irrazionale. È il trionfo del Brutto (assurto ad anti-canone), dell'inverosimile. Solo con Baudelaire, che «percepì quanto di diabolico, profondo e misterioso alberga» in quell'essenza espulsa così a lungo dalla comunità estetica dell'arte, «diventa opera d'arte», un «atto espressivo positivo». Ma sarà l'Espressionismo a redimerla ed esaltarla, in un doppio senso: «Mentre l'arte alta era dedita alla rappresentazione di contenuti sublimi, la caricatura attraversava le zone del banale, del brutto e del caratteristico; per di più, la sua grafia astraente, incline all'arabesco e alla cifra lineare, preludeva alla nuova tendenza creativa che affidava all'arte il compito di convertire la realtà in segni formali». Così, contro ogni formalismo e ogni idealità della bellezza, il carosello del sogno, della fantasticheria scioglie le sue redini. Visionario alogico chimerico grida non umano un universo frantumato, il volto è decomposto in miriadi di frammenti, empiti discoli di arte, figli del bizzarro o dell'angoscia, di un'ilare o sconvolta immaginazione. (Isabella Bonati)
«Il Giornale di Vicenza»
06-04-2006
L'enfant terrible della storia dell'arte: così Werner Hofmann, studioso tedesco fra i più noti e apprezzati in Europa, definisce la caricatura nel suo La caricatura. Da Leonardo a Picasso (a cura dello studioso vicentino Giovanni Gurisatti). Infantile perché vicina alla vignetta, al disegno e allo schizzo apparentemente goffo e inesperto; terribile perché sempre animata da un impulso protestatario, ribelle, anarchico, la caricatura è per Hofmann un prodotto artistico tutt'altro che minore. Anzi, proprio nel suo carattere eccentrico e trasgressivo egli vede la risposta alla domanda cruciale del suo testo: «Quale il significato della caricatura per la storia dell'arte?». A ben vedere, di questa storia, a partire da Leonardo, la caricatura si rivela essere uno dei principali motori di sviluppo nel percorso verso la pura forma scoperta dalle avanguardie del Novecento, che hanno in Picasso il loro emblema. Di tali avanguardie essa, in guanto anti-arte, come la definisce Hofmann, reca in sé sia la passione realista, anticlassica, per tutto ciò che è brutto e basso, sia la tendenza idealista, antinaturalistica, a formule grafico-pittoriche di condensazione e stilizzazione della realtà, sia l'impulso astratto, antimimetico, alla pura forma senza contenuto oggettivo, al segno autonomo che disegna se stesso. Per Hofmann non v'è nulla in espressionismo, cubismo e astrattismo che non sia già contenuto in nuce in quella cosa piccola e brutta che è l'immagine comicosatirica del volto e dell'uomo. Per comprovare questa tesi intrigante, ispirata ai lavori di E.H. Gombrich, Hofmann, con dovizia di immagini accuratamente scelte, propone un itinerario nel mondo rovesciato, o antimondo della caricatura, che, a partire dai suoi inventori italiani, Agostino e Annibale Carracci, passa attraverso i maestri del genere, come gli inglesi Hogarth, Rowlandson, Gillray e Cruikshank nel Settecento, i francesi Monnier, Grandville e Daumier nell'Ottocento, i tedeschi Oberlànder, Grosz e Steinberg nel Novecento. Ma, soprattutto, Hofmann allarga il suo campo di indagine a tutto ciò che, dal punto di vista formale, si sottrae alle norme costituite, valorizzando le storielle figurate di Tòpffer e Busch (anticipanti i moderni cartoons), gli schizzi di celebri artisti come Goya, David, Toulouse-Lautrec e Klee, nonché l'abilità grafica di letterati come Hugo, Cocteau, Kafka e Proust. Ovunque, in queste immagini pur così eterogenee, alita un vento di contestazione e di irriverenza, che tuttavia gonfia le vele di un'ispirazione creativa che resta decisiva per l'arte contemporanea. Leggendo il testo ci venuto il dubbio che, date le premesse, l'enfant terrible della storia dell'arte potesse essere non solo la caricatura, ma un po' anche lo stesso Hofmann. Lo conferma Giovanni Gurisatti, curatore del libro: «Hofmann, che ha quasi ottant'anni e vive oggi ad Amburgo, si è sempre distinto, come uomo e come studioso, per la sua posizione antiaccademica, eterodossa e innovativa. Da direttore della Kunsthalle di Amburgo, dal 1969 al 1990, ha combattuto contro la mummificazione dell'arte e contribuito alla rivitalizzazione dell'istituzione museale, organizzando mostre ed eventi dedicati a promuovere l'arte moderna in tutti i suoi aspetti, anche i meno graditi e convenzionali. La sua opera di studioso, solo in parte tradotta in italiano, ma che in Germania riscuote un notevole successo, si è coraggiosamente dedicata ai luoghi più problematici e talora oscuri della storia dell'arte. Il testo sulla caricatura e il suo lavoro di esordio, del 1956, e contiene in sintesi il suo intero programma di ricerca scientifica, ma è anche una sorta di manifesto personale». Queste parole colgono nel segno. In occasione di una retrospettiva dedicatagli nel settembre 2005 a Berlino, Hofmann ha dichiarato: «Da quando mi occupo di opere d'arte, a guidarmi è il bisogno estetico-intellettuale di estrarre dai fatti le tensioni che essi custodiscono in sé come contraddizioni produttive. Il mio primo scritto trattava della caricatura in quanto protesta contro i sistemi di norme formali e sociali. Da allora, quale autore e organizzatore di esposizioni, mi affascinano le infrazioni alle norme: il manierismo, la sovversione, il Moderno visto come teatro di contrasti e contraddizioni in cui Kandinskij presagiva una nuova armonia». Un'armonia terribile cui questo libro costituisce a tutt'oggi un'introduzione irrinunciabile. (Cherubina Marte)
«Corriere del Veneto»
23-03-2006
«...Croatto ... con una meticolosa inchiesta sul campo ha raccolto e schedato un immenso patrimonio lessicale, di cui il vocabolario rende conto con criteri ineccepibili per il glottologo ma chiari ed accessibili anche per il lettore non professionista...
«Il Cadore»
07-07-2005
«...Il materiale lessicale, toponimico e antroponimico che costituisce l´ossatura di quest´opera è davvero ricco, sviluppandosi attraverso circa 25 mila lemmi, comprese molte forme arcaiche e spesso sconosciute alle giovani generazioni ... proverbi, modi di dire, filastrocche ... accrescono sensibilmente l´interesse e la completezza dell´opera, che si propone autorevolmente nel panorama dei vocabolari dialettali del Bellunese e non solo»
«Il Domenicale»
18-02-2006
«...Il Rinascimento come cultura itinerante, veicolata da libri e artisti di passaggio, fiorito anche laddove il grande pubblico meno si aspetterebbe di trovarlo. Lontano dal più classico triangolo Firenze-Urbino-Ferrara lo presenta Jan Harasimowicz nel saggio Il Rinascimento fuori dal limes romanus, uno dei contributi raccolti nel volume Il Rinascimento italiano e l´Europa. Storia e storiografia, primo tassello di un´opera articolata in ben dodici volumi ... Il primo, un elegante tomo di circa ottocento pagine con abbondandi rinvii interni e un ricco apparato iconografico in appendice, si prefigge ... di "separare la realtà storica dalle vicende interpretative da essa suggerite", presentando la status quaestionis di una delle categorie storiografiche più abusate, quella di un Rinascimento "perennemente sospeso tra il mito e la storia". Si trattava innanzi tutto di fare i conti con il Rinascimento o sarebbe meglio dire con i tanti, forse perfino troppi Rinascimenti ... Chi è e da dove è spuntato fuori questo Rinascimento? E´ mai esistito il Rinascimento?, gli fa eco Jean Delumeau in apertura di una sezione che fin dall´etichetta affibbiatale preannuncia al lettore tutta la complessità della questione: Il Rinascimento come problema...» (Giancarlo Petrella)
«Il Domenicale del Sole 24 Ore»
05-02-2006
«Compare il primo volume di un’opera su il Rinascimento italiano e l’Europa che si annuncia monumentale: dodici volumi di grande formato ... Il primo volume, Storia e storiografia, indica i tratti originali di tutta l’opera, anzitutto "la volontà di rimarcare il carattere policentrico del Rinascimento" ... In questo primo volume molti saggi sono dedicati, come era necessario, a riesaminare il problema del Rinascimento quale categoria storiografica, alla luce soprattutto degli studi della seconda metà del Novecento. Non potendoli presentare tutti, vorremmo segnalare un saggio, che direi sperimentale, di un autore specialista di cultura rinascimentale, Amedeo Quondam: Classicismi e Rinascimento: forme e metamorfosi di una tipologia culturale. Qui l’autore, muovendo dalla descrizione di tre castelli del Tirolo (zona cerniera) – uno tardo medievale dei cavalieri teutonici, rimasto sempre abitato nei secoli ampliandosi con diversi corpi di fabbrica ma mantenendo l’aspetto scuro e guerriero; un altro, sorto nel secondo quarto del Settecento sul luogo di un precedente castello espressamente abbattuto, tutto luce, costruito secondo esemplari viennesi; un terzo del Quattro-Cinquecento che coniuga aspetti guerrieri e colti, esemplarmente rappresentati dalla ricca armeria e dal loggiato, ricco di iscrizioni latine con precetti classici: qui abita il signore della guerra e il gentiluomo di raffinata cultura umanistica –, allude quasi metaforicamente a una periodizzazione del Rinascimento come la grande epoca della modernità, dal Quattrocento alla Rivoluzione francese, l’età dell’Ancien Régime, omogenea nella continuità di ideali culturali e di letture ... L´opera ... sarà certo un punto di riferimento fondamentale per gli studi rinascimentali del nostro millennio» (Tullio Gregory)
«Internazionale»
10-09-2005
«E´ lunga, e non sempre illustre, la trafila dei filosofi occidentali, incuriositi o affascinati dal pensiero cinese, che hanno tentato di far dialogare la sapienza dell´oriente con le categorie della riflessione europea. Più interessante è quando a compiere la stessa operazione è un sinologo, e per di più un sinologo erudito come Francois Jullien. In questo libro sono a confronto l´ossessione giudeo-cristiana per il Male come categoria morale e la concezione, prevalente in Cina, del Negativo come parte di un sistema di polarità non connotate in senso etico - concezione che trova profonde rispondenze in Eraclito e in Hegel»
«Alumina»
10-08-2005
«Gli italiani non sanno più scrivere a mano in modo leggibile. Quella che un tempo era una discussa prerogativa della classe medica, da sempre composta di pessimi calligrafi, è divenuta ormai norma comune, anche se alle prove di concorso e nella selezione del personale gli esaminatori esigono sempre più spesso curricula manoscritti e grafie comprensibili, se non altro per interpretare la personalità dello scrivente ... Quanto mai opportuna la pubblicazione di un moderno trattato di calligrafia come questo di Eric Hebborn che, rinnovando in maniera geniale il manuale dell´Arrighi, propone a tutti gli italiani un rapido e facile corso di apprendimento calligrafico della forma di scrittura a noi maggiormente vicina e familiare, vale a dire il corsivo cancelleresco o italico...»
«Donna Moderna»
05-04-2005
«Ritorna di moda la calligrafia ... Scrivere bene è un´arte. Ma è anche un piacere, che sta diventando di moda. Vi piacerebbe provare? Italico per italiani è un manuale creato per autodidatti dal famosissimo falsario d´arte Eric Hebborn...»
«L´osservatore romano»
10-06-2005
«Non tutte le guide sono uguali: i testi, gli strumenti veramente validi alla fine svettano di parecchio su uno sconfinato panorama medio basso. Ne è splendido esempio una guida storico-artistica su Vicenza firmata da Franco Barbieri e Renato Cevese ... Il volume è molto articolato, è di per sè una piccola biblioteca, o meglio uno scaffale ben fornito su Vicenza storico-artistica». (Mario Spinelli)
«Famiglia Oggi»
10-01-2006
«...Non si può parlare d´amore se non si parla anche di narcisismo e soprattutto se non si chiarisce a fondo la differenza tra un sano amore di sé, consapevole del valore e del sacro in ognuno di noi, e il narcisismo luciferino, immaturo e vampirizzante. La magistrale disamina di quest´ultimo da parte degli autori conduce a rilevarne la presenza anche nel rapporto d´amore ... Molto si è parlato della crisi del rapporto d´amore maturo, della crisi della funzione genitoriale, della difficoltà a tollerare la tensione interpersonale e intergenerazionale, ma è raro che a tale disamina si affianchi, come accade invece in questo libro, l´indicazione esplicita e coraggiosa della via di elaborazione e di superamento...». (Gabriella Mariotti)
«Marie Claire»
01-06-2005
«Coppia nella professione ma anche nella vita: succede. Ma nel caso di Davide Lopez e Loretta Zorzi c’è qualcosa di più: perché il nucleo stesso del loro ultimo lavoro, Narcisismo e amore, riguarda la coppia, la relazione matura. E, in qualche modo la sua celebrazione. Stiamo parlando di passaggi evolutivi che solo alla fine portano a quello che per molti (psicoanalisti e non) rimane un sogno: “un amore perdurante, fertile, generativo, brioso, fecondato dall’umorismo”. Impossibile non chiedersi quanto di autobiografico ci sia in tutto ciò». (Anna Alberti)
«Alberto Mario Cirese»
22-06-2005
«Ho ricevuto il bel volume dell´avviata ristampa della storica raccolta di fiabe di Ettore Scipione Righi. È stata una gioia. Gioia per l´importanza storica e scientifica dell´antico lavoro di Righi ora reso accessibile ai tanti che lo ignoravano e che avranno da impararne e da goderne. Gioia per la cura attenta dei curatori Viviani e Zanolli (che preziosa quella tavola sinottica finale, per giunta con la classificazione Aarne-Thompson!). Gioia per la presentazione di Daniela Perco che traccia con mano sicura un così ricco quadro degli studi folklorici ottocenteschi nel mondo e nei tempi di Righi. Ed è motivo di letizia anche la cura editoriale: un libro di questa mole, per restare leggibile (aprirlo, sfogliarlo, piegarlo...: quello che si fa quando davvero si legge, e se ne vuole interi l´agevolezza e il piacere) occorre che lo si sia editorialmente costruito con capacità da un lato e amore dall'altro».
«L’Arena»
17-02-2005
«...Formidabile collezione di fiabe e racconti colti dalla voce dei narranti e trascritti con uno scrupolo filologico assai raro ... Un evento di rilievo ben più ampio della limitata cerchia degli interessi provinciali ... Recupera per la prima volta forme gergali, locuzioni, modi di dire ed espressioni gnomiche che fanno parte non solo della nostra parlata più tradizionale ma anche del nostro immaginario collettivo». (Giuseppe Brugnoli)
«Il Foglio»
26-02-2005
«Attraverso l’analisi della pittura delle epoche Tang (VII-X sec.), Song (X-XIII) e del grande Shitao (XVII), Jullien conduce un paragone tra pensiero occidentale e cinese, chiamando in causa Laozi e Wang Bi, ma anche Leonardo, Picasso, la filosofia greca. Scrive a ritroso la storia di un incontro tardivo tra due concezioni del mondo, avvenuto in Europa agli esordi delle grandi avanguardie artistiche, quando i cubisti, a Parigi, scelsero di scomporre la forma, mettendo in discussione l’estetica europea classica. Quella stessa forma che l’arte cinese si era guardata bene dal definire con precisione, creando sistemi espressivi in cui i pieni e i vuoti, l’assenza e la presenza fluiscono in rappresentazioni dal sapore surreale, onirico». (Claudia Gualdana)
«Il giornale dell’arte»
10-01-2005
Giudicato “miglior libro dell’anno” da Francesco Bandarin, direttore Centro Patrimonio Mondiale Unesco, nella classifica “Il meglio e il peggio del 2004”
«L´Espresso»
15-10-2004
«Quando un saggio è avvincente si dice che si legge come un romanzo. Questo di Jullien, invece, si legge come una poesia» (Carla Benedetti)
«Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti”»
01-01-2003
Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” – Sezione Artigianato di Tradizione – XXI edizione 2003, con la seguente motivazione: «Opera originale molto suggestiva ed efficace che ricollega la nascita e lo sviluppo della ‘rivoluzione metallurgica del ferro’, sviluppatasi nell’arco alpino specie nelle regioni centro-orientali durante l’età preindustriale. Le tecniche di lavorazione del metallo e la tipologia dei prodotti vengono accuratamente descritte e illustrate da una ricca iconografia, completata da un prezioso ‘lessico metallurgico’».