«Il Giornale dell'arte»
01-02-2012
Nel 1976, quarto centenario della morte del pittore cadorino, vedeva la luce per i tipi della Rizzoli, nella collana «Gli Italiani» diretta da Indro Montanelli, il Tiziano di Neri Pozza. A firma dello stesso autore ed editore era spettato l’onore e l’onere di stampare in quell’anno fortunato anche i cataloghi di due impeccabili mostre dedicate alla grafica del Vecellio, entrambe allestite presso la Fondazione Cini all’isola di San Giorgio e curate da Konrad Oberhuber l’una («Disegni di Tiziano e della sua cerchia») e da Michelangelo Muraro e David Rosand l’altra («Tiziano e la silografia veneziana del Cinquecento»).
Utilizzando un’edizione rivista e corretta rinvenuta recentemente tra le carte inedite di Neri Pozza, l’editore Angelo Colla ha avuto la felice intuizione di ripubblicare quella biografia ormai classica del sommo pittore veneto, affidandone la prefazione a un decano degli studi tizianeschi, Lionello Puppi. E proprio a Puppi, protagonista assoluto di quel fervido periodo di studi su Tiziano in cui apparve la biografia di Neri Pozza, è opportuno dare la parola per tratteggiare un breve profilo del libro: ispirata nello stile al «tenore della machiavellica Vita di Castruccio Castracani, dove fatti accaduti son mescolati ad altri di fantasia per farne scaturire l’immagine di un principe ideale», ma anche alla «Storia di Carlo XII di Voltaire dove l’autonomia della libertà del racconto si prova persino programmatica», la biografia di Tiziano di Neri Pozza narra «una “dedizione totale” alla pittura in un contesto storico specifico e nel confronto col Potere raffigurato nella grettezza di Carlo V; il racconto del prezzo pagato giorno dopo giorno e anche ai più teneri affetti famigliari, dall’intransigenza dell’“entusiasmo creativo” e dalla lunga sofferenza di ridurlo a forma, emblematizzata dai dieci anni di applicazione al San Lorenzo». (F.B.)
«Tuttolibri»
28-01-2012
«L’ingegno veneto è d’indole molto composita, e quello vicentino ancora di più», osservava il vicentino Guido Piovene, così ritraendo (anche) Neri Pozza, il professore-editore nato giusto un secolo fa. Anche artista (incisore), anche poeta, anche scrittore, come rammenta il suo profilo di Tiziano, ora riproposto. Seguendo Mastro Vecellio dal Cadore alla conquista di Venezia, con l’«Assunta» dei Frari. Quel Rinascimento in cui naturalmente si specchiò «l’ultimo uomo del Rinascimento», come qualcuno definì lo scopritore (anche) di Parise. (Bruno Quaranta)
«Il Piccolo»
22-01-2012
Venezia lo aveva accolto come fosse il suo figlio prediletto. I regnanti d’Europa se lo contendevano. Papi e cardinali, come Giulio II, Leone X, Alessandro Famese, non restavano insensibili al fascino dell’arte di Tiziano. Eppure lui, tra tutti i grandi maestri della pittura del Cinquecento, rimaneva pur sempre un mistero. Solitario, appartato, era in contatto con i personaggi più influenti del suo tempo. Ma non si faceva mettere le briglie da nessuno. Non accettava di farsi dettare le regole nemmeno da chi gli commissionava opere importanti, pagate a peso d’oro.
Su Tiziano si è scritto tantissimo. Storici dell’arte, scrittori e biografi hanno scandagliato a fondo la figura dell’artista nato a Pieve di Cadore in una data non definita tra il 1488 e il 1450. I suoi quadri sono esposti nei principali musei del mondo: dal Louvre al British Museum, dal Metropolitan all’Accademia di Venezia. Eppure, per tutti, la figura del Vecellio rimane ancora un enigma. Che Neri Pozza, illuminato uomo di cultura nato a Vicenza nel 1912 e morto nel 1988, che è stato scrittore e editore, scultore e incisore, ha provato a mettere a fuoco in una corposa biografia terminata tra il 1973 e il 1975. Pubblicata per la prima volta nel 1976 da Rizzoli, nella collana “Gli Italiani” diretta da Indro Montanelli. E ripresa, all’inizio degli anni Ottanta, in un’edizione corretta dallo stesso autore.
Adesso quel testo viene riproposto nella sua versione originale, con una serie di postille scritte da Neri Pozza, rimaste poi impubblicate, per la cura di Lionello Puppi, professore emerito di Metodologia della storia dell’arte all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che firma anche una densa e appassionante prefazione. In cui sottolinea, con le parole della poetessa russa Marina Cvetaeva, che «chi è vissuto una volta deve vivere per sempre». Tocca ai poeti renderlo immortale.
Neri Pozza, raffinato poeta, non si era limitato a consultare, a leggere, ad annotare con febbrile precisione tutti i testi più importanti dedicati alla vita e all’opera di Tiziano. No, lui si era spinto più in là. Provando a immaginare il grande pittore, sceso dalle montagne del Cadore, in giro per le calli della città lagunare. A zonzo per le corti d’Europa, a colloquio con personaggi come Pietro Aretino, come Jacopo Sansovino, come quel genio assoluto dell’Angelo Beolco detto Ruzzante, a contatto ravvicinato con l’imperatore Carlo V e con suo figlio Filippo II. Oppure a guardare lo splendore delle Stanze vaticane di Raffaello, della Sistina di Michelangelo, delle Fabbriche del Bramante per la Basilica di San Pietro.
E raccontando Tiziano così da vicino, Neri Pozza si era reso conto che per portare il pittore fuori dall’ombra era necessario andare al di là della sua arte. Seguirlo mentre combatteva con il Consiglio dei Dieci che lo pressava perché completasse il gigantesco lavoro di affrescatura della Battaglia di Cadore nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Spiarlo mentre dava umanissima forma agli apostoli che ammirano stupefatti l’Assunzione di Maria in cielo. Cogliere i fremiti carnali del Vecellio mentre dava forma all’Amore sacro e amor profano, a Bacco e Arianna, a Flora e Salomè. E, al tempo stesso, provare a immaginare i pensieri, gli accessi d’ira, i momenti di sconforto, la malinconia, la lotta continua per farsi pagare. Per assicurare un futuro ai figli.
Il Tiziano di Neri Pozza è un uomo che si innamora forse una sola volta nella sua vita. Della timida, fragile Cecilia venuta da Pieve fino a Venezia per occuparsi della casa abitata dal pittore con il fratello Francesco. Che diventerà in fretta la sua amante, la mamma di Pomponio, Orazio e Lavinia, e che troppo presto lo lascerà da solo. Stremata dai parti.
Ampliando nell’animo del pittore i silenzi infiniti, quella ritrosia così montanara che Vecellio si portava dentro assieme agli scenari immensi delle sue Dolomiti. E al bisogno di contemplazione che, sulla tela, diventava colore, forma, materia. Mistero creativo. (Alessandro Mezzena Lona)
«Focus.it»
20-01-2012
Puttana, figlio di puttana, pezzo di merda, ladro e coglione. Sono in ordine decrescente gli insulti che più spesso spingono gli italiani a denunciare chi li dice, per fargliela pagare (in tutti i sensi). L’ha scoperto un avvocato cassazionista siciliano, Giuseppe DAlessandro, che ha avuto un’intuizione preziosa: raccogliere le sentenze sui reati di ingiuria, oltraggio e diffamazione degli ultimi 121 anni. Il quadro che ne risulta, raccontato nel libro Bestiario giuridico 2, è quantomai ricco: non solo dal punto di vista giuridico, ma anche dal quello del costume e della lingua. Tanto da poter essere considerato, dopo la ricerca sugli insulti a Mussolini, il secondo figlio legittimo di Parolacce.
Le parolacce, infatti, possono essere usate come armi che danneggiano un bene impalpabile: l’onore, ovvero il rispetto e la stima degli altri. Forse il nostro bene più prezioso, diceva San Tommaso d’Aquino: «l’insulto è peccato mortale, perché toglie a un uomo le testimonianze di onore e di venerazione che gli sono dovute. Perché una persona ama il proprio onore non meno delle sue proprietà». Non a caso, fra le innumerevoli leggi italiane ce ne sono diverse (nel mio libro ne ho censite una trentina) che puniscono proprio gli insulti.
L’avvocato D'Alessandro, che ha avuto l’idea della ricerca durante i tempi morti fra un’udienza e l’altra nei palazzi di giustizia, ha esaminato 912 sentenze emesse tra il 1890 e il 2011: un numero considerevole, anche se ben lontano dall’essere rappresentativo di tutti i processi per ingiuria, oltraggio e diffamazione che, secondo le sue stime, potrebbero essere nell’ordine di 150-200 mila lanno (il 6% del totale); di questi ne arrivano in Cassazione – l’ultimo grado di giudizio, quello che fa giurisprudenza – circa un migliaio l’anno.
Ed ecco altre curiosità che emergono dal libro di D’Alessandro.
INSULTI. I termini spregiativi citati nelle sentenze di D’Alessandro sono 612: oltre alle parolacce classiche, ce ne sono molte creative. Comprese le parolacce agìte, ovvero i gestacci, le pernacchie, gli sputi, il lancio di letame, di scarpe o di bombolette puzzolenti.
Divertente la carrellata sugli insulti, anche indiretti: un uomo è stato condannato per essersi rivolto a un pubblico ufficiale dicendogli: «Io non ho lo scolo in testa!» (= io non ho una malattia venerea in testa = io non sono una testa di cazzo, mentre tu lo sei!). I giudici, poi, puniscono anche le frasi sarcastiche: un cliente deluso è stato denunciato dal suo stesso legale per avergli inviato un vaglia intestato al celebre ed illibato ed onesto avvocato.
Passando agli insulti veri e propri, tra quelli finiti sulle carte bollate figurano anche espressioni insolite come: ammazzasentenze, atzarese (abitante di Atzara, Nuoro), buco a puzzoni, canchero, diesel fumoso, diffidato di questura, faccia di porfido, farneticazioni uterine, insabbiatore, insolvente, maneggione, manghiatone, manutengolo, minchia morta, noisette, piffero di montagna, realburinismo, superiniquinatore, testa di mattone, traffichino, trillo e frillo, vecia, verginello, zombi.
Colpisce il fatto che numerosi insulti sono di matrice storico-letteraria o ispirati dalla cronaca: Ceausescu (dittatore polacco), Cicciolina, demiurgo, degasperino, don Abbondio, don Chisciotte, don Rodrigo, dracula, Innominato, khomeinista, lewinskiana, Mata-Hari, moscovita, Pacciani, Previti, Scelba, Travet, Willy il coyote, zio Paperone. In sostanza, questi epiteti sfruttano il meccanismo dell’antonomasia: se una persona (o un personaggio fittizio) incarna un vizio, il nome di quel personaggio diventa lemblema del vizio stesso, in una equivalenza abbassante: Zio Paperone=tirchio.
A proposito dell’Innominato, D’Alessandro racconta un aneddoto divertente: nel 2000 un pubblico ministero aveva chiesto l’archiviazione di una denuncia ritenendo non oltraggioso questo soprannome (nei Promessi sposi l’Innominato era un malvagio che poi si convertì al cristianesimo). Ma la parte offesa impugnò il provvedimento, arrivando a chiedere una perizia sui Promessi sposi per valutare se l’Innominato fosse un personaggio negativo o positivo: richiesta che fu poi, fortunatamente, respinta. Quanto sarebbe costata una perizia del genere?
STATISTICHE. Quali sono gli insulti che più spesso sono arrivati nelle aule di tribunale? L’espressione largamente vincente è puttana (usato nel 9,6% dei casi, compresa la variante figlio di puttana, che però andrebbe classificato a parte perché non è un insulto sessista), seguita da merda (5,2% con le varianti pezzo di merda e faccia di merda), ladro (5%), coglione (4,3%), culo e troia (3,7%), bastardo (3,3%), disonesto (2,8%), stronzo (2,5%), cornuto (2,2%), bugiardo (2%). Aggregando i termini per area semantica, risultano vincenti le parole di area escrementizia (merda, cacare, fogna), seguite da quelle sulla sessualità femminile (puttana, troia, zoccola). Segno che le donne sono molto offese da questi epiteti, e non la fanno passare liscia a chi le insulta in questo modo.
D’Alessandro ha poi confrontato queste statistiche ai risultati del mio volgarometro, elaborando il giurinsultometro. Il risultato? Gli insulti a più alta carica offensiva, rilevati dal volgarometro, sono proprio quelli che più spesso spingono gli italiani a chiedere giustizia in tribunale.
CONTRADDIZIONI. Un’ultima notazione sulle sentenze. Molte sono straordinariamente efficaci ed equilibrate, ma molte altre sono, almeno apparentemente, contraddittorie. Per fare un esempio: con una sentenza la Cassazione ha condannato con l’aggravante dell’odio razziale una persona qualificandola come «sporca negra» in quanto «combina la qualità negativa al dato razziale», e «non risulta adottata in occidente alternativamente l’espressione sporco giallo, né in Africa o Cina sporco bianco». Eppure la stessa Cassazione in unaltra sentenza non aveva riconosciuto l’aggravante a un commerciante di Treviso che aveva apostrofato un Senegalese con l’espressione nero di merda. Perché queste contraddizioni? Non solo perché la percezione di un insulto può essere soggettiva (cioè dipende dal contesto, dall’epoca, dai toni utilizzati, dalla sensibilità dei parlanti e dei giudici), ma anche perché i giudici spesso non consultano gli studi linguistici sul turpiloquio, che peraltro, fino a pochi anni fa, erano pressoché inesistenti. Ora, però, non hanno più questo alibi. (Vito Tartamella)
«Panorama.it»
01-02-2012
Fin dalle prime pagine del saggio di Roger-Pol Droit balza alla mente del lettore una domanda: non ha esagerato, lo studioso francese, nel definire gli antichi «quei grandi mostri eternamente vivi?» Se i poemi di Omero sono «enciclopedie, romanzi d’avventura e manuali di galateo», i filosofi greci e latini dell’età ellenistica, da Epicuro a Seneca, restano testimoni preziosi nell’insegnare «la trasformazione paziente di sé, il cui esito sarà eliminare le angosce e sottrarre lo spirito alle imboscate dell’esistenza». Chi ha detto che Socrate e Platone, Cicerone e Tucidide sono pensatori imbalsamati? Dedicato a Pierre Hadot, il docente al Collège de France scomparso nel 2010 le cui ricerche hanno rappresentato una svolta nello studio del pensiero antico, il saggio di Droit ha la pretesa di essere una bussola per il nostro tempo. Una guida brillante, capace di trasmettere l’arte del vivere e del saper guardare il mondo. (Mauro Anselmo)
«Liberal»
21-12-2011
Provate solo ad accennare a Eraclito, Platone, Epicuro, Seneca, e ad altri pensatori di oltre duemila anni fa, con la generazione cosiddetta digitale, quella dei computer, degli sms e del ‘tutto in web’. Non per fare il pessimista o il disilluso, ma credo che la reazione sia pari a quella di chi ascolta racconti e precetti di esseri ossificati, di cadaveri eccellenti ma pur sempre cadaveri. A poco a poco, tuttavia, emergono segnali che vanno verso la rivalutazione di quei ‘vecchioni’, che poi non sono altro che i fondatori del pensiero filosofico occidentale, in grado di appannare, od oscurare, le suggestioni della new age, dei movimenti che si ispirano al buddhismo e in genere a quell’orientalismo che si ostina a raccomandare una teorica quanto guasta distanza dal mondo in cui viviamo, col quale però quotidianamente dobbiamo confrontarci. Gli Antichi, sia Greci che Romani, hanno delineato le linee guida del pensiero tenendosi sempre a contatto con la vita che ci circonda. Ma soprattutto hanno trasmesso, a noi un po’ inebriati dall’onniscienza della tecnica, un concetto essenziale: ogni sapere aumenta ciò che non sappiamo. La frase è contenuta nella lucidissima analisi che fa Roger-Pol Droit in Vivere oggi con Socrate, Epicuro, Seneca e tutti gli altri delle esplorazioni filosofiche che hanno coinciso con il paganesimo dell’Occidente. L’autore fa un giusto tributo al connazionale Pierre Hadot, già direttore dell’Ecole pratique des hautes études. Con Hadot, scrive l’autore, c’è stata una grande svolta perché «ha dimostrato come il compito primo del filosofo, nell’Antichità, fosse cambiare la propria vita, e non scrivere libri, o anche elaborare concetti». Se immaginiamo il Timeo di Platone o la Fisica o i Meteorologica di Aristotele, non dobbiamo incappare nell’errore di credere d’essere lontani dal cammino verso la pace dell’anima. È questa la vera meta: «Per accedere alla saggezza, è utile sapere come si sia disposta la materia e in che modo si organizzi il cosmo. Tutto, in fin dei conti, è orientato, se non subordinato, a questo obiettivo: conseguire la saggezza». Scienza, alta tecnologia, psicoanalisi e altre pratiche del pensiero moderno sono complici di una subdola rottura col passato greco-romano.
La dimenticanza s’è fatta vistosa da due o tre generazioni: «Tutto quello che, a prescindere dal valore effettivo, era stato trasmesso nel corso di duemilacinquecento anni si trova lasciato incolto, abbandonato dalla scuola». Grandissimo errore visto che Greci e Romani hanno costantemente alimentato l’immaginario della cultura europea. Questi Antichi che a molti paiono polverosi o superati si incontrano in ogni campo, dalla pittura al cinema, da Shakespeare a Racine, da Robespierre a Marx, e perfino nei deliri di Hitler. Questa considerazione ci porta direttamente a Nietzsche. In un suo testo ci avverte che «solo la tragedia può salvarci dal buddhismo». La pratica orientale, secondo il filosofo tedesco (oggi spesso citato, ma non così ben conosciuto nella sua interezza di pensiero), simboleggia le terre del Sol Levante, il rifiuto di soffrire, la negazione della volontà di vivere, l’accesso sognato a un mondo senza conflitti, pacificato, privo di dolore così come di passioni. Un universo nel quale non abitiamo, ovviamente. «La tragedia – spiega Roger-Pol Droit – diventa invece sinonimo di Occidente, di disagio accettato, di vita conquistatrice, di conflitti patiti, di guerre e di forze antagonistiche che accettano sia di soffrire sia di gioire. Vi sono solo queste due vie. Nessun’altra». Certo, Nietzsche per alcuni aspetti è discutibilissimo, ma la sua scelta radicalmente occidentale – e noi diremmo quella più realistica e a noi più prossima – è senza appello. E ancora: «Le emozioni pesanti della tragedia greca sono effettivamente agli antipodi degli esercizi di meditazione buddhisti. Questo perché esse ci fanno comprendere non solo che il conflitto guida il mondo, ma che esso è posto anche in noi stessi». La tragedia rimanda al teatro. Ossia al movimento, al dialogo (che etimologicamente non è da intendersi solo come il parlare tra due soggetti, anzi), al ‘tutto scorre’ di Eraclito, all’esistenza come continuo adattarsi alle mutazioni emozionali e storiche e come ricerca di un equilibrio interiore che non prescinda dal mondo. Può apparire bizzarro per qualcuno l’accostamento delle parole di Platone al teatro. Invece è sensato. Più o meno tutti sanno, o hanno orecchiato, dell’‘allegoria della caverna’. Questa caverna, sostiene Roger-Pol Droit, «è una messinscena». Definizione propriamente teatrale, quindi: «La curiosa storia di prigionieri incatenati fin dall’infanzia, che scambiano per oggetti reali le ombre proiettate, e che poi vengono liberati e portati all’aria aperta, abitandosi così alla luce e al mondo vero». Platone insegnava forse che il mondo reale è fatto solo di ombre e di riflessi, mentre il mondo vero è quello delle idee, che forniscono il modello a tutto ciò che percepiamo? No, non ci si deve fermare a questa specie di ‘fissismo’, che proprio non appartiene al pensiero di Platone. Secondo il grande ateniese l’attenzione deve essere spostata verso quel movimento che costituisce il nucleo stesso della filosofia: «Liberare il prigioniero, scioglierne i vincoli, costringerlo ad alzarsi, a camminare, a lasciare la sua posizione primitiva, a salire faticosamente verso la luce, il cielo delle idee, la visione delle cose reali». Quel che conta è mettersi in cammino, anche se più tardi si dovrà tornare nel buio della caverna. Il movimento continua, dunque. Per Platone, ma non solo per lui, la contemplazione è solo una sosta, non uno status eterno o desiderabile in quanto tale.
Sempre a proposito di teatro, Platone nelle sue opere non indica mai con esattezza chi ha ragione e chi ha torto, a parte visibili simpatie per questo piuttosto che quel protagonista dei dialoghi. Ecco allora il teatro delle idee, sintesi del movimento del pensiero: «Sempre punti di vista molteplici, molteplici dimensioni che si rispondono. Dialogo dell’anima con se stessa, teatro riflessivo nel palcoscenico della mente. Pensiero mai come blocco omogeneo, compatto, massiccio, immobile». Magari è azzardato quel che aggiungo, ma può starci, come si suole dire: Platone insegna che il pensare è qualcosa di fluido, elemento che, in una visione sociologica, siede accanto a ‘società liquida", teorizzata in questo periodo da Zygmunt Bauman, il quale ci indica appunto il movimento, la ‘fusion’, il ‘melting pot’ non solo delle razze ma anche degli orientamenti comportamentali. Parrà più chiaro a questo punto quanto sia attuale la segnaletica degli Antichi, bussola che ci aiuta, oggi dopo 2500 anni, a riconsiderare «l’esperienza del pensare come mutamento dell’essere». Greci e Romani non avevano la testa tra le nuvole, non si baloccavano con costruzioni mentali astratte. La filosofia era e doveva sempre essere ‘terapia dell’anima’. E non è un dramma – a meno che si abbracci totalmente una religione – trovarsi di fronte a grandi dilemmi. Questi fanno parte della nostra vita. Esiste anche ‘la dolcezza dell’incerto’. Il dubbio può rendere felici, sosteneva l’ateniese Pirrone, filosofo alquanto misconosciuto (scuola dello scetticismo). Il quale sosteneva che noi non sappiamo per davvero che cosa sia il mondo, e nemmeno che cosa sia il bene o il male. La sospensione del giudizio, a suo avviso, potrebbe condurre alla serenità.
Roger-Pol Droit tuttavia avverte: «Scettico non designa una pura volontà intellettuale di dubitare di tutto, in maniera continuativa, sistematica ed estrema. I discepoli di questa scuola non mettono in questione, per esempio, la realtà dei loro affetti... la loro posizione non consiste nel mettere in dubbio l’esistenza delle sensazioni o nel rifiutare l’idea che esista una realtà, giacchè a loro sembra stravagante mettersi a fare supposizioni del genere». No, per Pirrone e compagni la realtà non è affatto un abbaglio, un miraggio, un’illusione, anche se, dicono, non esiste alcuna via di accesso a una conoscenza sicura della sua essenza o del suo funzionamento. Tutto questo è riassunto nel termine greco ‘aporia’, situazione priva di sbocchi, una via senza uscita. Altro avvertimento dello studioso francese: «Facile pensare a un atteggiamento psicologico esitante, quasi paralizzato, esposto in ogni caso al rischio di fissarsi e di restare immobilizzato». Semmai il ‘vicolo cieco’ per gli scettici è sinonimo di tranquillità dello spirito, è garanzia di serenità. Roger-Pol Droit prosegue nella sua analisi: «Ciò che risulta privo di una soluzione non genera necessariamente tormenti e angosce. Gli scettici constatano che a ogni argomentazione corrisponde un’argomentazione contraria di eguale forza... la conclusione che se ne deve trarre non è, come spesso si è creduto, che la verità non esiste, o che essa è inaccessibile alla nostra intelligenza... affermare che non si possa affermare nulla sarebbe evidentemente un’affermazione». Prudenza filosofica, non rinuncia tout-court alla ricerca, tenendosi distante da dichiarazioni che sono immediatamente tese a trasformarsi in dogmi. Neutro significa ‘ne-uter’, ossia né l’uno né l’altro. Un modo per distanziarsi anche da se stessi usando la ‘coperta mentale’ del dubbio. Così, dicevano nella Atene ove si confrontavano i pensieri, ci si tiene il più possibile lontani dalle ‘tempeste dell’anima’. Il termine ‘tempesta’ è tipicamente greco visto che quei nostri antenati erano navigatori e ben conoscevano le insidie, anche mortali, del mare. A questo punto ci viene in mente Ulisse, che del mare sapeva fin troppo.
Omero canta sia il conflitto sia il passare del tempo. Gli eroi che si muovono attorno alle mura di Troia o nel mare aperto sono dentro il travaglio esistenziale e ambientale. E i saggi? Fanno tutto il contrario, nel senso che cercano di sfuggire ai conflitti, fuori e dentro se stessi. Sanno che sarebbe stupido aspirare a un universo privo di turbolenze, quindi puntano a una forza che li ripari dalle tempeste. L’uomo armato e l’uomo in tunica appartengono in ogni caso alla medesima sfera mentale greca: gli uni amano il sangue, le armi, la vittoria e la gloria, gli altri tendono alla parola, alla ragione, alla serenità e alla pace del cosmo. Opposti? Solo in apparenza dato che i filosofi al posto delle lance usano le argomentazioni. «Filosofia come prosecuzione della guerra con altri mezzi; il terreno è diverso, gli scontri pure. Ma il dispositivo d’insieme rimane identico», sostiene Roger-Pol Droit, che ancora una volta insegue la costante del comportamento e della mitologia dell’antica Grecia. Ed è questo: il pensiero deve trasformare l’esistenza. O ancora: pensare diversamente significa vivere diversamente. L’Iliade e l’Odissea non sono film d’avventura o cartoons giapponesi anche se le suggestioni per così dire filmistiche sono fortissime ma la rappresentazione di un duplice movimento che ha come tracciato quello che dovrebbe condurre alla saggezza, alla pace con se stessi, all’armonia delle cose e delle persone.
Sorge a questo punto un dilemma: il tipo di felicità tratteggiato dai Greci è di tipo egoistico? La preoccupazione per il proprio sé, il tenersi distante dalle ‘tempeste’ e altre direttive cui abbiamo accennato parrebbero confortare questa tesi, come hanno ribadito storici e studiosi di grande valenza. Pierre Hadot è in disaccordo. Il modello vero della filosofia ellenica, dice, è Socrate, l’uomo che «è stato messo ai fianchi degli ateniesi dalla volontà degli dei... al fine di pungerli come un tafano». Lui stesso afferma, per la penna di Platone: «Io sono egualmente a disposizione di tutti, poveri e ricchi». Esiste, e si fa sentire sempre, la spinta al ruolo di ‘missionario’, il che significa non rivolgersi alle elites agiate e culturalmente più attrezzate. Lo stesso discorso vale per altre scuole. La teoria degli epicurei era molto conosciuta e gli adepti del capofila avevano come compito quello di ‘rivolgersi’, come scrive Hadot, «a tutti gli uomini, anche a quelli incolti, anche a quelli privi di una particolare formazione intellettuale, nonché nell’accogliere schiavi o donne, persino cortigiane, come quella Leonzia, discepola di Epicuro, raffigurata ‘in meditazione’ da un pittore». Gli stoici addirittura esortavano a denunciare certe convenzioni sociali e incitavano al ‘ritorno alla semplicità di una vita secondo natura’. Per Epitteto «il filosofo è il testimone (martys) di Dio». E Platone e Aristotele? Nessun egoismo nel loro pensiero, tanto è vero che cercavano formule politiche per il bene dell’intera polis. Altro che ripiegamento su se stessi. «I cristiani non li dimenticheranno», annota Hadot, «il modello stoico sarà ripreso dalla tradizione monastica e ascetica». Non è un caso che nel 1605 Matteo Ricci, quel religioso cattolico che andò in estremo oriente, volendo preparare i cinesi al Cristianesimo, abbia composto un Libro dei 25 paragrafi che era in gran parte la traduzione parafrasata del Manuale di Epitteto. Esiste dunque un continuurn tra pensiero greco e il modo di pensare e operare che è venuto dopo. Se solo si pensa all’influenza di Platone e di Plotino nell’esperienza mistica cristiana, qualsiasi ipotesi di cesura netta tra l’avanti e il dopo Cristo in Occidente cade in frantumi. (Pier Mario Fasanotti)
«wuz.it»
04-11-2011
11 settembre. Gli americani hanno monopolizzato la data dell’11 settembre, dopo l’attentato terroristico alle Torri Gemelle del 2001. Ma l’11 settembre dovrebbe restare nella memoria di tutti per un altro tragico avvenimento: nel 1973, in Cile, quel giorno il generale Pinochet guidò il colpo di stato che avrebbe destituito Salvador Allende, primo presidente democraticamente eletto nell’America Latina. Il palazzo della Moneda fu bombardato e devastato dalle fiamme, Allende morì - i referti medici più recenti hanno confermato il suo suicidio nonostante le voci contrastanti che circolarono all’epoca. Pinochet instaurò una dittatura che sarebbe durata diciassette anni. Anni di mancanza di libertà, di terrore, di arresti arbitrari, imprigionamenti e torture. Negli anni ‘80 il partito comunista creò un Frente Patriotico clandestino con l’intento di stimolare un sollevamento popolare.
Il libro della giornalista Anne Proenza e del musicista Teo Saavedra, rifugiato politico in Francia dal 1977, prende l’avvio nel 1986, dopo un fallito attentato alla vita di Pinochet. E ci racconta una storia non nota, della fuga di quarantanove detenuti politici dalla prigione pubblica di Santiago durante la notte del 29 gennaio 1990. Una beffa per il regime. Una storia grandiosa di coraggio e tenacia, di forza di volontà e di idealismo, di tempra interiore e sì, anche di intelligenza.
Una fuga attraverso un tunnel scavato dai prigionieri. Parte da una delle celle, sbuca in superficie a 60 metri di distanza, oltre il muro della prigione, oltre la galleria di una nuova stazione della metropolitana, nei pressi di una stazione più vecchia. Di per sé non è una storia originale: di quante fughe abbiamo letto, quante ne abbiamo visto al cinema? Una delle pellicole che i prigionieri di Santiago guardano è La grande fuga con Steve McQueen - e non serve solo come passatempo. Eppure, come riescono Proenza e Saavedra a rendere il loro libro così appassionante, un vero e proprio page-turner? Gli evasi di Santiago è una combinazione perfetta di romanzo d’avventura e di storia vera (tanto più drammatica per questo), con personaggi vivi che impariamo a conoscere (loro, le loro famiglie, le loro donne) e con una decisa connotazione politica che è una condanna degli abusi di qualunque dittatura. In più, la tensione è fortissima - anche se sappiamo che l’evasione avrà successo.
Se il racconto della fuga dovesse seguire una sequenza temporale lineare, risulterebbe monotono e claustrofobico. Invece ogni capitolo ha, come titolo, una data e il luogo dell’azione (per dare un’idea, uno è “Ottobre 1989. Prigione pubblica di Santiago, tunnel, quarantacinque metri”), e il tempo si sposta, avanti e indietro, tra il 1986 e il 1990 inoltrato. Conosciamo i carcerati, la loro lotta per ottenere il riconoscimento di prigionieri politici con celle separate da quelle dei delinquenti comuni, ascoltiamo le discussioni prima della decisione per un piano di fuga: un’azione è meglio dell’attesa passiva, anche se fosse soltanto per mostrare una caparbia opposizione. È stupefacente leggere di come Manuel, Miguel, Hugo e gli altri abbiano risolto i problemi pratici dell’impresa dello scavo del tunnel, dell’aerazione mano a mano che si spingevano più avanti nel cunicolo soffocante, di come trasportare indietro la terra rimossa e soprattutto di dove metterla. Un’impresa eroica, i disegni illustrativi ci lasciano ammirati. E poi, di chi fidarsi? Tutti hanno già provato la tortura e sanno che resistere può andare al di là delle forze umane. Inframmezzati ai capitoli degli scavi, degli incontri dei prigionieri con i famigliari (nasce un amore, uno di loro diventerà padre), ci sono i capitoli del dopo-fuga con il giudice che ha l’incarico di indagare sulle responsabilità della fuga ed è sottoposto a pressioni e ricatti, anche se il regime di Pinochet è prossimo alla fine.
Un libro da leggere, con la tensione di un thriller. Con qualcosa di più che in un thriller. (Marilia Piccone)
«Il Giornale di Vicenza»
02-12-2011
Diciotto storie in punta di penna. Diciotto storie inseguite dal brivido leggero del tempo che passa e dallo sguardo affettuoso di chi nel gioco bello e difficile delle parole cerca una complicità delicata e segreta. Ce le racconta Giuliano Corà, maestro vicentino classe 1950.
La lunga esperienza di Corà all’interno della scuola elementare si dispiega in una sorta d’incalzante amarcord impegnato nella ricomposizione di un’avventura umana e professionale dal sapore deliziosamente fané. E tuttavia, sotto tanto garbo e finezza espressiva, scorre il fil rouge dell’ironia, quasi l’autore volesse prendere le distanze da una materia che tenta continuamente di risucchiarlo nelle sue spire avvolgenti e tenerissime. Una materia ricca di fantasia, candore, attenzione, qua e là attraversata da richieste d’affetto spesso nascoste dietro misteriose ritrosie o crepitanti impennate d’orgoglio.
Ciò che emerge in filigrana è il senso di un rapporto maestro-allievo allo stesso tempo intenso e cruciale. Ecco allora che la vivacità di Silvia, la pensosa fierezza di Roberto, la riservatezza di Franco, l’inquietudine di Lucy, la genialità di Guglielmo, la passione per il disegno di Ilaria diventano i colorati, suggestivi tasselli di un puzzle che il maestro Giuliano Corà dispone con finezza sul pentagramma di una narrazione tanto piacevole quanto densa di piste sotterranee e deviazioni impreviste. Pagina dopo pagina i ricordi assumono la forma di un diario autobiografico tra le cui pieghe la complessa vicenda di un insegnante di lungo corso si fonde e s’intreccia con quella dei suoi piccoli alunni, che hanno saputo regalargli il senso di una storia viva e profonda, fatta di conoscenza, affetto e rispetto reciproco.
Una storia che in qualche caso ha il sapore di una fiaba inquieta e beffarda, anche per via di quel vento capriccioso che talvolta scuote gli alberi e colpisce con le sue raffiche gelide e distanti la fiduciosa attesa di bambini che non sempre si sentono amati e compresi... Ma poi le stelle tornano a brillare, i grilli a cantare, le rane a saltare... Che cosa è accaduto? È accaduto che il maestro si è seduto lì, accanto a loro. Un piccolo gesto, una parola, un sorriso e tutto si è magicamente ricomposto nel cerchio rassicurante di un’armonia condivisa e serena.
La stessa che accompagna tante pagine di questo breve racconto capace di mettere insieme intelligenza, buonsenso e alcuni principi della più recente psicopedagogia con il profumo antico di una scrittura scintillante e colta. (Maurizia Veladiano)
«L'Indice dei libri del mese»
01-12-2011
Con un linguaggio semplice e diretto, attraverso brevi capitoli marcati dalle tessere dell’alfabetiere ben note a chi ha frequentato le elementari in tempi non recenti, Giuliano Corà racconta la sua esperienza di scuola e propone al lettore numerosi spunti di riflessione sul lavoro dell’insegnante. Qualcuno l’ha definito una missione, altri un’arte e, in ogni caso, «nessuno potrebbe sopportare ‘per lavoro’ la presenza di venti o venticinque affarini urlanti, che ti tormentano continuamente coi bisogni più assurdi». Comunque, se l’insegnamento non è un lavoro, perché «non significa mettersi in cattedra, imporre con metodi più o meno terroristici il silenzio, aprire la bocca e trasmettere (...) una serie di nozioni senz’anima», subito balza in primo piano la necessità fondamentale di impegnarsi nella relazione fortemente affettiva (accettando, fra l’al tro, che un allievo si alzi ripetutamente dal banco per dichiarare il suo amore al maestro, come si evince dal titolo del volume) e di rinnegare quella sistematica mortificazione che costituiva uno strumento tipico della scuola tradizionale. Contro quello che Corà definisce «il potere delle lame rotanti» vale il sapersi abbassare, il farsi piccolo dell’insegnante, che coincide con la capacità di sapersi innalzare all’altezza dei bambini, inattingibile per gli adulti: ecco il maestro in cortile, intento a scambiare (stando nei tempi concessi dall’intervallo) le sorprese dell’ovetto Kinder, di cui è un appassionato collezionista, ed eccolo ancora mentre scombina, giocando, i capisaldi della valutazione (quella scala numerica da 0 a 10 variamente usata a scuola, anche nelle sue più assurde declinazioni): «“Quanto mi dai maestro?” “Quattordici”. “Ma no quattordici!” “Allora settantacinque”. “Ma no no!” “Non ti va bene nemmeno settantacinque? Allora ti do diciotto sotto zero”».
Un atteggiamento non dissimile da quello del poeta Caproni quando fingeva, secondo il racconto di Cerami, di rischiare il licenziamento da parte del direttore a causa della propria ignoranza. L’immagine di uno dei più grandi poeti contemporanei italiani (ma per i suoi allievi era solo ‘il maestro’), disperato per il fatto di non saper misurare la lavagna della classe, è veramente illuminante: un bambino si alza, suggerisce di moltiplicare la base per altezza, prende in mano la situazione e soccorre l’insegnante. Ecco il ribaltamento creativo del ruolo, così gravido di ricadute positive nel processo dell’apprendimento e che (al contrario di quello che potrebbe sembrare) va nella direzione di un rafforzamento del ruolo e dell’autorevolezza di chi insegna.
Corà usa gli stessi espedienti che non appartengono a nessun codice pedagogico e sarebbero il motivo della disapprovazione di più di una direzione didattica. Nel bellissimo libro Caproni maestro, a cui è impossibile non pensare leggendo il volume di Corà, si racconta che il maestro-poeta portava in classe il trenino Rivarossi, felice come un bambino, e distribuiva dolcetti come premio. Corà rincorre lo stesso principio per cui piacere di stare in classe e gioco costituiscono i requisiti per il superamento di ogni difficoltà. Del resto, racconta l’autore parlando di sé nel capitolo It’s a long way to Tipperary, anche il percorso che ha portato il maestro in cattedra è stato accidentato e non lineare, e ogni errore è comunque interessante e pieno di senso.
Altre le insensatezze che l’autore addita all’attenzione del lettore: l’effetto soporifero dei collegi docenti, l’abbandono di Lucy, la bambina ghanese in attesa della certificazione alla quale vengono sottratte attenzione e risorse: «Nessuno avrà del tempo per lei e lei continuerà a riempire i quaderni di stupidaggini e a immusonirsi sempre dí più. Ma in fondo chissenefrega di Lucy: ‘Che ’i torna a casa sua a magnar banane’, direbbero in quel comune della provincia di Vicenza dove qualche tempo fa hanno negato la mensa ai figli dei poveracci che non potevano pagarsela, e dove poi hanno inserito il dialetto veneto tra le lingue che si possono usare ín Consiglio comunale. Così sí fa cultura».
Meno amara e più divertente, nel quadro complessivo della nuova ingerenza genitoriale nel sistema scolastico, la classificazione dei genitori inventata dall’autore: accanto al GN (genitore normale), c’è il GGM (genitore Giuseppe e Maria), il genitore convinto di aver prodotto il miglior bambino del creato: «Spesso la prima visita del GGM avviene il primo giorno di scuola, all’uscita. Rimira la creatura, e poi l’abbraccia, ma con quel delicato e timoroso rispetto che naturalmente si riserva a ciò che ci è superiore. Poi vi fissa. Non vi chiede niente – ancora non vi conosce, non si fida – ma tuttavia vi scruta: cerca nel vostro sguardo il bagliore dell’avvenuta illuminazione. Non trovandolo se ne va, Bambinello per mano: spesso gli uomini sono ottusi di fronte al Divino, ci vuol pazienza».
Ma forse il capitolo più toccante è quello contrassegnato dalla tessera ‘St’ di stella e intitolato Il vagabondo del Dharma: vi si racconta la storia di Vitale, che salta fuori da una pizzeria e riconosce il suo maestro dopo tanti anni: a partire da quell’incontro si snoda una lunga amicizia fatta di lettere, chiacchiere, libri. Difficile immaginare qualcosa di più bello di questo frutto tardivo di un lavoro-non lavoro, che forse un’arte non è e non gode di nessun riconoscimento economico e sociale, ma sicuramente ha una funzione e un senso nel mondo degli umani. (Monica Bardi)
«stilos.it»
10-11-2011
Quello di Giuliano Corà, maestro anticonformista, approdato all’insegnamento per vie lunghe e tortuose – un lavoro che, come si diceva un tempo, è più una “missione” o un’arte – è un libro che, da maestra, consiglierei agli insegnanti di ogni ordine e grado di scuola (ma anche a tutti i genitori). A tutti quelli capaci sopportare venti o venticinque «affarini urlanti che ti tormentano continuamente con i bisogni più assurdi», ma che, per i mille problemi che affliggono la scuola italiana, non sono immuni da sentimenti di delusione e di stanchezza, o che si sentono demotivati, incapaci di entrare in classe con l’entusiasmo necessario, la lettura di Ti voglio bene maestro! sarà in grado di infondere una dose di ottimismo o, almeno, una visione meno nera del futuro.
Si sa che i primi anni di scuola sono fra i più determinanti, dal punto di vista formativo: possono segnare una strada piuttosto che un’altra e da essa dipenderà forse il futuro del bambino. Un ruolo importante, anzi, fondamentale, dunque, quello dell’insegnante, che viene però spesso sottovalutato, persino dai diretti interessati. È vero, con le colleghe e i colleghi si parla, ci si confronta, capita spesso che ci si lamenti delle cose che non vanno, della burocrazia che ha complicato tutto, degli alunni che sono cambiati, delle famiglie che, passando da un estremo all’altro, o si intromettono troppo nella vita scolastica del figlio, o se ne disinteressano completamente. Poi, però, quando si chiude la porta della classe, è con loro che si ha a che fare, con gli alunni: uno diverso dall’altro, per carattere, indole, capacità di apprendimento e di comunicazione. Con alcuni di essi si instaura un rapporto affettivo molto forte, con altri, invece, si ha la netta sensazione di non essere riusciti a fare del nostro meglio o, addirittura, di averli “persi”, di aver fallito. E ci si sente soli.
Ma le diciotto storie di alunni, insegnanti, dirigenti e genitori, che vengono raccontate dal maestro Giuliano con ironia e una nota di nostalgia – una nostalgia che comincia dalle vecchie figurine dell’alfabeto che illustrano le pagine del libro – riguardano categorie in cui, con il sorriso sulle labbra, non sarà difficile riconoscersi o riconoscere qualcuno con cui abbiamo avuto a che fare. Sono, ad esempio, ‘i genitori Giuseppe e Maria’, che credono di aver messo al mondo la reincarnazione di Gesù Bambino; la bambina straniera che a causa dei tagli della riforma è costretta a ‘fare da sola’; l’insegnante che, a un certo punto, decide di diventare Dirigente; bambini molto dotati, apparentemente distratti, che invece sono in grado di svolgere due attività contemporaneamente; bambini insicuri, bisognosi di conforto e di incoraggiamento… Pagine divertenti anche sulla disciplina, sui voti, sugli scambi di merendine e sorpresine, situazioni che offrono un punto di vista certamente non molto usuale sulla vita di ogni giorno in classe.
Ti voglio bene maestro!, però, ci fa anche riflettere su come «insegnare è, prima di tutto, ascoltare le domande dei bambini, scoprire che la loro curiosità è la tua stessa curiosità, e che il brivido della ricerca e della scoperta è comune. Insegnare è imparare. È rendersi conto, cioè, che sì, quella cosa la sapevi, credevi di saperla, ma che mai l’avevi davvero capita come nel momento in cui l’hai smontata e ricostruita per poterla spiegare con chiarezza, e quasi ti par di non stare in cattedra ma sui banchi, e sei felice, come se qualche maestro l’avesse finalmente spiegata a te [...] Poche cose ti fanno sentire profondamente ‘umano’ come il rapporto che si instaura tra chi vuol sapere e chi quel sapere vuole trasmetterlo. Poche cose come un insegnamento così vissuto ti danno il senso, o per lo meno la speranza, di aver speso bene la tua esistenza». (Lidia Gualdoni)
«W la scuola! La scuola così come la vivono maestri come Giuliano Corà!»
03-11-2011
Il libro di Giuliano Corà racconta una lunga storia di curiosità e di amore per i propri allievi e per la scuola. Essere un insegnante vuol dire innanzi tutto essere curiosi, credere che il mondo interno di un bambino, e poi di un adolescente, sia sempre più vasto e intrigante di tutti i contenuti disciplinari. La scuola, come la vita, si nutre di relazioni emotive, di sentimenti talora impervi, di parole e di silenzi, di confronti e scontri. Essere un insegnante è una condizione splendida, un’avventura come poche, che ci restituisce sempre più di quello che si dà. Giuliano Corà ce ne offre una descrizione delicata e ricca di humor. (Giulia Alberico)
«Giornale di Brescia»
30-12-2011
«La paura mi lega decisamente il corpo e la precarietà dell’esistenza si palesa di continuo nella mia anima inquieta. Riaffiora in me un antico dramma: il mondo è ingiusto. Che cosa possiamo fare contro le avversità della sorte? Quel che è certo è che la rivolta consuma le forze necessarie ai veri combattimenti».
Pensieri sgranati in un diario quotidiano di cui Alexandre Jollien è «Il filosofo nudo» che si confronta con la vita e i suoi misteri, le sue palizzate e le sue barriere, i suoi oscuri sentimenti e le sue fulminanti apologie. E chi meglio di lui, che il dolore lo conosce perfettamente e ci convive giorno dopo giorno, costretto su una sedia a rotelle dopo diciassette anni trascorsi in un centro specializzato a seguito di un grave handicap cerebrale-motorio, può valutare l’esistenza e le sue tribolazioni? E magari chiedersi con sgomento: «Da cosa diavolo dipende la mia, la nostra felicità?». Questo giovane filosofo, nato in Svizzera nel 1975, che ha scritto libri come Elogio della debolezza, Il mestiere di uomo e Cara filosofia, ha trovato in Seneca, Meister Eckhart, Nietzsche, Kierkegaard, Platone e Socrate, Sant’Agostino e tanti altri pensatori, il raccordo con la vita vincendo la sua condizione in nome di una grande passione umana: la verità filosofica come ideologia dello spirito.
Lei scrive: «Non si vincono le passioni con la lotta, ma aprendosi alla vita e all’accoglienza». Cosa l’aiuta ad essere così saggio?
Per me non sono tanto lo studio, la riflessione e le idee che mi aiutano a vincere le passioni, ma piuttosto un’arte di vivere «filosofica», che ho assimilato completamente e che mi aiuta a contenere la vita entro gli argini di un’umanità consapevole e serena. Ho trovato un aiuto formidabile nella meditazione zen, che consiste nel guardare passare i pensieri divertenti o no, senza identificarsi in essi. Il nostro destino dipende sovente dal fatto di prendere troppo sul serio le nostre idee.
Quanto è importante per lei credere nelle parole?
Le parole permettono di identificare e di cercare ciò che non va nella nostra lingua, e di scegliere quello che non va nella nostra vita. Molto spesso le parole possono trasformarsi in prigione, ridurre le sensazioni. Ma le parole aiutano a superare i mali, a entrare in contatto con gli altri, a capire che non siamo soli.
Lei definisce «maestri» i suoi bambini. Ma siamo in grado di comprenderne il messaggio, travolti come siamo da un ritmo di vita stressante e avvilente?
Quando guardo i miei bambini che non hanno ancora perduto la spontaneità, ma non hanno conoscenza del calcolo esistenziale che ogni adulto compie quotidianamente, provo una felicità che genera molte altre sensazioni. In questo senso la vita è un invito a ritrovare la fiducia che è alla base della nostra esistenza.
La felicità che dice di possedere grazie alla sua famiglia, per lei è una conquista, o una dimensione naturale favorita dall’amore corrisposto?
La fortuna non è una conquista, né si può partire alla conquista della fortuna. Nel caso di una famiglia si tratta piuttosto di scoprire le bellezze di essere amati e di amare. In questo senso è un dono gratuito ed è difficile accoglierlo in maniera giusta, per colui che è abituato a conquistare tutto.
Lei confessa di provare invidia per la normalità degli altri, in confronto alla sua situazione fisica. La sua grande mente non riesce a colmare grazie alla superiorità intellettuale anche le restrizioni fisiche?
Dentro la gelosia e la voglia si nasco. nde sovente l’illusione che la vita è meglio altrove e che sarebbe più facile in un corpo in piena salute. È un’illusione non sempre razionale e giustamente non è il discorso razionale che può guarirla, ma piuttosto l’esperienza della meditazione che può mostrarci che possiamo scoprire la gioia e il benessere dentro un corpo che è il nostro.
Che cos’è per lei l’amore incondizionato?
L’amore incondizionato ai miei occhi è il non giudicare. È un amore che non esige niente dall’altro, ma, paradossalmente, vuole il meglio per l’altro. Penso che tutto possa naturalmente nascere da un legame che noi abbiamo con il nostro prossimo. È come l’allargarsi di un cerchio nell’acqua che si estende all’infinito verso l’umanità.
Non crede che dovremmo tutti imparare a convivere con le nostre difficoltà? Lei nonostante questo diario ribelle, ci è riuscito magnificamente. Può svelare anche a noi la formula magica che ha sperimentato lei?
Per prima cosa bisogna sapere che non ci sono formule magiche e che qualunque cosa si faccia, ci sarà sofferenza. Per me due fatti sono d’aiuto: la pratica della meditazione, e l’attorniarsi di amici nel bene come si dice sempre. Approfondire questi due elementi mi aiuta giorno dopo giorno, anche senza – lo ripeto – trovare una soluzione radicale.
I grandi pensatori come Platone, Aristotele, Rousseau, Kant, Hegel... riescono sempre a consolare chi si rivolge a loro?
Questo dipende dai percorsi e dalla personalità di ognuno di noi. Da parte mia scopro che la gioia e il benessere dell’amore incondizionato si manifestano al di là delle parole e in una pratica quotidiana. La lettura dei grandi filosofi mi ha dato la capacità di comprendere meglio gli altri. La pratica dello zen mi aiuta a non giudicare gli altri, e a cessare di idealizzarli per vivere pienamente. (Francesco Mannoni)
«www.stradanove.net»
20-10-2011
Che cos’è la “passione”? L’etimologia è chiara: in greco pathos rinvia all’idea di sofferenza, di malattia, di dolore. Patire significa subire: l’uomo non ha più potere su se stesso. Collera, timore, malinconia, avarizia, orgoglio, invidia, ambizione, vanità, cupidigia, disperazione, odio, amore e desiderio di riconoscimento mettono quotidianamente in discussione la sovranità della ragione.
Qualcuno definirebbe la passione come ciò che, in me, è più forte di me. Spinoza conferma: «Siamo agitati dalle cause esterne in vari modi e […] come le onde del mare, agitate da venti contrari, fluttuiamo, inconsapevoli della nostra sorte e del nostro destino». Ma è meglio abbandonarsi ad esse o lottare per eliminarle? Svuotarsi interiormente dedicandosi ad esercizi spirituali o cercare di comprendere i nostri eccessi?
Il filosofo di origine svizzera Alexandre Jollien, colpito fin dalla nascita da un handicap cerebrale-motorio, spinto dalla gelosia e dall’invidia per il corpo di giovani belli e sani che, con apparente facilità si adattano alla vita, ha cercato di rispondere a queste e ad altre domande sulle passioni: stimolato dalla prescrizione del medico a scrivere un trattato, ha accettato questa sfida ed ha tenuto un diario, attento a «citare poco, il meno possibile. E indagare, ricercare, incontrare». Il risultato è Il filosofo nudo. Piccolo trattato sulle passioni, un volume che, oltre a mostrarci l’autore coraggiosamente 'nudo' di fronte a se stesso e agli altri, consegna alle pagine le scoperte quotidiane, frutto di una lucida analisi di stesso, di scambi di vedute con internauti e dell’ascolto continuo degli altri.
L’autore riesce così a disegnare la traccia di un possibile percorso che può portare al 'distacco' da quei comportamenti e stati d’animo per lui dolorosi. È facile prendere coscienza del fatto che le passioni che si manifestano nella vita sociale, nel lavoro e in famiglia sono spesso fonte di sofferenza, ma più difficile è trovare il rimedio. Jollien, non nascondendo le difficoltà, le contraddizioni e i continui passi falsi, suggerisce allora la duplice via dei precetti filosofici occidentali e della pratica degli esercizi spirituali uniti alla meditazione zen. Ricco di stimoli, di esempi tratti dalla vita quotidiana che rendono la lettura più vicina all’esperienza del lettore, e di massime ricorrenti – come “concentrarsi sul qui ed ora” oppure “fare il bene e mantenersi nella gioia” – Il filosofo nudo costituisce un altro tassello verso la costruzione di una personalità libera dai turbamenti, capace di trasformare le difficoltà in occasioni di cambiamento e di miglioramento. E ancora una volta la filosofia non è qualcosa di distante o una disciplina per pochi eletti ma, secondo la definizione di Epicuro, diventa più concretamente «un’attività che, per mezzo di discorsi e ragionamenti, ci procura la vita felice». (Lidia Gualdoni)
«Il Giornale di Vicenza»
11-11-2011
Ci sono, nelle leggende e nella storia, episodi ben assestati di animali protagonisti: dalla lupa che allattò Romolo e Remo alle oche che starnazzando salvarono il Campidoglio dai Galli (popolo celtico... non pennuto da pollaio), dall’husky Balto che portò il siero antidifterite per mille chilometri in Alaska e salvò una comunità isolata fino al più recentemente noto anzi ignoto: non se ne sa né nome né razza – cane anti-esplosivi delle Navy Seals (foche della Marina Usa, tanto per restare in tema) che in Afghanistan ha avuto qualcosa a che fare con l’incursione finale contro Bin Laden. Poi ci sono gli animali delle leggende metropolitane: i ragni velenosi distribuiti nel mondo come ovetti annidati nei tronchetti della felicità o gli alligatori a spasso nelle fogne di New York. C’è chi ci ha scritto sopra libri, galleggiando sulle frottole che corrono in internet e sulla credulità popolare. E poi ancora ci sono, invece, gli animali veri che finiscono nelle cronache vere di tutto il mondo con certe loro ‘storie incredibili’ correttamente rac- contate dai cronisti delle agenzia di stampa – l’Associated Press, l’Agente France Presse, la Reuters, l’italica Ansa – talvolta ai confini dell’inverosimile. Laetitia Barlerin, veterinaria e conduttrice di programmi in Francia e su Radio Monte Carlo, ha raccolto un mazzetto di ‘lanci d’agenzia’ ben verificati, li ha trasformati in libro accompagnandoli con un adeguato parere scientifico, li ha corredati con curiosi contorni che raccontano «le sorprendenti virtù dei nostri amici animali». Tra quaranta storie davvero fuori dal comune, come dice il titolo del volume, c’è solo da scegliere.
CANGURA SALVATRICE. Un temporale spazza i campi australiani a 130 chilometri da Melbourne. Un agricoltore esce all’alba per vedere come va. Si stacca un ramo e lui finisce a terra, svenuto in 10 centimetri di pioggia e fango, a faccia in giù. Da casa moglie e figlio, pochi minuti dopo, sentono rumori e un guaito insistente. Quando escono vedono una cangura battere i piedi seduta sulle zampe posteriori, vicino all’uomo ancora senza conoscenza ma con il volto e le spalle rivoltati all’insù. Lei ha un nome: è Lulù, qualche anno prima raccolta ferita dalla famiglia Richards, curata e guarita, rimasta semidomestica un po’ e poi sempre aggiratasi in zona. Quando arrivano i soccorsi Lisbeth e il figlio Luke sono convinti che Lulù abbia salvato ‘papà’ Leonard, girandogli il capo e richiamando l’attenzione. Tre mesi dopo la cangura viene insignita della croce al merito della Società per la prevenzione della crudeltà contro gli animali.
BATTESIMO... CON L’ORSO. Tra i bambini berlinesi che hanno oggi quattro anni o poco più, ben 541 portano lo stesso nome: Knut. È il nome di un cucciolo di orsa bianca nato afine 2006 allo zoo di Berlino, abbandonato anzi minacciato dalla madre, allevato dal guardiano Thomas (davanti a 500 giornalisti, il giorno del debutto pubblico) prima con un biberon di latte ogni due ore e poi con pappe di cibo per gatti e fegato di merluzzo. Dai suoi 800 grammi iniziali Knut cresce su un’irreale polemica scatenata dal quotidiano popolare Bild (meglio sopprimerlo che farlo allevare da un ‘mammo’ avrebbe chiesto, ma non era vero, un iperanimalista). Della mobilitazione popolare, una vera e propria knutmania che diventa marchio commerciale, restano le registrazioni dei neonati all’anagrafe. Poi la passione passa presto: quando la «morbida palla di pelliccia bianca» diventa un orsetto di 50 chili, Knut finisce nel dimenticatoio. Fino a quando muore nel marzo di quest’anno.
MEIN LIEBE PEDALÒ. In un laghetto alla periferia di Münster è diventata famosa una cigna nera... innamorata di un bianco pedalò a forma (naturalmente) di cigno. Bianco. Tanto grande è l’amore, non corrisposto, da trattenere la cigna al freddo invernale della Bassa Sassonia mentre fratelli e sorelle cercano altri tepori. Che cosa trovi in lui la nera Petra, oltre alle gigantesche dimensioni, non si sa. Allo zoo della città tedesca, dopo averla ricoverata al caldo (complice proprio la barca figurata, richiamo per la cattura), hanno provato a darle un compagno in penne e ossa, ma lei spasima solo per lui, il pedalò. Che tampina anche quando i gitanti lo noleggiano per un’escursione sul lago. C’entra l’imprinting di una lontana visione neonatale, probabilmente: ma arriverà mai il principe giusto fattosi cigno normale?
PIPISTRELLO WONDERBRA. Sala di fisica di un università americana. Jenny, studentessa di 19 anni, sente insistenti vibrazioni in zona reggiseno. Sarà il telefonino in modalità silenziosa appeso al collo e scivolato dentro? Macché: pende normalmente fuori dalla camicia. Sbirciare e armeggiare per capire di che cosa si tratta? Chissà quanto sghignazzerebbero i compagni. Passano due ore di fastidio e ansia, poi suona la campanella. Corsa in bagno, slacciamento di abiti e... grande urlo. Tra le coppe indossate in fretta per correre a lezione si era fermato, e risvegliato, un pipistrello che il giorno prima svolazzava tra la biancheria stesa a asciugare.
CANE SAPIENTE. Soggetto tipico dei vecchi circhi, il cane sapiente. Ma Rico, un border collie che vive in Germania, lo è davvero: riconosce e associa un paio di centinaia di parole e oggetti, come sanno fare solo rari eben addestrati pappagalli, scimpanzé o delfini. Obbedi- sce solo alla padrona e all’istituto di antropologia evoluzionistica di Lipsia l’hanno studiato in rapporto alle teorie sulla formazione del linguaggio umano. Non solo individua e raccoglie gli oggetti di cui sente il nome, ma se il nome pronunciato non corrisponde a un oggetto che conosce già porta alla padrona l’unico altro oggetto estraneo presente nell’area di ricerca. (Antonio Trentin)
«Il Venerdì di Repubblica»
14-10-2011
Britney Spears e Lady Gaga li stressano. La musica classica, invece, può offrire loro un dolce momento di relax. Un massaggio in una spa in genere è gradito, non tutti però amano sentirsi addosso le mani di un estraneo. E lo psicologo? Aiuta. Ma la cosa che toglie loro ogni stress è stare più tempo possibile con i propri padroni, tra giochi e carezze. Veterinaria e giornalista, da anni Laetitia Barlerin conduce in Francia diverse trasmissioni radiofoniche e televisive per dare consigli e notizie utili su come comportarsi con gli amici a quattro zampe.
Il più famoso dei suoi programmi si chiama
Vos animaux, va in onda sull'emittente radiofonica Rmc, e spesso racconta
Storie incredibili di animali fuori dal comune. Che, poi, è il titolo del libro che Barlerin ha pubblicato anche in Italia per Angelo Colla Editore.
Nel volume, così come nel suo programma alla radio, la veterinaria non si limita però a raccontare le storie. Come quella di Mimine, gatta francese che ha percorso 620 chilometri, da Bordeaux a Treveray, per ritrovare la famiglia che l'aveva distrattamente abbandonata nel corso di un trasloco. Oppure quella di Belle, bastardina statunitense di tre anni, che è riuscita ad avvisare l'ospedale con il cellulare del suo padrone, svenuto a causa di un coma diabetico. Tutte le vicende narrate nel libro, molte al limite del verosimile, servono infatti a Barlerin a dispensare regole e spiegazioni per far vivere al meglio i nostri «compagni di vita». Partendo da un presupposto fondamentale: «Nessuno amico a quattro zampe è un essere soprannaturale. Ognuno di loro, però, è un animale capace di provare le nostre stesse emozioni».
Nel suo libro si legge di cani e gatti che amano e soffrono come gli esseri umani. E proprio così? Questi animali sono mossi da istinti che li rendono molto simili a noi. Tra le tante storie che racconto, c'è quella di Mkombozi, una cagna kenyota che salva un neonato abbandonato, raccogliendolo in una foresta e portandolo alla sua padrona. La vicenda ha fatto il giro del mondo, ma in fondo l'animale ha seguito l'istinto alla protezione del branco, che poi non è così lontano dal nostro senso della famiglia. Del resto, con i cani e i gatti, si fanno troppo spesso gli stessi errori commessi con i figli.
Vale a dire? Li lasciamo troppo spesso soli. Padroni che lavorano tutto il giorno, e che quindi sono fuori casa anche dieci ore, non dovrebbero prendere un animale a quattro zampe, al massimo un pesciolino rosso. Adottare un cane o un gatto significa essere responsabili del suo benessere e non solo farlo giocare nei weekend. C'è bisogno di una continua interazione tra animale e padrone. Se resta solo per troppe ore, un cane si annoia, distrugge tutto in casa, abbaia ed entra in depressione. Ha bisogno di uscire e di fare moto tutti i giorni. Il gatto, invece, si deprime, si ingrassa e diventa una tigre che attacca il suo padrone la sera quando torna.
Un dog sitter, oppure il vicino di casa gentile, possono aiutare? Qualcuno che nel corso della giornata porti a spasso un cane è sempre prezioso. Anche la casa, poi, ha la sua importanza. Il gatto, per esempio, è molto legato al suo ambiente: può vivere in un appartamento a condizione di avere spazi differenti per mangiare, fare i bisogni, riposarsi e giocare. È sbagliato concedergli una sola stanza: due sono il minimo, tre o quattro l'ideale. Poi bisogna ricordarsi che l'habitat domestico può essere un luogo pieno di pericoli.
Addirittura? Per un gatto la vasca da bagno piena d'acqua può diventare un killer, perché, se ci cade dentro, affoga. Anche i fili elettrici non protetti possono essere mortali. Non bisogna poi sottovalutare le piante che teniamo sul balcone: alcune possono essere tossiche. Per fortuna però gli animali, tranne che da cuccioli, sono piuttosto sospettosi e bastano pochi accorgimenti per evitare i pericoli.
Per quanto riguarda il cibo, meglio le crocchette industriali o vanno bene anche i classici avanzi della cena? Le crocchette sono pratiche, economiche ed equilibrate: l'importante è che siano di alta qualità. Preparare un cibo ben bilanciato prevede una conoscenza nutrizionale che non tutti i padroni possiedono. Bisogna poi ricordarsi che i gatti dovrebbero fare dai 10 ai 15 micropasti durante la giornata. I cani, invece, devono mangiare una o due volte al giorno e sempre dopo di noi. Per loro il cibo ha un valore sociale: se vuole essere rispettato e rendere più tranquillo il suo animale, il capobranco, cioè il padrone, deve servirsi prima del gregario.
E qui tocchiamo dinamiche che non tutti sanno gestire al meglio, tanto che molti finiscono col portare il loro amico a quattro zampe dallo psicologo. Un'esagerazione? I cani con problemi di comportamento hanno bisogno di aiuto. Ma non è detto che, se un animale è ansioso o irascibile, la colpa sia sempre del padrone. Il contesto dove è cresciuto è importante. E poi alcuni problemi possono essere connaturati all'animale.
Vada per lo psicologo. Però in molti, per farsi perdonare delle lunghe assenze, sono anche disposti a pagare ai loro «amici» costosissimi massaggi in una spa. Non è un po' troppo? Come nell'uomo, i massaggi possono dar sollievo a dolori provocati, per esempio, dall'artrite. Allora perché non farli? Se però un cane ama poco lasciarsi toccare da estranei, un centro benessere può diventare il suo inferno. E poi il massaggio più utile è sempre la carezza, che aiuta la produzione di endorfine, che danno benessere e piacere.
Nel suo libro, lei dice anche che, per far rilassare Il nostro animale, Mozart è meglio della musica pop... Un gruppo di etologi inglesi ha dimostrato che anche cani e gatti hanno le loro playlist. Britney Spears, Lady Gaga e, in generale, la musica pop li stressano e basta. Se poi i cani ascoltano l'heavy metal, si agitano e abbaiano. In generale, si può dire che gli animali preferiscono la musica dolce, specialmente quella classica, che prevede il suono del pianoforte.
Animali e bebè possono convivere? Certamente. Gli animali possono avere delle inquietudini per i cambiamenti, quindi le fasi più critiche sono quelle subito prima e subito dopo il parto. Ma, salvo in rari casi, le nascite non portano sconvolgimenti nell'animale, se si conserva la cuccia al cane e si rassicura, con l'affetto, il gatto. Per proteggere il bebè basta seguire cinque semplici regole: non lasciare mai soli un bambino e il pet, salvo che per pochi istanti; sverminare l'animale ogni tre mesi e dargli l'antipulci una volta al mese; evitare che l'animale lecchi il viso del bebè e disinfettare giochi e biberon; non sgridare l'animale davanti a un bambino e viceversa; se poi il cane si agita e ringhia in presenza del bambino, o se cerca di proteggerlo, chiamate subito il veterinario.
Che dire ai tanti che oggi adottano un animale domestico sul web? Che un cane o un gatto non sono dvd da acquistare su internet. Bisogna vederli ed entrare in contatto con loro, prima di accoglierli in famiglia. Bisogna avere tempo per loro. In cambio, diventeranno nostri amici per la vita. (Emiliano Coraretti)
«Il Sole 24 Ore»
27-11-2011
Una delle molte consuetudini a cui l'euro ci ha ormai disabituato riguarda una faccia un tempo nota: il profilo di una ragazza redimita d'una corona di torri o d'un ramoscello, o anche con i capelli sciolti, lievemente ondulati. È l'immagine dell'Italia che ogni giorno passava tra le dita degl'italiani, impressa su monete, marche da bollo e francobolli di vario taglio ai tempi della liretta repubblicana. Quell'immagine, però, non si è ancora del tutto dileguata e rimane nel nostro immaginario non solo grazie alle sempre più rare raffigurazioni ufficiali, ma anche per via di persistenti abitudini figurative, a partire da quelle dei tanti vignettisti di fama che ancora amano raffigurare il Bel Paese nelle vesti di una fanciulla incoronata e triste. Della tristezza diremo tra poco. Quanto agli altri contrassegni – dal sesso all'età, dall'abbigliamento al tipico e scomodo accessorio-copricapo – l'immagine dell'Italia come una donna è molto antica, risalendo alle origini stesse del sentimento geografico e insieme politico della Penisola. Cioè all'antichità italica e romana. La lunga storia che, a partire dalle effigi numismatiche della Lega italica in lotta contro Roma, nel I secolo a.C., porta fino alla cosiddetta Siracusana di un celebre francobollo degli anni Cinquanta, è ora ripercorsa dalla storica Nicoletta Bazzano in un libro che, nello sforzo di render sintetica e semplice la propria materia, si mostra manifestamente rivolto a un pubblico di non (o non solo) addetti ai lavori.
Colpisce, senza dubbio, il fatto che alla Penisola che Dante definirà «giardin dell'Impero» siano da sempre associati, nei processi di trasfigurazione allegorica, i caratteri decisamente (o: tradizionalmente) femminili che, certo, sono abituali anche per tante altre lande per via di classiche associazioni mentali (la terra è madre e nutrice) oltre che per circostanze meramente linguistiche: Italia è, in greco come in latino come in italiano, una parola grammaticalmente femminile. Ma nel caso della fanciulla turrita, queste ragioni si intrecciano inestricabilmente con quelle della storia, della politica, della letteratura. Del costume, anche.
Così, ricorda Bazzano, nella Roma imperiale «la consuetudine di rappresentare Italia con bambini in tenera età risponde anche all'esigenza di compendiare con un'immagine eloquente e sintetica un preciso provvedimento preso dall'imperatore Traiano in favore della gioventù delle città della Penisola». Anche in tal modo si sviluppa, passati i tempi della martellante propaganda augustea, l'immagine dell'Italia mater. Ma saranno soprattutto le vicende della tarda antichità e del Medioevo a conferire alla Penisola – o meglio alle sue raffigurazioni allegoriche e alle sue interpretazioni poetiche – i tratti che ne caratterizzeranno per secoli la condizione. Già «schiava di Roma» nell'iconografia e nella topica degli antichi, dopo la parentesi altomedievale in cui il suo nome è poco più che un flatus vocis privo di vera concretezza geopolitica. Nel basso Medioevo, Italia diviene la vedova abbandonata (dall'impero), il luogo della divisione politica e delle strazianti lotte intestine, insomma la derelitta entità che già fu donna di province e si è tramutata, significativamente, in bordello – con allusione metonimica a una condizione degradata e tipicamente femminile.
Da schiava a vedova, da petrarchesco «bel corpo» trafitto da «piaghe mortali» a fanciulla sedotta e abbandonata dai dominatori stranieri che ne percorrono il territorio: il percorso tracciato da Bazzano interseca naturalmente, ma solo occasionalmente, quello di chi da altre prospettive ha tracciato la storia e le avventure dell'idea civile dell'Italia. Ma l'interesse si rivolge qui prevalentemente all'interfaccia figurativa di questa idea e di queste avventure: Bazzano percorre la Galleria delle carte geografiche del Vaticano, visita la Sala del Mappamondo del Palazzo Farnese di Caprarola, approda alle grandi sintesi dell'immaginario iconografico rinascimentale, come l'Iconologia di Cesare Ripa. Qui l'Italia derelitta e prostrata del tardo Medioevo o della prima età moderna ha ripreso fattezze e dignità di regina: lo scettro in una mano, la cornucopia nell'altra, la fanciulla si è già avviata a quella temporanea riscossa figurativa che la porta, fra Sei e Settecento, a una nuova riconosciuta maternità.
«Madre delle arti», cioè culla privilegiata della cultura europea, Italia si reincarna in una rappresentazione trionfante, divenendo donna «che sconfigge il tempo e che si presenta sovrana della sua storia e del suo passato, ancora pronta ad assolvere un ruolo regale». Come accade nell'allegoria dipinta da Valentin de Boulogne a Villa Lante al Gianicolo, nel 1628. Incuriosisce il pensiero che mentre gli artisti si esercitavano in figure così vigorose, il topos culturale dell'effeminatezza molle e ambigua degli italiani dilagava nelle letteratura di mezza Europa.
Il Risorgimento, fin dalle sue premesse settecentesche, conterà su tutte le sfumature e su tutti i particolari di un'immagine ormai stratificata e multiforme. E consegnerà alla nuova nazione unificata le immagini contraddittorie di fanciulle piangenti eppur aggraziate, come quella che singhiozza sul sepolcro di Vittorio Alfieri a Santa Croce, e quelle di femmine prosperose col volto velato dalla malinconia: è la celeberrima copertina grafica della «Domenica del Corriere» del 25 maggio 1958, in cui una cittadina forse appena uscita da un provino per Cinecittà si avvia mestamente al seggio delle elezioni politiche in cima a una fila composta da impiegati, suore e operai. Corona turrita, peplo tricolore cadente su forme morbide come quelle dell'antica dea-madre Cibele. E una mestizia invincibile dipinta negli occhi: «povera Italia» è l'espressione, già in uso a quel tempo, che dev'essere affiorata alla mente di tanti lettori. (Lorenzo Tomasin)
«Giornale di Brescia»
22-09-2011
Imponente e turrita, soccorrevole o materna, affranta o desolata, turbata o offesa, l'immagine dell'Italia in forma di donna vide la luce per la prima volta nel I secolo a.C. Inizialmente era una figura indistinta, e poco si differenziava dalla rivale Roma, che allora dominava il mondo.
«Nel progetto egemonico della tarda repubblica del primo impero – spiega la prof. Nicoletta Bazzano, ricercatrice di Storia moderna alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università degli Studi di Teramo, e autrice dell'originale saggio Donna Italia –, la Penisola è parte privilegiata dei domini romani, terra generosa di doni. E come madre prolifica è spesso rappresentata».
Italia, o «la terra di Italo», era una piccola parte dell'odierna Calabria, regno di un mitico sovrano. È il nome più fortunato e destinato a durare. Nell'antichità la Penisola assunse diversi nomi, che Virgilio ricorda nell'Eneide: «Enotria la terra di Bacco e degli Enotri, luogo di eterno rinnovamento; Ausonia, la terra del popolo dell'aurora; Saturnia, la terra dell'età dell'oro; Hesperia, la terra delle stelle; Dardania, la terra dei Dardanidi, i discendenti di Dardano fondatore di Troia e Vitelia, la terra dei vitelli». Nel tempo, «la terra di Italo» si ampliò fino a quando «con il nome di Italia si individuò la regione tirrenica tra la Liguria e lo Stretto di Messina. Contemporaneamente si afferma l'idea geografica, viva ancor oggi, che l'Italia corrisponda alla Penisola delimitata dall'arco alpino».
Prof. Bazzano, quali percorsi ha seguito per raccontare questa simbologia attraverso i secoli?
I percorsi sono stati diversi e, come spesso accade, non sempre lineari. Punto di partenza è stata l'immagine femminile proposta da Cesare Ripa nel 1603 nella sua Iconologia, una sorta di album di allegorie, che ebbe uno straordinario successo. A partire da questa immagine ho compiuto un percorso a ritroso, fino all'antichità classica, allorché l'immagine viene codificata, e un cammino in avanti fino ai giorni nostri. Lavorando su un elemento per sua natura sfuggente e mutevole come un simbolo ho dovuto spesso mutare rotta, saltare dalla letteratura alla pittura e alla scultura per poi tornare ancora alla letteratura, e così via, aggiustando continuamente la rotta. Secondo lei, il simbolo dell'Italia nell'immaginario collettivo è ancora efficace? Oggi la figura femminile di Italia non appare simbolicamente efficace; eppure non è casuale che in una canzone d'amore famosissima come Viva l'Italia di Francesco De Gregori appaia questa donna «con gli occhi asciutti nella notte triste»: un'immagine indelebile nell'immaginario collettivo.
La consuetudine di raffigurare l'Italia con bambini in braccio cosa vuole rappresentare?
Italia con bambini per mano o in braccio è essenzialmente immagine classica: figurazione dell'Italia madre di eroi, di cui parla il poeta Virgilio. Fino alla prima età imperiale l'esercito romano era in gran parte costituito da italici e proprio grazie al coraggio di questi Roma riesce a ingrandire i suoi domini. Successivamente Italia non è più rappresentata con bambini. E forse anche questo particolare contribuisce a rendere questa figura meno facile da amare rispetto ad altri simboli della nazione, come il Tricolore o la maglia azzurra della Nazionale di calcio.
Come è stato alimentato da questi simboli il sentimento di Patria?
Nell'età risorgimentale l'immagine femminile di Italia ha contribuito enormemente a suscitare e a coltivare l'idea di Patria: si pensi all'effetto che ebbe sui contemporanei la scultura di Italia piangente sul sepolcro di Vittorio Alfieri, capolavoro di Antonio Canova nella Basilica fiorentina di Santa Croce; o, per fare un altro esempio, alla manzoniana «antica, gentil donna pugnace», che non può sedere al convito delle nazioni europee. Subito dopo l'Unità però tale figura sbiadisce: le vengono preferite le immagini dei padri della patria - Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini, Garibaldi. Inoltre, una precisa scelta politica della dinastia regnante, i Savoia, tende a privilegiare nella propaganda l'immagine realistica dei sovrani, piuttosto che un'allegoria. L'immagine del sovrano doveva divenire familiare ai sudditi attraverso la propaganda.
La sua figura opulenta è sinonimo di prosperità?
Sicuramente la morbidezza delle forme così come gli attributi che donna Italia reca con sé, prima fra tutti la cornucopia traboccante, vuole indicare la ricchezza del suolo della Penisola, la sua generosità. Una ricchezza ottenuta anche con l'aiuto della buona sorte, simboleggiata dalla stella che le risplende sulla fronte: lo «stellone» d'Italia.
Quali sentimenti ispira ancora oggi questo straordinario simbolo, a 150 anni dall'Unità?
La figura femminile di Italia oggi è poco conosciuta e quindi poco amata: impossibile paragonare Italia turrita con la Marianne francese, per esempio. Italia ha una storia che, apparentemente, sembra complessa. Invece è solo stratificata e raffinata, come la nostra secolare cultura, ed è appassionante come le mille diverse vicende storiche che si sono dipanate sulla Penisola: scrivere su «donna Italia» per me ha significato ripercorrere, con una guida speciale, il nostro passato politico e culturale, senza il quale non può esistere alcun futuro, soprattutto in una stagione complessa come l'attuale.
Nel corso dei secoli, la bellissima «donna Italia» dal fascino immutato, è stata insidiata da numerosi conquistatori, ma con il passare del tempo, ha subìto anche l'umiliazione della dimenticanza, come durante il Ventennio fascista, che le preferì una virilità maschia e potente.
La retorica del Ventennio ha molto nuociuto alle successive sorti di Italia quale simbolo della nazione. La ridondanza della retorica di regime durante il fascismo e gli accenti insistiti su un'idea nazionalistica, caratterizzata dall'aggressività verso le altre nazioni, tesa alla realizzazione di un impero di prestigio pari a quello creato da Roma, hanno promosso nel dopoguerra un'eccessiva sobrietà simbolica e un insistito disinteresse per le celebrazioni nazionali. Per molto tempo nell'Italia repubblicana solo la Nazionale di calcio è apparsa in grado di suscitare emozioni patriottiche. Solo – in anni vicini a noi – il presidente della Repubblica Ciampi ha voluto con grande forza restituire dignità al sentimento patriottico, sganciandolo da ogni seduzione di tipo nazionalistico deteriore: il tricolore, che in occasione delle celebrazioni del centocinquantenario dell'Unità è tornato a sventolare ai balconi delle case e nei luoghi più diversi, segna il rinverdirsi di un sentimento nazionale, che per molto tempo è stato trascurato e che oggi si manifesta anche in reazione a forze politiche, come la Lega, che dimostrano forti spinte secessionistiche. (Andrea Grillini)
«wuz.it»
06-10-2011
Titolo e copertina non lasciano dubbi: il romanzo Dolce vita di Simonetta Greggio ha a che fare con il film La dolce vita di Fellini, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes del 1960. Ha a che fare con il film perché questo ha marcato un confine, ha segnato l’inizio di una nuova epoca per l’Italia che era uscita in macerie dalla guerra e ora riusciva a guardare avanti, in un fremito di novità, di divertimenti, di licenziosità e anche di corruzione. La pellicola del film scorre sullo sfondo delle scene del libro che è costruito come il film: l’anziano principe Emanuele di Valfonda ricorda gli anni centrali della sua vita, dal 1959 al 1979. Il principe è stato attore e spettatore degli avvenimenti italiani e i suoi ricordi sono una serie di scene spezzate, come le sequenze del film La dolce vita. In attesa di morire nella sua villa a Ischia, don Emanuele assomiglia ad un decadente e dissoluto imperatore romano che aveva eletto a dimora la vicina Capri. Assomiglia ancora di più al principe Salina, il Gattopardo che, un secolo prima (la data non è casuale), era stato il testimone passivo di un altro grande cambiamento, quando la Sicilia era passata dal regno dei Borboni ai Savoia. Anche don Fabrizio aveva un confessore gesuita, forse più amico che severo confessore, come il Saverio che ascolta il racconto del principe di Valfonda. E anche l’architettura de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa è fatta di una sequenza di scene, come il film di Fellini, come il romanzo della Greggio.
C’è una domanda che serve da filo conduttore nello scorrere degli anni, che affiora esplicita solo a metà libro ma che ci invita a rivedere tutto il passato, fino al presente del 2010, quando don Emanuele sta morendo. “Quand’è che siamo diventati ciechi e sordi?”, chiede il principe. Quand’è che la gente per bene ha fatto come le tre scimmiette che si tappano occhi, orecchie e bocca, per non vedere, non sentire, non parlare? Il presente dei crimini grandi e piccoli, delle leggi ad personam, delle truffe, degli investimenti all’estero, dei buffoni ignoranti e incapaci e delle puttane che sono simbolo di potere e successo, delle notizie in prima pagina che sbandierano squallidi scenari di volgarità, si spiega solo alla luce di un passato che si è voluto ignorare o divulgare sotto falsa prospettiva.
È il ‘caso Montesi’ che dà inizio ad una storia di menzogne e interessi perseguiti senza scrupoli? Nell’aprile del 1953 la ventunenne Wilma Montesi era stata ritrovata morta sulla spiaggia di Torvajanica. Una spiegazione ridicola per la sua morte: ‘sincope dovuta ad un pediluvio’. Quando su un giornale comparve una vignetta satirica in cui l’allusione ad un noto esponente di Democrazia Cristiana era chiarissima, giornalista e direttore del giornale furono querelati.
La narrazione procede a salti nel passato, illuminando scene diverse - elezioni di Pontefici (con retroscene) e ‘incidenti’ sospetti come il caso Mattei, Franca Rame violentata (1973) e Franca Viola che denuncia il suo violentatore rifiutando il matrimonio (1965), gli scandali della marchesa Casati e l’assassinio di Pasolini. La nascita delle Brigate Rosse. Il sequestro dell’avvocato Sossi. Piazza Fontana, 12 dicembre 1969. La loggia P2. Il massacro del Circeo. L’apparire di un nuovo termine nel vocabolario italiano, ‘gambizzare’. Dies irae, 16 marzo 1978, il rapimento di Aldo Moro e quello che c’è dietro il rifiuto di patteggiare. Inframmezzati ai ricordi della storia pubblica d’Italia ci sono quelli della storia privata di don Emanuele, l’amore per la giovane e candida moglie Paola che si toglie la vita (stesso nome della fanciulla simbolo dell’innocenza che chiude il film La dolce vita) e i giochi con persone di entrambi i sessi. Ritornando però sempre al presente, al 2010 - e sembra che Dante abbia appena scritto i versi «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!» Il passato conduce inesorabile al presente, così come dalla domanda iniziale - quando siamo diventati ciechi e sordi? - ne scaturisce ora un’altra: “Dove sono gli eroi, mio Dio? Per quale ideale si può ancora vivere - o morire?”
Si esce turbati dalla lettura del romanzo di Simonetta Greggio, come si uscirebbe turbati dopo aver visto un crudo film realista con un accumulo di fatti su cui non si fanno riflessioni. Tocca a chi legge o a chi vede indugiare e pensare e addossarsi colpe e responsabilità. Una ricca appendice con bibliografia, filmografia e riferimenti musicali accompagna questo libro-romanzo-saggio-storia romanzata degli anni che, come quelli dell’ultimo Gattopardo, sarebbero dovuti essere un balzo verso un avvenire migliore. Dipende da che cosa si intenda per migliore. E per chi sia migliore. (Marilia Piccone)
«Elle»
01-09-2011
Mi ha dato appuntamento al Café Flore, uno dei luoghi mitologici del Quartiere latino a Parigi. Simonetta Greggio non è al suo primo libro: ha alle spalle alcuni romanzi notevoli (primo fra tutti, La dolcezza degli uomini, che l'ha rivelata nel 2009) ma con l'ultimo, Dolce Vita, ha fatto decisamente centro. Dolce Vita piace ai lettori francesi perché dà una certa idea dell'Italia, ai critici perché mescola il romanzo (un vecchio principe romano che ha vissuto tutto e si confessa con un amico gesuita) e la storia (tutti i segreti e gli scandali d'Italia, da Wilma Montesi a Pasolini, da Piazza Fontana alla Loggia segreta P2) creando una bella storia romanzesca. Il premio europeo Zepter ha riconosciuto il suo ardire d'autrice, che spezza in fotogrammi una storia pubblica densa senza banalizzarla e tiene tutto insieme con una storia privata che si rivela nel colpo di scena finale. Cosa diranno i lettori italiani? Lei, che l'Italia l'ha lasciata nel 1981, a vent'anni, senza un soldo in tasca e in testa il sogno di scrivere, aspetta curiosa.
Che accoglienza ti aspetti per Dolce Vita in Italia?
Non lo, non so davvero che cosa aspettarmi, di libri sul nostro Paese in Italia ne sono stati scritti tanti, e tanti sono i film, alcuni davvero ottimi. Questo libro l'ho scritto come un ‘dovere’: con i miei amici francesi tante volte abbiamo parlato dell'Italia, e se loro ne conoscono spesso alcuni fatti storici – le BR, Moro, Pasolini – il più delle volte non sanno mettere questi fatti in relazione tra loro. Scrivendo Dolce Vita mi sono accorta che nemmeno io stessa avevo ragionato su cose che mi sembravano scontate, e altre ne ho scoperte con la mia documentalista, Nicoletta Pacetti. Per farla breve, non lo so: i miei fratelli mi dicono che «quelli che sanno non compreranno Dolce Vita, e quelli che non sanno non avranno voglia di sapere». Insomma, sarà una sorpresa.
I tuoi libri precedenti sono centrati sui sentimenti privati, questo affronta la storia e la politica in modo diretto. Perché questa scelta?
Dolce Vita è una delle mie numerose facce. Quando si scrive da tanto, quando si legge moltissimo, non si scrivono e non si leggono solo un certo tipo di cose. lo divoro romanzi, ma leggo anche filosofia, storia, sociologia, biografie... Perfino libri di cucina. Vivi in Francia da quando hai 20 anni e scrivi in francese. Ci racconti come e perché hai deciso di partire?
La mia vita di adolescente e di giovane donna è stato travagliata. Sono scappato di casa a 17 anni, mi sono sposata a 18, mi sono iscritta alla facoltà di lettere, ho chiesto l'annullamento del matrimonio... Dell'Italia adoravo Roma, che però mi stava stretta, e di Milano non avevo voglia. Vicino ma lontano c'era Parigi. Poi tutto è venuto da sè: i primi articoli in francese, i primi libri di viaggio, il primo romanzo...
Scrivere è stato un sogno duro da raggiungere?
Sì, è stato difficile. Molto. Non avevo fiducia in me stessa. Quando si amano Nabokov, Stendhal, Fitzgerald, Dostoevskii è difficile aggiungere anche una sola pagina ai capolavori. Ma poi c'è stato un momento nella mia vita in cui non avevo più nulla da perdere, avendo già perso tutto: l'ho fatto. Disperatamente. Ed è andato bene, subito: per il primo libro ho firmato il contratto con Stock dopo averne scritte solo cento pagine. Un sogno per uno scrittore debuttante.
Stai già lavorando a un altro libro?
Sto sempre lavorando a un altro libro...
(Cristina De Stefano)
«Famiglia Cristiana»
31-07-2011
Se pensate che dai gatti non si possa imparare nulla; se siete incuriositi da quello che succede nella testolina di questi animali sornioni; se ritenete che l'uomo non c'entri nulla con la filosofia... allora questo libro, originale e più rigoroso di quanto si possa immaginare, fa al caso vostro. Dall'osservazione della loro vita con un gatto, un gruppo di filosofi propone riflessioni che vanno dall'etica all'estetica, alle scienze. (Francesca Melani)
«Il Secolo XIX»
08-07-2011
La boxe femminile fa molto discutere, soprattutto dopo che è stata inserita tra le discipline delle Olimpiadi del 2012. Per avvicinarsi a questo mondo, traghettati da una bella storia di vita, ecco il romanzo JAB del giornalista parigino Pierre Brunet. Jab nel gergo della boxe, è un diretto portato da sinistra. Ma indica anche le iniziali della protagonista del libro, Julia Ana Barrera.
Trovatella abbandonata a tre anni dai genitori spagnoli sulla spiaggia di Tangeri, Julia viene allevata dalla marocchina Najwa, poverissima, che per poterla sfamare acconsente a farla combattere sul ring quando ha appena dodici anni. Questa passione per la boxe le cambierà la vita. Emigrata a Parigi, fra mille avventure e disavventure, diventerà una campionessa. L'autore, oggi cinquantenne, si dedica da anni ad attività umanitarie in giro per il mondo, ma da giovane ha praticato molto le arti marziali, interessandosi anche alla boxe.
Brunet, come ha avuto l'idea di dedicare un romanzo a una boxeuse?
Io sono innanzitutto un appassionato di sport da combattimento. E poi, ma solo poi, uno scrittore. Le arti marziali mi hanno formato più di qualsiasi altra esperienza. Da tempo volevo scrivere un libro su questo stile di vita, ma a darmi l'avvio è stata una personalità travolgente, trovata su un sito internet di boxe. Parlo di Mia St. John, affascinante campionessa mondiale che era stata sposata, aveva un figlio, era divorziata e le si attribuivano relazioni sia con uomini che con donne.
Come la sua protagonista: quindi l'ha presa a modello?
Sì, perché ho pensato che aveva una vita infinitamente più ricca di esperienze della maggior parte delle persone. Ha vissuto come una donna e in un certo senso anche come un uomo. E poi ha affrontato la violenza sul ring. E la sessualità nella vita. Un personaggio così, pensavo, mi consentirà di esprimere al massimo la violenza del mondo, che si cristallizza nella violenza del ring.
Cosa pensa dell'ammissione della boxe femminile alle Olimpiadi di Londra?
E uno sbocco naturale della riappropriazione, da parte delle donne, della loro natura originale. La boxe femminile è molto più esigente di quella maschile, perché non ammette la mediocrità: vedere due cattive pugilatrici che si distruggono è uno spettacolo insopportabile. Ma al suo miglior livello, come quello della boxeuse francese Myriam Lamare, che conosco bene, assume un'intensità eccezionale.
Julia vive, si può dire, in funzione del corpo.
Si tratta soprattutto di un'ossessione personale: il corpo come luogo dove s'incarna il meglio dell'umano, ma anche il peggio, ossia la violenza e la barbarie. Più che una questione di perfezione del corpo, si tratta di percezione attraverso il corpo: si conosce, si ama, si ferisce, prima di tutto con il corpo. Ma io credo che non ci sia vera conoscenza, vera esperienza, se non nell'unione tra corpo e spirito.
Nel romanzo, Julia dice di essere forte grazie alla preghiera e alla quemadura. Che cos'è?
In spagnolo significa bruciatura, è una sensazione forte, intensamente reale, che s'incarna in lei: abbandonata da bambina, per sentire di essere al mondo ha bisogno che la realtà le si confermi attraverso emozioni estreme.
In una vita spregiudicata come quella di Julia, è tuttavia importante la preghiera.
La preghiera è l'espressione vivente del mistero che noi chiamiamo Dio. Mentre la religione è un fenomeno più legato all'identità e alla cultura, la fede è la coscienza intima del mistero insondabile che ciascuno porta in sé, mistero delle origini, del senso della vita, di cosa ci attende.
Il romanzo riguarda anche il tema dell'immigrazione, di costante attualità.
Noi europei dovremmo ricordarci di aver subito, in passato, violenze, barbarie e disperazione, e quindi dovremmo metterci nei panni degli altri, perché gli altri siamo noi, e tutto quello che li riguarda ci coinvolge. (Daniela Pizzagalli)
«Il sole 24 ore»
25-09-2011
Nella vetrinetta dello studio, dove Picasso conservava i suoi ricordi, c'era un paio di guanti neri a fiorellini rosa. Quando, nel caffè dei Deux-Magots, aveva notato una bruna avvenente, Dora Maar, Pablo aveva cinquantaquattro anni e un ciuffo beffardo sulla fronte. L'aveva osservata togliersi lentamente i guanti per iniziare uno strano gioco: con un coltello affilato colpiva sempre più rapidamente lo spazio tra un dito e l'altro della piccola mano, senza fermarsi quando si feriva.
Ma quali erano i colpi giusti? In quel gioco sadomasochista si riassumeva perfettamente l'orientamento verso la vita di quella geniale fotografa, intima dei surrealisti e dell'estrema Sinistra. A questa bellezza austera, colta e intelligente, Nicole Avril dedica un commosso monologo, in cui, identificandosi con la musa di Picasso ricostruisce la sua storia dolorosa e densa. Una sfida vinta, malgrado qualche sbavatura e qualche eccesso di interpretazione.
Le unghie delle magnifiche mani di Dora, ricorda un amico dell'artista, Brassaï, erano laccate di rosso. La venticinquenne si arrese senza resistere a Pablo, affascinato dalla scura limpidezza del suo sguardo e dalla note gorgheggianti della sua voce. In quel periodo Picasso si trovava in bilico tra il naufragio del suo matrimonio con un'aristocratica danzatrice dei balletti russi, Olga, e il declino della sua recente relazione con la modesta Marie-Thérèse, che lo amava pur detestando i suoi quadri. Allergico a ogni tipo di rottura, in cui vedeva un preavviso della morte, il pittore era riluttante a troncare definitivamente. Sistemata Marie-Thérèse in un sobborgo, si dedicò alla nuova relazione. Dora stimolava il suo impulso di domarla e di distruggerla, il che non gli impediva di subissare l'altra di lettere infiammate.
Malgrado il successo e le innumerevoli avventure, Picasso era spesso devastato da un'intollerabile sensazione di disastro, in cui la vanità della vita, il terrore di malattie immaginarie e la sensazione di perdere l'ispirazione si mescolavano dolorosamente. La sofferenza scatenata in lui dalla Guerra civile spagnola esacerbò quella ferita interiore. Nel nuovo, grande studio di rue des Grands-Augustins, trovatogli da Dora, Pablo dipinse Guernica, in ricordo della strage perpetrata dai franchisti in quell'anno, 1937.
Per Picasso, le donne si dividevano in due categorie, «dee e pezze da piedi», e godeva sommamente a farle precipitare da una categoria all'altra. «Sei troppo alta, troppo bella, troppo libera», la rimproverava, imbarazzato dalla sua statura. Per indebolirla, la convinse ad abbandonare la fotografia per la pittura, dove lui dominava indiscutibilmente il campo. In quel periodo le due rivali affiorano sovente, insieme o separate, nei quadri dello spagnolo, che si divertiva a ritrarle l'una coi vestiti dell'altra. Gli piaceva umiliare Dora, dandole continui motivi di gelosia. Una volta riuscì persino a esasperarla viziando eccessivamente una scimmietta. Poi cominciò a picchiarla fino a farla svenire. Lei resisteva con «l'adorazione regale della vittima». Divenne la celebre figura piangente di tante tele. «Dora, per me, è sempre stata una donna che piange. Sempre .... È importante, perché le donne sono macchine per soffrire». Durante la guerra, Picasso aveva visto la sua gloria crescere irresistibilmente. Dora capì che il loro tempo era finito.
Inutilmente Paul Éluard, che aveva sempre cercato di proteggerla dalla ferocia dell'uomo che idolatrava, le propose di sposarlo. La rottura con l'amato precipitò la Maar in una grave depressione. Con l'abituale crudeltà, Picasso si divertiva a farle incontrare il suo nuovo amore, la giovanissima Françoise Gilot. Un giorno la costrinse persino a dichiarare, di fronte a «quella scolaretta», che tra loro tutto era finito. Dora reagì con una dolente serie di stravaganze. «Era pazza molto prima di diventare pazza!», sentenziò Pablo. Dopo un vano tentativo di scuoterla con l'elettroshock lo psicanalista Jacques Lacan, medico di Picasso, la prese in cura e riuscì, se non a guarirla, a farla convivere con la malattia. Ormai la Maar vestiva solo di nero e alternava lunghi periodi solitari a rapide incursioni nella mondanità. Convertitasi al cattolicesimo, Dora spiegava agli amici: «Dopo Picasso c'è solo Dio». Nei rari incontri con l'amato cercava di spingerlo alla religione. «Se continuerai a vivere come hai fatto finora, ti cadrà addosso una tremenda sciagura!» Picasso dava la colpa di quegli sfoghi all'irrazionalismo dei surrealisti che, secondo lui, l'aveva spinta verso la follia. «La vita, commentava, è fatta così, elimina automaticamente i disadatti».
Quattro anni dopo la morte di Picasso, Marie-Thérèse si impiccò. Tredici anni dopo Jacqueline, l'ultima compagna, si sparò alla tempia. Dora sopravvisse a Picasso, chiusa nel suo appartamento tra le opere dell'amato, che si era divertito a dipingere sulle pareti una serie di insetti. Riassumendo il loro legame, aveva detto: «Io non sono stata l'amante di Picasso. Lui era soltanto il mio padrone». (Giuseppe Scaraffia)
«Il Piccolo»
02-09-2011
Forse non era bella, Dora Maar. Non come certe donne che, solo a guardarle, spalancano un orizzonte. Fanno fiorire una melodia segreta dal corpo e dall'anima. Eppure, basta guardare la foto che le scattò Man Ray per capire che non doveva essere facile sottrarsi al fascino di Henriette Theodora Markovitch. La fotografa nata a Buenos Aires da un architetto croato e una signora francese. La ragazza che negli anni Trenta arrivò a Parigi, parlando un ottimo spagnolo, e fece subito innamorare il pittore che stava rivoluzionando l'arte del Novecento: Pablo Picasso.
In quella foto, Dora Maar guarda verso l'obiettivo come se, in realtà, scrutasse la vertigine dell'infinito. Una mano, appoggiata sulla testa, diventa la strana cornice di quel volto intenso. Che Picasso scomporrà sulla tela in tutte le maniere possibili. Trasformando la donna che finirà per amarlo tutta la vita, anche quando lui non vorrà più saperne di lei, nel simbolo della passione e della sofferenza. Del tormento e dell'estasi.
Era il 1936 quando Pablo Picasso vide per la prima volta Dora Maar. Lui aveva 54 anni, il mondo si divideva nel giudicare la sua opera: moltissimi lo consideravano l'artista che stava dettando il nuovo alfabeto della pittura contemporanea. Lei era una promettente fotografa di 25 anni. Un'anima inquieta che frequentava intellettuali di gran fascino come Georges Bataille, Paul Eluard, André Breton. E che sembrava cercare un suo centro di gravità permanente. A cui aggrapparsi per resistere alla tentazione di lasciarsi portare via dal fiume della vita.
Non potevano restare lontani, Pablo e Dora. Erano destinati ad amarsi, a distruggersi, a lasciarsi e ritrovarsi. In una danza frenetica di gioia e dolore. Che Nicole Avril, scrittrice e attrice francese che ha dedicato una biografia alla principessa Sissi, racconta in un romanzo intenso e bellissimo: Io, Dora Maar, tradotto da Marco Cavalli.
«L'ho visto alla prima del film Il delitto di Monsieur Lange. Io ero fotografa di scena. Impossibile non notare il suo sguardo. Occhi assassini, scuri e spalancati». Parte da lì il flusso di coscienza di Dora Maar. La confessione senza pudori e senza segreti che squaderna davanti agli occhi del lettore il mondo intimo di una donna affascinante e intelligente. E anche se Nicole Avril avverte «questo libro è un romanzo e io non sono Dora Maar», pagina dopo pagina diventa davvero difficile sottrarsi alla convinzione che sia proprio la fotografa a raccontare il divenire della passione.
Non si poteva vivere accanto a Picasso sperando che fosse «per sempre». Eppure, per Dora era impossibile abituarsi all'idea che, un giorno, il grande artista sarebbe corso dietro un'altra. Com'era successo quando stava con Olga o con Marie Thèrése. Perché lei, la Maar, sentiva dentro di sé che senza Picasso le sue giornate sarebbero state soltanto agonia. Un morire di non morire. Un viaggio solitario verso l'indifferenza per la vita.
E così andò. Perché il Minotauro, il grande artista che tutto divorava per alimentare sempre più il proprio mito, finì davvero per dimenticare quella donna che, per lui, aveva rinunciato a se stessa. E a cui lui aveva dedicato ritratti inarrivabili come quello intitolato proprio Dora Maar, che dipinse nel 1937 e che si trova sulla copertina del libro.
Impossibile resistere alla tentazione di pensare che sia proprio Dora Maar a confessarsi nelle pagine del romanzo. Perché Nicole Avril ha saputo leggere in controluce i segreti dell'anima della fotografa. Emozionandosi e regalando emozioni. (Alessandro Mezzena Lona)
«Gioia»
23-07-2011
«Troppo alta, troppo bella, troppo libera»: è la fotografa Dora Maar. Lei e Picasso, «il piccolo uomo», si incontrano nel 1936 e si amano da subito. Giovanissima, appena arrivata a Parigi da Buenos Aires, dotata, anticonformista, vive fra gli artisti, ma dopo lui e Guernica, il capolavoro che segue nelle tappe della sua creazione, abbandona la fotografia per essere solo la musa del pittore. Entra nella sua vita, ma non è sola; insieme a lei ci sono Olga, Marie-Thérèse e la loro figlia Maya. Scorre sotto i nostri occhi, dalla voce di Dora, la storia profonda di un sodalizio artistico e di un amore, penetrante come un marchio nella carne.
«Il Venerdì di Repubblica»
01-07-2011
«E voi, voi mi siete apparsa in rosso e nero», le disse Picasso, al loro primo incontro. Anche se è in blu che la ritrae poco dopo. E poi con lo chignon, con la sciarpa gialla, con le unghie verdi, sulla spiaggia, mentre dorme. «So che li ha dipinti un uomo innamorato. Come ho fatto a essere così giovane, così bella, così amata?»: è la voce narrante del romanzo Io, Dora Maar, della francese Nicole Avril.
Sono i ricordi di una donna fuori dal comune, che l'autrice del libro fa parlare, ormai anziana, dopo la morte di Picasso. Erano stati presentati da Paul Eluard nel gennaio del 1936 in un caffé di Parigi. Picasso ha 55 anni ed è già Picasso. Ha lasciato una moglie con un figlio, ha appena avuto una figlia dall'amante Marie-Thérèse, fa impazzire le donne. Dora ha 29 anni, è una pittrice e fotografa stimata, ha aderito all'attività dei surrealisti, che l'apprezzano anche per il suo fascino. «Un giorno arrivò al café con i capelli sciolti che le ricadevano sul viso e sulle spalle, come quelli di un'annegata. I surrealisti gridarono di ammirazione», raccontava Marcel Jean. Il vero nome di Dora era Henriette Theodora Markovitch, nata a Parigi, cresciuta in Argentina, figlia di un architetto croato e di una francese. «Picasso giocava con il mio nome. Mi chiamava Adora, Adora adorata», si legge nel romanzo. E poi: «L'estate del 1936 fu quella della mia vita. Con che coraggio dire che non c'erano ombre, se quella era l'estate del '36?». Perché è l'anno della guerra di Spagna ma anche quello in cui lei entra nella vita di Picasso. Lui la ritrae senza sosta, e le permette di fotografarlo mentre dipinge Guernica. Un giorno nell'atelier piomba Marie-Thérèse. Le due si azzuffano, con grande divertimento di Picasso, a cui piace mettere le sue donne l'una contro l'altra. Anche con Dora esplode il suo sentimento distruttivo. «Dora era una donna che piange, era la sua natura, per questo ho iniziato a dipingerla così», dirà a Malraux. Eppure, ribatte lei dal romanzo, «La donna che piange fu felice in quel periodo». Nel '44 Picasso la lascia per una ventenne. Dora crolla, viene curata da Jacques Lacan, con la psicoanalisi e l'elettroshock. Parla Dora: «Picasso dirà che nessuno era stato così generoso con me. Dora? Potrebbe vivere più di una vita nell'ozio con tutto quello che le ho regalato». Ma Dora non vendette niente. Quando morì, a quasi novant'anni, quei quadri andarono all'asta. E gli insetti e le bestioline che Picasso aveva disegnato per lei sulle pareti erano ancora (Francesca Marani)
«Avvenire»
23-06-2011
Ormai è noto a molti che la lampadina con filamento a incandescenza è un'invenzione italiana. A dispetto del gigante Thomas Alva Edison che in seguito diffuse il suo prodotto con il supporto del suo colosso industriale, un filamento efficiente e di grande qualità era stato inventato e brevettato, in Italia, dal cittadino di Piossasco, Alessandro Cruto. E da questo piccolo paese nella cintura torinese l'inventore autodidatta, che frequentava le conferenze pubbliche di Galileo Ferraris, aveva avviato un'impresa in quel di Alpignano. Ma le sorti, nonostante si fosse negli anni felici della cosiddetta business society piemontese, non erano state così favorevoli e la fabbrica aveva dovuto passare di proprietà e riconvertirsi. Anche questi sono i casi della storia, come era stato il caso a stimolare la creatività del Cruto, il quale inizialmente voleva produrre il diamante artificiale, anch'esso, come il filamento delle sue lampadine, fatto di carbonio. Le lampadine, in ogni caso, sia che provenissero dalle officine di Alpignano e riscuotessero il meritato successo all'Esposizione Generale Italiana del 1884, sia che venissero prodotte sotto altri marchi di fabbrica, cambiarono il mondo e, come affermava Daniel Roche nella sua Storia delle cose banali, questo bulbo di vetro avrebbe segnato il confine tra la città industriale, la ville lumière, e le buie campagne.
La lampadina è segno di modernità e non deve stupirci se la sua comparsa in un romanzo come Il santo, pubblicato nel 1905, assume un significato non secondario. «Una mano gli si posò sulla fronte, una lampadina elettrica lo abbagliò, un'affettuosa voce forte disse: "Come va?" [...] Allora si sovvenne, levò il termometro. La suora, dietro a lui, reggeva la lampadina elettrica cercando pure di vedere. Egli non discerneva, sulle prime, il grado. [...] Domandò all'ammalato se la luce della lampadina l'offendesse. Benedetto rispose che materialmente non l'offendeva, spiritualmente sì; gli toglieva di vedere per la finestra il cielo, la notte stellata. "Illuminatio mea" diss'egli, dolcemente». (Il santo, cap. 9.2) Antonio Fogazzaro era sensibile ai progressi della scienza e proprio il dibattito intorno alle nuove teorie dell'evoluzionismo lo avevano portato a trovare una conciliazione tra religione e scienza.
E anche il Fogazzaro in tasca di Marco Cavalli, nella sua struttura di essenziale abbecedario «dalla A di Amore alla Z di Zio», ne riprende i temi essenziali parlando di Occultismo e di Scimmie. A fianco dei dilemmi di un pensatore di fronte ai dogmi della religione, che si accompagnano sempre a quelli della scienza, come affermava nel "discorso" Per una nuova scienza del 1897, anche le cose che il progresso rinnova aprono nuovi punti interrogativi intorno all'invisibile. Lo scrittore non si tira indietro e sono proprio gli "elettrobiologisti" a fargli anticipare le problematiche delle neuroscienze. Così il Fogazzaro concludeva il citato discorso: «Vale la pena di farsi chiamar sognatori e raccoglitori di sogni, di affrontare il ridicolo per assider su basi sperimentali una psicologia spiritualista quale i pensatori più potenti del passato l'hanno tratta dal profondo della propria mente e i più grandi poeti dal profondo del proprio cuore.È forse destino che questo edificio sorga e si levi al cielo nel tempo in cui tante tristi rovine morali nell'alto e nel basso accusano di sé il materialismo scientifico, la negazione dello spirito». Negli scritti di Fogazzaro, che lascerà questo mondo proprio nel 1911, non vi sono automobili, ma la fée electricité lo accompagna anche quando Benedetto Maironi «con meraviglia» è introdotto nell'ascensore (elettrico) del commendatore che lo invita ad abbandonare Roma entro tre giorni. (Vittorio Marchis)
«Amedit»
01-06-2011
Con Fogazzaro in tasca Marco Cavalli offre un supporto prezioso per chiunque voglia avventurarsi nel piccolo mondo, antico e moderno, di Antonio Fogazzaro. La figura dello scrittore vicentino emerge in tutta la complessità delle sue sfaccettature, sullo sfondo di un’epoca altrettanto emblematica e controversa. La ricorrenza del centenario (Fogazzaro muore nel 1911) ha riacceso i riflettori sull’opera di uno dei più grandi scrittori dell’Ottocento italiano, e al contempo ha reso necessaria un’indagine più approfondita e aggiornata sia dal punto di vista della critica letteraria che da quello strettamente legato alla biografia dell’autore. Cavalli organizza il suo saggio come una sorta di abbecedario, individuando di volta in volta quelle parole-chiave che favoriscono un accesso privilegiato ed essenzializzato ai punti nevralgici del mondo fogazzariano. La Religione, l’Occultismo, la Giustizia, il Risorgimento, la Letteratura, la Donna… in ciascuna di queste quaranta voci Cavalli prende in esame il pensiero e la posizione di Fogazzaro sviscerandone le ragioni e le convinzioni sottese; anche gli eroi fogazzariani (dalla Marina di Malombra al Daniele Cortis) salgono per così dire sul lettino dell’analista per rivelare al lettore quante più informazioni possibili. Fogazzaro in tasca non è tanto una guida introduttiva, ma uno strumento acuminato e chirurgico utile a chi abbia già una certa dimestichezza dell’opera fogazzariana, perlomeno di quella relativa agli otto romanzi (se ne consiglia la consultazione a termine o in parallelo alla rilettura degli stessi). Prima del congedo il testo si chiude con una curiosa e divertente intervista impossibile che attinge dalla documentazione autografa di Fogazzaro. Nel corso di questa intervista Marco Cavalli fa idealmente dono a Fogazzaro di un romanzo di Aldo Busi (e dalla citazione in bandella si può desumere che si tratti di Seminario sulla gioventù), ma l’ultracentenario gli risponde: «Lei è ancora molto giovane: legga Carducci; lo legga e lo rilegga sovente, non se ne pentirà». (Massimiliano Sardina)
«Corriere del Veneto»
26-04-2011
C'è una grande onestà nel modo in cui il critico letterario e traduttore Marco Cavalli presenta il volumetto con cui egli ha voluto rendere omaggio ai cento anni della morte di Antonio Fogazzaro. Fogazzaro in tasca è una guida allo scrittore vicentino, alla sua opera e ai suoi temi strutturata come un singolare abecedario: quaranta «voci» riportate in ordine alfabetico, in media un paio per ogni lettera, dedicate ad altrettante parole-chiave della vita dell'autore di Piccolo mondo antico (molte voci, anzi, sono costituite da sapienti collages di citazioni dalle sue opere). L'onestà del critico (un critico-pubblicista) sta nella rinuncia preventiva a qualsiasi approccio scandalistico o anche solo forzatamente innovativo a uno scrittore sul quale egli considera impossibile costruire qualsiasi «caso»: da Amore a Zio (lo zio Piero del romanzo più famoso), passando per Donna e Incipit, per Italia e Malombra, per Religione e Umorismo il percorso disegnato da Cavalli è gradevole ma non stupefacente; ricco d'informazioni ma senza la pretesa di riscrivere chissà che o di riabilitare chissà chi. Perché Fogazzaro, secondo l'autore di questo tascabile, non ha bisogno né di riscoperte né di riabilitazione: è un patrimonio acquisito dalla nostra storia letteraria, e se si vuole anche un'occasione mancata, visto che la promettente parabola letteraria s'infrange, dopo l'opera più fortunata, contro una involuzione letteraria cui corrisponderà anche un'evoluzione ideale e religiosa, ma dalla quale certamente non guadagna l'efficacia narrativa. Ecco, visto da questa prospettiva, Fogazzaro finisce per essere un rappresentante tipico, perché dignitoso e insieme mediocre, di quell'Italia di cui, a cent'anni dalla sua morte, celebriamo i centocinquanta dell'Unità. Anche questo fu il nostro Risorgimento.
«Liberal»
17-08-2011
Pare strano, ma è così. A Palermo, città non proprio tranquilla, potrebbe essere molto facile arrestare qualcuno. Se si fa riferimento al regolamento della Polizia Urbana stilato nel 1935, è punibile chi non mette la museruola a una capra, chi intende darsi un'aggiustatina ai capelli in luogo pubblico, chi vende ghiaccio e non obbedisce all'obbligo di «presentarsi alle richieste degli avventori a qualsiasi ora del giorno e della notte». Il regolamento municipale in questione non è mai stato abrogato. A rigor di norma – è proprio il caso di dire così – si potrebbe multare o trattenere un mafioso se questi fosse visto pettinarsi per strada.
Gli italiani si trovano in un alto (e confuso) mare legislativo. Pare che le norme in vigore siano addirittura 430mila. La fonte è del Ministero per la semplificazione normativa, presieduto dal leghista Roberto Calderoli. Solo nel 1999 ci si è accorti che era lievemente fuori tempo «la sfida a duello» prevista dall'art. 341 del Codice Penale. E solo tre anni fa è stata abrogata la prima legge dell'Italia unita, quella «che stabilisce la formula con cui devono essere intestati tutti gli atti in nome del re». Il ministro ha fatto un falò di centinaia di leggi ridicole. Peccato che Calderoli abbia messo nel calderone abrogativo anche la legge del 4 giugno 1944 (regio decreto) che prevedeva la «soppressione del divieto per le donne di impartire alcuni insegnamenti e di assumere alcuni uffici direttivi negli istituti di istruzione media». E pure il decreto luogotenenziale (primo febbraio 1945) intitolato «Estensione alle donne del diritto di voto». La fretta di bruciare vecchiumi normativi ha fatto sì fosse depennato il decreto (10 agosto 1944) che aboliva la pena di morte. Per fortuna si è rimediato. È scattato un provvedimento (sulla Gezzetta Ufficiale il 14 dicembre 2009) che ha salvato ben 3236 provvedimenti legislativi che non dovevano assolutamente essere cancellati. Quando si dice ‘competenza’! Per fortuna continua a esistere quel testo irrinunciabile che si chiama Costituzione, alla faccia di chi afferma che sia una cartaccia superata.
A condurci per mano in questo guazzabuglio, degno di manzoniana memoria, è Giuseppe D'Alessandro, avvocato di Cassazione, autore di un divertente libro (ci fa ridere, ma anche piangere) intitolato Bestiario giuridico 1. D'Alessandro sostiene, con buone ragioni, che il nostro modo di legiferare è astruso, soprattutto dal dopoguerra in poi. L'uso della lingua è spesso discutibile, va oltre il tanto famigerato burocratese. L'allora ministro Sabino Cassese mise in guardia contro frasi ridicole come «gli sportelli impresenziati» (nella circolare del Ministero dell'Intero del marzo 2008), la «lettera codiciata», la «nota attergata». Eppure c'è la Guida alla redazione dei testi normativi. Si sa tuttavia che gli ignoranti o i presuntuosi paiono godere, sempre, di immunità grammaticale. Piuttosto che andare da un avvocato, converrebbe consultare un linguista (divertendolo) avendo in mano una frase come questa: «somme da scomputare nella fattispecie dell'impossidenza del diritto irrefragabile». Eppure il legislatore ha l'ambizione di spiegare il più possibile. E inutilmente. Una sorta di «imbecillità esplicativa» come suggerisce l'autore del libro. Qualche esempio. Per «passeggero» si intende «una persona diversa dal conducente e dal personale di servizio». Per «porta scorrevole» si intende «una porta che può essere aperta o chiusa unicamente facendola scorrere lungo una o più guide rettilinee o quasi rettilinee». In materia marittima si sente l'esigenza di spiegare chi sia il «comandante», ossia «l'ufficiale che esercita il comando di una nave». Poi ci sono i rompicapo. Ci dovrebbero spiegare perché mai «le navi adibite ad uso privato non possono trasportare passeggeri a titolo gratuito, ma possono effettuare tale trasporto solo a titolo amichevole» (l'articolo del 1991). A proposito di navigazione, mai è stata abrogata una legge del 1939. In base a essa potremmo protestare con la nostra agenzia di viaggi se sulla nave da crociera non ci sono «le sputacchiere», o se il materasso e il guanciale non sono di crine di animale o di lana. L'attenzione diligenza del legislatore talvolta non esiste proprio. Nel 2006 è stato aggiunto un comma a una legge già abrogata un mese prima. È capitato di leggere anche questo: «Le disposizioni dei successivi commi si applicano sulla base di apposita istanza da presentare entro il 31 novembre». Ma quanti giorni ha questo mese?
Consoliamoci sbirciando il ridicolo nel giardino altrui. Pare che in Israele sia proibito portare orsi sulle spiagge, che in Thailandia sia vietato uscire senza mutande, che in Francia sia proibito baciarsi sulle rotaie. Restando nel Paese dei Lumi una vecchia norma, da poco abrogata, vietava alle donne di indossare i pantaloni senza l'autorizzazione del marito. Peccato che li indossano le donne poliziotte, per regolamento. In Arizona è proibito fare sesso in un'auto che abbia una gomma a terra (25 dollari di multa), nell'Illinois si punisce chi offre sigari accesi a cani e gatti. Tornando all'Italia, c'è da sorridere sulle motivazioni di alcune sentenze, in specie se riguardano il comportamento intimo. È ovvio che non si possa baciare una donna contro la sua volontà. Ma c'è anche il «bacio deviato», ossia spostato dalla «vittima» sulla guancia. Distinzione importante visto che la Suprema Corte si è occupata di questa effusione con traiettoria impropria. E se uno il bacio lo richiede? Incappa in un reato? La Corte ha detto no: «È esclusa la sussistenza del reato di molestia in un caso in cui l'agente si era limitato a chiedere, una sola volta, un bacio a una donna, dopo aver detto a quest'ultima che era una bella signora (ottobre 1994)». (Pier Mario Fasanotti)
«Panorama»
20-07-2011
Meglio sapere che, per una norma in vigore dal 1939, è fuorilegge la nave che non ha a bordo una sputacchiera. Che è vietato esportare carote «ammollate, legnose o biforcute», nonché cicorie del diametro inferiore ai 2,5 cm. È illecito, seppur fallimentare, il bacio «deviato»: schivato dal ricevente ma scoccato con intenzioni moleste dal baciatore. Lecita però – «purché fugace» – la pacca sul sedere. Proibitissimi il gesto «dell'ombrello» e quello del cavallo, del timballo, dei tarallo, detto anche «delle mani a casseruola». Perdonabile invece il turpiloquio, «ormai retrocesso a reato di serie B». Spulciando tra 430 mila leggi italiane, più qualcuna internazionale ed europea, azzecca perle nere, bestialità e garbugli il simpatico cassazionista siciliano. Nel ginepraio delle regole di traffico, commercio, conversazione e pubblica decenza si muove con divertito, beffardo, innocente candore. Come dire che, fatto lo santo, gabbata la legge. (Alessandra Iadicicco)
«La Sicilia»
14-07-2011
Bestiario giuridico 1 è un libro esilarante nel quale l' autore Giuseppe D' Alessandro, che da anni esercita l'attività forense tra Caltagirone e Catania, evidenzia tutte le stranezze e i nonsensi delle leggi e delle sentenze italiane. L'autore pone l'accento sul modo astruso del legiferare in Italia e sul vezzo dei nostri legislatori (dotati di immunità grammaticale!) di utilizzare quello che definisce «ridicol-burocratese»: un linguaggio astruso che rende incomprensibili le leggi ai comuni cittadini, rendendo sovente necessaria l'emanazione di atti che dovrebbero chiarire il significato oscuro delle norme già esistenti e che, invece, complicano ancor di più le cose. Si sofferma ad indagare il campo della giurisprudenza relativa al sesso: dai baci alle carezze, dagli abbracci ai "toccamenti", dalle violenze alla prostituzione, rinvenendo in questo ambito non poche sentenze strampalate. Conclude il libro una sezione dedicata alle liti bagatellari, cioè quelle cause giudiziarie il cui danno risarcitorio è di scarso rilievo. In questo caso motivo di ilarità sono le fantasiose giustificazioni che il trasgressore utilizza e che il Giudice ha accettato. Bestiario giuridico ha una struttura di pirandelliana memoria: brillante e divertente ma che lascia al lettore un sorriso ironico perché consapevole che ciò che sta leggendo è davvero accaduto. (Silvia Gagliano)
«La Repubblica ed. Palermo»
10-07-2011
Avvocato siciliano con una trentennale esperienza forense, Giuseppe D'Alessandro ha ha raccolto in Bestiario giuridico I. Leggi che fanno ridere e sentenze che fanno piangere dal ridere, un eloquente campionario di casi talvolta esilaranti, anticipando un secondo volume sui mille modi adoperati dagli italiani per insultarsi e finire in tribunale. La filosofia di fondo è racchiusa in una divertita tolleranza per i casi strambi della vita, che volutamente elimina dal proprio orizzonte i conflitti col potere esecutivo e ilruolo della magistratura nella lotta alla mafia. Restano le «liti bagatellari», di scarso rilievo, che perdono l'astiosità e trascolorano nella commedia all'italiana anche quando il sorriso si vena di malinconia. Le circa 600 mila sentenze annue emesse dai giudici di pace sono le meno tecniche, e quindi le più curiose. Ma è un giudice contabile della Corte dei conti della Sicilia a definire il danno esistenziale come «tendenzialmente onnicomprensivo di qualsiasi privazione»: subito la sentenza è colta al balzo da legioni di cittadini che chiedono risarcimenti per i danni più disparati. C'è chi ricorre per un ritardo nella consegna dei bagagli in aeroporto e chi cita il veterinario che ha tagliato le orecchie al dobermann senza incontrare i propri gusti, cioè quelli del proprietario. E nella sentenza un disarmante giudice scrive: «il principale e diretto interlocutore, il cane, non è stato potuto ascoltare». (Amelia Crisantino)
«Linea»
21-06-2011
«Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?» Un degno quesito dantesco, che si è posto anche Giuseppe D'Alessandro, avvocato cassazionista, che esercita da trent'anni la professione forense sulla sponda sicula dello Stretto. Purgatorio anche quello? Mah… Comunque sia, la domanda si è concretizzata in un gustoso libro: Bestiario giuridico 1. Un volumetto rinfrescante come una granatina siciliana al limone. E, perché no? Pure «câ briosci» della sedimentata e saporosa cultura giuridica dell'avvocato D'Alessandro. Un libretto dedicato alle «leggi che fanno ridere e alle sentenze che fanno piangere dal ridere»… D'Alessandro ha saggiamente scelto la strada del castigat ridendo mores. Benché mostri di subito di (ri) conoscere una verità su cui c'è poco da scherzare. Quale? Che «entrare nel girone infernale della Giustizia italiana costituisce un tale dramma che chi ne fa esperienza non lo scorderà tanto facilmente». A suo avviso, due sarebbero le cause di una giustizia elefantiaca e spesso ingiusta: la pessima formulazione di leggi e sentenze, nonché l'incontinenza legislativa… Quante sono le leggi in Italia? Secondo l'autore, «nessuno è in grado di saperlo, nemmeno in maniera approssimata. Chi dice 250.000, chi 350.000. Nel sito governativo wwwsemplificazionenormativa.it si afferma che le leggi pubblicate sarebbero addirittura 430.000». Inoltre, la prima causa qualitativa – quella dell'italiano approssimativo – si salda, e in maniera perversa, al «problema quantitativo». D'Alessandro pone giustamente l'accento sulla fitta selva di modifiche, a ogni livello, che di regola prolifera in maniera metastatica intorno a un qualsivoglia articolo di legge, magari all'inizio stringato. Ad esempio, scrive, «uno degli articoli più martoriati (...) è il 34 del codice di procedura penale, che si occupa dei casi di incompatibilità del giudice a trattare un processo, dopo che in qualche modo gli sia "passato tra le mani"». Si tratta perciò di un articolo che «meriterebbe l'Oscar delle modifiche», dal momento che «il testo originario dell'art. 34 c.p.p. conteneva 159 parole, il testo modificato dal legislatore ne contiene 340, cioè più del doppio; il testo vigente, comprendente le 18 pronunce di incostituzionalità, ne contiene ben 2470, quasi 22 volte in più del testo originario"». Insomma, proprio come diceva il saggio Hegel: il Diavolo è sempre nel dettaglio. Il problema però, nel caso della giustizia italiana, è quello di trovarlo il dettaglio… Dicevamo, castigat ridendo mores. La casistica è veramente ricca e disposta per titoli molto invitanti: si va dal «Sesso e dintorni» al «Sesso senza sesso» fino alle «Liti bagatellari» (titolo, in verità, non proprio invitante…), ossia le liti di scarso rilievo, che però in sede giudiziaria si protraggono per decenni. Una chicca da «Sesso e dintorni»: la coscia di una signora sembra essere più erotica del sedere… Infatti, se da un lato si condanna un dentista (sentenza 14 dicembre 2001), per il toccamento «subdolo e seppure fugace» della coscia di una paziente, per l'altro, la Corte di Cassazione (Sentenza 25 gennaio 2006 n. 7639) ritiene «il "toccamento dei glutei" non configurare il delitto di violenza sessuale, ma trattarsi di semplice molestia punita ai sensi dell'art. 660 del codice penale (cioè con un'ammenda o, in alternativa, con una pena detentiva molto modesta». Nei due capitoli finali si discute di «Linguaggio e diritto» e del Giudice che giudica se stesso». In quest'ultimo capitolo scopriama che «a volte, i magistrati italiani piuttosto che litigare preferiscono divertirsi tra di loro con cene, gite e scampagnate. Alcuni si sollazzano anche in modi, diciamo, eccentrici, come quei due liguri, sottoposti ad ac- certamento per aver fatto tiro al bersaglio, con la rivoltella, sui faldoni dei fascicoli archiviati. Forse – si chiede scherzosamente l'autore – volevano essere sicuri che quelle pratiche fossero davvero morte e sepolte, in caso contrario, meritavano il colpo di grazia». Morale conclusiva? Di grande magnanimità, da antico Principe del Foro: «Alla fine della nostra navigazione, rileva D'Alessandro, fra le leggi strane, sentenze assurde e formule incomprensibili, giova tirare le conclusioni. Tutto male? Tutto da buttare? Giustizia allo sfascio? No, non è proprio così. Nel corso del libro si è ripetuto più volte che la giustizia è lo specchio della realtà, né più né meno. E una considerazione che conviene ribadire in chiusura. La società italiana ha grandi pregi, grandi potenzialità e immense risorse, fatte soprattutto da uomini che quotidianamente si spendono nel loro lavoro per mandare avanti uno Stato che è tra i più civili e progrediti (...) Ogni tanto qualcosa non funziona e qualcuno si prende la briga di raccontarla, come abbiamo fatto noi. Senza cattiveria e malignità, al solo scopo di far riflettere il lettore e magari anche di sollevargli il morale quando, coinvolto in prima persona in vicende giudiziarie, tende a credere di essere il solo a patire le "pene dell'inferno"». Il Cavaliere, perciò, è avvisato. (Carlo Gambescia)
«Terra»
03-05-2011
La foto lo ritrae con in mano una cartella di cuoio nera. Tiene sulla spalla sinistra un borsello a tracolla con all’interno certamente una macchina fotografica. Porta un cappotto spinato grigio e la camicia intonata è chiusa sul collo da una cravatta nera. Sulla testa un cappello di feltro grigio. Lo sguardo è fisso, quasi nel vuoto. Ha un baffo folto che quasi nasconde le labbra ed è nero come il pizzo. Si presenta così nella campagne del Veneto all’età di 33 anni Paul Scheurmeier attorno agli anni Venti per indagare le popolazioni contadine del Nordest. È inviato come giovane linguista per redigere una ricerca sul mondo rurale finalizzata alla stesura dell'Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale. Il giovane ricercatore attraversa in lungo e in largo paesi e villaggi dove ancora i segni della Grande Guerra sono ben visibili e dove ancora le genti fanno fatica a ‘rimettere’ in moto la quotidianità ma che non lesinano a fornire le informazioni che lo svizzero chiede e annota su quaderni. In questo lavoro Paul Scheurmeier si affida a quelli che oggi potremmo chiamare collaboratori o infor- matori cioè a persone che l’aiutano nella ricerca che si fonda nella scoperta dei molti dialetti del Veneto rurale, dei nomi diversi che vengono dati per esempio agli stessi oggetti.
La ricerca linguistica è perseguita con metodo e tecnica: il trentenne studioso svizzero dispone infatti di un questionario che sottopone per la stesura alle persone che incontra e agli informatori per sapere ad esempio il termine usato durante certi lavori in campagna. Paul Scheuermeier è acuto osservatore e non lesina opinioni quando deve giudicare il lavoro degli informatori. Di quello incontrato ad Istrana scrive: «È pieno di buona volontà e di allegria ma è superficiale, impreciso, non serio e nemmeno particolarmente intelligente. Si rende conto delle mie incertezze e si accorge della mia insoddisfazione». Ma come trova gli informatori per la sue ricerche il nostro ‘inviato’ svizzero nel Veneto post-guerra? I parroci sono le persone che spesso fanno al suo caso anche se i consigli non vanno sempre a buon fine come avvenne a Campo San Martino. La persona indicata viene descritta certamente mansueta in cui però è totale la mancanza di preparazione scolastica. Significativi anche i luoghi in cui Paul Scheuermeier annota i propri pensieri e i risultati delle giornate di lavoro: «Scrivo in una stalla tra 9 bestie principali che mi lanciano contro "boasse" e innumerevoli nipoti tra i 4 e 8 anni, che si avvicendano continuamente, rampolli dei 16 figli del 76enne informatore. Un contadino intelligente, sveglio, carattere tenace di montanaro».
Ecco quindi che il lavoro del linguista svizzero realizzato per l'Atlante linguistico italo svizzero offre nel suo insieme una straordinaria testimonianza di come è il Veneto rurale negli anni Venti. Paul Scheuermier ci mostra una realtà contadina ricca di vocaboli e parole dette in un mondo in trasformazione: la meccanizzazione dell’agricoltura è avviata attraverso i primi interventi risarcitori dello Stato alle popolazioni colpite dalla guerra. La documentazione raccolta dall’inviato svizzero è straordinaria. Il materiale è presso l’Università di Berna ma oggi è disponibile anche in italiano attraverso il libro Paul Scheuermeir, Il Veneto dei contadini 1921-1932. Saggi di studiosi, linguisti e antropologi arricchiscono il volume. Bellissime le foto dello stesso Paul Scheuermeier che parlano da sole e raccontano un mondo che non c’è più e che forse è stato troppo presto dimenticato. (Nic Perle)
«Il Gazzettino illustrato»
01-05-2011
Il Veneto dei contadini (1921-1932) di Paul Scheuermeier, volume di grande valore storico, linguistico e fotografico, edito da Angelo Colla Editore su commissione della Regione del Veneto e sotto la responsabilità scientifica della Fondazione Cini, è l'ultimo titolo pubblicato nella «Collana di Studi e Ricerche sulle Culture Popolari Venete». La pubblicazione è frutto delle indagini linguistiche portate avanti sistematicamente, in tutto il territorio regionale dallo storico zurighese Paul Scheuermeier (1888-1973), tra i contadini veneti nel biennio 1921-1922. L'autore, grande linguista di formazione e nel contempo attentissimo fotografo, ha corredato le sue ricerche, destinate inizialmente all'Atlante linguistico ed etnografico dell'Italia, con un'esaustiva documentazione fotografica dei soggetti intervistati e con le immagini degli strumenti dei lavoro agricolo, appositamente realizzate da un disegnatore. II libro, per la prima volta tradotto dal tedesco in italiano, costituisce un apporto fondamentale alla conoscenza e alla comprensione del mondo – altrimenti destinato all'oblio – dei contadini veneti, colto a ridosso della prima guerra mondiale. Particolare attenzione etnografica è dedicata inoltre alla città di Mirano con un supplemento di inchiesta condotta negli anni 1930-1932. A valorizzare questo affresco di storia veneta concorre l'aggiunta di alcuni saggi – sul dialetto e sulla cultura materiale – di specialisti quali Glauco Sanga, Daniela Perco, Danilo Gasparini, Alberto Zamboni. Maria Teresa Vigolo, Carla Gentili.
«Il Gazzettino»
07-04-2011
La Collana di studi e di ricerche sulle culture popolari venete si è arricchita di un nuovo prezioso volume, Il Veneto dei contadini 1921-1932 a cura di Daniela Perco, Glauco Sanga e Maria Teresa Vigolo, con traduzioni di Carla Gentili. Nelle fotografie dello stesso autore, il giovane linguista svizzero Paul Scheuermeier (1888-1973), si vedono, tra l’altro, due donne, una intenta a ricamare «far i merli», l’altra porta un «basujo» e due «sécé», un informatore (la persona a cui l’autore si rivolgeva per parlare con i contadini) con gli utensili da cantina, «la piria» o imbuto, il «boajé» boccale, contadini davanti al «casotò». Datata 1/12/1921: l’autore in divisa da lavoro con macchina fotografica e cartellina. Nale 1930-32 si svolge l’approfondimento etnografico di Mirano: una carrozzina per bambini fatta in casa con la cassetta di legno, nella cucina il «seciàrò», il pollaio «el punàro».
È eccezionale la raccolta di testimonianze del Veneto nel primo dopoguerra prodotta da Scheuermeier, importante il suo diario (un salto a Venezia nel momento libero in cui ammira le belle veneziane), le cartoline. Un tempo ormai svanito di contadini e dialetti, di lavoro basato sulla manualità. Il libro è un’occasione storica, socio linguistica, per capire quei tempi, quel tipo di vita, i dialetti con parole o accenti molto diversi in paesi pur vicini. La ricerca era cominciata nell’ambito dell’Atlante Italo Svizzero e a Scheuermeier fu assegnato il compito di scoprire il Veneto, documentarlo, fotografarlo, sotto la guida dei maestri Jaberg e Jud. Lo fece con grande perizia, «un eroe della ricerca» come è stato definito; attentissimo osservatore, «annotò con gustosa ironia», tracciò con grande umanità i profili degli informatori. La pubblicazione, sostenuta dalla Regione Veneto e dalla Fondazione Cini, è ritenuta unanimemente illuminante. (Maria Teresa Secondi)
«Il Gazzettino»
05-04-2011
Nell’era in cui i dialetti diventano strumenti di un’epopea che spesso assomiglia a una crociata basterà fermarsi a leggere Il Veneto dei contadini 1921-1932 per garantirsi un equilibrio socio-linguistico (e quindi inesorabilmente anche politico) che a molti, a Nordest, sembra evaso, come il senno di Astolfo. L’opera è il lavoro di un etno-linguista, lo svizzero Paul Scheuermeier ed è una di quelle opere indispensabili per capire il mondo dei contadini veneti a ridosso della Prima guerra mondiale. La ricerca di Paul Scheuermeier (1888-1973) comincia nell’ambito di quell’enorme lavoro che è l’AIS (Atlante Italo-Svizzero), attuale ancor’oggi, fatto di centinaia di tavole dove vengono collocati i termini dialettali dell’Italia e del Canton Ticino. Al giovane linguista – che in Italia troverà moglie – è affidato il compito di muoversi a Nordest. Lo fa, come tradizione, in modo sistematico, portandosi anche una macchina fotografica con la quale documenterà (strumento obbligatorio assieme ai disegni) gli oggetti di cui trascrive, non senza difficoltà, i termini con i quali vengono indicati. E basterà vedere le foto, una collezione da meritare una mostra permanente, per scoprire quanto distante sia quel Veneto da quello di oggi. Abisso vertiginoso perché quasi tutti gli oggetti descritti sono finiti nei musei etnografici. Ma anche struggente dispersione etnica: qui oggi lo zurighese Scheuermeier – collega di Jaberg, Jud e Rohlfs – si sentirebbe smarrito e confuso. A lui grande linguista e attentissimo fotografo, potrebbero venire in soccorso solo i saggi – pubblicati assieme ai suoi appunti e foto – di Glauco Sanga, Daniela Perco, Danilo Gasparini, John Trumper, Alberto Zamboni, Maria Teresa Vigolo e Carla Gentili. Scritti che spiegano in certo modo anche l’attualità di quegli incontri e i tormenti dello studioso che riflette da Romano, centro alle pendici del Grappa: «Scrivo in una stalla tra 9 bestie principali che mi lanciano contro "boasse" e innumerevoli nipoti tra i 4 e 8 anni, che si avvicendano continuamente, rampolli dei 16 figli del 76enne informatore. Un contadino intelligente, sveglio, carattere tenace di montanaro. Solo che l’insegnamento del Parroco ha lasciato tracce visibili sul linguaggio del vecchio sacrestano. Devo dire: purtroppo? Sempre lo stesso dilemma: cos’è peggio. Un semi selvaggio che non mi capisce e che fà di tutto un miscuglio? Oppure uno che capisce, anche le frasi, e per questo falsa la pronuncia genuina? Entrambe mandano spesso in bestia il mungitore». Un mungitore che si lamentava perché ovunque i dialetti risentivano della lingua veneziana. Come adesso. C’è tutto in questo passaggio: la coscienza dei mutamenti costantemente in corso, la struttura sociale, il disagio del vivere di una comunità, la povertà e l’orgoglio. E per questo bisognerebbe leggerli tutti nelle scuole questi appunti, a voce alta, compreso l’esemplare l’approfondimento su Mirano dal 1930 al 1932. Tra i nati dell’epoca molti sono ancora in vita. Ma la loro memoria – da tempo – è stata offuscata. Se figli e nipoti non la sanno più leggere questo è uno strumento di rianimazione. E di cultura, purissima. (Adriano Favaro)
«Corriere del Veneto»
03-04-2011
C'è un atlante che pochi conoscono, e ancor meno consultano: è quello che i linguisti chiamano Atlante Italo-Svizzero (o semplicemente AIS), che in centinaia di grandi tavole dedicate ciascuna a metà della penisola (centro-sud e centro-nord, compreso il Canton Ticino) dà conto del patrimonio dialettale italiano all’altezza degli anni Venti e Trenta del secolo scorso. La mappa d’Italia vi si presenta cosparsa da un reticolo di oltre quattrocento punti numerati coincidenti perlopiù con piccole località, in corrispondenza di ciascuno dei quali ogni carta riporta il nome locale di un oggetto, o l’espressione usata per dire una certa cosa. Ai margini di molte tavole, appositi riquadri sono dedicati alla rappresentazione grafica degli oggetti di cui si rende conto. Si tratta di utensili del mondo rurale odi una vita quotidiana anteriore all’arrivo della civiltà tecnologica. È un monumento preziosissimo non solo alla civiltà linguistica italiana, ma anche a quella materiale di un’Italia contadina ormai sparita. Estinta.
L’opera fu realizzata, tra la prima e la seconda Guerra mondiale, sotto la direzione di due linguisti svizzeri, Karl Jaberg e Jakob Jud, che sguinzagliarono attraverso tutto lo stivale un’efficientissima équipe di rilevatori armati di carta e penna. Un lavoro titanico, che difficilmente – occorre dirlo – sarebbe stato portato a termine da un’analoga équipe sotto la guida italiana, e che impegnò una squadra di giovani tra i quali sarebbero emersi alcuni tra i più grandi dialettologi ed etnografi dei decenni successivi. Raccogliendo casa per casa (letteralmente: e si pensi che cosa significasse all’epoca girare da stranieri attraverso le campagne di un’Italia povera, arretrata e devastata dalla Grande Guerra) le informazioni di cui avevano bisogno, i cercatori dell’AIS si cimentarono più che in un lavoro, in un’avventura. Alcuni incontrarono anche l’amore, come capitò allo zurighese Paul Scheuermeier, nato nel 1888, che condusse parte del suo viaggio in Italia (Piemonte, Lombardia, Veneto) assieme a due compagne inseparabili: la sua futura moglie e la sua macchina fotografica, con cui documentò i luoghi in cui lo spedivano i due direttori della ricerca (ai quali succederà nella direzione e nel completamento dell’impresa). Foto, disegni e appunti di Scheuermeier, rimasti archiviati a Berna, vengono finalmente pubblicati negli ultimi anni, la Fondazione Cini, la Regione e l’editore Colla hanno dato alle stampe un volume Il Veneto dei contadini 1921-1932, che raccoglie la parte migliore delle immagini e dei testi relativi alle nostre campagne.
Le foto di Scheuermeier, accompagnate dalla precisa indicazione del luogo e dell’ora in cui furono scattate, regalano a chi le guarda una vera emozione; in chi, poi, conosce i luoghi ritratti l’emozione può trasformarsi in commozione, sia che li si ricordi in una fase anteriore a quella odierna, sia che – come chi scrive – non si conosca quel mondo, quelle persone e quegli oggetti se non attraverso racconti e testimonianze indirette. È difficile spiegare perché sia tanto suggestivo ritrovarsi, grazie a una foto scattata in una stradina di Cencenighe alle tre di pomeriggio del 17 novembre 1921, davanti a una ragazza (età apparente: vent’anni, ma considerato quanto velocemente s’invecchiava allora, saranno stati quindici) che porta sulla spalla il bilanciere – thampedon, nel dialetto del luogo – con dietro il secchio di rame e davanti la sécia di lamiera. Accanto a lei, su una scala di pietra pulitissima (come pulita è la strada di sassi, sulla quale poggiano i suoi zoccoli di pelle chiodati), una zàngola (pégna), un pestello (thamaton), un càndol e un quèrcol di lamiera, un mastello per il latte o per il burro (galéda), un grosso coperchio di legno col suo cadenath, per la chiusura ermetica. Ti par di toccarli: sono cose umili, oggi perdute. Come perduto è il girello, tutto di legno, in cui si muove una bambina con la cuffia in testa, scortata dalla madre e osservata da due fratellini: Mirano, 3 ottobre 1931. E poi Arabba, dove i contadini dormono ancora nelle baracche dopo le distruzioni belliche; Cavarzere, dove si brinda davanti a un fiasco di vino. Cerea, dove due ragazze lavano i panni in un fosso: sono le nove e mezza del 3 aprile 1921. Mia nonna aveva undici anni, e viveva lì vicino. Forse quelle lenzuola sono le sue. (Lorenzo Tomasin)
«Ladomenicadivicenza.it»
19-03-2011
Quando si parla di ‘sottosviluppo’ e di ‘povertà nel mondo’, nel sentimento comune appare l'immagine di qualche villaggio disperso nel cuore dell'Africa o dell'Asia. Al di là di questa rappresentazione iconografica, suggerita anche dai grandi mezzi di massa come televisione e internet, risulta però difficile immaginare una realtà fatta di persone, di relazioni sociali, di quotidianità. La letteratura può fornire un valido aiuto alla comprensione di questi universi multiformi, di cui spesso si tende ad ignorare la complessità: è questo il caso di Otto racconti per il Millennio. Come suggerisce il titolo, l'opera si snoda attraverso otto brevi novelle, nelle quali vengono ripercorsi gli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio, programma varato dall'ONU nel settembre 2000 per favorire lo sviluppo nelle aree più povere del pianeta. Gli otto racconti (originariamente pubblicati in Francia come Huit Nouvelles nel 2008) portano la firma di altrettanti prestigiosi scrittori di fama internazionale.
Il libro si apre con La mano aperta, della scrittrice cubana Zoé Valdés. L'obiettivo di sviluppo n. 1 (Eliminare la povertà estrema e la fame) viene illustrato tramite il viaggio di una reporter-documentarista cubana attraverso le strade di Port-au-Prince, capitale di Haiti. La povertà e la miseria, viste da vicino, assumono un significato nuovo e inatteso: anche nelle condizioni più estreme esiste una dignità che dà la forza di superare la fame e le violenze di ogni giorno. Una situazione, quella di Haiti, destinata drammaticamente a peggiorare di lì a due anni (il racconto fu scritto nel 2008, N.d.R.) con il terremoto abbattutosi sull'isola nel gennaio 2010.
In Scuola chiusa causa genocidio, lo svedese Björn Larsson racconta con crudo realismo le vicende di Mamadou, giovane ragazzo del Ruanda, sopravvissuto allo sterminio della sua famiglia nel genocidio che, tra aprile e luglio 1994, contrappose le etnie hutu e tutsi. Mamadou, assetato di conoscenza, cerca di entrare clandestinamente in Europa: il miraggio di un'istruzione e di una vita ‘normale’ si infrangono però contro un muro di incomprensione e burocrazia. Il finale aperto offre un'amara considerazione sul destino di molte ‘gioventù negate’, private della spensieratezza, della famiglia e di un'adeguata formazione scolastica (punto centrale, quest'ultimo, dell'obiettivo n. 2).
L'uguaglianza tra uomo e donna (obiettivo n. 3) è il tema del terzo racconto, Come foglie morte, opera della bangladese Taslima Nasreen. La quindicenne Anguri vive con la madre nel piccolo villaggio bengalese di Rasulpur. La sua esistenza è irrimediabilmente segnata dalla miseria materiale e umana: nella cultura popolare di quei luoghi, la donna non può avanzare alcun diritto e alcuna aspirazione; l'unica possibilità di riscatto dalla povertà è unicamente legata al matrimonio («Se la fai sposare avrà di che mangiare e di che vestirsi»). Anguri è una ragazzina intelligente e spregiudicata, per questo mal sopporta la serena rassegnazione con cui la madre accetta l'ingiustizia; il duro confronto con la realtà e con gli abusi intellettuali e sessuali degli uomini la fanno però crescere rapidamente, spingendola ad allontanarsi dal suo piccolo villaggio. L'occasione di una rivalsa alla fine arriverà, ma a quale prezzo?
Il quarto racconto, I giorni senza sole di Moussa Konaté, affronta il tema della mortalità infantile. La storia, pur nella sua brevità, narra il disagio e la crescente frustrazione di Badji, nobile decaduto che non riesce a procurarsi il denaro necessario per curare il figlioletto malato Sibiri. Un'alternanza di orgoglio, disperazione e rabbia accompagna l'uomo nella strada verso casa: la vista del piccolo Sibiri lo farà ritornare alla consueta e sconsolata rassegnazione, nella quale «è inutile farsi domande alle quali non c'è risposta».
Hafia, protagonista della quinta novella (opera della scrittrice libanese Vénus Khoury-Ghata), è una ragazza che proviene da un villaggio del Sud del Libano, così povero che perfino le cavallette, alla sua vista, tornavano indietro. Hafia ha 16 anni e lavora come collaboratrice domestica a casa di una benestante signora di Beirut; tra loro s'instaura un buon rapporto, anche se la ragazza mantiene un atteggiamento misterioso e taciturno. Un'improvvisa gravidanza di Hafia fa precipitare la situazione: la madre della ragazza si presenta al cospetto della ‘padrona’, accusandola di avere corrotto la purezza della figlia, mentre i suoi fratelli sono disposti ad ucciderla pur di mantenere l'onore della famiglia. Un grave episodio di febbre puerperale fa riavvicinare la giovane ragazza alla sua padrona, che accetta di prendersi cura di lei: la donna scoprirà così il terribile segreto di Hafia che, sentendo in lei il peso della colpa, decide di abbandonarsi al suo destino. La tematica del quinto obiettivo (Migliorare la salute materna), si intreccia con l'uguaglianza tra uomo e donna (punto 3).
L'elaborazione di un lutto è il punto di partenza per una presa di coscienza sulla malattia ne Le zanne del lupo, di Philippe Besson. La perdita di una persona cara porta il protagonista ad abbandonare i suoi legami col passato cercando un rifugio lontano: la malattia e la sofferenza tuttavia sono mali universali, e il raggiungimento di questa consapevolezza lo porterà a vivere la condivisione del dolore sotto una nuova luce. Anche in questo caso, il punto 6 del programma (Combattere l'AIDS, la malaria e altre malattie) si ricongiunge alle tematiche dei racconti precedenti (in particolare a I giorni senza sole).
Un'insolita vena di umorismo macabro percorre il racconto di Simonetta Greggio, Tutti i cani tristi. L'ambientazione francese, a cavallo tra Parigi e la Costa Azzurra, e la caratterizzazione dei due protagonisti, Paul e Julie, si discostano notevolmente dalle altre novelle: qui si parla di due personaggi ‘vincenti’, apparentemente invulnerabili dai fantasmi del degrado e della miseria. La bizzarra sventura che vede Paul confrontarsi con i suoi cari defunti cela tuttavia, dietro il senso del grottesco, una inquietante riflessione sul rapporto tra uomo e ambiente: anche la terra può non volere più i suoi figli.
L'ottavo e ultimo racconto costituisce una summa di tutti gli argomenti trattati nei capitoli precedenti. L'autore, Alain Mabanckou, gioca con l'autoreferenzialità della narrazione (l'azione si svolge durante una conferenza dove si discute degli Otto punti del programma ONU) per riportare la discussione in una scala più ampia, dal respiro internazionale. «Cosa possono fare i Paesi dell'Occidente per aiutare le popolazioni in crisi?»: questa è la domanda attorno alla quale s'impernia il dibattito. Non mancano le voci critiche: c'è infatti chi accusa la corruzione e la vulnerabilità dei potenti come cause ineluttabili dell'immobilismo economico nei paesi sottosviluppati. La conclusione lascia però al lettore uno sguardo fiducioso sul futuro: un mondo in rapida evoluzione rende ancora possibile la speranza di un nuovo sviluppo economico e umano.
La pubblicazione termina con un breve profilo biografico degli autori e con l'enunciazione per esteso degli Otto punti programmatici che costituiscono il filo conduttore dell'opera. La traduzione, a cura di Monica Capuani, restituisce a pieno la scorrevolezza narrativa dei racconti, nei quali la forma non cede alla tentazione dei virtuosismi letterari, ma conserva un solido realismo a tratti sconvolgente (in particolare nelle descrizioni delle scene di violenza).
Si tratta di un libro, in buona sostanza, che si offre alla lettura al riparo da eccessi retorici, portando il lettore ad uscire dalla sua distratta indifferenza e a non considerare più i luoghi della miseria umana come anonimi villaggi dispersi nel cuore dell'Africa o dell'Asia. (Tommaso Marcato)
«Corriere della Sera»
17-09-2011
Tutto comincia nel gennaio del 1944, quando Adolfo Kaminsky attraversa Parigi con documenti falsi e cinquanta carte d'identità vergini, più penna, inchiostro, timbri e cucitrice nascosti nella borsa sotto un panino. Ai controlli nessuno se ne accorge. Nato in Argentina nel 1925 da ebrei russi e vissuto in Francia dall'età di 5 anni, Kaminsky, che oggi ha 86 anni e una lunga barba bianca, è stato il più geniale, e finora sconosciuto, falsario di documenti del Novecento. Un talento, e un mestiere, messi al servizio di tutte le cause di libertà fuori e dentro l'Europa. «È stata una vita nascosta, parallela, di cui nessuno, neppure la mia famiglia, sapeva niente. Parlarne, dopo, era troppo doloroso, significava aprire vecchie ferite, storie drammatiche che volevo dimenticare», dice con voce flebile seduto al tavolino di un bar mentre beve una spremuta con la figlia Sarah.
È stata lei, attrice e sceneggiatrice nata in Algeria nel 1979, quando l'attività del padre era finita da qualche anno, a costringerlo a raccontare. «Quando è nato mio figlio ho capito che avevo bisogno che quella storia, di cui io stessa avevo solo pochi indizi, diventasse nota. Dovevo costringerlo a farlo, prima che fosse troppo tardi». Così la doppia vita del falsario del bene è diventato un libro, scritto proprio da Sarah, Adolfo Kaminsky. Una vita da falsario. Sarah viene a sapere che suo padre, un uomo che ha soltanto la licenza elementare, impara l'arte della contraffazione in un negozio di tinture. Per mantenersi fa il fotografo in Francia mentre in Algeria, dove ha conosciuto sua madre, diventa maestro di strada e si occupa del reinserimento di giovani detenuti.
«Per due anni l'ho braccato – dice Sarah – scalfendo la sua naturale ritrosia, ho rintracciato i vecchi compagni ancora vivi della rete clandestina per cui lavorava, sono andata in America per incontrare anche il suo grande amore, Sarah Elizabeth, che lui avrebbe dovuto raggiungere e che non ha mai saputo perché non lo avesse fatto». Così Sarah viene a sapere che, a 18 anni, nel '43, suo padre entra nella Resistenza francese e inizia a falsificare i documenti di migliaia di ebrei («ne fabbricavo trenta all'ora», racconta), nel '47 aiuta l'emigrazione clandestina in Israele, ma anche quando tutti i suoi amici partono lui si rifiuta di raggiungerli («Avevo immaginato un Paese solidale, collettivista e soprattutto laico, e non sopportavo che il nuovo Stato scegliesse di fondarsi sulla religione e l'individualismo»), nel '57 costruisce identità fittizie per i militanti della guerra di liberazione algerina. E poi, via via, documenti falsi per gli oppositori di Franco in Spagna, di Salazar in Portogallo, dei colonnelli in Grecia, tanto che nel '67 garantiva identità false a combattenti di quindici Paesi diversi. Perché nel '44 aveva imparato una lezione: «Che la libertà può essere ottenuta anche con la determinazione e il coraggio di un pugno di uomini». (Cristina Taglietti)
«Bresciaoggi»
10-08-2011
Una lunga intervista al padre Adolfo, una storia di clandestinità, odi razziali e paura: Sarah Kaminsky, nata nel 1979 a Sidi M'hamed, in Algeria, attrice di professione e autrice di sceneggiature, ha deciso di raccontare l'eroica vita del padre, ora ottantaseienne, in Adolfo Kaminsky. Una vita da falsario. Classe 1925, Adolfo nasce a Buenos Aires da genitori ebrei russi. Per tutta la prima metà del Novecento la storia della sua famiglia, simile a quella di molte altre, è segnata da continui spostamenti alla ricerca di migliori condizioni di vita. Nel 1932, già in clima antisemita, si trasferisce in Francia e nel 1943, dopo l'uccisione della madre per mano dei nazisti, viene internato con la famiglia nel campo di concentramento di Drancy, alle porte di Parigi, dal quale riesce fortunosamente ad uscire. Le continue migrazioni e le estenuanti difficoltà incontrate nei trasferimenti insegnano al piccolo Adolfo quanto sia importante possedere i documenti giusti. Interrotti gli studi, risponde a un'offerta di lavoro per apprendista tintore a Vire, in Normandia, al servizio del Signor Boussemard, un ingegnere chimico ex sottufficiale dell'esercito francese smobilitato per ragioni di salute e, tra tessuti da smacchiare e stoffe da ritingere, scopre la sua inclinazione per la chimica. Da lì a poco troverà occupazione in una farmacia, dove affinerà le proprie conoscenze scientifiche, necessarie per il suo futuro percorso «professionale».
A 17 anni Adolfo Kaminsky diventa il maggior esperto in documenti falsi della Resistenza a Parigi. Grazie a lui migliaia di ebrei riusciranno a sfuggire alle retate e centinaia di partigiani potranno continuare la loro attività nella guerra di liberazione. «Restare sveglio. Il più a lungo possibile. Lottare contro il sonno», ripete. «Il conto è presto fatto. In un'ora io fabbrico trenta falsi documenti. Se dormo un'ora, muoiono trenta persone...». Il libro è impreziosito da belle fotografie, scattate tra il 1944 e il 1960, in cui lo vediamo autoritratto in pose simpatiche o concentrato al lavoro nei suoi laboratori di rue d'Ecosse, di rue Jacob, di rue des Jeuneurs, tra presse litografiche a manovella e proiettori fotografici. Per trent'anni, unendo la passione per la chimica e l'amore per la giustizia, ha seguito il meticoloso lavoro di falsario in favore di numerose cause, anche in apparenza contraddittorie, quali l'emigrazione clandestina verso Israele dei superstiti dei campi di concentramento dal 1946 al '48, il sostegno al Fln nella Guerra d'indipendenza algerina sul finire degli anni '50, le lotte rivoluzionarie nell'America del Sud, l'opposizione alle dittature di Franco, di Salazar e dei Colonnelli greci e, infine, le guerre di decolonizzazione in Africa durante gli anni '60, sempre rifiutando di essere pagato e finanziando le proprie attività lavorando come fotografo. Nel 1971 Adolfo Kaminsky cessò la propria attività clandestina al servizio dei giusti e decise di regalarsi una nuova vita; si trasferì in Algeria e dopo qualche anno nacque la figlia Sarah. (Flavia Marani)
«Il Piccolo»
07-02-2011
Si può attraversare la Storia da protagonisti. Sempre al servizio di nobili cause. Ma in un ruolo che non viene decisamente apprezzato da tutti: quello del falsario. E la storia toccata a Adolfo Kaminsky, che ha vissuto in prima persona la fuga degli ebrei dai territori francesi occupati dai nazisti, l'emigrazione clandestina dei superstiti dei campi di concentramento verso Israele, il sostegno al Fln della Guerra d'indipendenza algerina, le lotte rivoluzionarie nell'America Latina. E ancora: l'opposizione alle dittature di Franco, Salazar, dei Colonnelli greci. E le guerre di decolonizzazione in Africa.
Una vita del genere non poteva non generare un libro. L'ha scritto la figlia stessa di questo straordinario personaggio, Sarah Kaminsky. Lo pubblica Angelo Colla, che negli ultimi anni sta svolgendo un ottimo lavoro nel recupero di storie poco approfondite, trascurate.
Kaminsky si è sempre mosso fedele alle sue convinzioni umanitarie. Ha lottato per costruire un mondo più giusto e pià libero. Già a diciassette anni è diventato uno dei punti di riferimento per la Resistenza parigina in fatto di falsificazioni di documenti. Per trent'anni, poi, ha svolto il suo lavoro di falsario al servizio di chi veniva perseguitato dai potenti di turno. E nella corsa contro il tempo per salvare vite innocenti, è sempre stato il numero uno.
«Il Giornale di Vicenza»
05-02-2011
«Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario», scriveva Primo Levi. E la storia di Adolfo Kaminsky merita certamente di essere conosciuta per ricordare che tra gli orrori di ogni tempo, esistono anche uomini silenziosi che dedicano la loro vita al servizio di un mondo migliore. Adolfo Kaninsky, oggi ottantacinquenne, argentino di nascita e francese di adozione, ha trascorso la sua vita come falsario, lavorando meticolosamente per trent’anni al servizio della Resistenza in ogni sua forma o lingua. Dagli ebrei agli algerini, dagli spagnoli ai sudafricani, questo coraggioso e silenzioso uomo eroe, ha salvato migliaia di vite, mettendo in disparte la propria e senza mai rinunciare ai propri valori e alla propria libertà. Grazie alla figlia Sarah, ora la sua storia ha preso vita nel libro Adolfo Kaminsky. Una vita da falsario.
Perché, dopo più di sessant’anni di silenzio, ha deciso di raccontare la sua storia nelle parole di sua figlia Sarah?
Perché Sarah mi ha sempre fatto moltissime domande, voleva sapere tutto della mia storia. Fin da piccola ne ha sempre ascoltato frammenti e io le ho sempre detto che le avrei raccontato tutto più tardi. Poi, un giorno, Sarah ha deciso che era arrivato il momento di rispondere alle sue domande e di farne un libro. Era convinta che le persone, e in particolare la sua generazione, dovevano conoscere questa storia poiché è portatrice di speranza in un mondo in cui i valori sono denigrati.
Lei ha spesso ripetuto che la sua vita «è stata una lunga e ininterrotta resistenza»: secondo lei, raccontare la sua storia è un modo per tramandare l’opposizione alle ingiustizie? Per non dimenticare?
Sì, ed è anche un modo per tramandare che niente è impossibile, che non bisogna mai accettare le ingiustizie e i crimini e che qualche volta basta un pugno di uomini e donne coraggiosi e di grandi ideali per cambiare il corso della storia.
Dopo la seconda guerra mondiale lei ha continuato a lungo a fare il falsario perché la storia umana non le ha mai lasciato tregua. Crede che esisterà un momento storico nel quale non ci sarà più bisogno di un falsario?
Mi piacerebbe. Sogno un mondo nel quale non ci sia più bisogno di un falsario. Sogno un mondo di giustizia e umanità, senza razzismo né segregazione.
Come lei ha raccontato, «A Drancy ho scoperto gli ebrei e la loro diversità, li ho amati, mi sono amato attraverso di loro, mi sono sentito ebreo, e questa identità non mi ha più abbandonato». Cosa significa oggi essere ebrei?
Personalmente, io non ho una religione. Sono di origine ebrea e fiero di esserlo, ma prima di tutto sono soprattutto un essere umano, come gli altri. E mi sento sempre dalla parte degli oppressi.
Rimpiange qualcosa della sua vita?
No. Ho avuto la fortuna di poter salvare molte persone, migliaia di persone. Ho avuto i mezzi per farlo e le circostanze mi hanno aiutato, ma non è stato facile. Oggi la storia mi ha dato ragione sulle mie scelte politiche, ma all’epoca dovevo agire di nascosto. Ero fuori legge, sempre clandestino e sempre nell’ombra Non è stata una vita felice. Nonostante questo, se ciò si dovesse rifare, rifarei tutto esattamente nello stesso modo, perché le vite di uomini e donne che ho potuto salvare sono valse questo sacrificio.
«Il Giornale di Brescia»
28-01-2011
È stato definito con molti nomi: partigiano, eroe, genio, agente segreto, falsario, traditore, fuorilegge. «Io sono cresciuta pensando di essere figlia di un maestro di strada che aiutava i giovani delinquenti a reinserirsi, trovando loro un lavoro e insegnando loro a fotografare. Però ascoltando con attenzione i discorsi dei grandi, qualche indizio ho cominciato ad averlo».
A parlare è Sarah Kaminsky, figlia del più geniale falsario del Novecento. Un falsario sui generis. Adolfo Kaminsky ha messo infatti la sua particolare abilità e la sua arte sempre e solo al servizio di cause nobili. Fabbricando documenti falsi ha reso possibile la fuga di migliaia di ebrei dai territori occupati dai nazisti, messo in salvo migliaia di bambini dall’Olocausto e ha permesso l’emigrazione clandestina verso Israele dei superstiti dei campi di concentramento.
E ancora: i suoi documenti hanno salvato la pelle a centinaia di oppositori delle dittature di Franco in Spagna, di Salazar in Portogallo, dei colonnelli in Grecia; hanno evitato la tortura e la morte a molti militanti nelle lotte di liberazione dell’Algeria, o in favore della decolonizzazione dell’Africa e contro l’apartheid.
Un falsario, dunque, per amore della libertà e della giustizia. Un passato che ha sempre custodito nel silenzio. «Mi ci sono voluti due anni di ricerche e una ventina d’interviste per riuscire a fare conoscenza con Adolfo Kaminsky, io che lo conoscevo solo come "papà". A volte ho dovuto servirmi dello sguardo degli altri su di lui per capire le sue scelte, la sua vita da falsario, la clandestinità, il suo impegno politico, il suo non comprendere la società e gli odi che la abitano, la sua volontà di costruire un mondo di giustizia e libertà». Da questa ricerca è nata la volontà di Sarah di mettere alle corde il padre, perché condividesse con lei un passato di cui non aveva mai voluto parlare.
Incalzato dalle insistenti domande della figlia, alla fine l’uomo ha parlato ed è stata portata a galla una vita rocambolesca, raccontata poi in Adolfo Kaminsky. Una vita da falsario una biografia che ha il ritmo e il pathos di un avvincente romanzo.
Poco più che bambino, Adolfo iniziò ad appassionarsi alla tipografia, poi lavorò come tintore, scoprendo così la sua inclinazione per la chimica. Nel 1944 usò per la prima volta le sue conoscenze di formule e solventi per un altro scopo che non fosse quello di tingere o smacchiare tessuti. Quando i nazisti occuparono la Francia, Adolfo aveva diciotto anni, ma ne dichiarava uno in meno, per sottrarsi al lavoro obbligatorio. Insieme con i fratelli e il padre, era stato rinchiuso a Drancy e, purché di origine ebrea, era riuscito ad evitare la deportazione sui treni per Auschwitz grazie alla nazionalità argentina.
Dopo Drancy, Adolfo entrò in clandestinità, unendosi ai gruppi della Resistenza, dove la sua abilità come chimico e tipografo venne utilizzata per la falsificazione di documenti. La sua attività, tuttavia, non si esaurì con la Seconda Guerra Mondiale, ma proseguì fino agli anni Settanta.
In trent’anni di vita da ricercato dalle polizie di mezzo mondo, a prezzo di grandi sacrifici, correndo rischi per la sua incolumità, ha falsificato con straordinaria precisione un numero incredibile di passaporti, carte d’identità, permessi di soggiorno e di lavoro. Senza mai voler essere pagato.
«A modo mio – ha confidato Kaminsky alla figlia – e con le uniche armi di cui disponevo, per quasi trent’anni ho combattuto una realtà troppo dolorosa perché si potesse subirla o stare lì a guardarla senza fare nulla, nella convinzione di avere il potere di modificare il corso delle cose, che un mondo migliore restava ancora da inventare, e che potevo dare il mio contributo. Un mondo in cui nessuno avesse bisogno di un falsario». (Laura Ogna)
«Wuz.it»
24-01-2011
Aveva iniziato a lavorare come tintore, scoprendo così la sua inclinazione per la chimica. Nel 1944 aveva usato per la prima volta le sue conoscenze di formule e solventi per un altro scopo che non fosse quello di tingere o smacchiare tessuti. Avrebbe fatto il falsario per trent’anni, unendo le sue due passioni – per la chimica e per la libertà di esistere. Perché Adolfo Kaminsky era specializzato nel fabbricare, copiare, alterare documenti di identità. Se un’occupazione, per essere considerata un lavoro, deve essere retribuita, allora fare il falsario non era il lavoro di Kaminsky: non volle mai essere pagato, anzi, quando gli fu detto che poteva chiedere qualunque cifra per dei documenti che gli venivano richiesti, non solo Kaminsky non accettò la commissione, ma poco dopo pose anche termine alla sua attività. Adolfo Kaminsky aveva delle regole etiche ben chiare e non si prestò mai a fare qualcosa che potesse aiutare dei criminali, andando contro la sua coscienza.
Una vita da falsario è la storia della vita di quest’uomo coraggioso, raccontata da lui e messa su carta dalla figlia Sarah. Perché Sarah, la figlia avuta da un Kaminsky non più giovane, non sapeva nulla del passato paterno. Nata in Algeria dalla moglie algerina di Kaminsky, Sarah incominciò a raccogliere alcuni indizi quando la famiglia rientrò in Francia – c’era una lettera, ad esempio, in cui lo scrivente ringraziava suo padre per il lavoro di spionaggio svolto nel 1945…
Nel 1944, quando i nazisti occupavano la Francia, Adolfo aveva diciotto anni, ma ne dichiarava uno in meno per sottrarsi al lavoro obbligatorio. Insieme ai fratelli e al padre era stato rinchiuso a Drancy ed erano riusciti ad evitare la deportazione sui treni per Auschwitz grazie alla nazionalità argentina. Dopo Drancy, però, la famiglia si era smembrata e Adolfo era entrato in clandestinità unendosi alla Resistenza. Una volta risaputa la sua abilità come chimico, il passo a diventare falsario era breve.
Quante vite aveva salvato Adolfo? Quanti bambini sarebbero potuti finire nelle camere a gas per una sola svista di Adolfo?
Quello che è stupefacente nella carriera di falsario di Adolfo Kaminsky è la coerenza che la regola. Perché, alla fine della guerra, Kaminsky mise la sua abilità a servizio di tutte le cause ‘giuste’, in difesa degli oppressi, di quanti lottavano per la libertà o anche per la semplice sopravvivenza. Era logico, dunque, che sostenesse l’immigrazione clandestina in Palestina degli ebrei in fuga dall’Europa che li aveva sterminati e, più tardi, vedesse nel movimento del Fronte di Liberazione Nazionale algerino il corrispettivo della resistenza francese al nazismo. Logico che aiutasse coloro che si ribellavano alle dittature – in America Latina, in Spagna, in Portogallo, in Grecia. O quelli che volevano sganciarsi dai regimi coloniali. A prezzo di sacrifici, della sua vita famigliare, correndo rischi per la sua incolumità. Finchè – erano gli anni ’70, della banda Baader Meinhof, delle Brigate Rosse, i cui metodi di guerriglia urbana Kaminsky non approvava – accadde qualcosa che gli fece capire che era ‘bruciato’, che doveva ritirarsi.
La figura del falsario è, nell’immaginario, un personaggio negativo o, se vogliamo, è qualcuno che possiamo ammirare per le sue capacità imitative. Ben diverso è Adolfo Kaminsky, il falsario eroe che potrebbe avere un albero tra i giusti sul Monte della Rimembranza in Israele.
«Il Venerdì di Repubblica»
21-01-2011
Ancora oggi, se il telefono fa un paio di squilli a vuoto, non c’è verso di spiegare ad Adolfo Kaminsky che può essere un errore: lui entra in uno stato d’ansia, perché un tempo quello era il segnale con cui i suoi compagni di clandestinità avvisavano del pericolo, chiedendo aiuto. E la prima volta che lui incontrò un editore, un paio di anni fa, si guardò bene dall’entrare all’ora stabilita nel bar dell’appuntamento: anzitutto scrutò l’uomo da lontano, per assicurarsi che non avesse nulla di sospetto, poi fece tre volte il giro dell’isolato, per controllare che non ci fossero complici, e solo allora si fece avanti. Oggi Kaminsky spiega: «La vita clandestina porta con sé conseguenze indelebili. Quando si è imparato a vivere con lo stomaco stretto dalla paura, si sono rischiate la vita e la libertà, si sono vissute avventure pericolose fino ad averne le vertigini, il reinserimento è una prova dolorosa».
Adolfo Kaminsky, figlio di ebrei russi esuli in Argentina e in Francia, è stato il più straordinario e geniale falsario del XX secolo. Ricercato dalle polizie di mezzo mondo. Benché abbia sempre lavorato in nome della giustizia e della libertà: aveva 18 anni nel '43, quando entrò nella Resistenza francese e falsificò i documenti di migliaia di ebrei, salvandoli dall’Olocausto; 22 anni nel '47 quando aiutò l’emigrazione clandestina in Israele, fornendo a tanti superstiti dei campi di sterminio passaporti contraffattì; 32 nel '57, quando prese a costruire identità fittizie per i militanti della guerra di liberazione algerina. E così via nel tempo: documenti falsi di ogni tipo per salvare gli oppositori di Franco in Spagna, di Salazar in Portogallo, dei colonnelli in Grecia. Ma anche i nazionalisti africani contro i regimi coloniali e i rivoluzionari latinoamericani contro le dittature militari. «Nel '67 garantivo false identità ai combattenti di quindici Paesi diversi».
Mantenendo sempre il segreto con tutti, anche con la sua famiglia. Fino agli 84 anni, nel 2009, quando sua figlia, insospettita da alcune mezze parole, non ha incominciato a tempestarlo di domande. «Nel 1967 garantivo Munenti falsi ai combattenti di quindici Paesi diversi» Ne è nato un libro che il 277 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, esce in Italia: Adolfo Kaminsky. Una vita da falsario, di Sarah Kaminsky. Storia di un eroe mosso da una convinzione di fondo: «Qualora il governo di un Paese diventi illegale e assassino», parole sue, «a garantire la legalità devono impegnarsi i singoli cittadini». Ciò che lui ha fatto tutta la vita. Rigorosamente gratis: «Per assicurarmi l’indipendenza. Per poter dire di no a qualsiasi richiesta contraria alla mia etica democratica e pacifista». Solo nei casi in cui la clandestinità gli ha impedito di mantenersi come fotografo, suo mestiere ufficiale, Kaminsky ha accettato vitto e alloggio dai committenti. Ora le trattative sono in corso perché la vita di questo fuorilegge galantuomo diventi un film. Quale attore immagina nei suoi panni? «Il più anonimo che ci sia: vivere in incognito impone di diventare insignificanti. Ho sempre cercato di essere invisibile».
Tutt’oggi Adolfo Kaminsky è schivo e restio a parlare di sé. Anche se nel '71 mollò tutto: andò a fare il fotografo in Algeria, dove sposò la mamma di Sarah ed ebbe tre figli. Per tornare a Parigi, dieci anni dopo, fuggendo dall’onda dell’integralismo islamico, a fare il maestro di strada, aiutare i giovani delinquenti a reinserirsi nel lavoro. «L’ho sempre conosciuto in quella veste» racconta la figlia. «Finché, a cena con alcuni suoi vecchi amici, è saltato fuori che aveva partecipato a delle guerre. Come militare? Lui rispondeva in modo evasivo. E neanche mamma sapeva granché. Ci sono voluti due anni di ricerche e molte persone intervistate per fare saltare fuori la verità. E convincerlo a raccontare».
A partire dalla sua infanzia errabonda di figlio di esuli ebrei: da Buenos Aires (dove Adolfo è nato nel 1925) alla Turchia alla Francia. Prima a Parigi poi, con l’imposizione delle leggi razziali, in Normandia, dove a proteggerli è l’ottima reputazione di uno zio: «In quel peregrinare fin da bambino ho capito l’importanza dei "documenti", pezzi di carta indispensabili per muoversi liberamente». Adolfo prende la licenza elementare («unico diploma conseguito in vita mia») e a scuola si appassiona del giornale studentesco, imparando i rudimenti dell’arte tipografica. Quindi è apprendista tintore: mestiere duro, sempre lì a sciacquare gli abiti nel fiume gelido d’inverno. Ma ad affascinarlo è la chimica, la decolorazione degli inchiostri; e la sera fa di nascosto i suoi esperimenti. È lì che Adolfo scopre che perfino l’inchiostro più indelebile può essere cancellato.
«La mia formazione di falsario risale a quel periodo, fra i 13 e i 17 anni» ride. «E un bel giorno un amico mi chiede se sono disposto a fabbricare prodotti pericolosi. Perché no? Faccio sostanze per corrodere le linee telefoniche o arrugginire i binari o piccoli detonatori... È il mio debutto nella Resistenza». Ma nel '43 viene rinchiuso con la famiglia a Drancy, città circondata dal filo spinato dove si selezionano gli ebrei da deportare nei campi d’Europa. I Kaminsky si salvano grazie al loro passaporto argentino: Buenos Aires si è dichiarata neutrale.
E si ritrovano a Parigi senza un soldo in tasca. In cerca di documenti falsi (privi di quel timbro rosso che li inchioda come ebrei). Chi glieli fornisce scopre che Adolfo ne sa molto più di lui in fatto di inchiostri e stampa: può essere prezioso per la Resistenza. A 18 anni inizia la sua lunga carriera di falsario. «Ho subito rivoluzionato il loro metodo di lavoro», racconta oggi. «Anziché falsificare documenti esistenti, ne fabbricavo di nuovi, ingegnandomi per mettere a punto macchinari e tecniche sempre più valide». Ad aiutarlo, quattro ragazzini come lui. «Diventò il laboratorio più efficiente di Francia: produceva anche cinquecento documenti a settimana. Tutta la zona nord, fino al Belgio e ai Paesi Bassi, ne era inondata. Passavo molte notti sveglio, lottando contro il sonno. Svenivo spesso e gli occhi mi lacrimavano. La mia era un’ossessione: in un’ora fabbricavo trenta documenti vergini; se dormivo un’ora morivano trenta persone».
Dopo la liberazione di Parigi, Kaminsky lavora per i Servizi dell’esercito francese, fornendo documenti agli agenti paracadutati dietro le linee nemiche: «Non avevo mai falsificato passaporti tedeschi. E, per dare a qualcuno una nuova identità, ci vogliono anche falsi permessi di lavoro, ricevute d’affitto, scontrini di negozi, biglietti d’autobus... Ho dovuto fare molti esperimenti». Alla fine della guerra, i Servizi tentano di usare il suo tocco magico in vista di una riconquista, con la forza, della perduta Indocina. Ma Kaminsky si dimette: «Sono sempre stato contrario alle guerre coloniali». Accetta invece di lavorare per la rete che aiuta gli ebrei sopravvissuti allo sterminio a immigrare clandestinamente in Palestina (l’Inghilterra, che ha il mandato sulla regione, limita l’accesso ai profughi). Ma quando nasce lo Stato d’Israele, nel '48, e tutti i suoi amici partono, Kaminsky si rifiuta di raggiungerli: «Ero l’unico a essere ateo e non sopportavo l’idea di uno Paese fondato sulla religione».
«A 22 anni mi ritrovai solo, senza un reddito fisso, un curriculum ufficiale. Accettavo lavoretti, come fotografo o tintore, ma era difficile reinserirsi nella vita normale. Troppi fantasmi». Nel '57, l’incontro: «Potresti ancora fabbricare documenti falsi?» «Se fosse per una buona causa». La guerra di liberazione algerina lo è, per un anticolonialista come lui. Anche se ebreo. Lavoro duro: nel frattempo i documenti sono cambiati e ormai i più ambiti sono quelli svizzeri, che nessuno riesce a riprodurre. Nessuno tranne lui. E presto vengono a cercarlo gli antifranchisti spagnoli, i democratici greci e portoghesi, gli indipendentisti dell’Angola e della Guinea, le vittime dell’apartheid, i rivoluzionari argentini, brasiliani, salvadoregni, cileni, dominicani... Quando poi, alla fine degli anni Sessanta, incomincia a sentirsi vecchio e stanco, prende a fare scuola, ad addestrare giovani di ogni nazionalità all’arte del falso per scopi nobili.
«Una vita con troppe responsabilità», commenta la figlia Sarah. «Bastava un errore per provocare una morte. E papà non pensava ad altro. Il che ha creato in lui un nucleo di dolore. Una sconfinata malinconia». Il momento più difficile, Kaminsky? «Vivere in corsa contro la morte è sempre duro. Ma la più dolorosa è stata la lotta ai tedeschi. Dopo la guerra, tutti sono diventati partigiani. Durante la guerra, eravamo davvero in pochi». (Antonella Barina)
«Lettera.com»
15-01-2011
Scritta dalla figlia Sarah, la biografia romanzata di Adolfo Kaminsky è un appassionante viaggio attraverso la storia dello scorso secolo.
A diciassette anni Adolfo, da sempre appassionato di chimica, lavora già come esperto di documenti falsi per la Resistenza a Parigi e continuerà per tutta la sua vita la sua attività di falsario a fianco di popoli e organizzazioni che lottano per la libertà. Collabora per l'emigrazione clandestina degli ebrei sopravvissuti al nazismo, per il sostegno del movimenti indipendentisti in Algeria, in Venezuela, in Nicaragua, in Africa, appoggia i movimenti contro la dittatura in Spagna, in Portogallo, in Grecia.
Attraverso gli scritti e i ricordi della figlia e di quanti hanno avuto contatti con lui, viene fuori il ritratto di un personaggio geniale e impavido, di un eroe che a costo di immensi sacrifici salva innumerevoli vite, portando avanti un personalissimo ideale di giustizia.
«L'Opinione»
11-02-2011
Davvero una bella sorpresa questa nuova e ricca, brillante e documentata biografia su Margherita Sarfatti, scritta da Roberto Festorazzi, autore comasco di lungo corso, che si è cimentato coi segreti, più o meno scoperti, del Dopoguerra, dall'oro di Dongo, alle carte di Mussolini, alla terribile vicenda dei fratelli Rosselli, passando per biografie storiche di spessore, quali Starace e Farinacci.
Questa sua ultima può essere ben definita una lunga e importante fatica se è vero che come è vero che la ricostruzione della lunga, intensa parabola della Sarfatti (Venezia 1880-Cavallasca 1961) ha dovuto fare i conti innanzitutto con la damnatio memoriae caduta su una delle protagoniste dela vicenda mussoliniana, autrice della fondamentale opera Dux, con uno scavo minuzioso e appassionato durato dieci anni. E poi con la pigrizia del politically correct di una certa storiografia che stenta a fare i conti con la fine delle ideologie e dei rancori, a cominciare dai loro. Letterata di origini ebree e veneziane, madre della più giovane medaglia d'oro della Prima guerra mondiale, amante e consigliera politica di Mussolini, Margherita Sarfatti mostra tutta la sua dimensione e statura di intelletuale mitteleuropea e di figura femminile intrigante e polimorfa, capace si di garantire al Duce gli appoggi dell'alta finanza sia, soprattutto, di fornire un'immagine rassicurante all'estero e negli ambienti delle élite culturali. La signora del salotto più esclusivo della cultura d'allora, la donna dal fascino intellettuale come poche altre, la scrittrice che offre al mondo l'immagine del Duce, plasmandone il mito come fosse una sua creatura ideale. Lasciata per altre donne, più giovani, più belle ma già in prossimità delle scelte più catastrofiche del regime, a cominciare dalle leggi razziali, la Sarfatti riuscì a sfuggire alla tragedia della guerra rifugiandosi in Argentina dove scrisse, in inglese, il memoriale autobiografico My Fault, che però non diede mai alle stampe, servendosene semmai per articoli vari. Ritrovato dal Festorazzi, quel memoriale appare come decisivo nel restituirci l'esatta figura umana e psicologica del Duce, tolta dal piedestallo della mitologia e delle demonizzazioni assolute e collocata in una dimensione più autentica. Veniamo così a sapere, grazie all'autore e alla sua scoperta, dei vizietti mussoliniani, come la sifilide contratta in gioventù, di un certo uso, sia pur temporaneo, della cocaina, della scenata minacciosa di Mussolini al Re, dopo il discorso del 3 gennaio 1925, pretendendo la firma della messa al bando dei partiti, senza ottenerla. Personaggio di statura gigantesca, come la definisce Festorazzi e, soprattutto, di non facile confronto per via degli stereotipi e delle complessità e delle contraddizioni di una protagonista di un'epoca, con ogni sua foto che rimanda a una donna cangiante, e con caratteristiche tali da renderla a volte innafferrabile.
Di certo contribuì in maniera determinante al culto mussoliniano nella sua accezione classica, intrecciata cioè al mito della romanità che fu certamente da lei instillato nel Duce, essendo una profonda conoscitrice della cività di Roma. Un'altra importante fonte storica di Roberto Festorazzi è il dossier del barone Werner von der Schulemburg, consegnato in lettura e studio dagli eredi. Si tratta di una vera chiccca documentaristica, perchè scandagliando quelle carte l'autore ha trovato le prove del ruolo svolto dalla Sarfatti nella seconda metà del 1933, lavorando dietro le quinte della scena internazionale, per favorire una successione a Hitler. Ma la storia andò in un altro modo.
Un libro da non perdere.
«Il nostro tempo»
30-01-2011
Che Roberto Festorazzi si comporti come un formidabile «cane da tartufi» (mi si passi l’espressione irriverente presa in prestito dal mondo culinario) non lo scopriamo certamente oggi, dopo la dozzina (e più) di volumi da lui pubblicati in tre lustri di instancabile esplorazione di ‘giacimenti’ letterari siti in Italia. Questa volta però ha superato se stesso, toccando un culmine che lo ha portato a sviscerare una delle figure femminili più importanti del Novecento italiano: Margherita Sarfatti, ovvero «La donna che inventò Mussolini».
A costei – un’ebrea eccezionale per intelligenza critica e capacità operativa, tale da essere considerata unica nella sua molteplice realtà di «amante e consigliera politica di Mussolini» – Festorazzi restituisce «tutta la sua dimensione di intellettuale mitteleuropea e di figura femminile intrigante e polimorfa» che riuscì, senza bruciarsi le ali, a passare indenne tra le calamità belliche che costarono l’Olocausto alla sua razza. Festorazzi è pervenuto a questo obiettivo mediante un libro godibilissimo, di avvincente lettura (come del resto sono tutti i suoi precedenti libri), costatogli dieci anni di approfondite ricerche e di intenso lavoro di strutturazione e sistemazione del materiale raccolto.
Essenzialmente le due fonti su cui l’autore ha costruito il suo personaggio. Innanzitutto un memonale autobiografico, retrospettivo e autocritico, che la Sarfatti redasse nel 1943-44, intitolato «My Fault»: una specie di controcanto al suo «Dux» del 1925, la fortunatissima biografia mussoliniana che vendette decine di migliaia di copie in Italia e all’estero, contribuendo a edificare il piedistallo su cui si affermò la popolarità del Duce. «My Fault» appare come un documento decisivo nella misura in cui, fra l’altro, rivela aspetti ed episodi inediti della vita di Mussolini quali il precoce e temporaneo consumo di cocaina e, soprattutto, la sifilide da lui contratta in gioventù, che avrebbe provocato sconvolgimenti psichici con conseguenze irreparabili nel comportamento del futuro dittatore.
E però ancora più importante, e significativo ai fini delle capacità indagatrici dell’autore, risulta l’altra fonte archivistica finora inedita reperita da Festorazzi. Si tratta del "dossier" del barone Werner von der Schulemburg, letto e studiato, in anteprima assoluta, dall’autore per concessione degli eredi. Questo Schulemburg, appartenente ad una famiglia protestante dell’antica nobiltà tedesca, appare come uno stretto collaboratore di Margherita Sarfatti, il quale «si trovò al bivio cruciale della sua vita quando dovette decidere se collaborare con Hitler o voltare le spalle al nazionalismo, consegnandosi a un destino quanto meno incerto». Che poi si rivelerà certissimo per lui e per il ceto cui apparteneva, di una sudditanza alla volontà del dittatore nazista.
Nella parte centrale del libro c’è una disamina dettagliata degli oscuri intrighi che fra il 1930 e il ‘33, nonostante i volenterosi tentativi della Sarfatti e di Schulemburg, portarono Weimar alla catastrofe finale con l’assunzione del potere da parte di Hitler. Contemporaneamente sopravviene il sostanziale fallimento del «Patto a quattro» in cui Mussolini, su suggerimento della Sarfatti, avrebbe dovuto svolgere una funzione mediatrice tale da provocare la sostituzione di Hitler alla guida del Reich. Accanto a tutto ciò Festorazzi costruisce un cammino particolarmente interessante dedicato a tale Giuseppe Renzetti, sconosciuto a tutti, ma in realtà confidente del Duce, e quindi non a torto definito «figura (...) centrale nei rapporti tra Italia e Gerniania durante il Ventennio». Il libro prosegue in questo modo rapsodico e dopo svariate vicende che ruotano attorno a Margherita Sarfatti si conclude con la fine della protagonista il 30 ottobre 1961 nel buen retiro di Cavallasca, alle porte di Como. Ma non è finita la ricerca di Roberto Festorazzi attorno a questa straordinaria figura di donna; ci sono ancora domande che attendono risposta: in particolare dove sono finite le lettere di Mussolini, l’uomo che (sfortunatamente per lui e per l’Italia) volle sottrarsi all’influenza, sostanzialmente positiva, di questa ninfa Egeria del Novecento. Le sorprese sono dunque ancora dietro l’angolo. (Giorgio Gualenzi)
«L'Espresso»
16-12-2010
«Benito, mio amore, mio amante, mio adorato!» L’invocazione porta una data, primo gennaio 1923, e una firma, quella di Margherita Sarfatti. La relazione fra Mussolini e l’intellettuale veneziana, di nascita e cultura ebraica, era cominciata nel 1912, quando il futuro duce assunse la direzione dell’«Avanti!» e la Sarfatti, che del quotidiano era critica d’arte, andò a presentargli le dimissioni di rito: respinte. Per quasi vent’anni, il rapporto fra i due sarebbe proseguito su base paritaria, malgrado il maschilismo di colui che intanto aveva assunto il potere. La mitologia di Margherita trova espressione in un suo libro dei 1925, Dux. A raccontare questa storia, già in parte nota, è Roberto Festorazzi in Margherita Sarfatti, la donna che inventò Mussolini. Che Margherita lo abbia inventato suona eccessivo, ma è indubbio il suo impegno a dirozzare l’amante, destando in lui interessi d’arte. Inalterato rimarrà tuttavia lo scarto di provenienza sociale fra i due: Rachele Mussolini definirà Margherita «una donnaccia», mentre alla Sarfatti l’entourage del dittatore apparirà un’accolta di parvenus. Alla caduta di Margherita agli occhi del duce valsero in parte gli intrighi orditi da Edda Ciano, oltre alla contrarietà della Sarfatti all’impresa etiopica, l’orrore che le susciteranno la guerra di Spagna, l’Asse Roma-Berlino e la campagna antiebraica, che la costrinse all’esilio in Sud America. Resta, un giudizio tagliente della donna: colui «che nel ’45 venne fucilato da patrioti crudeli e indignati era il guscio degenerato del primo Mussolini». Il che sembra un postumo, patetico ‘anti-Dux’. (Nello Ajello)
«L'unione Sarda»
05-12-2010
Un paradosso che è quasi una beffa, ma la donna più importante del fascismo fu un’ebrea. Non era Claretta Petacci che seguì il Duce fin “nell’ora estrema”, ma la veneziana Margherita Sarfatti, nata Grassini (1880-1961), che dopo il matrimonio con l’avvocato Cesare Sarfatti, assunse il cognome del marito e con lo stesso siglò tutte le sue opere. Era al fianco di Mussolini quando il fascismo nasceva e quando si affermava, e fu lei con la sua biografia elogiativa a diffonderne il profilo battagliero e a guidarne molte scelte. Si erano incontrati per caso nel 1912 quando il futuro dittatore era iscritto al partito socialista e lei scriveva per «La difesa delle lavoratrici», una rivista diretta da Anna Kuliscioff. Fra i due scattò una simpatia istintiva e poi l’amore tanto che divennero inseparabili, e dal 1918 fu redattrice de «Il Popolo d’Italia», quotidiano fondato e diretto da Mussolini. Rimasta vedova nel 1924 la Sarfatti scrisse e pubblicò Dux, la biografia di Mussolini al quale si sentiva fortemente legata. Però man mano che il fascismo si consolidava e Mussolini rendeva sempre più solido il suo rapporto con Hitler, la Sarfatti capì che il vento stava cambiando: le leggi razziali erano nell’aria e per lei non restava che l’esilio in Argentina e poi in Uruguay, dove lavorò come giornalista. Negli anni dell’esilio scrisse in inglese la sua autobiografia inedita in Italia, My Fault, in cui «smitizza la figura del dittatore e traccia un profilo veritiero della sua personalità, oltre a rivelare aspetti ed episodi della sua vita finora inediti. Un materiale scomodissimo dove lei dà un giudizio retrospettivo critico sul suo apporto all’instaurazione della dittatura e su Mussolini, evidenziandone i difetti, le debolezze e le vanità». Lo scrittore e giornalista Roberto Festorazzi, studioso della storia del fascismo, ha ritrovato l’autobiografia e in Margherita Sarfatti. La donna che inventò Mussolini, ha ripercorso la vita di una delle donne più influenti del regime.
Chi era veramente la Sarfatti?
«Un’intellettuale polimorfa, curiosa di tutto, interessata anche a promuovere nuovi talenti letterari, da Alberto Moravia a Corrado Alvaro che portò in auge già negli anni Trenta». Quando e come iniziò il suo sodalizio con Mussolini? «Il rapporto con Mussolini nasce da una complementarietà: la Sarfatti è una donna con un’intelligenza orientata al maschile, e la sua volitività,la porta ad assumere una fisionomia caratteriale maschile che diventa complementare a Mussolini. Non fu solo l’amante del Duce, ma la donna che ha forti intuizioni sul suo percorso politico».
Una donna energica, forte, politicamente combattiva, non solo l’amante di Mussolini.
«Amante di Mussolini sì, ma anche donna ebraica che giunse ad un’apertura e ad una comprensione del cattolicesimo, scrittrice nota soprattutto per la biografia Dux, tradotta in 18 lingue, e coordinatrice di un movimento importante come Novecento: una figura in qualche modo inafferrabile e misteriosa anche per me».
Misteriosa in che senso?
«Ho cercato di descriverla, ma resta sempre qualcosa che sfugge di questa donna che in ogni sua fotografia appare una persona diversa. È una donna con molte anime e ha addosso sempre un alone di mistero, che scrive lettere in una specie di codice cifrato».
La sua presenza fu benefica per il fascismo e per il Duce?
«Sì, perché contribuì alla costruzione del mito del Duce come uomo forte del Paese. Fece sì che questa figura carismatica fosse strutturata in modo tale da entrare dopo la prima guerra mondiale nel disegno della costruzione di una nuova Europa con un equilibrio solido. Lei aiuta a strutturare la figura di Mussolini come uomo che lancia ponti verso l’Europa, la Germania pre hitleriana, la Francia, l’Inghilterra e gli stessi Stati Uniti. Era molto positiva sul piano della politica interna, ma soprattutto su quella internazionale. Era una donna mitteleuropea e quindi con ampie entrature negli ambienti ebraici e internazionali di oltre Alpe, e in questo senso la sua influenza era largamente positiva». (Francesco Mannoni)
«Il Giornale»
28-11-2010
Margherita Sarfatti. La donna che inventò Mussolini è il titolo del libro che Roberto Festorazzi ha dedicato all’amante ebrea del Duce: anzi Dux nella biografia celebrativa e ammirativa che proprio la Sarfatti scrisse. In realtà l’ebraismo di Margherita era stato cancellato, quando la sua relazione con l’Insonne era nella fase più intensa, da un’opportuna conversione al cattolicesimo. Tra le conquiste femminili che Mussolini faceva privilegiando la quantità piuttosto che la qualità, quella della Sarfatti ebbe caratteristiche particolari. Fu, anzitutto, un incontro alla pari. La Sarfatti, di ricca famiglia veneziana, spregiudicata, femminista ante litteram, ambiziosa, molto intelligente, ben introdotta negli ambienti della cultura e del giornalismo, non era né una casalinga come donna Rachele, né un’esaltata come la trentina Ida Dalser, né un’innamorata adorante come fu poi Claretta Petacci. Di tre anni maggiore di Mussolini, aveva con il marito, l’avvocato Cesare Sarfatti, un rapporto coniugale molto aperto e disinvolto (appassionato fu un breve amore di lei per Umberto Boccioni). Il suo salotto (a Milano o a Roma o nella Villa del Soldo, vicino a Como, che ebbe fino alla morte come buen retiro) fu sempre frequentato dall’intellighenzia. La sua ideologia giovanile era stata socialista, e infatti aveva conosciuto Mussolini collaborando, come critica d’arte, all’Avanti! da lui diretto. Un lutto tremendo segnò la sua esistenzanel 1917. Morì al fronte – ed ebbe la medaglia d’oro alla memoria – il figlio diciassettenne Roberto, arruolatosi volontario negli alpini. La Sarfatti era – lo attestano le fotografie – d’una bellezza non comune. Aveva capelli ramati e occhi verdi. Si lasciò sedurre dal grande amatore che tuttavia, al loro primo incontro, fece cilecca. E volle anni dopo spiegare le ragioni di quel fallimento alla Petacci dicendo che «il corpo di quell’ebrea ha esercitato su di me un effetto repellente». Era nel frattempo diventato antisemita, e si adeguava alla svolta anche nei ricordi erotici. Festorazzi dedica una lunga digressione all’ipotesi, da lui ritenuta verosimile, che un Mussolini venticinquenne avesse contratto a Oneglia la sifilide e che la malattia avesse determinato una degenerazione caratteriale e fatali errori di valutazione. Al riguardo sono piuttosto scettico. Con il fascismo imperante Margherita Sarfatti fu per qualche anno se non proprio una dittatrice di cultura senz’altro un’autorevole e ascoltata ispiratrice. Nel privato del rapporto con il Duce era d’un romanticismo quasi delirante: «Sono, mi proclamo, mi glorio di essere appassionatamente, interamente, devotamente, perdutamente Tua»... E in un momento di ruggine: «Sono stanca di amarti, stanca che tu faccia del mio amore un tappeto per calpestarlo». Baruffe d’innamorati. La gran dama veneziana sgrezzò l’uomo selvatico e con Dux lo issò su un piedestallo di genialità e di potenza. Nel 1930, dopo diciotto anni – e Margherita ne aveva cinquanta – la passione si era ormai spenta. Annota Festorazzi: «Nel gennaio 1931 Mussolini promise alla moglie che avrebbe troncato la relazione con la Sarfatti e che l’avrebbe allontanata dal Popolo d’Italia. Insieme Benito e Rachele bruciarono nel camino di Villa Torlonia un enorme pacco di lettere di Margherita». Alle cerimonie per il decennale della Marcia su Roma l’ex ninfa Egeria del regime non fu nemmeno invitata. Fu invece emarginata e tenuta d’occhio, mai veramente perseguitata. Avveduta com’era, pensò bene di trasferirsi all’estero quando vennero promulgate le leggi razziali. Prima a Parigi, poi in Sudamerica. Lontana dall’Italia, abbozzò un testo, una sorta di «anti-Dux», che fu in parte pubblicato a puntate a Buenos Aires con il titolo Mussolini como lo conocí (Mussolini come l’ho conosciuto), e che ebbe successivamente altri titoli (Mea culpa, Mon erreur, My fault). Ma restò inedita la parte più autocritica di quelle memorie, una sorta di rettifica delle precedenti esaltazioni. La Sarfatti si chiedeva se fosse stato giusto incoraggiare Mussolini nella sua bramosia di potere. Ma la ex favorita era ormai nella fase d’un tramonto tutto sommato tranquillo. Tornò in Italia. Negli anni Cinquanta trascorse periodi anche lunghi a Roma come cronista, per il Corriere, del «caso Montesi» e del «caso Fenaroli». Alloggiavo all’hotel Ambasciatori in via Veneto. Lì mi capitava d’incontrare un’anziana greve signora che vi risiedeva. Era Margherita Sarfatti. Che tuttavia continuava a trascorrere mesi e mesi nel suo rifugio prediletto, il Soldo. Lì si spense il 10 ottobre 1961. (Mario Cervi)
«La Provincia di Cremona»
23-11-2010
Margherita Grassini, più nota come Sarfatti (1880-1961), dal cognome del marito Cesare, avvocato, non fu «soltanto e semplicemente l’amante del Duce, ma la sua consigliera politica, la donna che i garantiva appoggi nell’alta finanza e che forniva di lui un’immagine rassicurante all’estero e negli ambienti delle élite culturali». Fu lei a ‘dirozzare’ l’agitatore romagnolo nel lungo periodo della loro relazione, iniziata nel 1913 – quando Benito Mussolini, ancora socialista, era da poco direttore de «L’Avanti!», e lei collaboratrice per la critica artistica –, e terminata nel 1931, anche su pressione di Edda, figlia volitiva e prediletta dell’ormai dittatore, che la detestava. A scriverne è il giornalista Roberto Festorazzi, prolifico autore di ricerche e di saggi storici sul periodo fascista, e del quale ricordiamo, tra i vari titoli, la biografia di Farinacci, uscita nel 2005 dopo un lungo silenzio storiografico sul gerarca di Cremona. Festorazzi ha ottenuto dagli eredi il memoriale inedito (se si eccettuano alcuni articoli giornalistici pubblicati dalla scrittrice in Argentina) che la Sarfatti redasse in lingua inglese nel 1943-44, gli anni dell’epilogo politico e umano di Mussolini e intitolato My Fault (Mia Colpa), quasi a ‘redimersi’ del precedente Dux, una sorta di biografia ufficiale con la quale lei stessa «orgogliosa sino al fanatismo e sino alla pazzia» (così in una lettera privata all’amante) aveva celebrato e contribuito a costruire il mito del fondatore del fascismo. Il testo ritrovato costituisce la base del volume Margherita Sarfatti. La donna che inventò Mussolini, al quale un apporto considerevole è peraltro offerto anche dalla carte provenienti dall’archivio di un diplomatico e intellettuale tedesco legatissimo alla Sarfatti, il barone Werner von der Schulenburg, che giocò anche un ruolo nel ritorno di Vladimir Lenin in Russia, propiziato dalla Germania durante la prima guerra mondiale. Von Schulenburg fu tra l’altro direttore, a partire dal 1927, del periodico «Italien», sorto su impulso della Sarfatti, che vi collaborò, e finanziato dal governo italiano nell’intento di avvicinare le culture dei due Paesi. Ebrea (poi convertita al cattolicesimo), ricca, veneziana, la Sarfatti fu uno spirito ribelle fin dall’adolescenza; si avvicinò alle idee socialiste rifiutando il moderatismo del padre Laudadio, politico nella città lagunare e amico del patriarca Giuseppe Sarto, il futuro Pio X. ‘Progressista’ anche in cultura e trasferitasi a Milano, il suo salotto di corso Venezia divenne punto di raccordo delle avanguardie artistiche e letterarie, e in particolare dei pittori futuristi. Perdette il figlio primogenito e diciassettenne Roberto, precocemente volontario, sul fronte orientale della grande guerra. Legatasi a Mussolini, ne seguì il passaggio dal socialismo al fascismo; partecipe dell’adunata di piazza San Sepolcro del 23 marzo 1919, guidò e finanziò anche la marcia su Roma di tre anni dopo. Alla vigilia della quale – e qui soccorre la testimonianza della vedova Schulenburg – Mussolini si era rifugiato «in preda all’angoscia» nel villino della Sarfatti, a Soldo, vicino al confine con la Svizzera. Pronto, in caso di fallimento della ‘rivoluzione’, a ritornare nella Confederazione dove era vissuto in povertà negli anni giovanili e dove, stando alla Sarfatti (smentita dalla famiglia Mussolini), aveva contratto una malattia venerea che, annota Festorazzi, per tutta la vita «stremò il dittatore fino a comprometterne seriamente la tenuta psichica», indebolita anche da un temporaneo consumo di cocaina. Il memoriale dell’intellettuale ebrea, poi costretta a fuggire dall’Italia a seguito delle leggi antisemite del 1938 dopo una visita di commiato alla regina Elena (che le confidò «orrore, sdegno e ribrezzo» per quanto stava accadendo) e che vi ritornerà solo nel 1947, è ricco di spunti storici rivelativi: vi si scopre, ad esempio, che nel gennaio 1925 fu Vittorio Emanuele III ad opporsi energicamente alla pretesa di Mussolini di chiudere le Camere. E ciò in nome della fedeltà allo Statuto albertino, non difeso con altrettanto vigore, nei mesi e negli anni successivi, dal suo progressivo svuotamento a colpi di leggi speciali e ordinarie e della nuova prassi della cosiddetta diarchia. Emerge ancora la personale insofferenza della Sarfatti, espressa in una lettera a Mussolini del 31 gennaio 1923, solo pochi mesi dopo la nomina a presidente del Consiglio, «di fonte ai pigmei di cui vi siete compiaciuto circondarvi». Non meno stimolante, anche grazie allo stile narrativo di Festorazzi, è la lettura di quanto proveniente dall’archivio Schulenburg, a partire dal tentativo condotto in ambienti internazionali per promuovere la sostituzione di Adolf Hitler con Franz von Papen alla cancelleria del Reich. (Gianpiero Goffi)
«L'Eco di Bergamo»
22-11-2010
«Regina senza corona del fascismo». Basterebbe questa definizione, in fondo, per dire molto – ma non abbastanza – di Margherita Sarfatti. Veneziana, nata in una ricca famiglia ebrea (1880-1961), è stata l’amante di Mussolini quando Benito non era ancora il Duce. Donna di rara bellezza e innata eleganza, fu la consigliera più ascoltata del futuro dittatore, fu lei che gli insegnò a stare in società, ne guidò e finanziò la Marcia su Roma. Addirittura, ne accreditò nel mondo la figura di «dittatore buono», scrivendone la biografia ufficiale, «Dux», che fu best seller anche in America, non solo in Italia. Grazie a Roberto Festorazzi, di questa femme fatale adesso è disponibile un ritratto intrigante, utile agli studiosi ma leggibile da tutti. Come un segugio, l’autore ha trovato negli archivi due documenti importantissimi. Il primo è il memoriale autobiografico che Margherita (nata Grassini, sposata con l’avvocato Cesare Sarfatti) scrisse, in inglese, tra il 1943 e il 1944, intitolato «My fault» (Colpa mia), cui una muta di biografi e storici dava invano la caccia da decenni. Pagine che la stessa autrice non aveva voluto dare alle stampe, pagine decisive dal punto di vista storiografico perché ci restituiscono l’esatta figura umana (anche nei tratti psicologici) di Mussolini, tolto dal piedistallo dell’ideologia (contemporanea) e delle demonizzazioni (postume). Il secondo importantissimo, fondamentale documento scovato da Festorazzi è il dossier del diplomatico tedesco barone Werner von der Schulenburg sul complotto contro Hitler, letto e studiato in anteprima assoluta per concessione degli eredi. Proprio in queste carte l’autore ha trovato le prove del ruolo svolto da Margherita Sarfatti nella seconda metà del 1933, dietro le quinte della scena internazionale, per favorire una successione a Hitler alla Cancelleria di Berlino. Figura complessa e affascinante, quasi inafferrabile, Margherita Sarfatti non finisce di stupirci. Coltissima, teneva una rubrica d’arte sull’Avanti!, trampolino di lancio, nel 1922, per il «Gruppo del Novecento», crogiolo dell’ avanguardia artistica milanese. Quando il regime stava per approvare le leggi razziali riparò all’ estero, in Sudamerica, dove visse di giornalismo, per rientrare in Italia nel 1947 e ritirarsi a vita privata nella villa di famiglia a Cavallasca, dove morì a 81 anni. «Forse – ammette Festorazzi – non sapremo mai quanto Benito Mussolini dovette a questa grande donna di cultura, depositaria di forti convinzioni. Ad esempio: quanto del culto della romanità, innalzato dal regime fascista, fu instillato nella personalità del dittatore da questa profonda conoscitrice della civiltà latina?» (M.D.O.)
«Il Tempo»
13-11-2010
Benito Mussolini fondò la sua immagine propagandistica sulla prestanza fisica. La grancassa del regime lo propinò in tutte le salse ai poveri italiani: a torso nudo che miete il grano, con gli occhialoni e la cuffia da aviatore, mentre fa il salto nel fuoco. Insomma il duce «libro e moschetto» era l’immagine stessa del motto mens sana in corpore sano. Ma era solo un’immagine. In realtà Benito Mussolini, giornalista, politico e poi duce degli italiani, era un vizioso, schiavo della cocaina, che divorava amori inutili sostenendo la sua virilità con la droga e che terminava immancabilmente le sue serate con una colossale sbronza. Ma allora come fece a diventare l’uomo più potente d’Italia? Il merito fu, ma è più esatto dire la colpa, di una donna. E che donna! Queste sono alcune delle rivelazioni di una complessa e ampia opera letteraria: Margherita Sarfatti. La donna che inventò Mussolini. Il Duce segreto tra mito e antimito, di Roberto Festorazzi. Festorazzi, storico che ha affrontato più volte il Novecento italiano e la vita di Mussolini, ha voluto dedicare questo libro a quella Margherita Sarfatti, ebrea colta e ricca, veneziana di nascita ma cosmopolita per la mentalità, amante e consigliera del duce, avendone tratto buona parte da un memoriale della donna, intitolato My Fault che si riteneva perso. Ma il vero protagonista del corposo volume è lui, Benito, uomo dalle molte facce, misterioso e incomprensibile, astuto e, al tempo stesso, di una ingenuità e faciloneria che sembrerebbero incompatibili con altri aspetti della sua figura. Come durante «l’affaire Matteotti», quando, il dieci giugno del ’24, una squadraccia prelevò il leader socialista, con l’intenzione, forse, solo di dargli una lezione. Una lezione che però gli costò la vita. Mussolini la prese sottogamba, sottovalutò la portata dell’evento. Ma non lo fece la Sarfatti, la quale si rese subito conto della gravità di quell’aggressione. La donna andò da Mussolini, gli chiese conto del fatto. Lui minimizzava, appariva confuso. Quello fu solo uno dei tanti momenti che precipitarono lui e l’Italia nella tragedia e che, attraverso i ricordi della donna, appaiono più limpidi e circostanziati. Dal memoriale della Sarfatti esce una figura nuova del dittatore Mussolini, in parte incredibile, ma anche, forse, più concreta e coerente. Mussolini fu un uomo furbo, ma non intelligente, di grandissima energia e acutezza per una parte della sua vita. Poi, minato dalla sifilide, malattia per altro all’epoca universalmente diffusa, iniziò a «perdere colpi», fino a ritrovarsi di fatto trascinato dalla corrente degli eventi. Moltissime le notizie su Mussolini fuori dagli schemi abituali riportate nel libro di Festorazzi. Interessantissimo anche il rapporto, perché un rapporto ci fu, tra Benito e la droga. Mussolini non amava l’effetto diretto dello stupefacente. Ma visto che in alcune case di tolleranza se ne faceva uso per «sostenere» i clienti, Mussolini, che dei casini era un infaticabile frequentatore, ben presto ne divenne dipendente. Fu, manco a dirlo, l’amante Sarfatti a salvarlo. Arrivando perfino al punto di strappargli dal portafoglio quella polverina che lo faceva apparire sconvolto. Margherita Sarfatti, che per tutta la vita fu consigliera e anche angelo custode di quell’omone tanto abile quanto ingenuo, arrivò persino a pretendere da lui il giuramento, sulla testa dell’adorata madre, che non avrebbe più fatto uso di coca. Non avendo comunque nulla da obiettare al fatto che le sue giornate politiche si concludessero immancabilmente con una bella bevuta. Per un periodo non indifferente della sua vita Benito infatti si ritirò la sera dopo essersi sollazzato al casino e poi ubriacato, o forse nell’ordine inverso. Non c’è un solo libro nel libro di Festorazzi e non c’è solo il rapporto del duce con Margherita: si svelano molti lati dell’uomo Mussolini e della storia del Novecento. Complessi e furiosi i rapporti con Re Pippetto che, qualche volta, ebbe anche la forza di dirgli di no. Egualmente complessi i rapporti con Ciano, Balbo e Hitler. Un libro, questo, che rende più limpido un periodo torbido della storia dell’Italia. (Antonio Angeli)
«L'Avvenire»
13-11-2010
Se mai ci fu una Penelope del regime fascista, questa è Margherita Sarfatti. Prima infatti ‘costruì’ il mito di Mussolini (di cui all’epoca era amante), con quella biografia ‘romana’ fin nel titolo, Dux (1926); poi nel 1945 disfece la sua stessa tela in un inedito altrettanto significativamente intitolato My fault, ‘Il mio errore’ (o anche ‘Mea culpa’...). Ora proprio questo ritrovato dattiloscritto costituisce il nerbo della ponderosa ricerca del giornalista e scrittore comasco Roberto Festorazzi, ormai navigato indagatore di cose ducesche; Margherita Sarfatti. La donna che inventò Mussolini s’intitola il saggio, che si avvale appunto del prezioso inedito messo a disposizione dagli eredi e che forse avrebbe meritato una pubblicazione integrale in appendice. Non è la vendetta postuma di una donna abbandonata dall’amato: la Sarfatti godeva infatti di statura intellettuale autonoma, di frequentazioni mondane ed esperienze internazionali superiori a quelle di Mussolini e di origini aristocratiche che escludono ogni soggezione all’uomo di potere. Fu semmai lei – negli anni Venti a Milano – a ‘educare’ il futuro Duce, a insegnargli come stare in società, a presentarlo agli ambienti finanziari e culturali, a sostenerlo quando aveva dubbi per la Marcia su Roma, insomma a ‘crearlo’ come uomo di Stato. Un giudizio eccessivo? La personalità dell’intrigante nobildonna veneziana ed ebrea – il padre era tuttavia molto amico del patriarca Sarto, poi Pio X – invece giustifica l’assunto: nata nel 1880, a 14 anni padroneggiava già tre lingue; socialista, a Milano frequentava il salotto di Anna Kuliscioff e Filippo Turati, oltre a curare appena ventenne la critica artistica dell’Avanti!; collezionava opere di Boccioni, Mirò, Chagall, Kokoschka, ospitò a casa sua Ada Negri, Panzini, Medardo Rosso, Pirandello... Insomma: la Sarfatti non aveva bisogno di Mussolini per emergere; al contrario – scrive Festorazzi – ai suoi inizi «Mussolini era certamente succubo di Margherita». E la controprova è che, quando il Duce fu padrone assoluto d’Italia lei, alla fine del 1938, per restare libera dovette espatriare prima a Parigi, poi in Sudamerica e negli Stati Uniti, dove rimase fino al 1947. Lì nacque My fault che – al di là di possibili occasionali scoop, come la conferma che il Duce era malato di sifilide e usava cocaina, o il racconto di un suo inquietante ‘incontro’ notturno con Satana, rappresenta «una testimonianza estremamente critica della degenerazione della personalità di Mussolini», e non solo di quest’ultimo: «Mi allontanai dal fascismo con mio grande dolore – scrive difatti Margherita, che nel 1929 era diventata cattolica – quando cominciò la sua degenerazione, quando si mise a copiare lui stesso la sua copia, o piuttosto la sua parodia sadica e grottesca, il nazismo». Il mito del Dux non era riuscito a offuscare l’intelligenza scintillante dell’ex amante, anzi. Prima di morire presso Como nel 1961, lascerà scritti giudizi singolarmente lucidi: «Ciò che il fascismo fu, l’ideale per cui la gioventù italiana esultante diede sangue ed entusiasmo, divenne alla fine il contrario delle sue sublimi origini, e introdusse, quasi, la tirannia sovietica contro la quale ci aveva chiamati a combattere... Tragico paradosso! Mussolini si era trasformato nel superuomo brutale, alla tedesca, e invece dell’essere umano totale, cercò di creare il robot, schiavo dello Stato totalitario: vale a dire, di lui». (Roberto Beretta)
«Il Secolo d'Italia»
17-10-2010
Margherita Sarfatti, la donna che contribuì con il suo Dux alla mitizzazione di Benito Mussolini, scrisse anche durante gli anni dell'esilio un memoriale inedito - My Fault - utile a ricostruire alcuni aspetti non conosciuti del fondatore del fascismo. Su questa fonte si basa la ricostruzione di Festorazzi che apre nuovi squarci su Mussolini tra mito e antimito.
«Il Venerdì di Repubblica»
01-10-2010
Parigi. Qualcuno ha detto che, siccome esprimono la caducità come nient'altro, tutte le canzoni sono tristi. Pure quelle allegre. Sarà, ma le canzoni di Charles Aznavour sono le più tristi di tutte. Al punto che gli impresari americani gli suggerirono di stemperare la cupezza del repertorio con motivetti ameni tipo Fra Martino campanaro o il non meno immortale Alouette-gentille-Alouette. Lui rifiutò. Con la fierezza dei grandi. Lo racconta nel libro A voce bassa, divertente frullato di riflessioni e ricordi ora pubblicato in Italia.
Oggi, a 86 anni, Monsieur Aznavourian ha ancora il coraggio delle proprie idee. E di un giubbotto da motociclista in cuoio nero. Molto elegante. Vagamente retrò. Vagamente Giacomo Agostini. Riceve nel suo ufficio presso le edizioni musicali Raoul Breton. Alla parete, un grande ritratto di Sinatra. Ammucchiato ai piedi della scrivania, un annoso cane scuro dall'aria omerica e sfinita. Sospira nel sonno. Aznavour sorride, sotto i famosi occhi struggenti. È un signore dell'ironia eterea. Ribadisce quanto scritto nel libro: «Non sono mai stato davvero giovane. Perciò oggi ho l'impressione di non essere davvero vecchio».
Accidenti, chi le ha rubato la giovinezza?
Tutti e nessuno. Il corso della vita. Della storia. Ho cominciato a lavorare prestissimo. E poi sa, durante la guerra avevo vent'anni. Un piccolo armeno che i tedeschi scambiavano sempre per ebreo. I giovani li ho conosciuti più tardi. Ma scrivendo canzoni per loro. Da Johnny Hallyday a Sylvie Vartan.
E adesso difende il rap.
È pieno di testi formidabili. Vera poesia del quotidiano. Come si fa a definirlo una barbarie? Le novità hanno sempre un aspetto selvaggio. Pensi a come fu accolto il jazz all'inizio. Oggi è arte.
L'hanno paragonata a Simenon, per l'attenziona all'umanità minuta, ai marginali. Ha raccontato l'omosessualità, la droga, l'obesità quando per uno chansonnier erano ancora temi passibili di scomunica. E oggi?
Continuo. Parlerò delle campagne abbandonate, di giovani borghesi rovinati dalla crisi, perfino del maggio '68.
…
Della sua madrina Edith Piaf scrive nel libro: «Hanno detto che si drogava. Non è vero»
In casa non le ho mai visto siringhe. O polverine. Ma sa, ci sono tanti modi per drogarsi. Dal vino ai farmaci.
Un'immagine di Sinatra.
Quando c'invitò in tre al ristorante e ordinò quattro bottiglie magnum di Bordeaux Pétrus.
Roba da 25 mila bigliettoni al pezzo. Gran generoso o grande alcolizzato?
Uomo sfaccettato. Dell'italiano aveva conservato tutto. Tranne la lingua...
…
(Marco Cicala)
«Il Giornale di Vicenza»
16-09-2010
Charles Aznavourian, in arte Aznavour, si presenta all’appuntamento con l’intervistatore in polo arancione e giacca grigia un po’ cadente sul fisico minuto ma proporzionato. Tra qualche ora arringherà il pubblico dal palco improvvisato nel Cortile della Cavallerizza a Mantova, un’inezia per lui abituato all’Olympia e alla Piazza Rossa. È in forma, rilassato, solo lo preoccupa che la cosa si veda troppo. Alla sua età, 86 suonati, le energie in esubero, gira e rigira, sono una fregatura. Se le regali ci smeni, perché quasi nessuno tollera facilmente che tu ne abbia, e da buttare via; se tenti di dosarle e monetizzarle finisce che porti l’orologio ancora più indietro e la riserva di energia psichica a livelli stratosferici. Un artista non può invecchiare e basta, deve badare anche a non ringiovanire e Aznavour non fa eccezione. In lui persino la stanchezza di recitare un ruolo è una recita che rientra nel calcolo delle economie di immagine e dialettica a uso e consumo mediatico.
Sul tavolino accanto lo attende una pila di volumi da autografare, sono le copie di
A voce bassa, il galateo o vademecum d’artista che Aznavour ha scritto con ornata secchezza e che ha trovato il suo editore italiano in Angelo Colla. Il libretto si legge d’un fiato e si indirizza ai giovani, ma chissà quanti avranno la pazienza di sfogliarlo: non un’indiscrezione fiscale o intimistica, nessun pettegolezzo salace. Il discorso è incentrato tutto sul lavoro, sul calvario richiesto da ogni immortalità terrena, sulla solitudine del grande artista internazionale che deve essere innanzitutto costruita da lui e in nessun caso maledetta. Anche a non saperlo in anticipo, si capisce che Aznavour non poteva che essere raccomandato da una sgobbona come Edith Piaf.
«Ho qualche problema di schiena ma niente di serio, ogni mattina mi sveglio alle sette e mi metto alla scrivania, ormai è un’abitudine. Mi piace lavorare, direi che mi piace l’idea stessa del lavoro, ma questo è l’oggi. Le cose starebbero altrimenti se non avessi lavorato anche quando non ne avevo voglia, fino a farmi piacere le scadenze del successo almeno quanto mi dispiacciono le fedeltà dell’insuccesso. E niente fretta, la fretta è di chi si accontenta. Ho passato la vita a scansare la facilità, prima quella di non sapere, la facilità degli ignoranti, poi la facilità che ti viene dal sapere molto, cioè dall’illusione di saperla lunga».
È arduo tentare di dare un’ impressione del modo di conversare di Aznavour. Come molti uomini per cui la reticenza è parte di una regola di bon ton, sa usare trucchi straordinari per evadere da questa regola mantenendo il contegno di chi la osserva. Sulle sue radici armene («Sono un francese di origini armene, non sono un armeno di Francia») si intrattiene senza avarizia e senza enfasi. La sua aria di responsabilità serena eppure guardinga non rende conto della febbre che scorre sotto la superficie compita delle frasi, un’eccitazione che si concerta in sempre nuovi arrangiamenti anche molto discordanti, tipo mostrarsi ottimista con i giovani (ormai una categoria merceologica più che altro) e scettico verso la loro capacità di piangere le sue stesse lacrime. «Ai giovani non ho che un consiglio da dare: leggete, leggete e ancora leggete! La musica che si nutre solo di musica fa venire il latte alle ginocchia. Io mi sono fatto l’orecchio su La Fontaine e Corneille oltre che su George Brassens e Charles Trenet. E poi non basta apprendere la musicalità del linguaggio, bisogna esercitarla. E sceglietevi i collaboratori più validi, in ogni campo: il miglior agente, il miglior addetto stampa, il miglior tecnico del suono... Non importa se sono antipatici, se hanno idee opposte alle vostre: purché siano bravi nel loro mestiere e non vi mettano i bastoni tra le ruote. Per quello ci sono i cosiddetti amici, i colleghi, i critici... È un errore cercare la popolarità ed è un errore respingerla, perché la si ottiene a rovescio... Io ricordo bene i miei esordi, come sono stato accolto, cioè respinto, dall’ambiente musicale. Allora un esordiente era guardato come una minaccia, altro che cher confrère! E il pubblico prima di concedere un applauso poteva tenerti sulla corda per un’ora intera di concerto. Ma guai a scoraggiarsi! Si accaniscono ancora di più perché li hai confermati nel loro preconcetto. Una delle mie primissime esibizioni andò proprio così. Finito il primo tempo volevo sparire dal teatro e dal mondo, non si era udito un solo battimani, tutti fermi e zitti, e io li vedevo in faccia, allora c’era luce anche in platea come se gli spettatori fossero parte dello show. Da dietro il sipario chiuso sentivo cigolare le sedie, stavano indubbiamente lasciando il teatro, se fossi riapparso lo avrei ritrovato deserto. Stringo i denti, dò il segnale di levare il sipario... C’erano tutti, e tutti in piedi. Appena riattaccai partì una di quelle ovazioni che ti rimbombano dentro anche 60 anni dopo...».
Ma una star come Aznavour ce l’ha un avvocato del diavolo, uno spiritello che metta a nudo per lui i suoi cedimenti, le sue cadute di stile, le autoindulgenze?
«Non ho avvocati né di Dio né del diavolo, mi assumo tutte le mie responsabilità. E, giusto per la cronaca, mai ho approfittato dei vantaggi apparenti che dà la notorietà ¬– se capisce cosa intendo,
draguer les femmes... Mai avute due donne insieme, mai corso dietro alle gonnelle. Il mio sodalizio con la Piaf è durato otto anni, un record, e sa perché? Perché non siamo diventati amanti. Gli uomini che avevano la debolezza di cederle lei li sbranava. Era una donna tostissima, una macchina da palcoscenico che non perdonava le effusioni smodate. Fortuna ha voluto che noi due siamo rimasti amici. E io ci ho guadagnato, perché sono durato persino più di lei...» (Marco Cavalli)
«L'Unità»
12-09-2010
Il libro sottobraccio lo ha: a Mantova non si arriva senza. Si intitola A voce bassa, lo porta in libreria un piccolo editore, Angelo Colla, ed è il secondo «mémoir» scritto da «Aznavoice», il Sinatra di Francia, come lo ribattezzarono negli anni Cinquanta gli americani dopo la tournée al seguito di Edith Piaf. 86 anni, fisico «à la Bonaparte», il taschino che ostenta un arcobaleno di pennarelli dello sponsor di Festivaletteratura, Charles Aznavour ieri ha incontrato il pubblico nel set destinato ai grandi eventi della rassegna mantovana, il Cortile della Cavallerizza a Palazzo Ducale. Nonostante l'età e i sopravvenuti impegni agresti (800 ulivi nella tenuta vicino ad Aix-en-Provence), continua a manifestare l’ingegno multiforme che ha fatto di lui lo chansonnier, l’autore di canzoni per altri (in Italia per Mina, Modugno, Vanoni, Ranieri) come l’interprete di 60 film (il primo Tirate sul pianista di Truffaut nel 1960). E dunque l’abbiamo visto esibirsi a Milano nel concerto per il restauro della Madonnina esorcizzando con classe il rischio di duettare con Berlusconi, sappiamo che prepara un nuovo album e coltiva il progetto di cantare con Mina, e anche che dal 12 febbraio 2009 col suo vero nome, Shahnour Vaghinagh Aznavourian, è ambasciatore d’Armenia presso la Svizzera.
A voce bassa è il libro di un uomo anziano ed esperto che si racconta per i più giovani e che li avverte delle trappole che lo showbiz riserva ai Pinocchi: «Ho scritto pensando alla gioventù che ogni giorno viene sedotta e imbrogliata, soprattutto dai mass media. Se fai credere a un ragazzo che in quattro mesi lo trasformerai in una star, lo illudi. Non c’è mestiere né arte che si impari in dieci settimane. E, per chi in quattro mesi tocca il cielo con un dito, sono pronti i parassiti che mangeranno nel suo piatto». Sapete che cosa ha capito Shahnour/Charles, quest’uomo che calpesta palcoscenici da 78 anni? «I familiari non devono diventare dei famigli. Fratelli, moglie, amici restino tali. Impresari, press agent, segretari si scelgono altrove: mai affidare il proprio destino in mani altrui». Se da un certo momento in poi il suo agente è stato un armeno, Lévon Sayan, è avvenuto, dice, solo perché su piazza era il migliore.
A voce bassa è anche il racconto vincente e malinconico dell’infanzia di un forzato autodidatta: il piccolo Shahnour, che ha esordito nel 1933 con la faccia dipinta di nero nei panni di un africano in una pièce di Erich Kàstner, conquista con i denti la licenza elementare. Da grande lo riscatteranno tre lauree honoris causa. «L’autodidatta è quello che alla fine, nel bene o nel male, riesce, esce dalla sua condizione e si innalza. Può essere il ragazzino che diventa un cervello della mafia. Può essere l’artista. Spesso è figlio di sradicati, sa quanti americani figli di immigrati ce l’hanno fatta, sa quanti maghrebini da noi in Francia ora conquistano il successo? Ma devi avere una ricetta. La mia era questa: non voglio che passi giorno senza che impari qualcosa. Non c’era sera che andassi a letto senza libro sul comodino».
Shahnour Aznavourian, come racconta nel suo libro, aveva una sorella quasi gemella, Aida, un padre estroverso e fantasioso e una madre bella che cuciva silenziosa. Era l’unica sopravvissuta al massacro dei Bagdassarian, la sua famiglia, nel genocidio degli armeni a opera dei turchi. Il figlio, parigino nato e che si sente francese fino al midollo, orgoglioso titolare di una multicolore «famiglia Benetton» (lui cristiano di rito gregoriano con moglie svedese protestante) scopre la forza di quell’ascendenza quando il terremoto squassa l’Armenia, repubblica sovietica, nel 1988, decide di portare aiuto e, dopo essere riuscito a fare ripartire 12 centrali elettriche, viene soprannominato «Charles la Luce». Da un anno e mezzo veste i nuovi panni di diplomatico per un paese che di fatto non è il suo, ma che pensa di poter servire: «Non c’è rischio di guerra tra Armenia e Svizzera» scherza. «Ma in Turchia sono popolare. Può essere utile. Per i turchi l’onore è quanto è la vita per gli ebrei: sull’onore si brinda. La Turchia vuole entrare nell’Unione Europea? Impari a rispettare gli impegni presi, riconosca il documento firmato e poi disdetto che dice che nel 1915 sugli armeni fu effettuato un genocidio. Io ho speranza, bisogna averla. (Maria Serena Palieri)
«Vivere in armonia»
01-09-2010
«La mia vita? Un anno sempre uguale a sé stesso. Due giorni li dedico al canto, due me ne sto in famiglia, e in altri due, da oltre un anno, vesto i panni dell’ambasciatore armeno in Svizzera. Ne resta uno, è per la campagna, le piante, la famiglia. Una vita bucolica che mi appaga». Shahnour Vagninagh Aznavourian, in arte Charles Aznavour, è l’esempio di come, a 86 anni (è nato a Parigi da padre armeno di origine greca il 22 maggio 1924) si possa essere vigorosi, avidi di vivere. Ogni estate si trasferisce in Provenza, a pochi chilometri da Aix, in un'azienda agricola dove cura personalmente i suoi oltre ottocento alberi di ulivo. Avvolto nella sua leggenda che lo vuole nipote dello zar Nicola di Russia, sembra interpretare con naturalezza una delle sue canzoni più famose i cui versi recitano: «Perdonatemi se con nessuno di voi ho niente in comune, sono un istrione a cui la scena dà la giusta dimensione».
Un po’ istrione lo è, almeno sulla scena, quando canta le sue mille canzoni che hanno conquistato il mondo e che in Italia ha regalato a Modugno (La mamma), alla Vanoni e alla Cinquetti (La bohème), a Mina (E io tra di voi) poi ripresa da Franco Battiato, e all’amico Massimo Ranieri (proprio L'Istrione). L'ho visto cantare parecchie volte: in un concerto all'Olympia, come ospite d'onore a Sanremo, nell'81 e nel '79 e prima, nel 1972 al Festivalbar, con una canzone degli spot del Mulino bianco. Sempre cordiale, con quell’italiano che non dimentica mai la lingua francese (ma parla e canta correttamente in inglese, spagnolo, tedesco e russo), con quella statura che è quasi napoleonica ma non lo fa apparire piccolo. Oggi poi, i capelli d’argento gli conferiscono un aspetto addirittura imponente. Si dice che abbia ceduto al bisturi della vanità, facendosi rimodellare il naso, per via di una malformazione al setto nasale che lo infastidiva mentre cantava.
Certo i suoi anni li ostenta con baldanza, e non è molto diverso all’Aznavour che avevo conosciuto bene alla fine degli anni Sessanta, quando andai a intervistarlo a Parigi. Mi avvertì che viveva fuori città, forse perchè temeva che non arrivassi puntuale. Il taxi attraversò tutto il Bois de Boulogne, arrivò in una campagna florida, dove le villette erano lontane l’una dall’altra e c’era tanto verde: «Sono appena tornato da Las Vegas – mi spiegò – dove mi sono sposato» e mi presentò Ulla Thorsell, bellissima ragazza svedese che poi, nel 1970, avrebbe risposato nella chiesa armena di Parigi. Stanno insieme da quarant’anni.
Ricevette me e il fotografo che doveva realizzare il servizio come ospiti illustri. «Se qualcuno viene mandato sin qui da un altro Paese per incontrarmi, per me è una cosa importante e poi, ieri sera, nel mio camerino vi ha accompagnato Bruno Cocatrix (leggendario patron del teatro di Boulevard des Capucins, n.d.a.) cioè l’anima dell’Olympia». Fu una giornata piacevole, una flûte di Dom Perignon e tante confidenze. Colui che la Francia di Chirac avrebbe insignito della Legion d’Onore amava la musica italiana, e ammirava Mina e la Vanoni. L’Armenia lo ha proclamato eroe nazionale, in Usa lo definirono "Aznavoice" quando in classifica superò Sinatra. Ha interpretato 60 film debuttando con Sparate sul pianista di Truffaut. «Ho smesso col cinema perché di solito la lavorazione dura parecchie settimane e io ho scelto di stare in famiglia e fare il contadino».
Aznavour ha appena dato alle stampe un libro autobiografico, A bassa voce, dove racconta la propria vita senza alimentare leggende. C’è poi un progetto ambizioso, nato quasi per caso: organizzare serate-evento sulla piazza Rossa, al Partenone e sotto la Tour Eiffel. «Intanto sto preparando il mio nuovo album. Ho pronta un’ottantina di canzoni e sceglierò tra quelle le migliori». E c’è anche la possibilità che riesca finalmente a cantare con Mina. «Alla mia età si può, si deve continuare a sognare». Ha ragione Battiato quando canta: «Bisogna pur passare il tempo, bisogna pur che il corpo esulti, ma c’è voluto talento per riuscire a invecchiare senza diventare adulti». (Gigi Vesigna)
«Il Mattino»
03-10-2010
Sarà anche un bene per la Samp, per la Nazionale, più in generale per il futuro del calcio italiano. Ma se persino Cassano ha deciso di «normalizzarsi», di trasformarsi in un bravo figlio, di farla finita con eccessi e bagatelle, chi piazzare sul podio dei genialoidi non allineati? Nessuno, la categoria è al capolinea, narcotizzata dall’imperante omologazione. Chi ha nostalgia del calciatore pazzerello vada ad accarezzare le figurine ingiallite dei vari Chiorri, Vendrame, Sollier, Zigoni, bandiere dell’anticonformismo di qualche decennio fa. E se capita in Inghilterra si procuri le rare immagini delle tante mattane di Robin Friday. Sull’erba un fenomeno, nella vita dissoluto come pochi. Friday transitò come una meteora, ma il suo impatto fu devastante nel calcio inglese degli anni Settanta. Già nell’aspetto alterava gli equilibri. Alto, massiccio, portava basettoni lunghi fino al mento e capelli vaporosi. Un destro-calamita il suo, da lì la palla non si staccava mai. A Elin Park, il feudo del Reading, ad ogni tocco si alzava un brusio, tutti aspettavano l’ennesimo marameo ai difensori. E Friday non tradiva mai le attese. Una volta superò tutti, portiere compreso, prima di fermare il pallone sulla linea e sdraiarsi per metterlo in rete di testa. Tanti gol, altrettanti fuori programma, a scandire un bizzarro percorso raccontato da Jean Damien Lesay nel libro Il calcio, teatro di vita, pagine piene di avventure sorprendenti, quelle di Puskas, Stanley Matthews, Cantona, Cluis Kirkland, Borisio Ferrara e altri ancora, che restituiscono il calcio alla letteratura. O al mito, come appunto nel caso di Friday. Cresciuto in riformatorio venne adocchiato e subito mollato da grandi club come Chelsea e Queen’s Park Rangers. Segnava e beveva, come una spugna. Una domenica entrò al pub al mattino, infischiandosene del match al pomeriggio. Assente all’appello prima del fischio d’ avvio, il suo tecnico preferì aspettare che tornasse piuttosto che rimpiazzarlo. «Quando Friday fece il suo ingresso in campo l’incontro era iniziato da dieci minuti. Gli avversari fecero poco caso a quel centravanti ubriaco che si reggeva in piedi a malapena, e lo dimenticarono. Friday approfittò del disinteresse e siglò poco dopo l’unico gol della partita». Era un attaccante hippy, si stordiva di musica e sesso libero. D’estate frequentava le comunità, se ne fregava dei ritiri, tornava sempre a stagione iniziata. Best, in confronto, era un chierichetto. Eppure nessuno, sul campo, era in grado di fermarlo. Ma a poco a poco la sua gestione finii per diventare impossibile. «Alcolizzato e drogato, Friday continuava a creare guai ovunque. Gli abiti fantasiosi spiccavano in una squadra dove nei giorni di trasferta era di rigore l’uniforme. Ma come far indossare camicia bianca e cravatta ad un uomo che andava pazzo per gli stivali in pelle di coccodrillo e i cappotti di pelliccia sotto i quali talvolta non portava nient’altro?» Il suo comportamento era spesso irresponsabile. Sui corner tirava giù i pantaloncini ai difensori e scoppiava a ridere di gusto. «Passato al Cardiff si ritrovò al debutto a giocare contro il Fulham di Bobby Moore. Friday prese in giro l’ex campione del mondo che lo marcava. Due gol e un’amichevole, ma ferma, strizzatina ai testicoli». A 26 anni, dopo aver selvaggiamente picchiato un giocatore del Brighton, chiuse col pallone e tornò a fare il muratore. Morì a 38 anni per arresto cardiaco. Dieci anni dopo i tifosi del Reading e del Cardiff lo elessero miglior giocatore del secolo. (Giorgio Porrà)
«Famiglia Cristiana»
11-07-2010
Jean Damien Lesay scava nel calcio per scovare vita. La trova, in modi diversi, a volte drammatici, a volte comici. Racconta storie di pallone vere, a volte note, ma non sempre dei soliti noti.
Storie dense e piene, scovate con criteri di volta in volta diversi, dove la palla è una presenza costante, ma mai davvero protagonista. Tra la palla e la vita, vince sempre la vita. Anche se, a volte, tra queste pagine si muore. (Elisa Chiari)
«Lettera.com»
15-01-2011
È ancora possibile leggere senza richiedere un indennizzo o un rimborso spese? Leggere per il piacere disinteressato di farlo? Lettore in proprio e poi anche professionale, Marco Cavalli racconta in questo libro i piaceri a perdere della lettura lontana dagli obblighi dello studio, dai condizionamenti del complesso di inferiorità, dal ciclo della produzione e del consumo. Cicala smagata, consapevole di rivolgersi a formiche indaffarate e frenetiche, determinate a far man bassa di consigli e ammaestramenti, Cavalli si guarda dall'esagerare la spensieratezza, il divertimento, il privilegio personale di poter aprire un romanzo senza doversi chiedere ogni volta perché e a che scopo.
Una riflessione, questa presentata da Cavalli nel libro, che percorre in parte l'analogo sentiero di Daniel Pennac in Come un romanzo. Un sentiero fatto di lettura, e letture, in cui l'autore spazia dai ricordi della sua gioventù a quelli della sua maturità (con diverse incursioni, anche a gamba tesa, sul come il web e l'editoria commerciale hanno modificato il concetto stesso di lettura e lettori), tutti nella veste di lettore disinteressato, ovvero sviscerando, o forse confessando, tra le righe, un certo malessere nei confronti di tutto ciò che è moda, che è pensiero comune e propaganda, che è marketing e condizionamento mediatico, e ancora dogmi sociali e obiettivi rigorosamente utilitaristici. Insomma, un chiamarsi fuori dal coro di tutto ciò, sopra elencato, che trasformi il piacere della lettura in una sorta di obbligo morale, a scuola e nella vita, per coloro che vivono quello che dovrebbe essere un piacere come un'insopportabile costrizione, e che in fin dei conti vivrebbero senz'altro meglio al netto di sorrisini di circostanza, e sensi di colpa striscianti per il fatto di non essere adepti naturali dell'oggetto libro. Una riflessione nel complesso molto interessante, che sottende inoltre, neanche troppo, qualche consiglio, più o meno condivisibile, rivolto all'esercito di aspiranti scrittori che dilagano sul web e altrove, giovani e meno giovani, che bene farebbero, ancor prima che puntare a diventare famosi con un romanzo best seller, a leggere un po' di più, e un po' meglio. Va anche detto che, per quanto in generale condivisibile, il presupposto "classico uguale buono", "narrativa di genere uguale cattivo" (rispetto alla letteratura con la maiuscola) che emerge tra le righe e sopra le righe, genera la sensazione che l'autore si prodighi nella difesa di un certo tipo di letteratura, quella cosiddetta classica, trasformando così una riflessione oggettiva in un giudizio soggettivo. E questo, somiglia un po' a quel "dogma" contro cui sembrerebbe invece rivolto il libro. In ogni caso una lettura che potrebbe essere interessante per molti, dagli aspiranti scrittori alle zie di nipoti adolescenti, dagli editori ai lettori coatti, dai lettori liberi agli scrittori affermati; da sconsigliare invece, forse, ai fan di Joe R. Lansdale, o degli altri "spacciatori" di best seller, di cui è ricchissimo il mercato americano, e perciò pure il nostro. (Luigi Brasili)
«Il Gazzettino»
17-09-2010
Che siamo un popolo che legge poco lo sapevamo. Ma a parlare con la gente non ce n'è uno che non si dica rammaricato di ciò. Tutti vorrebbero leggere di più. E allora perché non lo fanno?
I motivi sono tanti, ce li illustra il critico letterario vicentino Marco Cavalli in Sette note sulla lettura. La colpa è del sistema, dice Cavalli, della scuola in primis che soffoca sul nascere il desiderio di leggere, della televisione e di Internet che semplificano e banalizzano la lettura, e dell'industria editoriale interessata a creare acquirenti ma non veri lettori, oggi in via d'estinzione.
Dall'infelice congiuntura di questi (e altri) fattori sarebbe nata una nuova razza, quella del "lettore coatto" - che è quello che si sente obbligato a leggere ma non lo fa - a cui va tutta la riprovazione (e compassione) dell'autore che si sofferma a descrivere le complesse dinamiche di (non) lettura che lo caratterizzano. E mentre di veri lettori ce n'è di un solo tipo, di lettori fasulli ce ne sono tanti oltre al coatto: il feticista, il lettore di genere e quello che procede a salti, Cavalli ce li presenta tutti.
Il vero punto debole di questo libro denso e appassionato è che è difficile, criptato ai più da un lessico ricercato, con affermazioni che spesso vanno dedotte da tre negazioni. È un libro scritto per mostrare qual è il vero modo di leggere ma che finirà per essere letto soltanto da chi ha già voglia di leggere. Col rischio poi di indurre nel vero lettore quell'autocompiacimento che caratterizza il lettore coatto. (Anna Renda)
«Il Giornale di Vicenza»
30-06-2010
Agosto 1974. Un bambino biondo di sei anni in canottiera e braghette corte se ne sta seduto su un gradino polveroso e trafficato. Ha fra le mani un Oscar Mondadori, Anni senza fine di Clifford Simak. L’ha appena trovato, probabilmente dimenticato da un cliente affamato e frettoloso, sul bancone di una panetteria. Sotto un sole a piombo, tra un va e vieni di sporte e gambe dure e nervose, accade uno di quegli incidenti minuscoli che, come un granello di polvere nell’ingranaggio delle ore, incastra il tempo facendolo deragliare per strade zigzaganti e imprevedibili. Il bambino legge avido e impaziente. Come aveva potuto accorgersi con tanto ritardo del tempo che faceva al caso suo, dell’unico tempo non perduto invano, quello che si trascorre leggendo?
Il libro Sette note sulla lettura di Marco Cavalli non parte da qui. Questa è un’immagine che troviamo un po’ più avanti, fra altri discorsi sui modi e sul senso del leggere, ma in realtà tutto ruota intorno a questo bambino silenzioso e beneducato, che quasi per caso in un’afosa giornata estiva si addentra in un territorio lussureggiante e nuovo, dove parole mai udite penzolano nel vuoto cariche di promesse e golosi richiami. Un bambino che una volta cresciuto farà della lettura, delle parole e più in generale della letteratura, un punto di riferimento costante del suo andare per il mondo.
Critico, traduttore, consulente editoriale, lettore a oltranza, Marco Cavalli, vicentino, ha l’indole eretica e provocatoria del bastian contrario. Tutti d’accordo nel dire che la lettura apre la mente, spalanca orizzonti, eleva gli animi, aiuta a colmare ogni genere di defaillance e per questo in suo onore si organizzano festival, incontri e deferenti simposi? Benissimo, accomodatevi pure da un’altra parte, perché alla tavola di Cavalli si va senza libri, e possibilmente anche senza lettori, dal momento che l’unica condizione richiesta è quel principio di libertà in base al quale si legge solo quando si ha voglia di farlo. Una gratuità difficile da scovare, sommersa da una retorica che ha ormai travolto in ugual misura il mondo reale e quello virtuale, entrambi impegnati a collocare la lettura su una specie piedestallo sapienziale dal quale sembrano discendere ogni sorta di beatitudine intellettuale e spirituale. Ed è proprio a quel piedestallo che la fionda del critico vicentino mira con irriverente, caparbia determinazione. «Da me non sentirete una parola – scrive – su che cosa ci si guadagna a leggere. Non ci si guadagna un fico secco, è questo il bello, o il guaio (fate voi). Che necessità c’è di associare un profitto alla lettura?» Niente profitto, niente pedagogia o intimazione alla lettura, dunque. Il libro di letteratura per sua natura non si impone, non pretende di essere indispensabile. «La letteratura non vive di consensi. Non è ricattatoria, non pratica alcuna forma di ritorsione e intimidazione. Soprattutto, non è disposta a vincere a qualunque costo. Basta talmente a se stessa che può astenersi da aver sul momento dei lettori, specie se per averli deve reclutarli con la forza».
Distanza e passione. Passione e distanza. Il racconto di Cavalli, perché di racconto si tratta, gira intorno a queste due coordinate. Prendere le distanze dalla lettura come affare, industria, consumo, assessorato, commercio, religione, intimazione, retorica, esperienza intellettualistica, sapienziale, fenomeno d’intrattenimento festivaliero, medicina sociale e restituirla alla sua libertà scapigliata e anarchica.
Una distanza e una passione, che finiscono con l’innescare un beffardo gioco delle parti, di cui lo stesso Marco Cavalli (classe 1968, ora in forze a quell’industria editoriale dentro la quale si aggira il simulacro affannato e ringhioso di una lettura sbrindellata e stravolta) diventa regista e sarcastico interprete. Una distanza che in lui ha il sapore di una calcolata, strenua presa di distanza. Un evidente tentativo d’incanalare la sua smodata bulimia di lettore lungo traiettorie più disimpegnate e lievi, con la voglia forse di recuperare per sé quella verginità di approccio al libro che vuoi o non vuoi l’abitudine assottiglia e disperde. «Invano tentiamo di annerire di nuovo la lavagna, di scrollarci di dosso il sapere che si ammucchia e frappone. Le polveri che servono a minare l’intelligenza provengono dal suo magazzino. Dal manierismo della lettura non si esce con altre letture ma inventando nuove relazioni di conflitto».
Può allora succedere che il lettore incantato di ieri si trasformi nel narratore disincantato di oggi. Un narratore che mettendo insieme un controgalateo della lettura ricco di annotazioni e incisi graffianti, infila qua e là fosfeni autobiografici dì notevole effetto tonale. Come per esempio il delicato ritratto di Giada, l’amica traduttrice milanese, anche lei divoratrice di libri, esperta lessicografa, rigorosa, segreta, attraversata da un filo di cristallo luminescente e tenace, alter ego di uno sguardo che su di lei sbalza e indaga quel dettaglio che a volte può davvero rivelarsi un "mondo senzaconfini". (Maurizia Veladiano)
«Il Foglio»
31-07-2010
Un filo unisce le figure di Elena e Arianna, Penelope e Progne, Filomela e Aracne. E Andromaca, Medea, Cassandra, o la misconosciuta figlia del vasaio nota con il patronimico Dibutade. È un filo sottile, certo: sta appunto nella sua finezza, esilità e flessibilità la sua qualità più specifica e rara. Ma è un filo che, cardato e attorcigliato com’è, ritorto su se stesso, aggomitolato e all’occorrenza svolto, non potrebbe creare legami più saldi, tenaci e concreti. Va preso alla lettera, infatti, anche se sono tutti personaggi mitici quelli che lega tra di loro: preso per il bandolo e srotolato sull’arcolaio, infilato nella conocchia, annodato alla navetta, fatto correre nella cornice del telaio. Così, intessuto e intrecciato da dita abili e esperte, cucito e ricamato in "testi" e tele, non potrebbe allacciare vincoli più stringenti e intriganti. C’è dell’intrigo nelle "Trame di donne" ordite sulle soglie del labirinto miceneo o nelle stanze della regina di Itaca assediata dai pretendenti, nella grotta che imprigiona una vergine violata, nella gabbia che rinchiude l’uccello canoro in cui fu trasformata o nella tela di ragno che prese in una trappola fatale la dea dell’amore e il dio della guerra avvinti in amplesso. C’è qualcosa di losco e ingarbugliato negli intrecci realizzati in silenzio e all’oscuro degli eroi più famosi, preclari e luminosi. Paride e Menelao, Minosse e Teseo, Ulisse e Tereo, Agamennone, Achille, Apelle diletto da Apollo: tutti celebrati a voce spiegata dalla fama e dai canti dei poeti, tutti prima o dopo catturati nelle reti di sapienti filatrici. Non che perciò le femmine, chiuse in casa a fare la calza, a sbrogliar la matassa, o intente al telaio, abbiano riportato vittorie, onori o trofei. Le migliori tra loro però – quelle che avevano la stoffa – hanno ottenuto una parte nell’epos e nel mito che il "mythos", inteso come racconto, privandole della parola avrebbe loro negato. «Va nella stanza tua, accudisci ai lavori tuoi: il telaio e la conocchia. Comanda alle ancelle di badare al lavoro: la parola, la guerra, spettano qui agli uomini» dissero, con formula ritornante, il troiano Ettore alla moglie Andromaca e l’acheo Telemaco alla madre Penelope. Omero però che in nessuno dei due poemi osò attribuire alla propria arte del narrare storie la metafora dell’intessere", assegnò alla bella Elena dal peplo fluente il compito di rappresentare su un arazzo gli scontri tra i Troiani e gli Achei: versione icastica e tessile dell’epopea intramata nell’Iliade e provocata da colei che fu descritta come la più avvenente delle dame (figlia di Zeus, del resto, e di Leda). Arianna non solo si gira intorno a un dito il filo senza cui l’amato sarebbe perduto, ma coglie e tiene in pugno in forma di gomitolo l’enigma dell’intero labirinto. Incerta se indossare un velo da vedova o da sposa, Penelope si ammanta nell’ambiguità della sua tela cui lavora da tessitrice e disfattrice, nottetempo. E Filomela, stuprata dal cognato, la lingua mozzata, invia alla sorella Progne un lenzuolo ricamato con la scena del delitto di cui si era macchiato il marito di quest’ultima. Parola e guerra spettano agli uomini ma le donne, impugnato l’ago, si prendono la loro bella vendetta. Non è casuale né pretestuoso che sia una signora, l’antichista Françoise Frontisi-Ducroux, vicedirettrice del Collège de France, studiosa di mitologia greca e già collaboratrice di Jean-Pierre Vernant, a sciogliere con le armi muliebri della filatura e della tessitura, un nodo intrecciato nel rapporto tra i sessi nella notte del tempo dei miti. L’avevano portato al pettine già le ateniesi quando, nel coro della tragedia euripidea Ione, osservando i fregi del Partenone, ben riconoscendo le trame di quei decori cantavano: «Ricordi i nostri discorsi al telaio?»
«Avvenire»
17-06-2010
Le nove Muse avrebbero potuto essere dieci? In effetti, tra le arti protette dalle figlie di Zeus e Mnemosine manca inspiegabilmente la pittura, come ogni arte figurativa. A compensazione di questo mancato patrocinio femminile, la tradizione attribuisce l’invenzione della pittura a una donna, almeno secondo una leggenda riportata da Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale. A riproporla e a interpretarla come immagine delle "erga kalà", cioè delle belle opere cui è affidato il valore di una donna, è la grecista Francoise Frontisi-Ducroux, vicedirettore del Collège de France, in un libro affascinante, Trame di donne, che fa rivivere le grandi eroine della mitologia e dell’epica, cogliendole mentre sono intente alla filatura o alla tessitura, mettendo in pratica quelle due qualità spirituali che Aristotele considerava i migliori vanti delle donne, cioè "sophrosyne", la temperanza, e "philergia", l’operosità, attorno alle quali l’autrice disegna variegati ventagli di metafore. Ad aprire questa ideale galleria femminile è la figlia di un vasaio di Corinto che, secondo Plinio il Vecchio, vedendo proiettata sul muro l’ombra del fidanzato in partenza, ne tratteggiò i contorni per conservare la sua immagine. Analizzando questo racconto, Francoise Frontisi Ducroix osserva che è allo sguardo della ragazza che si deve l’invenzione artistica, e quindi associa i due significati del termine greco "kore", che indica sia "fanciulla" che "pupilla", un associazione mantenuta anche in latino con "paella" e "pupilla". In contrapposizione all’ignota ragazza innamorata, le altre donne della rassegna sono celebri, perché immortalate nella mitologia e nella letteratura: oltre all’inevitabile Penelope, vediamo al lavoro la bella Elena, le tragiche sorelle Procne e Filomela, l’arrogante Aracne, ma l’autrice inserisce nel gruppo anche Arianna: benché la sua opera con la lana non sia di quelle tradizionali, è comunque collegata a un gomitolo, che permise a Teseo di salvarsi dal Labirinto, e si presta a suggestive interpretazioni. Infatti la studiosa ha messo in luce l’importanza e l’estensione delle metafore della tessitura, «la cui persistenza e ricorrenza nell’immaginario greco hanno forza di mito». Ne fornisce diverse testimonianze accostando al gomitolo di Arianna, ad esempio, la Lisistrata di Aristofane che rivendica alle donne la capacità di guidare gli affari politici a motivo della loro esperienza nel «trovare il bandolo», e propone di districarsi dalla guerra come si fa con il filo quando la matassa s’imbroglia. Inscindibile dalla figura femminile, l’arte di filare e tessere era già prerogativa della prima donna, Pandora, e ha sempre fornito metafore a tutto il percorso della vita umana: dalla nascita, descritta come il risultato dell’incontro fra trama ed ordito, cioè il femminile ed il maschile, fino alla morte, simboleggiata dalle tre Parche, che tagliano l’ultimo filo. (Daniela Pizzagalli)
«Pedagogika.it»
01-06-2010
Il testo di Lopez non è un testo facile, richiede un certo impegno di lettura, ed è difficile presentarlo senza scadere in ovvietà, senza ridurlo a sterili ripetizioni cui credo si ribellerebbe l’autore stesso. D’altra parte la presenza di una forte vis polemica (a volte un po’ eccessiva) rende un po’ più difficoltoso seguire l’autore senza perdersi. Eppure ci sembra di poter individuare un percorso, un nodo centrale che percorre tutto il libro, senza forzare eccessivamente l’interpretazione parlando d’altro.
Esso è strutturato in due forme di scrittura, una per aforismi, l’altra per paragrafi ampi in cui il filo del pensiero si snoda in modo più disteso. Eppure tra le due forme mi sembra di rintracciare un filo di continuità, che mi pare di rintracciare a partire dall’etimo di aforisma che nella sua derivazione da aphorismos significa "porre i termini", "limitare".
Allora, dicevamo, un filo di lettura si può rintracciare nel porre un limite, limite che si incontra nelle parti dedicate al rapporto tra legge e giustizia (si pensi al paragrafo dedicato alla sentenza di un tribunale rumeno), limite nel rapporto tra le persone, limite nelle rappresentazioni dei rapporto tra i sessi.
Proprio da quest’ultimo inizia il testo, proponendo una lettura del mito dell'androgino di Platone come elemento fondatore di un intervento degli dei per spingere gli umani, attraverso la differenza tra i sessi, a cercarsi. Ma la condanna originaria diviene punto di partenza per una riflessione sulla sessualità più ampia, tale da includere le declinazioni che assume la differenza sessuale nelle diverse epoche storiche. Insieme a questo primo aspetto mi pare centrale l’individuazione di un punto di passaggio dalla società patriarcale a quella di Gesù bambino dove «si assiste al ritorno dell’importanza prevalente del rapporto madre-bambino e, perfino, della simbiosi fusionale, quale estrema regressione di questo rapporto». Riflessione che ben si adatta a questo numero monografico della rivista dedicato alla madre e che mi pare ritorni in alcuni articoli. Merito dell’autore è quello di non cadere nel facile rimpianto dei bei tempi andati, sottolineando invece quanto in autori dei bei tempi andati fosse presente una sottovalutazione del ruolo della donna ma anche come la soluzione non consista nel ridurre la donna a madre, facendo coincidere le due figure e quindi negando la prima nella seconda.
Un altro filo che mi è sembrato di intravvedere parte dalla nozione di colpa. Ci sarebbe molto da scrivere, ma vorrei limitarmi ad un commento a partire dall’aforisma 83 a pagina 139. «Un modo perverso di asserire e affermare la propria libertà è quello di infierire contro se stessi, moltiplicando e trasformando per orgoglio narcisistico i colpi che si sono ricevuti dall’esterno in colpe sacrificali».
Il legame tra i due elementi, colpi e colpe, mi pare tenga attraverso il termine orgoglio narcisistico, che pur di eliminare la presenza del caso nell’esistenza, e quindi esporsi responsabilmente alla precarietà dell’esistenza, preferisce assumere su di sé le colpe, per mantenere l’illusione del controllo sul mondo, l’illusione di centralità.
Appare ora un nuovo nesso tra il limite che l’aforisma stabilisce e l’invito ad osare che percorre tutto il testo, un invito ad osare nel limite, nelle parole che configurano un mondo possibile, possibile per la convivenza, dove la legge non è un assoluto che soverchia, ma un invito a pensare la possibilità dei legame sociale, a stabilirne i confini per renderli pensabili, guardando a un orizzonte per prefigurare un oltre, un passaggio difficoltoso ma possibile. Il limite non come impedimento ma come confine, come orizzonte che rende possibile l’esistenza. Allora l’invito ad osare che percorre il testo è un invito all’assunzione di responsabilità, come ricerca delle risposte, come invito ad uscire: in fondo è solo mettendoci in strada che possiamo incontrare colui che è offeso o colui che ci accompagnerà nel viaggio. Non sta forse in questo desiderio il primo passo verso l’amore?
«Con un atto istantaneo di comprensione e consapevolezza si annulla tutto il mondo della colpa». Forse questo è il miglior viatico per poter osare, comprendendo ed essendo consapevoli, ma l’autore lo dice meglio di me. (Ambrogio Cozzi)
«Lettera.com»
15-01-2011
La vita amorosa dei fiori da profumo è il libro conclusivo del ciclo "L'amore al naturale", che parla dei riti tra piante e animali, e che in qualche modo cerca di trovare insoliti puntii di contatto tra questi due mondi.
Un saggio insolito e particolarmente appassionato, che sotto forma di brevi storie, racconta il carattere e le tecniche di seduzione di diverse piante da fiore. Scoprirete così che la viola ha una doppia vita, che il garofano si offre solo alla farfalla mentre la lavanda con il suo profumo intenso accoglie tutti gli insetti, cosa combinano la rosa, il mughetto, il narciso.
Da leggere in giardino, o da regalare a chi vi ha appena sedotto, per confrontare e rivedere le diverse, infallibili strategie. (S.M.)
«guide.superEva.it»
07-07-2010
Jean-Pierre Otte ha studiato biologia, fisica e filosofia. È lo scrittore degli animali, delle piante e dei loro più intimi riti, raccontati nei nove volumi del ciclo dal titolo L'amore al naturale, il cui libro conclusivo è La vita amorosa dei fiori da profumo, edito in Italia da Angelo Colla Editore.
Acuto osservatore degli ambienti naturali e dei loro abitanti, non aveva immaginato che tutta quella materia accumulata e accatastata nella memoria in vent'anni di esplorazione del limitrofo, si sarebbe trasformata un giorno in libri.
Le spedizioni intraprese erano proprio lì, dietro l'angolo del resto, non si può andare lontano se non si è capaci di esplorare ciò che è vicino e più di ogni altra cosa è importante imparare a viaggiare in profondità. Solo in questo modo Otte è riuscito a visitare una varietà di universi, ha oltrepassato confini invalicabili, battuto ruscelli e foreste, è penetrato nelle cerchie più intime di molte specie. Da tutte queste ricognizioni rientrava ogni volta con la scoperta, fra l'altro, di un nuovo rituale amoroso che, nello stesso tempo, gli insegnava qualcosa su se stesso.
Il secondo passo è stato quello di trovare uno stile di scrittura che si adeguasse a questa materia.
Il risultato è un modo di esprimersi rigoroso, preciso, dettagliato, ma insieme molto poetico ed evocativo, capace di toccare le corde più profonde del lettore, di stimolarne i sensi. Una forma che è in grado di conferire al contenuto valore e chiarezza, ma anche una forza fertile e sensuale. E il contenuto di questo interessantissimo volumetto che chiude, come abbiamo accennato, una serie di volumi, è la vita amorosa delle piante da profumo.
Dopo alcuni tentativi di fabbricare profumi artigianali da regalare a mogli e amiche, ottenuti con un alambicco di fortuna e poi affinando sempre più le diverse tecniche estrattive, l'autore si sofferma sulla nascita dell'interesse per la vita e gli amori dei fiori da cui, un tempo, aveva creato essenze.
Nel caso della rosa canina, si sofferma sulla struttura dei gambi, coperti di spine, dei fiori, che fioriscono a bottone e che si schiudono a sottana, mostrando le sue parti intime senza pudore: il suo amante preferito è la cetonia dorata, più conosciuta come maggiolino delle rose: aggrappata ai petali, la cetonia apre ferite e squarci e spande il polline sulla parte femminile ricettiva del fiore.
E poi la viola, che come tutte le piante costrette all'immobilità dalle radici, deve saper attirare il partner, ingegnandosi in un vero e proprio gioco della seduzione. All'originalità della forma e dei colori, si aggiunge un profumo unico. Ma la cosa più sorprendente è di certo scoprire che la viola ha una doppia vita che si manifesta nelle sue due fioriture, una aperta al mondo e visibile ogni primavera, l'altra più clandestina e nascosta, sotto le foglie, durante l'estate: una nuova colonia di fiori senza petali che daranno vita a frutti e semi.
Dopo aver descritto fin nei minimi particolari la forma e le caratteristiche delle foglie e dei fiori di mughetto, Otte si sofferma sulla fecondazione che avviene grazie a insetti di piccola taglia, gli unici capaci di penetrare i piccoli fiori a forma di campanula, delicati e disposti a grappolo, di un colore bianco-neve, con impercettibili sfumature rosate. Questi piccoli insetti, mentre fecondano ogni fiore, vengono ricompensati con un alcol leggero di cui si inebriano a loro piacere.
Secco e spoglio, il caprifoglio pare in inverno quasi morto, ma dal momento in cui riprenderà vita, è l'olfatto a notarlo, prima ancora dello sguardo. Ed è nella dolcezza, nel carattere aggraziato, nell'intimità femminile dei suoi fiori che il caprifoglio rivela sua vera natura.
Solo quando cala la sera, quando le ombre si allungano, si fanno più spesse e sembrano cucirsi le une alle altre così da dar vita, come attraverso una serie di rattoppi, al mantello della notte, solo allora il profumo si diffonde in ampie scie, in folate sinuose a seconda dei capricci del vento. Questa suggestiva descrizione introduce l'arrivo dei visitatori della sera, le farfalle notturne, le sole dotate di una tromba che permette loro di penetrare nel tuo floreale, lungo e stretto, per attingervi il nettare, e, nello stesso tempo, di trasportare il polline, dai cinque stami sul pistillo.
E se l'impollinazione ha successo, il caprifoglio cessa quasi subito di emanare il proprio profumo, ritenendo ormai superfluo attirare altri pretendenti.
Sono, questi, solo alcuni esempi cui seguiranno l'ingegnosa violaciocca gialla, l'esotica vaniglia, il seducente lillà, la generosa lavanda, il garofano più selettivo, la mimosa ultrasensibile, l'enigmatica felce, il narciso pieno di sé di quali e quanti affascinanti misteri racchiuda in sé la sessualità del mondo vegetale. Una sessualità sconosciuta ai più, ma che vi invito a scoprire attraverso la lettura di questo libro.
Jean-Pierre Otte non ha semplicemente scritto un trattato di botanica ben documentato, ma ha saputo agire sull'anima e toccare il cuore parlando allo spirito.
È questa l'unica condizione per riscoprire i molti legami che l'uomo ha con la natura e per ritrovare un senso di serenità, di desiderio appagato e la consapevolezza che siamo esseri simili che esistono gli uni in funzione agli altri. (Lidia Gualdoni)
«La Gazzetta di Mantova»
14-05-2010
Un libro di storie, raccontate con umorismo e tenerezza, che hanno per tema le strategie erotiche dei fiori più comuni dei nostri giardini. Come le donne che davanti allo specchio si preparano per le più folli notti d'amore, infatti i fiori escogitano ogni stratagemma per sedurre api, farfalle, uccelli e farsi visitare e inseminare dal variegato popolo dei loro amanti. Per questo essi si inventano le forme più eleganti e originali, i colori più vivaci, e soprattutto i più conturbanti aromi, gli stessi che poi fissati nei profumi femminili offrono ad ogni donna l'arma più sottile ed efficace per le proprie conquiste amorose.
«Il Giornale dell'Arte»
01-09-2010
«Non è poi sempre il caso di fare nomi», ci ricorda Lionello Puppi con Karl Kraus, avvertendoci che la ricerca storico-artistica, essendo squisitamente indagine, assume talora i caratteri della detective story, oppure del rompicapo intellettuale: e spesso il colpevole non si trova, mentre il frutto dell’investigazione può essere non altro che un enigma complementare, o un dubbio ulteriore, o un arzigogolo della mente.
In compenso, in questo Il re delle Isole Fortunate lo studioso dimostra parimenti che l’esplorazione genera comunque un possesso diverso, il racconto delle mille vicende piccole, talora minime, tra aneddoto e «nuga», che il flusso grande della storia dell’arte porta morenicamente con sé, e che la insaporiscono come spezie preziose e rare. Storia è anche, forse soprattutto, narrazione. E come in un telero veneziano di quelli che Puppi molto ama il senso generale dell’insieme tende a porre in ombra la trama ricca dei mille dettagli, degli episodi marginali, degli accidenti che pullulano come controparte umanissima dell’evento potente che si mette in scena. Cosa accade, Puppi si chiede, se per una volta lo storico mette in parentesi il quadro grande e si concentra su questi dettagli, sugli accessori non superflui della storia principale e apparecchia il racconto, per il puro piacere, di queste sue indagini eccentriche e all’apparenza divaganti?
Accade, in primo luogo, che la qualità della scrittura ne esca distillata come non mai, divertita e divertente, punteggiata d’anacronismi voluttuosi, facendosi parte essenziale e decisiva, anch’essa protagonista, della narrazione stessa. E questo, come ognun sa e si trova ad auspicare inerpicandosi troppo spesso per saggi pensosi, metodologicamente (e talora ideologicamente) agguerriti ma allo stesso tempo figli di scritture desolanti, è dono lussuoso all’intelligenza del lettore. In secondo, che l’esposizione si dipani lasciando alle viste il suo backstage, quel «mestiere della ricerca» fatto di enigmi visivi affrontati affidandosi a un’indagine sulle fonti e sui documenti che a loro volta si rivelano ora lacunosi e frustranti (com’è come non è, quasi sempre si giunge a un passo dalla scoperta e il foglio cruciale manca, il documento svicola e si fa tenebroso, la fonte si fa reticente o elusiva) con il rischio, a proposito del quale Puppi continuamente mette sull’avviso, che si sia tentati di compensare la mancanza lavorando di pura fantasia, confidando in mitologie piccole e grandi, nascondendosi dietro la scenografia delle certezze in luogo di certezze non raggiunte.
La dichiarazione d’intenti Puppi l’affida, appunto, al re delle Isole Fortunate. Chi è costui? È uno dei pretendenti delusi che s’affaccia nel padovano «Sposalizio della Vergine» di Giulio Campagnola, dai tratti esplicitamente amerindi. Il meccanismo è micidiale. Perché a così pochi anni dai viaggi fortunati di Colombo (dieci, a un dipresso) una figura esotica così estranea alla pur cosmopolita cultura veneziana? Tra un’ipotesi e una conferma, tra un documento e un’intuizione, Puppi allinea la spedizione di Colombo del 1493, il suo sbarco spagnolo tre anni dopo con un carico di nativi ridotti in schiavitù, i re cattolici che si liberano dei bottino imbarazzante facendone dono alle potenze straniere, lo straniato amerindio che capita, per il tramite dell’ambasciatore Francesco Cappello, a Venezia, sino a ricevere un’ospitalità onorevole, per quanto possibile, giusto a Padova.
I propri intenti Puppi poi dipana in una sequenza di esercizi d’indagine saporosissimi, svarianti dall’invenzione di Filippo Calendario, genio fantomatico dell’architettura veneziana passato nei decenni da dogma storico a pura mitologia e a monito imperituro per tutti gli storici dell’arte, all’affaire milanese sulfureo e noir tra Orazio Vecellio figlio di Tiziano e quel geniaccio violento di Leone Leoni, dimostrazione perfetta che il commercio d’opere assume spesso tratti oscuri e indicibili, e che un’inchiesta delicata si poteva allora come ora insabbiare; dalla maledizione luttuosa che pare assediare la casa veneziana di Tiziano a Biri Grande, eliminandone ad uno ad uno gli inquilini che l’abiteranno dopo il maestro, allo strano caso dei fratelli van Veerle d’Anversa, moltiplicati e occultati in una ridda di pseudonimi che certo ne agevola i non limpidi traffici di quadri con Venezia.
Storie belle, storie che valeva la pena di raccontare, sono quelle che Puppi allinea in questa preziosa prova d’autore. Le storie dell’arte, una volta ancora, s’affiancano felici alla storia dell’arte. (Flaminio Gualdoni)
«Padova e il suo territorio»
01-06-2010
Per dare conto della lettura del volume di Puppi si può cominciare da una soglia del testo, cioè dalla dedica, che suggerisce al lettore un atteggiamento di disincanto nei confronti della "fortuna" cui allude il titolo, ma anche delle "storie", casualmente assemblate (così pare), del sottotitolo. Il dedicatario è un personaggio letterario, protagonista del più noto romanzo di Garcìa Màrquez, Cent’anni di solitudine: «Alla memoria gloriosa e imperitura del colonnello Aureliano Buendia, che promosse trentadue sollevazioni armate e le perse tutte...»; il suo nome ritorna nel Postscriptum con cui l’autore si congeda ricordando, con Luìs Sepùlveda, che «perdere è una questione di metodo» (per una filosofia del perdente, aggiungo, non bisognerebbe comunque dimenticare il Charlie Brown dei Peanuts). Costituiscono appunto una galleria di sconfitti, desdichados ("sfigati"), questi uomini spesso non illustri che la ricerca e la scrittura di Puppi illuminano per un breve istante e in parte risarciscono con umana solidarietà, prima di riconsegnarli all’oscurità.
Si inizia proprio con il «re delle Isole Fortunate», il cui volto lo storico dell’arte Enrico Dal Pozzolo ha segnalato tra i personaggi affrescati da Giulio Campagnola nell’episodio dello Sposalizio della Vergine nella Scoletta padovana del Carmine (a sinistra di chi guarda, rispetto al supposto ritratto di Albrecht Dürer, l’amato maestro d’Oltralpe). Con un procedimento "indiziario", cui si attiene anche in seguito, Puppi allinea e incrocia testimonianze e cronache del primo Cinquecento, dai viaggi di Cristoforo Colombo agli Annali di Domenico Malipiero e di Marin Sanudo, per ricostruire il cammino tortuoso di un abitante dell’isola Hispaniola (ora Haiti), quasi sicuramente di rango elevato, portato (deportato) in Spagna nel 1496 dopo essere stato battezzato come Diego Colòn, donato ai sovrani Isabella e Ferdinando, che se ne disfano donandolo a Francesco Cappello, oratore della Serenissima; al suo arrivo a Venezia, il Senato decreta l’assegnazione del "selvaggio" al Capitanio della città di Padova, dopo di che se ne perdono le tracce, fatta salva quella rimasta sulla parete di un edificio sacro. «Nello sguardo, stupefatto e attonito, sgranato nel volto confidatoci da Giulio Campagnola, è impresso il lampo, come urlo strozzato, di un rimprovero senza fine» (p. 13): è il sigillo che Puppi imprime alla prima delle sue storie, I clamori e il silenzio, cui è affidata la funzione di "preludio", ma anche di campione delle storie che seguiranno, sicché il titolo antifrastico si rispecchia nella dedica che abbiamo citata (non sono fortunati i protagonisti delle storie, sono piuttosto sconfitti dalla Storia).
Nel rispetto dei "tempi" musicali, anticipati dal preludio che abbiamo riassunto, si apre quindi un primo movimento articolato in nove storie, cui segue un "interludio" (è la Breve conversazione con Palladio, nella tradizione dei Dialoghi dei morti di Luciano di Samosata e delle più recenti "interviste impossibili") e un secondo movimento con altre nove storie, sigillato da un Concertato finale. La struttura circolare del testo nel suo complesso è confermata proprio dalla lettura dell’ultima storia, divisa in due (La densità della Storia e la Fenice Nera), che torna al paesaggio di Haiti, trecento anni dopo: alla vicenda dell’indio arawak donato alla Serenissima e finito a Padova (quasi un preludio per strumento solista) succedono, nel primo la catena di rivolte e dittature, di liberatori divenuti tiranni (un "concertato per orchestra") nell’isola ormai ripopolata da schiavi africani, in sostituzione degli indigeni sterminati dai conquistadores, mentre nel secondo la tragedia individuale di un giovane haitiano, malato di nostalgia, ripropone l’assolo straziante di un amore impossibile finito in delitto tra i canali e i palazzi della Venezia di inizio Ottocento.
La varietà delle storie, già pubblicate in sedi diverse e disperse (dagli atti di convegni alle rubriche di riviste), si dispone tuttavia in un’evidente unità di disegno, senza che si percepisca sforzo, lasciando spazio, con Erasmo in Giappone, a un mirabile e svelto riepilogo di teoria del giardino, da quello claustrale a quello cortese fino a quello umanistico, per ribadire l’essenza dello «spazio assolutamente altro» del giardino (Rosario Assunto), ma anche del dialogo, come tipologia letterario-retorica, praticato da Erasmo e da Bembo (o Tasso) nel Cinquecento (giardino e dialogo forniscono insieme spazio fisico e forma logica allo scambio intellettuale). Il titolo del brano viene chiarito nel finale da funambolo che Puppi sfodera, passando dal commento del Convivium erasmiano alle vicissitudini di una statua lignea con l’effigie dell’umanista olandese, ritrovata nel tesoro di un tempio buddista giapponese dopo aver attraversato gli oceani attaccata come una polena alla prua di un veliero alla fine del XVI secolo!
Perdenti perfetti si potrebbero definire i protagonisti delle ultime storie: La statua di Napoleone racconta gli anni lontani, tra il 1809 e il 1814, dalla decisione della Camera di Commercio veneziana di erigere un monumento pubblico all’imperatore trionfante, affidato allo scultore Domenico Banti, al suo abbattimento dopo Waterloo, in odio al tiranno sconfitto, fino al recente ritrovamento del marmo celebrativo e al suo ritorno, in parte osteggiato, nelle sale del Museo Correr come oggetto d’arte: Il doppio inizia con un effetto di spaesamento per il lettore che assiste alla «seconda morte di Antonio Canova scultore» nel 1873 (più di 50 anni dopo la data del 1822, che si legge nelle biografie dello scultore di Possagno) e, subito dopo, fa la conoscenza con l’altro, appunto, cui toccò in (mala)sorte quel glorioso nome, senza essere in alcun modo parente, e quello stesso mestiere artistico, senza poter rivaleggiare con i capolavori, anche se, per legittimo diritto anagrafico, poté firmare le sue opere con quello stesso nome, che finì tuttavia per schiacciarlo: Dottor Jekyll e mister Hyde riprende una tesi di laurea (di Raffaella Gava) su Giuseppe Marino Urbani de Gheltof, nato a Padova nel 1856 e morto a Firenze (nel manicomio di Montelupo) nel 1908, dapprima geniale scopritore e, in seguito, falsario di documenti storici (in un’epoca nella quale si fabbricavano con perizia anche capolavori della pittura di "primitivi toscani" per facoltosi collezionisti, americani ma non solo): ne seguiamo gli ultimi penosi spostamenti, le visite a biblioteche e archivi, i tentativi di impossessarsi di documenti o di duplicarli e rivenderli, fino all’arresto, al ricovero, alle terapie devastanti (fisiche allora, più che chimiche) che suggeriscono al lettore di unirsi alla pietas del narratore.
Resta da accennare brevemente allo stile inconfondibile di Lionello Puppi, partendo dalla sintassi obiettivamente complicata, ma stimolante, quando non si allea a frasi parentetiche, incisi o precisazioni variamente segnati o interpuntati che hanno un effetto ritardante se non perturbante, costringendo il lettore a tornare sulle righe già percorse. E dire che per non appesantire il testo, Puppi ha eliminato le note, conservando in genere i rinvii agli autori citati: e per non aumentare il prezzo del volume ha sacrificato l’iconografia, togliendo in questo modo al lettore la facoltà di controllare storie che hanno essenzialmente a che fare con immagini! Se alcune marche lessicali, come il ritorno di parole cui Puppi è affezionato («impalcare, impalcarsi»: pp. 27. 28, 33... 178, 179), alcune costruzioni arcaizzanti («di pezzi si tratta animati»: p. 28), stanno tra il vezzo e un sigillo autoriale, a volte sembra di cogliere l’eco di una vera e propria riscrittura à-la-manière-de, come nell’arioso incipit dell’ultima storia: «Per un buon tratto, il nastro d’asfalto, approssimativo e sconnesso da crepe larghe e profonde, che congiunge Port-au-Prince a Cap-Haïtien, asseconda la costa dell’ampio golfo di Gonalves, bordata di mangrovie la cui cupa cortina talora cede, o si spezza, permettendo allo sguardo di spaziare, per un momento breve, sull’azzurro intenso e limpido d’un mare ch’è lo stesso del cielo purissimo, così da consentir di percepire la linea d’orizzonte solo là dove il guizzar d’argentate inquietudini luminose interrompe l’immobilità rovente d’una concava parete vegetale infinita» (p. 171). E certamente un omaggio alla descrizione tra lago, monti e fiume di Manzoni ma anche un accordarsi al tonificante respiro del paesaggio subtropicale prima di reimmergersi, trattenendo il fiato, nell’incubo delle tragedie umane disseminate nella Storia. (Luciano Morbiato)
«Il Giornale di Vicenza»
18-05-2010
Dettagli, piccoli indizi, notazioni minime, resoconti minuziosi, antichi verbali affogati nella polvere di archivi ombrosi e segreti. Uno scenario abitato da tarli ostinati e pensosi. Uomini e donne lontani anni luce dal facile gioco informatico impegnato a catturare con qualche rapido click mondi contraddittorie fragili. In questi territori di confine, dove una ricerca certosina di fonti e documenti ricostruisce mosaici imprevedibili e preziosi, Lionello Puppi, uno dei maggiori studiosi italiani di storia dell’arte, incunea uno dei suoi lavori più suggestivi e avvincenti. Il re delle Isole Fortunate indaga con mano abile e sicura nella vita, nell’opera, nelle vicende pubbliche e private di piccoli e grandi artisti, inanellando una sorta di detective story capace di affondare lo sguardo in alcuni enigmi rimasti per secoli impigliati nelle trame del tempo. Un movimento narrativo che Puppi conduce insinuandosi nelle pieghe di fatti all’apparenza marginali, in realtà in grado d’illuminare le botole nascoste di una storia in cui i nomi di Tiziano, Palladio, Canova e Jacopo Da Ponte s’intrecciano a quelli di Giulio Campagnola, Filippo Calendario, Giovanni Matteo Bembo (nipote del cardinale Pietro Bembo), Riccardo Perucolo, personaggi sicuramente meno noti, ma profondamente radicati in un tessuto sociale di cui esprimono tutta la vitalità e ricchezza. Si comincia con il re dei titolo, un personaggio che lo storico dell’arte vicentino individua (su segnalazione di Enrico Maria Dal Pozzolo) nello "Sposalizio della Vergine" conservato nella Scoletta del Carmine a Padova. Si tratta di un quadro realizzato nei primi anni del Cinquecento da Giulio Campagnolo, all’epoca poco più che ventenne. A un margine dell’opera si affaccia un viso "stranito", i cui tratti somatici evocano un amerindo di etnia Harawak, diffusa tra le coste e le isole del mare dei Caraibi. Ma come poteva, a dieci anni dal primo approdo di Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo, aggirarsi per Padova un uomo originario di quelle terre? Eppure doveva essere accaduto, dal momento che in quel quadro Campagnolo ritrae alcuni personaggi eminenti della Padova che egli ben conosceva. L’indagine ha inizio. Scartabellando e cercando, ecco saltar fuori, trale numerose notazioni del IV libro dell’Historia Venetiana di Pietro Bembo, la notizia di uno strano dono fatto alla Serenissima dai sovrani di Spagna. Di che si tratta? Si tratta del «Re di una delle Isole Fortunate», le Canarie, uno degli schiavi indigeni portati in Europa da Colombo nella sua seconda missione in America. Un’indagine laboriosa, appassionata, ricca di suspense, che consente a Puppi di ricostruire l’intera vicenda sul filo di un’emozione che nel finale sembra finalmente chiarire il perché di quello «sguardo stupefatto e attonito» consegnatoci con così grande finezza psicologica dal tocco del Campagnolo. Piccole storie dentro cui pulsa e vive la Grande Storia. Ma una Grande Storia spesso avvolta in un riverbero misterioso e lontano. Come quando Puppi porta allo scoperto gli intrighi e le delazioni che nel 1568 condannarono il pittore Riccardo Perucolo di Conegliano a essere bruciato vivo con l’accusa di eresia. Un tassello forte, potente, che si accende di sinistri, ipnotici bagliori quando la lente d’ingrandimento dello studioso si china sulla casa stregata di «Tiri Grande», oggi civico 5630 di Cannaregio, già residenza sontuosa e officina laboriosa di Tiziano fino all’agosto del 1576, data fatale per il Grande Vecchio fulminato dalla peste. Da quel momento, la «domo posita in Biri Magno, nell’estremità di Venezia, sopra il mare, là onde si risguarda la vaga isoletta di Murano et altri luoghi bellissimi» sembra attraversata da un incredibile sortilegio. Due o tre anni dopo diventa infatti rifugio di Francesco Da Ponte, fuggito da Bassano per mettersi in proprio, lontano dai condizionamenti della bottega familiare. Già minato dalla tisi e con un equilibrio mentale perennemente in bilico tra inadeguatezza e furibonde fantasie persecutorie, «lo sventurato», nel tentativo di fuggire i fantasmi che incendiavano la sua mente, sul finire del dicembre 1591 si getta dal balcone fracassandosi sul selciato. Non basta. Carlo Ridolfi, nelle sue Maraviglie dell’Arte, racconta che anche il pittore Leonardo Corona era andato a stare «in Birri, nella casa ove habitava Tiziano», per esalarvi l’ultimo respiro a soli 44 anni. Identica sorte tocca nel 1602 al pittore Giovanni Contarini, che sempre nella stessa, disgraziata dimora, chiude a soli 40 anni il suo travagliato ciclo terreno... Un lavoro, quello di Puppi, articolato e denso, che in un originale mix di rigore, ironia, curiosità e tensione porta allo scoperto anche le molte sfaccettature di rapporti familiari in grado di svelare la grande umanità e tenerezza di artisti come Palladio o Tiziano, impegnati nel complesso ruolo di padri tormentati da vicissitudini spesso crudeli e di non facile decifrazione. Il tutto avvolto nel cerchio enigmatico di una creatività artistica, in cui il presagio della sconfitta sembra accompagnarsi ai difficili bagliori di una speranza che vibra intermittente e inquieta tra le pieghe della scoperta e colonizzazione europea del Muovo Mondo. (Maurizia Veladiano).
«L'Arena»
14-05-2010
Lionello Puppi, uno dei più noti storici dell’arte italiana, ha raccolto in un libro una serie di articoli apparsi su riviste specializzate o in atti di convegni, ma anche su supplementi settimanali di grandi quotidiani, in cui si (e ci) diverte a risolvere enigmi artistici o biografici di grandi artisti del passato come se fossero delle detective stories. Il re delle Isole Fortunate e altre storie vere tra le «maraviglie dell’arte» mostra un Puppi che si muove con la perizia del consumato esploratore di archivi storici e l’acribia di un investigatore letterario come l’Abilio Quaresima di Fernando Pessoa tra i misteri delle vite di geni dell’arte. Ci imbattiamo così in un Andrea Palladio (presente anche in una specie di «conversazione impossibile»), in ambasce per il figlio Leonida, prima assassino nel 1569 nel corso di una rissa tra ubriachi e poi a sua volta assassinato per vendetta dai parenti della vittima a distanza di tre anni, dopo una discussa assoluzione per quella che oggi si chiamerebbe «legittima difesa». O nel figlio di Tiziano, Orazio Vecellio che chiede (e ottiene) il porto d’armi dopo essere stato, il 14 giugno 1559, riempito di botte e aggredito con spagne e pugnali, fin quasi a rimetterci la vita («sète ferite per amazar»), dallo scultore Leone Leoni, più iracondo e rissoso di Caravaggio. Tiziano, tre anni dopo, mette in moto nientemeno che il re di Spagna Filippo II, per chiedere giustizia, raccontando che di mezzo c’erano dei crediti da riscuotere, che Leoni rifiutava di pagare. Storie venete d’altri tempi, narrate con precisione documentale e uno stile tanto intrigante, quanto elegante. (G.B.)
«www.drammaturgia.it»
07-05-2010
Sapientemente, per l’ennesima volta, Lionello Puppi conduce il lettore tra le ridolfiane «maraviglie dell’arte» (e non solo). Meraviglie e altre questioni, dunque, che egli, in questo volume, svela nel segno d’una felice vena narrativa appesa al gusto per l’inchiesta archivistica raffinata; caratterizzata poi, in sede esegetica, da una non comune finezza interpretativa come da un respiro culturale ampio e da un impianto saldamente storico-filologico. Un approccio storiografico documentale e multilineare declinato in modo lenticolare, anzi 'poliziesco', alla maniera del detective Abilio Quaresima. Con l’instancabile commissario P. (la calzante definizione è di Giandomenico Romanelli) implacabilmente curioso, come lui stesso dice, nel «rovistar tra le carte» (p. 150), a caccia com’è di labili tracce per restituire spessore di vita a uomini, eventi e 'casi', avventure e sventure, architetture, dipinti e sculture, committenti e artisti, collezionisti e faccendieri d’arte (e così via). Casi, dicevo, sin’ora irrisolti, delitti inclusi: si pensi all’inquietante vicenda del prediletto figlio di Palladio, Leonida, dapprima omicida e poi, forse, assassinato per vendetta (La vendetta dei Camera, pp. 85-91). Oppure casi sconosciuti, talvolta apparentemente insignificanti ma invece, a ben guardare, rivelatori se indagati con senso vivo della storia come fa Puppi.
Fig. 1 - Francesco dal Ponte (?), Ritratto di Andrea Palladio, 1578 (?), olio su tela
Perciò le pagine del Re delle Isole Fortunate mettono in valore anche dettagli persino minimi. L’ispezione delle fonti fa scattare nell’investigatore la scintilla interpretativa spesso decisiva per risolvere o problematizzare correttamente i tanti enigmi. L’osservazione individuale, paziente e minuziosa, della fisicità del 'reperto', d'altronde è basilare: Freud e Holmes ci hanno insegnato come (e quanto) gli 'scarti', gli indizi impercettibili ai più, i dati apparentemente secondari possano essere spie rivelatrici del sapere indiziario. Il «buon Dio sta nei dettagli», asseriva Warburg sulla scia di Flaubert. In breve: Puppi esercita il mestiere di storico. E lo esercita a tutto tondo, capace com’è d’abbattere gli steccati disciplinari per dar vita a una storia dell’arte sempre tenacemente contestuale, mai svilita dall’egemonia dei lambicchi formali. E piace qui convocare un altro volume del medesimo studioso. Alludo a Verso Gerusalemme (1982), la cui Premessa costituisce a tutt’oggi un viatico metodologico prezioso per investigare perduti orizzonti artistico-culturali in una dimensione multidisciplinare che ambisca a una storicizzazione integrale degli oggetti indagati. È che Lionello Puppi pone la storia al servizio dell’arte. Da qui l’attenzione ricorrente al contesto, alla nozione di progetto culturale, al fondamentale capitolo della committenza; o, ancora, la capacità di far interagire piccole storie e grande Storia; storia dal 'basso' e storia dall’'alto, storia delle marginalità, storia dei prediletti vinti. Quei vinti che del Re delle Isole Fortunate sono i veri protagonisti.
Si ricordi l’avvincente interpretazione della procurata morte del talentuoso pittore Francesco dal Ponte, 'costretto' al suicidio in Venezia dall’ombra minacciosa e onnipresente della figura paterna (Lo specchio e la bacchetta, pp. 107-117). Narrazione cui segue, con coerenza narrativa, la veridica storia della scena di quella tragedia: dico l’inquietante ex residenza e officina di Tiziano al Biri Grande, poi casa del dal Ponte, da un balcone della quale il fragile tormentato Francesco, autore di un memorabile ritratto di Palladio da vecchio (fig. 1), si gettò «per frenesia» nel 1591 (La casa stregata al Biri Grande, pp. 119-124). O, ancora, si leggano le storie del pittore e accademico Filarmonico Felice Brusasorzi, l’infelicissimo uomo delle tre donne (Felice nella miseria, pp. 125-130), o dello sventurato storico Giuseppe Marino Urbani de Gheltof deceduto, dopo molto penoso vagabondare, nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino (Dottor Jekyll e mister Hyde, pp. 161-168) e finalmente in parte riabilitato, con intelligenza critica e umana pietà, dallo studioso.
Fig. 2 - Palazzo Foscari presso San Simeon piccolo a Santa Croce, Particolare della Pianta prospettica di Venezia di Jacopo de’ Barbari, 1500, xilografia
Deprivare il lettore del gusto della scoperta sarebbe ingiusto. Basti proporre un’ultima 'campionatura', privilegiante il punto di vista dello storico dello spettacolo che svaria, nelle pagine che presentiamo, dalla narrazione del recupero in luogo sorprendente di un sorprendente oggetto dell’effimero quale l’effigie d’Erasmo scolpita per l’ingresso trionfale a Rotterdam nel 1549 del futuro Filippo II (Erasmo in Giappone, pp. 25-35); alla rievocazione della giostra organizzata da Bartolomeo d’Alviano a Padova nel 1515 in Pra’ della Valle (Il cavaliere dimezzato, pp. 37-43), «sì per dar solazo e piacer a tutti come exercitar et accender la gente d’arme» (così Marin Sanudo); sino alla convincente ricostruzione di un fallimento teatrale illustre (pp. 75-83, Una lunga notte per un fiasco). Dico la rivisitazione della messinscena promossa a Venezia nel carnevale 1565 dall’aristocratica Compagnia della Calza degli Accesi. Allestimento che vide impegnati l’accademico Olimpico Andrea Palladio, il medico-drammaturgo Conte da Monte (Antonio Pigatti) e il pittore Federico Zuccari in uno spettacolo ambizioso del cui esito concreto poco o male si sapeva; e che Puppi, con l’ausilio di un recuperato testimone oculare amico di Palladio, Fabio Monza, giudica a ragione «un fiasco colossale» (p. 82). Un insuccesso, dunque e persino clamoroso, la recita in laguna dell’Antigono di Conte da Monte nello spazio teatrale impalcato per l’occasione da Palladio e ubicato, con ogni probabilità, nei pressi di palazzo Foscari a San Simeon piccolo (fig. 2).
Una sconfitta artistica condita d’insulti, probabilmente procurati ad arte dall’attore protagonista, il performativo «Gobbo dell’Anguillara», per indispettire l’intellettuale autore della tragedia. Eppure quell’evento contestato (la «tragedia fu recitata male et per il Gobo furno fati di molti errori», scrive il diarista Monza) resta, stimo, una tappa cruciale per comprendere la diuturna idea di teatro palladiana, culminante nell’enigmatica scenafronte dell’Olimpico di Vicenza (fig. 3). Quell’Olimpico che Puppi elegge, nell’Interludio di questo suo libro (pp. 95-98, Breve conversazione con Palladio), a sede di un memorabile «appuntamento» virtuale tra il commissario P. e un Palladio ormai vecchio, con la fronte «solcata da qualche ruga […] dilatata dall’ampia pelata del capo» e con lo sguardo d’un «azzurro profondo». Un azzurro, aggiungo, di schietto sapore autobiografico, che abbiamo imparato a guardare sino dalla monografia dedicata dallo studioso nel 1997 alla Giovinezza di Palladio, nella quale Andrea si congedava dal lettore stropicciandosi gli occhi «a coprirne, per un lungo momento, la limpida luce d’azzurro» (p. 129). Lascio, infine, la parola a Puppi e al suo alter ego prediletto, Palladio. Quest’ultimo è «seduto all’estremità del gradone inferiore della cavea, a ridosso dell’orchestra. Il suo sguardo è concentrato sul monumentale proscenio, e sembra perplesso. […] “Ben tornato, Maestro”, lo apostrofo. Sobbalza. “Sono tuttavia di fretta”, mormora; e sembra quasi un sospiro. Non è incoraggiante, Palladio» (p. 95). Questo l’incipit di un sogno della storia che mette a colloquio il maestro patavino con il suo studioso principe, autore della più importante monografia palladiana del secolo che ci è alle spalle. E se ne ascoltano delle belle, in quel privato appuntamento. A partire da un’amara constatazione palladiana rivolta ai posteri: «“Millantatori. Nulla hanno inteso”». E ancora: «“cosa vedo intorno a me, adesso? La scancellatura, la cassatura deliberate della memoria per erigere sulle sue polveri […] stramberie senza ordine e ragione.
Fig. 3 - Andrea Palladio-Vincenzo Scamozzi, Teatro Olimpico di Vicenza, 1580-1585
Concludo rammentando, con Fernando Pessoa, che le «isole fortunate, / sono terre che non hanno luogo, / dove il Re vive aspettando. / Ma se vi andiamo destando / tace la voce e solo c’è il mare». Chissà cosa ne avrebbe pensato il fratello dell’orgoglioso Re d’una delle Isole Fortunate, l’amerindo appellato abusivamente dai vincitori Diego Colón dono esotico dei sovrani di Spagna alla Serenissima che poi, nel 1497, dislocò costui a Padova. Perciò Giulio Campagnola lo vide, lo ricordò e quindi ne dipinse il volto, sparuto e diverso, tra i personaggi-cornice del suo Sposalizio della Vergine affrescato nella patavina Scoletta del Carmine. È questo il Preludio (I clamori e il silenzio, pp. 9-13) del volume di Puppi. Un volume che dà voce a storie di uomini infelici, la cui memoria è stata troppo a lungo celata, smentita e manipolata, ma che è ora finalmente resa alla luce dal tenace e suadente Uomo degli Archivi. (Stefano Mazzoni, presentazione del libro in occasione dell'Adunanza pubblica dell'Accademia Galileiana di Scienze Lettere ed arti in Padova, 7 maggio 2010).
«Il Piccolo»
05-05-2010
Nell’«occhio del ciclone vertiginoso della storia» le incidenze e le coincidenze sono incalcolabili. L’immagine di un quadro, il frammento di un’opera d’arte, un lacerto d’archivio possono essere il punto di partenza di una trama capace di ricostruire inediti tessuti narrativi: storie dimenticate, o sottaciute, voci e personaggi relegati, spesso a torto, ai margini della grande Storia. Riannodare questi fili, ricostruire queste trame, è compito dei narratori, siano essi storici o romanzieri. Ed è quello che fa Lionello Puppi ne Il re delle Isole Fortunate. Da grande storico dell’arte qual è, Puppi è abituato a seguire il filo e le tracce che dall’arte partono per portare altrove. Come succede nel primo capitolo del libro, dove a partire da una figura individuata nello Sposalizio della Vergine di Giulio Campagnola (nella Scoletta del Carmine a Padova) l’autore ricostruisce la vicenda di quel personaggio, che si scopre essere uno di capi indiani – uno dei re delle Isole Fortunate – portati da Cristoforo Colombo in Europa per fare colpo sui sovrani di Spagna. E così, come un detective del tempo, di storia in storia Puppi porta il lettore nei recessi della Grande Storia dove troviamo il figlio di Tiziano minacciato di morte, una statua lignea di Erasmo da Rotterdam in un tempio giapponese, fino a un delitto ottocentesco consumato da un servitore haitianio all’ombra della Fenice, simbolo del potere nella sua terra perduta. Diciannove racconti, rigorosamente ‘veri’, inframezzati da una Breve conversazione con Palladio, per ricordarci come l’arte – tutta – non è altro che la rappresentazione infinita di quell’infinito disegno che tutti ci accomuna.
«Il Gazzettino»
16-03-2010
Chi si "nasconde" dietro i capolavori dei grandi artisti? Spesso degli uomini meschini, dei padri crudeli, o magari delle vittime/beneficiari delle circostanze, che si sono trovati a essere canali inconsapevoli del genio. Cosa dire, ad esempio, del Tiziano, che fino a un certo punto della sua vita pareva più interessato agli affari economici della famiglia, oppure a un lucroso traffico di quadri (in cui coinvolse anche, pericolosamente, il proprio figlio), piuttosto che ai capolavori che stava realizzando? A illuminare questi angoli oscuri della storia dell’arte ci pensa Lionello Puppi nel libro Il re delle isole Fortunate, che scioglie alcuni enigmi artistici con la leggerezza rigorosa della detective story. Prendiamo il "re" del titolo: Puppi ne segue le tracce a partire dalla figura dell’amerindo raffigurata nel quadro Sposalizio della Vergine del Campagnola (primi del Cinquecento), conservato alla Scoletta del Carmine a Padova, fino a scoprire che si trattava di uno degli schiavi indigeni portati in Europa da Cristoforo Colombo dalla sua seconda missione in America, regalato dai reali di Spagna a un ambasciatore della Serenissima. «Ho scritto questo libro tirando fuori gli episodi accantonati nel corso delle mie decennali ricerche di storia dell’arte – racconta Puppi – con lo scopo di rispondere a una mia inquietudine: noi siamo soliti definire capolavori solo opere prodotte dalla nostra civiltà, dimenticando che tutto questo si è imposto al prezzo altissimo della distruzione di altrettanta grandezza e bellezza negli altri emisferi». E poi c’è naturalmente l’interesse a svelare il volto umano (e dunque contraddittorio) di tanti protagonisti: come il Palladio, ad esempio, che ebbe una situazione familiare piuttosto problematica, e un figlio morto in circostanze misteriose. Qui l’indagine di Puppi prende l’avvio da una lettera con cui il grande architetto nel gennaio del 1572 risponde da Venezia alla sollecitazione dei suoi committenti vicentini a fare ritorno all’ombra dei Berici a completare finalmente la loggia del Capitaniato, i cui lavori si trascinavano da tempo. Palladio promette, spiegando il suo ritardo con la morte del figlio Leonida, a cui non è ancora «stata data sepoltura». «La legge veneziana ritardava le esequie – spiega Puppi –, solo nel caso di morte per una sospetta malattia contagiosa, oppure di morte violenta». E questo è il caso in oggetto, a quanto pare. Ma perchè? E per mano di chi? «Leonida – spiega Puppi – tre anni prima aveva ammazzato a coltellate un facoltoso vicentino nel corso di un festino in cui la vittima aveva messo in palio al gioco persino sua moglie. Dopo un periodo di latitanza il figlio del pittore si era costituito, ma al processo era stato incredibilmente assolto. Solo per la giustizia, però, perchè la famiglia del morto non aveva certo rinunciato alla vendetta». Ma nel libro ci sono anche le vicende di Francesco dal Ponte, figlio di Jacopo, che si getta da un balcone; le morti misteriose nella casa veneziana del Tiziano; l’avveniristico progetto (del Cinquecento) di un ponte tra Venezia e Murano; oppure la storia di un enigmatico Antonio Canova, scultore di Follina, le cui opere sono forse mescolate, in qualche collezione, a quelle del famosissimo omonimo... Perchè anche nell’arte, come nella vita, ben poco è come appare. (Sergio Frigo)
«Lettera.com»
15-01-2011
Munzi racconta nel suo libro la figura del generale Mario Roatta, un uomo difficile da catalogare, un eroe negativo per molti e dalla raffinata intelligenza per altri. Amava definirsi un militare dell'esercito che agiva da militare. Univa grandi qualità diplomatiche a spietatezza e duplicità. Capo del Sim nel '34 può essere considerato correttamente il creatore dell'intelligence che ha ispirato gli americani nella concezione della CIA. Mario Roatta, personaggio peraltro controverso in tutta la storiografia viene trattato dall'autore come un protagonista di novel, quindi in modo informativo, veritiero e verosimile senza esprimere giudizi di sorta. L'attenzione ricade volutamente sugli aspetti dell'eroe negativo con l'intento di renderlo affascinante agli occhi degli italiani. Leggendo il libro infatti l'impressione che il lettore ha di Roatta è proprio quella di un militare rispettoso dell'etichetta e dell'onore, abituato a "sporcarsi le mani" in nome di un interesse superiore per la Patria, che partecipa suo malgrado agli episodi più bui del fascismo, come la fuga dei reali da Roma, ma che conserva positivamente la sua integrità. "In francese c'è una bella espressione: essere un grand commis de l'État. Essere ad alto livello al servizio dello Stato e per di più, nel suo caso, essere al servizio della sua identità militare. Era un soldato. Non aveva colori politici o di altro genere. Come se fosse sceso da un altro pianeta". Forse per questa sua integrità ma anche perché a conoscenza di segreti scomodi è uno dei pochi protagonisti del fascismo che viene processato e condannato nel dopoguerra. Roatta resta una figura ingombrante anche da morto. E' stato infatti sepolto nell'anonimato più assoluto senza clamore giornalistico tanto che la sua lapide riporta un nome fittizio. Un libro interessante che merita un'attenta lettura poiché, sia pur in modo romanzato, racconta alcune delle vicende più buie e cupe del fascismo dal punto di vista dei protagonisti. Nel bene o nel male Mario Roatta ha fatto storia. (Laura Laera)
«Il Giorno - Il Resto del Carlino - La Nazione»
28-02-2010
Una tomba con un nome sconosciuto, nel cimitero romano del Verano: Angelantonio Mancini. Sotto quella lapide non riposa il defunto signor Mancini. Ci sono invece i resti di un protagonista della storia italiana più nera: il generale Mario Roatta. L’uomo di tutte le imprese fasciste, il comandante del SIM (Servizio Informazioni Militari) che fu accusato di aver fatto assassinare i fratelli Rosselli, di avere perseguitato gli antifascisti, di aver attuato la ‘pulizia etnica’ in Croazia. Ulderico Munzi, scrittore e giornalista, corrispondente e inviato della Nazione, del Resto del Carlino, del Corriere della Sera, ne ripercorre la storia in un libro che si legge d’un fiato, come un romanzo. S’intitola Il Generale e racconta le vicende più segrete del «cuore di tenebra» italiano, il personaggio che diede vita all’'intelligence’ di Mussolini, nascose la verità dell’8 settembre, fuggì con il re e Badoglio, fu catturato e condannato ma riuscì ad evadere e a scappare in Spagna: amnistiato da Togliatti, tornò a Roma nel 1966 e vi rimase fino alla morte, nel 1968.
Perché una lapide con un altro nome, senza data di nascita e di morte? Perché Roatta è ingombrante anche da morto, pericoloso come una mina vagante per le cose che sapeva, e che probabilmente, almeno in parte, non sono state ancora dette: «È uno scheletro che dà fastidio e che si preferisce buttare in un ripostiglio», commenta Munzi. Il libro inizia con l’agguato in cui caddero i fratelli Carlo e Nello Rosselli, il 9 giugno 1937, in Francia. L’assassinio era stato deciso da mesi, fin dall’autunno precedente: Mario Roatta aveva spiegato a Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri e genero del Duce, che il suo servizio (il SIM) sapeva benissimo come eliminare il fondatore di Giustizia e Libertà, «un terrorista, un intellettuale pronto ad uccidere». Il destino di Carlo Rosselli era segnato. Munzi ha interrogato a questo riguardo il figlio del Generale, l’ingegner Sergio Roatta, che gli ha detto: «Mio padre è innocente, non era più il capo del SIM quando furono uccisi i fratelli Rosselli. Del resto ogni accusa è stata cancellata dai processi che si svolsero dopo la condanna all’ergastolo da parte dell’Alta Corte». L’autore ha utilizzato molte fonti. Ne esce uno spaccato affascinante, e angosciante, della realtà dell’epoca. Ad esempio quello evocato da una fonte misteriosa, un certo R., che ha raccontato di un probabile accordo stipulato nella notte tra 8 e 9 settembre 1943 tra Kesserling, comandante delle truppe tedesche, e Badoglio: il progetto era quello di offrire Roma alla Wehrmacht, in cambio della fuga dei Savoia e dei comandanti delle Forze armate... (Giovanni Serafini)
«Il Secolo d'Italia»
21-01-2010
Storia davvero singolare, quella del generale Mario Roatta, capo dei servizi segreti militari durante il fascismo (Sim) e molte altre cose. Partecipò alla ignominiosa fuga del generale Badoglio e del Re l'8 settembre del l943 e ne fu testimone diretto. Non era un fascista, ma solo un militare con una mentalità militare, da autentico servitore dello Stato. Ulderico Munzi, "vecchio" cronista dei più importanti quotidiani nazionali ed esperto di storia, si è nuovamente cimentato in un romanzo rigorosamente storico con questa biografia del generale Roatta, personaggio enigmatico, oscuro, sicuramente complesso: Il Generale.
«Il cuore di tenebra del fascismo», lo ha definito Dino Messina sul Corriere. E annota Gianfranco Fini in quarta di copertina: «Tra spionaggio, guerre e congiure, il generale Mario Roatta, uno dei protagonisti dei giorni bui del l943, torna sulla scena». Ormai del resto gli anni sono passati, ma dopo la guerra, quando lui fuggì avventurosamente in Spagna – con l’aiuto del Vaticano – per sottrarsi ai processi, vi fu un’ondata di indignazione generale. Successivamente fu amnistiato da Togliatti, nel l946, e qualche anno dopo poté ritornare a Roma indisturbato, dove morì nel l968. Pochi lo registrarono.
Munzi non racconta come visse in Italia il generale sino alla sua morte (probabilmente con la pensione di ufficiale), ma denuncia però il fatto che Roatta si era reso conto di tutto, di quell’8 settembre, dello scellerato patto di Badoglio con i tedeschi che prevedeva via libera su Roma in cambio di salvacondotto per il re, la famiglia, Badoglio e i paparazzi dello Stato maggiore, tutti in fuga dalle proprie responsabilità. Sì, Roatta sapeva questo e altro. E non è vero che non aveva emozioni, come si disse, le aveva invece, di profondo disprezzo per chi non aveva la sua stessa concezione di servitore dello Stato, ma le tenne sempre per sé, da buon agente segreto. Munzi nelle sue pagine fa spesso pensare il Roatta, riflettere, commentare, ed è chiaro che qui si va nel campo del romanzo storico. Però... però. A giudicare da tutto quello che è successo e da come sono andate le cose, risulta che Roatta la pensasse proprio così come Munzi ce lo desccrive nelle sue accurate pagine.
Ma chi è stato, quindi, questo Roatta? Uno che odiava i tedeschi, o forse solo i nazisti. Ne dette prova nei Balcani, in Croazia, quando fece di tutto per opporsi sul territorio alla Wehrmacht, giungendo anche a salvare la vita a moltissimi ebrei, non si sa se per spirito umanitario o per dispetto. Tra le più gravi accuse che pendono sul suo capo, è quello delle atrocità commesse dagli italiani in Croazia, proprio sotto il suo comando. Vero o non vero, va rilevato che quei popoli non sono molto teneri, né con sé stessi né con gli altri, come abbiamo potuto riscontrare nella recente guerra di Bosnia (l995). Chi scrive è poi figlio di un ufficiale medico italiano di stanza nel Balcani dal l940 al '43, ufficiale medico che più di una volta si è trovato a dover identificare pattuglie di italiani prese dai partigiani titini. Si, identificare, perché a tutti mancava la testa. L’altro grande capo d’accusa su Roatta è il vero o presunto omicidio dei fratelli Rosselli, Carlo e Nello, uccisi in Francia da attivisti di un movimento di estrema destra d’Oltralpe. Non sfugge a nessuno, come anche nota Ulderico Munzi, che il compito di un servizio segreto nazionale è quello di difendere lo Stato e il governo. Ora, è noto a tutti che Carlo Rosselli era una bella figura di ideologo armato, uno che avrebbe sparato a Mussolini se l’avesse incontrato per la strada, uno che cercava un pilota per bombardare Villa Torlonia, con dentro non solo Mussolini, ma anche la sua famiglia e i servitori. Quale servizio segreto non l’avrebbe fatto fuori prima che lui compisse un attentato terrorista? Tornando alla Croazia, sappiamo bene tutti che negli anni Settanta e Ottanta l’Europa, ma in particolar modo Germania e Francia, furono insanguinate da esecuzioni politiche (in tempo di pace) da parte dei servizi titini nei confronti di nazionalisti croati fuoriusciti. Cia e Kgb hanno fatto altrettanto per oltre mezzo secolo. E di cosa ci scandalizziamo? E poi, la moglie e il figlio di Roatta, a tutt’oggi, negano il coinvolgimento del loro congiunto nell’affaire Rosselli.
Ulderico Munzi insomma ha chiarito l’ultimo dubbio degli storici, sul perché Roatta sia stato lasciato in pace in tempo di epurazioni e di esecuzioni sommarie contro i fascisti: perché Palmiro Togliatti e Mosca erano aversari dei fratelli Rosselli, esponenti di un movimento, Giustizia e Libertà, non allineato con Mosca. A volte la storia è più semplice di quanto si creda. Basta solo avere il coraggio di guardarla in faccia. (Antonio Pannullo)
«Corriere della Sera»
17-01-2010
L'antefatto si svolge verso le sette e mezza di sera del 9 giugno 1937 su una strada polverosa nei pressi della stazione termale di Bagnoles-de-l’Orne, in Bassa Normandia. I fratelli Carlo e Nello Rosselli cadono nell’agguato dei killer della setta fascista La Cagoule. La scena madre, qualche mese prima, nell’autunno 1936, racconta l’incontro a Palazzo Chigi tra il neoministro degli Esteri, Galeazzo Ciano, genero del Duce, il responsabile della segreteria, Filippo Anfuso, e il capo del Sim (Servizio di informazioni militari) Mario Roatta, di ritorno da una missione in Spagna. «II mio servizio – disse Roatta sottolineando l’aggettivo possessivo – ha da tempo studiato ogni possibilità per farla finita una volte per tutte con Carlo Rosselli... un terrorista, un intellettuale armato». Il destino del fondatore di Giustizia e Libertà era segnato, così come erano stabiliti gli esecutori materiali del delitto: «Non possiamo far scoprire che abbiamo contatti con quei forsennati. Il governo di Blum ci sputtanerebbe subito sui giornali», osservò Ciano. «I miei uomini conoscono il loro mestiere, eccellenza», rispose l’ufficiale.
Le cose andarono così, o almeno così ce le racconta con rara efficacia Ulderico Munzi, per vent’anni, dal 1986 al 2006, giornalista al «Corriere della Sera», inviato, corrispondente da Parigi e assiduo collaboratore delle nostre pagine culturali. Cronista di razza, Ulderico Munzi ha una prosa veloce, precisa, penetrante, qualità che mette al servizio della sua passione per la storia. Ne ha dato prova nel Romanzo del Rex e in altri libri usciti da Sperling & Kupfer, lo conferma oggi in questa biografia in forma di «récit», Il Generale, dedicata a una delle figure più controverse della storia italiana: Mario Roatta. Capo del Sim nel '34, durante la guerra d’Etiopia si vantò di aver ingannato la stampa internazionale che accusava l’esercito italiano di aver usato gas vescicanti, poi fu protagonista della disfatta di Guadalajara nella guerra di Spagna. Eppure sempre agli apici delle imprese fasciste: nel ’42 al comando della II Armata in Croazia, nel ’43 della VI in Sicilia, a giugno di quell’anno capo di stato maggiore sino alla fuga da Roma con il re e Badoglio. Nel dopoguerra il processo, la condanna, la clamorosa fuga in Spagna, l’amnistia, il ritorno in Italia nel 1966 e la morte nel '68. E sepolto a Roma in una tomba sotto una lapide che porta un altro nome. Una figura ingombrante anche da morto. Munzi non giudica, racconta con passione, svela i segreti, restituendoci l’intelligenza, la freddezza e l’ ignominia di questo «cuore di tenebra» all’italiana. Da leggere. (Dino Messina)
«Il Giornale di Brescia»
05-01-2010
Chi era il generale Mario Roatta? Solo qualcuno, o forse nessuno sa rispondere, eppure quest’uomo, che si è come dissolto tra le pieghe degli avvenimenti e non figura nei libri di storia, ha avuto in mano un potere enorme nel ventennio fascista come capo del Sim, un’intelligence che ha fatto da modello anche alla Cia «nell’esaltazione del fine che giustifica i mezzi e della perversità in nome dello Stato».
Uomo imprendibile, lucido e razionale, Roatta che parlava sei lingue compreso l’arabo ed era ritenuto l’artefice del delitto di Carlo e Nello Rosselli, attuò in Croazia una sorta di pulizia etnica, ma allo stesso tempo si adoperò per salvare degli ebrei. Dalla serie d’indagini che lo scrittore e giornalista Ulderico Munzi ha compiuto per poter scrivere la biografia de Il generale salta fuori un Roatta costruito come si costruisce un personaggio di romanzi che spesso hanno un carattere informativo, veritiero e verosimile.
S’è tentato di puntare il riflettore sulla maschera romanzesca del nostro eroe. Un eroe negativo secondo alcuni punti di vista. «Sono un militare dell’esercito e da militare agisco» diceva spesso per giustificare il suo comportamento. Finita la guerra, la Corte di Giustizia dell’Alto Commissario per le sanzioni contro il fascismo tentò di processare e condannare il Generale per proteggere i veri responsabili dell’8 settembre. Roatta conosceva i termini e gli accordi della disfatta italiana e più d’una persona aveva interesse a chiudergli la bocca. Ma lui, il 4 marzo 1945, riuscì a evadere e a rifugiarsi in Spagna. E lì restò protetto dal dittatore Francisco Franco che in realtà non amava «quel generale scintillante d’acume, dal fare irriverente e disposto a tutto». In seguito fu assolto dallo Stato italiano senza che avesse mai ammesso una colpa e si fosse pentito, e il ministro comunista Palmiro Togliatti, «nemico dei Rosselli ed ex agente dell’Nkvd sovietico», lo incluse nell’amnistia del 22 giugno 1946. Nel 1966 dalla Spagna tornò in Italia da libero cittadino. Nel 1968 morì all’età di 81 anni.
Munzi, come mai Roatta è riuscito «a sfuggire» alla storia?
Ci sono due ipotesi da fare. La prima è che l’abbiano murato vivo in una sorta di dimenticatoio. La seconda ipotesi è lo spettro dell’8 settembre. Far riemergere dall’oblio Roatta voleva dire rimettere in discussione tutto quanto si è detto sull’8 settembre. L’inquinamento politico nasce in quei momenti che avrebbero dovuto essere gloriosi, e Roatta dà fastidio perché condivideva la versione dell’accordo tra Badoglio e il comandante delle forze tedesche del Centro Sud, Kesserling.
Che cosa prevedeva l’accordo?
Il tedesco promise di far scappare i Savoia e i papaveri delle forze armate se lasciavano Roma in pasto alla Wehrmacht. Roatta sapeva questi segreti, e perciò era pericoloso.
Se Roatta avesse detto la sua verità sull’8 settembre, cosa sarebbe successo?
Si sarebbe capito che l’8 settembre non fu soltanto il crollo dell’Esercito italiano abbandonato a se stesso, ma anche l’inizio di tutto ciò che di sporco oggi c’è in Italia. Roatta sapeva quello che era accaduto veramente perché era un uomo dei servizi segreti, e sapeva anche i retroscena della flotta italiana che fu abbandonata a se stessa. Era l’unica cosa che funzionasse all’epoca anche se era stata bastonata dagli inglesi, ma era composta da navi eccezionali e Raffaele De Courten che era complice di Badoglio non dette gli ordini necessari. Se Roatta avesse parlato, avrebbe messo in crisi i Governi dell’Italia che stava rinascendo.
Come riuscì a sfuggire ai processi e al castigo?
Roatta è stato processato, ma poi i processi sono stati annullati e in seguito ha avuto l’amnistia, ma era perseguitato dagli slavi. Tito voleva Roatta per punirlo dei crimini di guerra commessi in Jugoslavia, e se l’avessero preso prima della fuga in Spagna l’avrebbero fatto fuori senza pensarci due volte. Quando rientrò in Italia erano intervenuti degli accordi con Tito, ed erano anni ormai che i comunisti chiamati lupi rossi erano caduti in letargo.
Le colpe che gli si addebitano, tutte vere a cominciare dall’assassinio dei fratelli Rosselli?
Il mio non è un libro di storia rigoroso, ma si attiene alla verità. Carlo Rosselli era un ideologo armato, un uomo d’azione pericolosissimo, il migliore tra i fuoriusciti, e pensava di bombardare Villa Torlonia. Andava alla ricerca di un pilota per compiere la sua impresa e forse l’avrebbe trovato sempre che non fosse stato già comprato dai fascisti. Ma i fascisti non erano i soli a dargli la caccia. C’erano anche i comunisti che volevano farlo fuori perché era odiato da Togliatti e dal Comintern, e suo fratello Nello che morì insieme a lui fu una vittima collaterale. Il delitto fu compiuto da uomini della Cagoule, un movimento di estrema destra, mortale nemico di ebrei e comunisti, fu una furbata. Il Sim non si sporcava le mani fino a quel punto e per questo incaricò dei sovversivi francesi di destra.
Il Sim fu fondato da Roatta?
Il Sim esisteva prima del regime e fu perfezionato da Mussolini che voleva un servizio d’informazione militare in concorrenza con gli altri servizi tra i quali l’Ovra. Il Sim si mosse con una spietatezza capillare e Roatta fu fedele esecutore della volontà del dittatore.
Perché nel libro definisce Roatta «il cuore di tenebra» dell’italianità?
Perché Roatta non aveva stati d’animo né debolezze dal punto di vista spirituale: era un uomo che cercava di uscire dal male dei sentimenti ogni volta che rischiava di caderci dentro, e amava solo la madre francese che morì in tardissima età.
Esistono documenti di Rotta ancora inediti?
Sono molto importanti ai fini della comprensione storica i suoi taccuini, posseduti da un figlio ancora vivente, Sergio Roatta, che deve avere un armadio pieno di documenti ma si rifiuta di parlare. O farà un libro molto rigoroso o distruggerà tutto. (Francesco Mannoni)
«Il Giornale di Vicenza»
21-12-2009
Il titolo è vago - Il Generale - ma sulla prima di copertina c’ è un’annotazione che spiega bene chi è il protagonista della «storia misteriosa» di cui scrive il giornalista e scrittore Ulderico Munzi per l’editore Angelo Colla. Il generale è Mario Roatta, colui «che creò l’intelligence del Duce, ritenne necessario il massacro dei fratelli Rosselli, portò la pulizia etnica all’italiana in Croazia e visse i segreti dell’8 settembre. Badoglio e Tito volevano eliminarlo, ma un cardinale lo salvò». Qui è già contenuto lo spessore storico del personaggio che questo testo si propone di riscattare dall’oblio, anche se questo, come recita la piega di copertina, «non è un libro di storia, ma una storia narrata o parlata».
Dunque, Mario Roatta (Modena 1887-Roma 1968) è stato generale e agente segreto conoscitore delle profonde verità del regime fascista e conoscitore dei grandi segreti della storia, protagonista più o meno palese di grandi fatti italiani. Un personaggio della storia passata, ma omologo a tante figure enigmatiche delle cronache politiche dei nostri giorni.
Ecco perché Munzi rispolvera il generale Roatta, «per la sua modernità di uomo dell’ombra, di militare intessuto di grandi qualità diplomatiche, di uomo che incarnava perfettamente una mistura di duplicità e spietatezza».
Ma che uomo era, Mario Roatta? Munzi non usa mezzi termini: uno che ne sapeva una più del diavolo, che è riuscito a tenere un basso profilo al punto «di farsi perfino dimenticare dalla storiografia, un po’ come se si fosse nascosto in una delle tante caverne insondabili della storia recente del nostro paese. Le caverne degli anni Trenta-Quaranta, dove gli storici, spesso politicizzati, esitano a penetrare».
Nessun libro era stato scritto finora su Mario Roatta, avendo agito spesso da dietro le quinte pur essendo interprete della storia. La stessa storia al giudizio della quale abilmente il generale è riuscito a sottrarsi, malgrado le vicende che lo videro protagonista di azioni spregiudicate e cruente nei massacri di militari, partigiani e civili, responsabile di operazioni come l’assassinio dei fratelli Rosselli di Giustizia e Libertà (ma la moglie Ines Mancini e il figlio Sergio smentiscono un coinvolgimento del loro congiunto in questa vicenda) e della pulizia etnica di partigiani e civili in Croazia nel 1942. Per definire l’uomo, basti ricordare che viveva costantemente con il mitra a tracolla, condannato per effetto dei suoi stessi atteggiamenti a non fidarsi di nessuno, nemmeno dei fedeli camerati.
La stagione del generale si chiude con l’8 settembre, quando scappa su una nave militare assieme a Vittorio Emanuele III e al generale Pietro Badoglio. Un personaggio, Roatta, che è riuscito abilmente a sottrarsi al giudizio, malgrado la sua figura di protagonista assoluto. Il libro di Munzi è una autentica riscoperta di un inquietante protagonista in tanti anni della storia d’Italia. (F.B.)
«La Stampa»
20-12-2009
Quando il generale Mario Roatta evase dall’ospedale militare, il 4 marzo 1945, per rifugiarsi in Vaticano e di lì, si seppe poi, fuggire in Spagna, ci fu in Italia un’ondata di indignazione. Giuseppe Saragat, futuro Presidente della Repubblica, scrisse sull'Avanti! che «il suo silenzio era d’oro per molte persone», e non andò certo lontano del vero. Roatta era accusato dell’omicidio dei fratelli Rosselli e della mancata difesa di Roma dopo l’armistizio dell’8 settembre, ma soprattutto era l’uomo dei segreti. II suo passato grondava sangue, dalla guerra d’Etiopia all’occupazione della Croazia, dove, a capo della seconda armata, si era reso responsabile di repressioni durissime sulla popolazione, anche se aveva invece salvato dai nazisti gli ebrei della Dalmazia e protetto i serbi dai massacri dei croati. Gli jugoslavi lo reclamavano come criminale di guerra, con altri suoi collaboratori.
Era un uomo spietato e contraddittorio, e soprattutto era una delle memorie del fascismo, per conto del quale aveva rifondato il Sim, il servizio segreto militare, facendone fin dal '34 una macchina ben oliata e temibilissima. Uomo dai troppi segreti, si preferì lasciarlo andare. È morto a Roma nel ’68, ormai in parte assolto e in parte amnistiato, portando parte di quei segreti con sé. E, curiosamente, è anche riuscito a sfuggire agli storici, che l’hanno in genere trascurato, come osserva Ulderico Munzi presentando al lettore il suo libro a lui dedicato. Il Generale figura stampato in una collana di narrativa, ed è in effetti un’opera a più facce. L’autore lo definisce un récit, un racconto, e non «un libro di storia». Dalle pagine emerge un uomo freddo, spietato, abilissimo. L’inquietante Generale viene messo in sce- na, fatto rivivere con gli strumenti della narrazione, analizzato nella sua psicologia attraverso Ie sue stesse parole (affidate a un’autobiografia) e quelle di coloro che lo hanno conosciuto.
Tra i testimoni c’è anche una misteriosa «fonte», di cui non si fa il nome, che, riferisce Munzi, ritiene molto probabile uno scambio tra il Maresciallo Badoglio, capo del governo, e il Feldmaresciallo Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Italia, per garantire la fuga verso Brindisi della Corte e dei generali. In cambio la Wehrmacht ebbe in pasto la città eterna. L’autore diffida delle fonti, «fredde e talora menzognere», ma se questa persona senza volto dicesse il vero basterebbe a spiegare quanto la figura di Roatta, nei giorni dell’armistizio, fosse non solo imbarazzante, ma anche pericolosa. C’era un criminale di guerra ben peggiore di lui - osserva - e si chiamava Badoglio. Lo spunto è interessante, e c’è da auurarsi, come fa Munzi, che possa trovare lo sviluppo che merita in sede storica. (Mario Baudino)
«Il Piccolo»
21-11-2009
Dicono che l’ordine di uccidere i fratelli Rosselli, in Francia, sia partito da lui. E quando si parla di Mario Roatta non si può fare ameno di ricordare i campi di concentramento. In cui soffrirono e morirono migliaia di sloveni, di croati. Uomini, donne e anche bambini. Proprio al "generale del diavolo" viene attribuita una frase, riferita al pugno di ferro usato dai soldati italiani nella "Balcania", che è diventata nel tempo il suo diabolico biglietto da visita: «Se ne ammazzano troppo pochi». E se non bastasse? Potremmo aggiungere che riuscì a scappare dall’ospedale militare di Roma in cui era rinchiuso, con la complicità di un cardinale, prima di essere condannato dal Tribunale. E che in seguito venne prosciolto da tutte le accuse. E morì nel 1968, da uomo libero. Dopo aver incassato, nel’46, l’amnistia regalata dal leader comunista PalmiroTagliatti, allora ministro di Grazia e Giustizia.
Ne sapeva una più del diavolo, Mario Roatta. Al punto che è riuscito a farsi dimenticare perfino dagli storici. Pochi i libri su di lui. Pochissimi gli studiosi che sono andatia ricostruire, senza fermarsi ai "si dice", la sua vita. A tirarlo a forza fuori dall’ombra ci ha pensato Ulderico Munzi, che è stato inviato speciale per la "Nazione" e per "Il Resto del Carlino", firma delle pagine culturali e corrispondente da Parigi per il "Corriere della Sera", e che adesso collabora alla "Stampa". Ma il suo libro Il Generale, pur senza discostarsi da una meticolosa ricerca storica, non è un saggio. L’autore preferisce definirlo all’inglese "novel", perché si è permesso di ripercorrere la vita di Roatta con uno stile narrativo.
E c’è di più. Per capire davvero chi era Roatta, Munzi si è basato anche sulla testimonianza di una misteriosa "fonte R.". Secondo cui, nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, un accordo tra il feldmaresciallo Kesserling, comandante delle truppe tedesche, e il marescialo Badoglio, avrebbe segnato pesantemente la storia d’Italia. Perché quel patto prevedeva che Roma fosse data in pasto alla Wehrmacht in cambio di una tranquilla fuga dei Savoia e dei papaveri delle Forze Armate.
E se la "fonte R." fosse Sergio, il figlio di Roatta, che conserva tutte le carte del padre, ma non ha mai voluto parlare? Ulderico Munzi, è chiaro, non conferma. «Leggendo un vecchio libro di Ruggero Zangrandi mi è venuta la voglia di scavare nella vita di Roatta – spiega Ulderico Munzi –. Mi affascinavanon tanto l’aspetto demoniaco della sua personalità, quanto quello luciferino».
Luciferino?
«Roatta era un militare tutto d’un pezzo. Lui non credeva tanto nella Patria, ma nel dovere: la sua divisa militare valeva, per lui, quanto la sua anima».
Non assomigliava molto agli altri generali italiani?
«Era molto intelligente. Conosceva sette lingue, compreso l’arabo. Le colpe di tutti i guai dell’esercito italiano ricadono sugli alti gradi, su chi comandava. La disfatta di Caporetto non può essere di certo imputata ai poveri fanti».
Roatta finì sotto processo, Badoglio no...
«Roatta sapeva la verità. Il suo arresto fu una specie di commedia, come racconto nel libro. In realtà si consegnò. Lui avrebbe voluto parlare dell’8 settembre, di quello schifoso accordo tra Badoglio e i nazisti, ma i giudici non erano disposti ad ascoltare la sua verità. A loro interessava l’omicidio dei fratelli Rosselli e altre accuse che pendevano su di lui».
Possiamo dire: siamo figli delle schifezze accadute l’8 settembre 1943?
«Il mostro storico dell’8 settembre ha partorito, come un Alien, l’Italia di oggi. Noi siamo gli eredi di quel terribile "inciucio". E chi oggi sta nei palazzi del Potere è direttamente legato a chi allora ha permesso quella schifezza».
Roatta diede o no l’ordine di ammazzare Carlo e Nello Rosselli?
«Prima bisogna chiarire una cosa: Carlo Rosselli, con sua moglie Marion, era una sorta di Indiana Jones dei fuorusciti antifascisti italiani. Se avesse incontrato per strada Benito Mussolini, credo non avrebbe esitato a sparargli addosso. Era un uomo d’azione, un ideologo armato. E logico che il Sim, il servizio segreto militare diretto da Roatta, doveva cercare di fermarlo».
E allora?
«A Roma sapevano che Rosselli voleva noleggiare un aereo e bombardare Villa Torlonia. Non potevanon essere ucciso. Roatta ha detto, questo è certo, che il capo di "Giustiziae Libertà" doveva morire. Se l’avessero rapito sarebbe scoppiatouno scandalo internazionale».
E allora entrò in azionela Cagoule?
«Erano perfetti gli uomini della Cagoule. Una società segreta terroristica francese di estrema destra di cui faceva parte anche il futuro presidente socialista della Francia, François Mitterand. Chi avrebbe potuto trovare le connessioni con l’Italia? Non si arrivava facilmente ai veri ispiratori dell’assassinio. Così venne orchestarto quel delitto orrendo, voluto da gente come Galeazzo Ciano e Filippo Anfuso».
Perché Ciano temeva tanto Rosselli?
«In realtà, Ciano sperava di diventare il successore di Mussolini. E uno come Rosselli faceva paura. Se gli fosse stato consentito di vivere, dopo il crollo del fascismo poteva diventare lui il vero leader democratico d’Italia. Credo che Giustizia e Libertà sia quanto di meglio abbia prodotto l’antifascismo».
Ma l’ordine partì dal generale?
«Non fu Roatta ad andare in Francia a prendere contatto con gli uomini della Cagoule. E non fu lui a consegnare ai terroristi i 100 fucili mitragliatori pattuiti».
Roatta aveva sulla coscienza i campi di concentramento della "Balcania", come la chiamavano ai fascisti.
«Era un militare e ha fatto il suo mestiere. Purtroppo il "buonismo" applicato ai tempi di guerra non ha senso. Certo, io non posso approvare i gas usati dagli italiani per combattere i libici, gli etiopi. Per conquistare le colonie. E nemmeno i campi di concentramento. Però è ovvio che il colonialismo non aveva pietà: quello inglese come quello francese. Egli italiani non si differenziavano».
Le persone morivano di fame, divorate dalle zecche...
«Non c’era pietà. La purificazione etnica, allora, era uno dei cardini su cui si basava la dominazione italiana, ma anche quella tedesca, nei Balcani. La frase "Si ammazza troppo poco" ha un senso terribile: se i partigiani catturavano i soldati italiani, non andavano troppo per il sottile. Li torturavano, li ammazzavano. Per questo bisognava ammazzare di più».
Poi sono venute le foibe.
«Le foibe sono l’altra faccia della medaglia. Sono un’altra manifestazione dell’odio che si scatenò durante le guerre. E che non fece sconti a nessuno».
E il mito degli "italiani brava gente"?
«È assurdo pensareche gli italiani in Slovenia, in Croazia, potessero evitare di comportarsi da militari. Ripeto: erano in guerra. E gli ordini dicevano, chiaro e tondo, di eliminare chi si opponeva alla conquista dei Balcani».
(Alessandro Mezzena Lona)
«guide.superEva.it»
01-10-2009
Molti ritratti, biografie e studi critici hanno cristallizzato in un’icona austera quel grande scienziato dalle straordinarie intuizioni che fu Charles Darwin, e hanno ritenuto la sua teoria dell’evoluzione della specie attraverso il meccanismo di selezione naturale responsabile delle peggiori applicazioni della “legge del più forte”, ovvero del razzismo, del colonialismo brutale, della dominazione schiavista, del sessismo…
Ora, se la sua immagine di gentiluomo di campagna, affettuoso con la moglie e pieno di humour con i figli è stata messa in evidenza da testi che ne hanno svelato la sfera più intima e personale, risulta ancora «necessario far sapere che il pensiero di Darwin sull’uomo, sulla civilizzazione e sulle società umane è l’antitesi esatta della presentazione che ne è stata data per molto tempo e che prevale ancora nel discorso corrente».
L’errore comune, afferma Patrick Tort, uno dei più noti studiosi di Darwin a livello internazionale, nella premessa del suo Effetto Darwin. Selezione naturale e nascita della civilizzazione è quello di ignorare, o di dimenticare, che lo studioso non solo si è opposto in vita ad ognuno di questi comportamenti aberranti, ma anche che la sua opera presenta le migliori argomentazioni teoriche per combatterli.
Su queste premesse si basa l’impianto complessivo di un saggio organico e coerente che porta il lettore a comprendere come la teoria di Darwin sia, al contrario, reale fondamento dell’altruismo, e come la civiltà, nata dalla selezione naturale degli istinti sociali e dell’intelligenza, promuova la protezione dei deboli.
Fino al 24 febbraio 1871, data di pubblicazione de L’origine dell’uomo, Darwin non aveva ancora divulgato alcuna proposta sull’uomo come essere espressamente coinvolto in un processo evolutivo per eliminazione selettiva dei meno adatti, ma, nonostante la delicatezza della questione antropologica, dopo L’origine della specie e La variazione, un intervento che ricongiungesse l’uomo alla serie animale non poteva più essere rimandato.
Ripercorrendo e analizzando le parti principali di questo lavoro Tort approfondisce temi quali «Animale/umano: la filiazione», «L’effetto reversivo dell’evoluzione», «Selezione sessuale: bellezza, scelta d’oggetto, simbolismo e rischio di morte», «L’origine della morale», «Darwin e la filosofia», che danno il titolo ad altrettanti capitoli, ricchi di riferimenti storici e culturali e di citazioni tratte dall’opera dello scienziato britannico, così come di altri pensatori che hanno in qualche modo condizionato il suo pensiero o che ne sono stati a loro volta influenzati.
Il rapporto fra selezione naturale e nascita della civiltà si può allora riassumere in questi termini: grazie all’azione lenta e prolungata della selezione naturale, una categoria di istinti che presenta dei vantaggi adattivi – quella degli «istinti sociali» - produce, insieme all’intelligenza razionale, uno stato dell’organizzazione sociale chiamato «civilizzazione», dove dominano la simpatia (ossia il riconoscimento dell’altro come simile) e l’istituzionalizzazione dell’altruismo. Questi istinti dunque si oppongono agli istinti più strettamente individuali, legati alla conservazione e alla crescita della felicità personale.
Come se all’interno stesso dell’istinto esistesse già una sua forma – l’istinto sociale – capace, in certe condizioni, di capovolgere le sue caratteristiche dominanti, fino a invertire il senso delle sue manifestazioni.
Del resto, Darwin, per tutta la vita, difese e praticò l’aiuto ai deboli, e lo fece in accordo con la sua teoria. (Lidia Gualdoni)
«Almanacco della Scienza»
23-09-2009
Nell’immaginario comune il nome di Darwin viene associato alla teoria della selezione naturale, che concepisce una sorta di eliminazione dei “meno adatti” in nome della sopravvivenza dei più forti. In questo modo, per molti decenni, è stata giustificata l’oppressione sui deboli, trasponendo la teoria del biologo inglese nei settori sociali ed economici. In realtà pochi sanno che Darwin non solo era ben lungi dal sostenere uno sterminio naturale in nome di “pochi eletti”, ma era addirittura totalmente contrario a ogni forma di sopruso sui meno fortunati.
Il filosofo Patrick Tort ha basato molte delle sue ricerche sul noto scienziato, e nel libro ‘Effetto Darwin’ ci svela un personaggio diverso da quello che conosciamo: se è vero che Darwin ha teorizzato la selezione naturale come tesi alla base del miglioramento organico delle specie animali, lo scienziato ha anche condotto studi che svelano una selezione che predilige gli individui dotati di migliori caratteristiche morali favorevoli alla sopravvivenza della specie, come l’altruismo e la generosità.
Con un linguaggio chiaro, Tort confuta le varie dottrine eugeniste e razziste erroneamente attribuite al darwinismo, e affronta gli studi dello scienziato inglese sia dal punto di vista biologico che sociale, adducendo come prove inconfutabili delle sue affermazioni passi degli scritti di Darwin. Da ciò emerge un’affascinante teoria che vede la selezione naturale agire anche in nome di una maggiore civilizzazione, in una continua dialettica di “eliminazione dell’eliminazione” che permette alle specie un progresso non solo organico, ma anche e soprattutto morale.
Un libro incoraggiante sull’intima generosità di una natura che, oltre alla sopravvivenza, si occupa anche del vivere bene, in nome di un’evoluzione globale che sia davvero degna di questo nome. (Giorgia Martino)
«Il Giornale di Vicenza»
11-07-2009
Un rivoluzionario per caso. Lo scienziato inglese Charles Darwin – di cui quest’anno si celebrano i duecento anni dalla nascita – dall’analisi approfondita della natura comprese che l’enorme diversità di forme di vita comparse sulla Terra deriva da processi naturali in atto da milioni di anni e, sovvertendo il conformismo dell’establishment scientifico del suo tempo, delineò una spiegazione coerente di tali trasformazioni. La sua teoria dell’evoluzione per selezione naturale, nonostante spesso sia stata oggetto di polemiche, di fraintendimenti e strumentalizzazioni, continua ad essere incontestabilmente il concetto centrale della biologia. Per smentire le false interpretazioni e riscoprire nella teoria di Darwin il fondamento dell’altruismo e della morale, Patrick Tort, filosofo, epistemologo, storico delle scienze biologiche e umane, fondatore e direttore dell’Institut Charles Darwin International, ha scritto l’interessante volume Effetto Darwin, Selezione naturale e nascita della civiltà. Non di rado, essendo Darwin l’autore della teoria dell’evoluzione delle specie attraverso il meccanismo della selezione naturale, lo si è dichiarato responsabile delle peggiori applicazioni di questo schema alle società umane. Tale errore interpretativo è nato in quanto il pubblico ha letto L’origine delle specie come riassunto della sua intera opera e numerosi interpreti nel 1860 hanno allargato la teoria della selezione naturale all’uomo, sebbene Darwin non avesse ancora pubblicato nessuna proposta in tal senso. Egli voleva innanzitutto convincere la comunità scientifica della validità del trasformismo in tutto l’ ambito naturalista e soltanto il 24 febbraio 1871 ne L’origine dell’uomo estese il trasformismo all’uomo, inserendo inoltre la teoria selettiva applicata alla civilizzazione. Come precisa Tort, lo scopo del grande naturalista inglese era quello di evidenziare che ci sono stati tre momenti nel processo evolutivo dell’uomo considerato come specie, cioè origine, sviluppo e differenziazione per variazione. Dalle somiglianze tra uomo e animale, Darwin raggiunse alcuni importanti risultati dimostrando che l’altruismo negli animali superiori è legato allo sviluppo delle facoltà razionali. Vale a dire che da un universo governato dal vantaggio individuale si approda a uno governato dal vantaggio sociale. Con l’ espressione "effetto reversivo dell’evoluzione" egli intese il passaggio dalla sfera della natura, regolata dalla rigorosa legge della selezione, alla società civilizzata, all’interno della quale emergono comportamenti che si oppongono a tale legge. Darwin dimostrò chiaramente che nel salto dalla barbarie alla civilizzazione si passa dall’eliminazione dei meno adatti alla loro protezione: la civilizzazione impone la preservazione e la riabilitazione delle esistenze fragili. Quindi la tesi della selezione naturale come trionfo dei più forte è stata travisata da coloro che volevano giustificare l’egemonia coloniale alla luce di un razzismo "naturalista" che pretendevadi spiegarel’ inferiorità innata dei popoli colonizzati. Tort giunge alla conclusione che per Darwin «la civilizzazione riposa in gran parte sull’edificazione della morale» e «le convinzioni morali sono strettamente relative a una cultura e a un contesto storico dati e che la sola cosa universale è il sentimento o la convinzione etnocentrica dell’universalità, precisamente, di ciò che descrive la morale del gruppo».(Cherubina Marte)
«Lettera.com»
10-12-2010
Quando fu commissionata a Michelangelo la sepoltura di Giulio II, il maestro della scultura progettò tra le numerose figure che avrebbero composto l'imponente composizione, sette schiavi nudi. Avrebbero rappresentato le arti in lutto per la perdita del papa mecenate. Nulla si poteva immaginare al momento della commissione, delle complicate vicende che avrebbero segnato la storia dell'opera che da lì alla morte del committente ed ancora numerosi decenni dopo non avrebbe visto pace: sospesa più volte, accantonata e poi ripresa a più mandate, infine terminata in una versione sbrigativa e ridotta, fu terminata solo dopo quarant'anni per essere collocata non più in Vaticano come da progetto iniziale, ma in San Pietro in Vincoli. E gli schiavi? Gli schiavi sono un caso a parte. Due vennero donati da Michelangelo all'amico Roberto Strozzi, che li donò a sua volta a Francesco I; poi, sopravvissuti alla Rivoluzione sono finiti al Louvre. Non pari sorte ebbero gli altri quattro, che si ritrovarono trogloditi in una grotta dei giardini di Boboli; solo dal 1909 sono all'Accademia di Firenze e con la loro imperfezione fanno da picchetto d'onore al perfettissimo David. Il quinto è stato riconosciuto da poco e si trova, come gli compete, in Casa Buonarroti. Eliminati dalla composizione sepolcrale, "Non sono più adatti a questo progetto e in alcun modo potrebbero giovarvi" scriveva Michelangelo a Paolo III, sono diventati delle opere a sé comunque mai finite; corpi che cercano di liberarsi dalla pietra, dal blocco di marmo che li trattiene, "evocano, ora con un piede troppo minuto, ora con una spalla troppo storta" lo scultore mai soddisfatto del suo lavoro ed il suo massimo progetto mai terminato. E' bellissima questa storia ed ancora meglio, ovviamente, è narrata nel libro di Isabelle Miller che con grande arte affabulatoria ed ottime capacità di sintesi storica racconta tutti i dettagli della vicenda: le trame, le liti, i denari, le gioie e i dispiaceri, le fughe e le ripicche che hanno fatto la storia degli Schiavi di Michelangelo.
Ma questa è soltanto la storia di una delle undici opere incompiute di cui il volume ci svela le trame. Nelle altre si narra di come Giacomo Puccini affidò ad Arturo Toscanini quella Turandot che non ebbe mai il tempo di terminare, del film incompiuto ma "perfettamente concluso" di Jean Renoir e Pierre Braunberger Una gita in campagna, del trentesimo film di Marilyn Monroe Something's Got to Give di cui il pubblico può vedere soltanto un montaggio di 35 minuti, de Le preghiere esaudite di Truman Capote di cui lo stesso scrittore citò lunghi e numerosi brani ma il cui manoscritto non arrivò mai all'editore, i dipinti di Turner a cui è dedicata un'intera sala della Tate Gallery a Londra. E poi altre storie ancora, libri a cui manca la fine, una cattedrale di cui si vede benissimo il progetto mai intrapreso estendersi in un parcheggio e le colonne delle navate perdersi nei muri delle case, un album perduto che i fan conoscevano già, il cantiere perennemente aperto della Sagrada Familia. Undici capolavori che non hanno nulla in comune, undici opere diverse tra loro per trama e protagonisti, epoca e tipologia, unite da un unico fil rouge, quello di non essere mai state portate a termine e di affascinarci, proprio per questo, terribilmente. (Simonetta Degasperi)
«Avvenire»
17-09-2009
Il fascino delle opere incompiute, spazi di misteri e di conflitti, ha sedotto la scrittrice parigina Isabelle Miller, la cui sensibilità di fronte alle opere d’arte è confermata dal romanzo da lei dedicato alla «sindrome di Stendhal». Se un turbamento ci può cogliere di fronte a un capolavoro, un’ansia tutta particolare ci può disorientare davanti all’incompiuto, al pensiero dei moventi molto differenti ma sempre segni di dramma. La scelta dell’autrice, nell’immensità del materiale, ha privilegiato l’attrattiva delle storie: Capolavori incompiuti. Il gusto dell’imperfetto sono 11 racconti dal Medioevo ai giorni nostri, e sono due cattedrali a rappresentare gli estremi cronologici: la data più antica è il 1196, quando si diede il via al Duomo di Siena, ossessivamente modificato e ampliato per secoli a causa della strenua competitività con Firenze, e la cui interruzione coincise con la decadenza dell’autonomia cittadina. L’ultima data è il 2025, quando si spera di concludere la Sagrada Familia di Barcellona, al cui sterminato progetto Antonio Gaudí ha dedicato la vita. All’interno di questo ampio arco di tempo la Miller ha raccontato, spaziando nei campi più diversi, i motivi che possono impedire a un artista di terminare l’opera: il più inevitabile è la morte, che ad esempio ghermì Puccini nel 1924, prima che riuscisse a finire la Turandot, da lui affidata a Toscanini prima di partire per Bruxelles dove sarebbe stato operato per un cancro alla gola, un viaggio senza ritorno. Conflitti economici e politici impedirono a Michelangelo di terminare i suoi Prigioni, destinati alla monumentale tomba di papa Giulio II, con il quale l’artista ebbe scontri furibondi, abbandonando a più riprese Roma e le opere che l’umorale pontefice pretendeva o abbandonava a suo capriccio. A- more e guerra: due forti antitetici motivi che impedirono la conclusione del film di Jean Renoir fina gita in campagna, iniziato sotto i migliori auspici nel 1936, interrotto per l’instaurarsi di rivalità sentimentali sul set e poi abbandonato per lo scoppio della guerra. A volte l’incompiutezza è parte intrinseca della personalità dell’artista: per alcuni è una condanna, come appare nei racconti sull’ultimo film di Marilyn Monroe e sull’ultimo libro di Truman Capote, per altri è una forza: il più sorprendente è il racconto dedicato a Turner. Ragazzo prodigio, a 25 anni membro più giovane mai eletto alla Royal Academy, alle Esposizioni annuali si arrogava il privilegio di portare quadri non finiti, cui dava l’ultimo tocco dopo aver valutato la posizione del quadro rispetto all’occhio dei visitatori. L’importanza dello sguardo di chi vede ha influenzato lo stile «indistinto» di Turner, basato sul movimento della luce, facendo sfumare il confine tra compiuto e incompiuto. «A seconda dell’epoca cui apparteniamo ¬– scrive la Miller – vediamo opere presentate come finite che sembrano non finite, oppure opere non terminate che riteniamo del tutto compiute». (Daniela Pizzagalli)
«Libero»
18-08-2009
Ciò che un tempo poteva sembrare un limite, un difetto irrimediabile, nell’epoca contemporanea si erge a valore aggiunto. L’opera incompiuta oggi possiede un fascino addirittura superiore, proprio perché non definitiva e dunque ancora proiettata a diventare altro. Il progetto prevale sull’oggetto e l’utopia della perfezione irraggiungibile sui limiti imposti dalla cornice. Isabel Miller, scrittrice e semiologa che vive a Parigi, conosciuta soprattutto per il romanzo-saggio La sindrome di Stendhal, racconta undici storie tra arte e letteratura, architettura e cinema, melodramma e rock and roll, disseminati in diverse epoche della storia, dal Medioevo al presente, accomunati tra loro soltanto dalla non-finitezza. Capolavori incompiuti, aggiunge al titolo originale Les inachevées il sostantivo "capolavori", anche se spesso non siamo in presenza di opere davvero così importanti ma più che altro di paradigmi di imperfezione e indeterminatezza. Segno che artista è soprattutto colui che insegue un sogno impossibile tentando in tutti i modi di non realizzarlo. Aforisma ai limiti dell’assurdo, che sarebbe molto piaciuto a Oscar Wilde.
TUTTI I "NON FINITI". Diversi possono essere i motivi per i quali l’opera resta incompiuta. Il più ovvio è la morte del suo creatore, ma non bisogna dimenticare ripensamenti, incidenti di percorso, fallimenti, grane con i propri committenti. Sembra di stare dentro la sceneggiatura de Lo stato delle cose di Wim Wenders o nei tentativi falliti, da Orson Welles e da Terry Gilliam, di catturare la follia di Don Chisciotte facendone un film che non s’ha da fare. Nell’ambito cinematografico la Miller sceglie l’epilogo di Marilyn Monroe, quell’ultimo ciak che si sarebbe dovuto girare nella primavera del 1962 dopo Gli spostati di John Houston (per inciso, fu quello il film d’addio anche per Clark Gable e Montgomey Clift), e che invece non ci fu. Ormai Marilyn era preda dei propri fantasmi, delle ossessioni e chissà cosa ancora. Di Something’s Got to Give, così si sarebbe dovuta chiamare la pellicola diretta da George Cukor, è divenuto immortale il passo d’addio, il bagno nuda in piscina e l’eroticissimo gioco con l’asciugamano. Talvolta l’incompiutezza dell’opera si spiega come un segno del destino, che forse è meglio assecondare. Nella seconda parte del XIII secolo Firenze e Siena se le danno di santa ragione in battaglia e si sfidano nella costruzione della cattedrale più bella, ricca e grande, chiamando nelle rispettive municipalità i migliori artisti e architetti. Eppure oggi se andiamo a Siena troviamo il duomo non finito, lasciato esattamente come nel 1378, quando una terribile peste devastò la città della Lupa decimando il 70% della popolazione. Fu letto come un avvertimento celeste e i lavori si fermarono per sempre. Quanto alla Sagrada Familia, il folle progetto del più utopista e visionario degli architetti moderni, Antoni Gaudí, il tempio di Barcellona è metafora assoluta dell’incompiutezza, della totale impossibilità a raggiungere l’atto finale, un edificio destinato sempre a cambiare al punto che mai nessuno potrà dire di aver visto per due volte la stessa Sagrada Familia. Gaudí ci lavorò ossessivamente dal 1883 al 1926, ucciso da un tram che non aveva sentito arrivare, come al solito immerso nei suoi pensieri. Che dire allora dei capolavori mancati: forse l’altra Commedia umana di Balzac, che avrebbe dovuto arricchire e completarne la prima versione, o l’album perduto dei Velvet Underground, che nelle intenzioni di Lou Reed e John Cale (già separati in casa, senza Nico e con Andy Warhol ormai defilatosi) avrebbe superato addirittura il folgorante debutto del disco "della banana". Magari la sfida ai limiti della scrittura, divenuta ormai una priorità per Georges Perec: dopo aver pubblicato La scomparsa, un intero romanzo senza la lettera e, e il successivo Le ripetizioni con la e unica vocale, negli ultimi mesi della sua breve vita Perec lavora a 53 giorni, ispirandosi al numero-feticcio di Stendhal, un giorno in più del tempo che ci mise a scrivere La Certosa di Parma. Oppure il capolavoro effettivamente incompiuto di Giacomo Puccini, la Turandot composta in una corsa contro il tempo – Puccini era infatti gravemente malato e sapeva che non ce l’avrebbe fatta – affidata come in un testamento all’amico Arturo Toscanini, il 4 novembre 1924 salutandolo alla Stazione di Milano e aggiungendo in fondo: «Se mi succede qualcosa, le affido la mia Turandot».
UN BRUTTO CARATTERE. Michelangelo aveva un carattere difficile pari al suo talento, mal sopportava le esigenze dei committenti qualora fosse convinto, cioè sempre, di essere nel giusto, soprattutto si considerava scultore e non pittore, quindi mal digerì il lavoro al Giudizio della Sistina. La Miller racconta la tormentata genesi degli "Schiavi" in marmo, concepiti per il monumento funebre di Giulio II, interrotti, ripresi, disconosciuti, anche se per Michelangelo sarebbero stati loro la sua grande opera. Ciò che ne resta rivela, come l’incompiuta Pietà Rondanini, un’incredibile tensione a superare l’ideale classico della scultura, per aprirsi a una modernità devastante e troppo avanti rispetto ai tempi. Chi, in conclusione, sul non finito costruì il proprio stile, fu il pittore inglese William Turner, di formazione accademica e tradizionale, letteralmente "folgorato" da un’ idea che gli Impressionisti svilupparono diversi decenni dopo. La pittura non sarebbe mai più stata questione di rappresentazione ma di luce e di approccio psicologico dello spettatore. Solo chi guarda può decidere se il quadro è finito, la realtà è ormai diluita in dettagli e frammenti. Basti visitare le sale tumeriane della Tate Modem per capire davvero che l’arte contemporanea comincia qui. (Luca Beatrice)
«Libero-news.it»
18-08-2009
Ciò che un tempo poteva sembrare un limite, un difetto irrimediabile, nell’epoca contemporanea si erge a valore aggiunto. L’opera incompiuta oggi possiede un fascino addirittura superiore, proprio perché non definitiva e dunque ancora proiettata a diventare altro. Il progetto prevale sull’oggetto e l’utopia della perfezione irraggiungibile sui limiti imposti dalla cornice. Isabelle Miller, scrittrice e semiologa che vive a Parigi, conosciuta soprattutto per il romanzo-saggio La sindrome di Stendhal, racconta undici storie tra arte e letteratura, architettura e cinema, melodramma e rock and roll, disseminati in diverse epoche della storia, dal Medioevo al presente, accomunati tra loro soltanto dalla non-finitezza. Capolavori incompiuti, aggiunge al titolo originale Les inachevées il sostantivo “capolavori”, anche se spesso non siamo in presenza di opere davvero così importanti ma più che altro di paradigmi di imperfezione e indeterminatezza. Segno che artista è soprattutto colui che insegue un sogno impossibile tentando in tutti i modi di non realizzarlo. Aforisma ai limiti dell’assurdo, che sarebbe molto piaciuto a Oscar Wilde. Diversi possono essere i motivi per i quali l’opera resta incompiuta. Il più ovvio è la morte del suo creatore, ma non bisogna dimenticare ripensamenti, incidenti di percorso, fallimenti, grane con i propri committenti. Sembra di stare dentro la sceneggiatura de “Lo stato delle cose” di Wim Wenders o nei tentativi falliti, da Orson Welles e da Terry Gilliam, di catturare la follia di Don Chisciotte facendone un film che non s’ha da fare. Nell’ambito cinematografico la Miller sceglie l’epilogo di Marilyn Monroe, quell’ultimo ciak che si sarebbe dovuto girare nella primavera del 1962 dopo “Gli spostati” di John Houston (per inciso, fu quello il film d’addio anche per Clark Gable e Montgomey Clift), e che invece non ci fu. Ormai Marilyn era preda dei propri fantasmi, delle ossessioni e chissà cosa ancora. Di “Something’s Got to Give”, così si sarebbe dovuta chiamare la pellicola diretta da George Cukor, è divenuto immortale il passo d’addio, il bagno nuda in piscina e l’eroticissimo gioco con l’asciugamano. Talvolta l’incompiutezza dell’opera si spiega come un segno del destino, che forse è meglio assecondare. Nella seconda parte del XIII secolo Firenze e Siena se le danno di santa ragione in battaglia e si sfidano nella costruzione della cattedrale più bella, ricca e grande, chiamando nelle rispettive municipalità i migliori artisti e architetti. Eppure oggi se andiamo a Siena troviamo il duomo non finito, lasciato esattamente come nel 1378, quando una terribile peste devastò la città della Lupa decimando il 70% della popolazione. Fu letto come un avvertimento celeste e i lavori si fermarono per sempre. Quanto alla Sagrada Familla, il folle progetto del più utopista e visionario degli architetti moderni, Antoni Gaudí, il tempio di Barcellona è metafora assoluta dell’incompiutezza, della totale impossibilità a raggiungere l’atto finale, un edificio destinato sempre a cambiare al punto che mai nessuno potrà dire di aver visto per due volte la stessa Sagrada Familia. Gaudì ci lavorò ossessivamente dal 1883 al 1926, ucciso da un tram che non aveva sentito arrivare, come al solito immerso nei suoi pensieri. Che dire allora dei capolavori mancati: forse l’altra Commedia umana di Balzac, che avrebbe dovuto arricchire e completarne la prima versione, o l’album perduto dei Velvet Underground, che nelle intenzioni di Lou Reed e John Cale (già separati in casa, senza Nico e con Andy Warhol ormai defilatosi) avrebbe superato addirittura il folgorante debutto del disco “della banana”. Magari la sfida ai limiti della scrittura, divenuta ormai una priorità per Georges Perec: dopo aver pubblicato La scomparsa, un intero romanzo senza la lettera e, e il successivo Le ripetizioni con la e unica vocale, negli ultimi mesi della sua breve vita Perec lavora a 53 giorni, ispirandosi al numero-feticcio di Stendhal, un giorno in più del tempo che ci mise a scrivere La Certosa di Parma. Oppure il capolavoro effettivamente incompiuto di Giacomo Puccini, la Turandot composta in una corsa contro il tempo - Puccini era infatti gravemente malato e sapeva che non ce l’avrebbe fatta - affidata come in un testamento all’amico Arturo Toscanini, il 4 novembre 1924 salutandolo alla Stazione di Milano e aggiungendo in fondo: «Se mi succede qualcosa, le affido la mia Turandot». Michelangelo aveva un carattere difficile pari al suo talento, mal sopportava le esigenze dei committenti qualora fosse convinto, cioè sempre, di essere nel giusto, soprattutto si considerava scultore e non pittore, quindi mal digerì il lavoro al Giudizio della Sistina. La Miller racconta la tormentata genesi degli “Schiavi” in marmo, concepiti per il monumento funebre di Giulio II, interrotti, ripresi, disconosciuti, anche se per Michelangelo sarebbero stati loro la sua grande opera. Ciò che ne resta rivela, come l’incompiuta Pietà Rondanini, un’incredibile tensione a superare l’ideale classico della scultura, per aprirsi a una modernità devastante e troppo avanti rispetto ai tempi. Chi, in conclusione, sul non finito costruì il proprio stile, fu il pittore inglese William Turner, di formazione accademica e tradizionale, letteralmente “folgorato” da un’idea che gli Impressionisti svilupparono diversi decenni dopo. La pittura non sarebbe mai più stata questione di rappresentazione ma di luce e di approccio psicologico dello spettatore. Solo chi guarda può decidere se il quadro è finito, la realtà è ormai diluita in dettagli e frammenti. Basti visitare le sale turneriane della Tate Modern per capire davvero che l’arte contemporanea comincia qui. (Luca Beatrice)
«Il Giornale di Vicenza»
06-08-2009
Perfectum e impefectum. Azione compiuta e azione colta nel suo svolgimento, nella sua ipnotica, enigmatica durata. Il segno è agile, fendente, impegnato a scandagliare le molte vie di una creatività che nell’apparente incompiutezza dispiega le sue ali splendenti ed eterne. Undici storie di artisti e di grandi opere rimaste in standby. A ripercorrerle è Isabelle Miller, narratrice e semiologa francese, in un libro che spazia dalla letteratura al cinema, dalla musica alla pittura, dalla scultura all’architettura, in un vortice di storie, artisti e intuizioni creative che hanno solcato il tempo avvolte nella magia di percorsi affascinanti, ma interrotti, incendiati da tensioni che sembrano innescare un meccanismo straordinariamente vivo e potente, capace di evidenziarne il dinamismo e la dirompente, misteriosa bellezza. Un viaggio nei chiaroscuri di un territorio denso di vibrazioni, trasparenze, tonalità ora dense e cremose, ora più sfilate e leggere. Un territorio in cui i nomi di Michelangelo, Turner, Truman Capote e Balzac s’incrociano con quelli della Cattedrale di Siena, della Sagrada Familia di Barcellona, ma anche di Jean Renoir, Puccini, Marilyn Monroe, fino all’enigmatico romanzo "53 giorni" di Georges Perec. Una spirale incandescente, in perenne evoluzione, che lascia trasparire nello squarcio, nell’abbozzo, nella ferita, nel ponteggio, nella mano appena accennata o nello sguardo ancora velato le infinite possibilità di una compiutezza aperta a mille ipotesi e perciò stesso incredibilmente camaleontica e vitale. E quando l’apollineo di una forma perfettamente compiuta si scontra con il dionisiaco di una creazione in scintillante divenire, dalle evoluzioni del gioco letterario possono scaturire cortocircuiti crepitanti e imprevedibili, in grado di condurre il lettore nei meandri di una narrazione tanto appassionante quanto immaginifica. Fra i tanti percorsi, quello che l’autrice francese compie intorno all’attività di William Turner, il pittore più visionario dell’Ottocento romantico, è certo uno dei più suggestivi e complessi. I cinque viaggi che l’artista inglese fece in Italia tra il 1802 e il 1840 rivoluzionarono la sua pittura spingendola verso gli affascinanti territori dell’astrazione. Rappresentando la realtà come pura emozione visiva intrisa di luce, Turner anticipava la rivoluzione cromatica dell’impressionismo spalancando le porte alla modernità. Lo stile di Turner, scrive la Miller, era spesso sconcertante anche per i suoi stessi ammiratori, che non sapevano bene dove finisse il lavoro e dove cominciassero le rifiniture. Per questo era stato contestato fin dagli inizi della sua carriera. Imprecisione del paesaggio, eccessiva attenzione all’atmosfera, mancanza di realismo, debole rappresentazione della natura: tutti rimproveri che andavano nella stessa direzione, ma dei quali il pittore inglese non tenne alcun conto. «Il fatto è – spiega l’autrice – che gli artisti a lui contemporanei coltivavano la precisione del disegno e non era facile per il pubblico vittoriano interpretare le allegorie, i soggetti cupi, latavolozza luminosa, lo stile evanescente con cui Turner sondava l’infinito e cercava di esprimere l’inesprimibile della natura umana e il caos dell’universo». In lui l’incompiutezza sembra essere un modus, un sistema per creare quella tensione verso l’inesprimibile che vibra dentro le cose illuminandole di una luce oscillante e ipnotica. Turner muore nel 1851. Un’esposizione del 1875 alla National Gallery offre l’ occasione di scoprire un folto numero di tele incompiute. A poco a poco l’ incompiutezza di Tuner non viene più percepita come un deficit, ma come un elemento prezioso, rivelatore sia della genesi dell’opera che della tecnica del maestro, un’esperienza visiva in grado di aprire a nuove prospettive. Il fascino del non finito, mete in dissolvenza, forme sbalzate, in controluce, cancellazioni, atelier in progress... un fare e un cercare che negli Schiavi di Michelangelo, emblema di tutte le sue opere incompiute, ha il profumo della vita, delle sue contraddizioni, della sua ruvida, ringhiosa bellezza, fatta di tentativi, errori, passioni, esitazioni, folgoranti visioni. Il tempo del fare e del cercare è qui tutto presente. Nessuna forma perfetta racchiude il magma della vita, che sembra invece colare ed esplodere da queste creature curve, spurie, tumefatte, scalpellate, frammentate. La bellezza batte qui con ali mefistofeliche e segrete, ancor più forte e lancinante di qualsiasi apollinea, ieratica perfezione. In questo senso "53 giorni" di George Perec, romanzo dell’incompiutezza tout-court, si offre all’attenzione del lettore per la sua anima volutamente fluttuante e possibilista. Spiega infatti lo stesso Perec: «Non potrò mai afferrare precisamente l’immagine che mi faccio della letteratura: essa è infatti per me un al di là della scrittura, un ‘perché’ scrivo a cui non posso rispondere che scrivendo, differendo senza sosta l’istante stesso in cui, smettendo di scrivere, quest’ immagine diverrebbe visibile, come un puzzle inesorabilmente terminato. La poetica e la compiutezza del non finito sta tutta in queste parole, in questa tensione verso un altrove che ne richiama continuamente un altro e un altro ancora. Come accade per la Turandot di Puccini, dove l’incompiutezza si offre come porta aperta a tutte le compiutezze. Fermarsi dove si è fermato Puccini, o scegliere una delle tante versioni che hanno cercato di portare a conclusione l’opera? Molti i finali a disposizione: quello di Alfano, di Berio, di Janet Manguire, di Steven Mercurio... Eppure la sensazione è che quella porta aperta, quel finale mancato, generi uno splendido cortocircuito, in grado di avvolgere l’intera opera in una dimensione straordinariamente suggestiva e potente. Una potenza che nella Sagrada Familia di Barcellona assume le forme di un apocalittico cantiere a cielo aperto. Opera incompiuta per eccellenza, la prima pietra venne posata il 19 marzo 1882, giorno di San Giuseppe. Gaudí aveva 31 anni quando assunse la direzione dei lavori della nuova cattedrale e subito si rese conto che la sua costruzione non era calcolabile sulla scala del tempo della vita umana. «Ci vorrà molto – disse – per finire la Sagrada Familia. Come è avvenuto per tutte le grandi opere. Non c’ è da lamentarsi se non potrò finire il tempio. Invecchierà e spetterà ad altri riprendere questo progetto». Osserva la Miller: «L’incompiutezza non faceva paura ad Antoni Gaudí. Progettare un’impresa da compiere in molte generazioni – estrema modestia o estremo orgoglio – equivaleva a dichiararne subito la dimensione». Scrive ancora la Miller: «Si dice che, una volta terminato, sarà l’edificio religioso più alto del mondo, che potrà accogliere 14.000 visitatori e che il canto di 1500 coristi non riuscirà a riempire lo spazio delle sue volte. La folla potrà leggervi il Vangelo direttamente sulle pareti e sulle vetrate. Le cinque navate, con le colonne ramificate come alberi e le volte stellate, saranno come radure attraversate dalla luce...». Un racconto che ha il sapore di una leggenda, forse perché l’infinito sembra aver preso dimora in questo regno felicemente incompiuto da cui traluce un pezzetto d’ eternità. (Maurizia Veladiano)
«L'Unità»
06-08-2009
Quante volte vi sarà capitato di lasciare qualcosa di non concluso. Dopo di che o vi macerate nel rammarico o non ci pensate più. Dylan Dog, l’indagatore a fumetti di incubi goticheggianti e contemporanei, è un maestro nel genere: lavora da sempre al montaggio di un modellino di galeone che sa non completerà mai. Una forma di esorcismo della morte o incapacità di finire? Un rovello simile di solito tormenta quasi tutti, nella vita, e si trascina una gran varietà di sentimenti. Eppure qualcosa di non completato può essere perfino un capolavoro. A patto di essere un artista capace di generare capi d’opera, beninteso. Come racconta, talvolta in modo un po’ erratico, la scrittrice e saggista francesce Isabelle Miller in Capolavori incompiuti, e con un sottotitolo che sintetizza la faccenda: «il gusto dell’imperfetto». Questo gusto, così vicino alla nostra epoca di vite frammentarie, questa sapienza che sfida i canoni delle perfette statue canoviane, Isabelle Miller lo ritrova in vari maestri di varie arti: Michelangelo per primo (giustamente), il regista cinematografico e nipote del pittore impressionista Jean Renoir, un «album perduto» dei Velvet Underground e altre eterogenee figure. In apparenza è una semplice scorrazzata, in realtà sottintende che il culto dell’opera perfetta a volte è un culto formale mentre una scultura, un frammento poetico, una musica mai portati a termine se da un lato lasciano con la voglia di vedere come sarebbe andata a finire, dall’altro tante volte corrispondono meglio a quell’incompiutezza che a volte ritroviamo pensando ad amori o affetti del passato in cui qualcosa rimasto a metà non è più ricomponibile. Non a caso, ricorda l’autrice, il pittore Turner con i suoi acquerelli che lasciano il più nel vago sono così amati anche dai non addetti ai lavori. Isabelle Miller racconta, più che analizzare. Citando la sinfonia n. 8 detta «Incompiuta» di Schubert, la Lulu di Berg, L’uomo senza qualità di Musil nell’epilogo, ignorando le riprese mai terminate del Don Chisciotte di Orson Welles, sul nastro di partenza colloca un campione del non finito: Michelangelo, artista che, a partire dalla Pietà Rondanini, lasciò molte sculture senza il tocco finale. Il tormento non lo abbandonò per il mai completato – per colpa dei mutamenti della committenza papalina – monumento funebre per papa Giulio II, del quale però restano a Firenze e Parigi alcune tra le sue opere più vibranti: i Prigioni o Schiavi, corpi d’uomini che sembrano divincolarsi nella pietra contro la tirannia della materia e del potere in cerca disperata di libertà spirituale e fisica. L’abisso del disastro. Leggendo i Capolavori incompiuti è inevitabile confrontarsi con l’abisso su cui siamo sempre affacciati: l’ultimo film con Marilyn Monroe, Something’s Gotta Give, ebbe il primo ciak il 4 aprile 1962, dopo mesi complicati di stop and go fu interrotto perché il 4 agosto l’attrice morì. La commedia, riflette l’autrice, «fu una catastrofe: sesso, soldi, potere, sonniferi, la storia di un film in disintegrazione, il dissolversi di una vita». Dà il senso dello sfacelo o del suicidio creativo Truman Capote, lo scrittore imprigionato dal successo di A sangue freddo che recitava a voce capitoli di un nuovo libro, Preghiere esaudite, lo annunciò, e non lo scrisse. Naturalmente spesso è la morte a stroncare l’impulso creativo. Ci sarebbe da rassegnarsi, se noi occidentali accettassimo i tasselli vuoti. Forse li temiamo. Di conseguenza per un Puccini che non finì la Turandot causa decesso, l’editore Ricordi la fece completare ad Alfano, la cui lunga «coda» retorica segue ma anche tradisce la modernità musicale dell’opera al punto che Toscanini, nel 1926, lasciò il podio laddove era arrivata la penna del compositore. E ora, bruciante questione: l’architetto Gaudí fu travolto da un tram e non poté completare la chiesa della Sagrada Familia a Barcellona. Con quel reticolo di pinnacoli nel vuoto è unica e meravigliosa. Ora la stanno integrando. E giusto? Non è discutibile? Perché la domanda è: vorreste voi che altri concludessero che avete lasciato a mezzo? (Stefano Milani)
«Tuttolibri La Stampa»
05-07-2009
«II 19 marzo 1882, giorno di San Giuseppe, una gran folla assiste a Barcellona alla posa della prima pietra di una nuova cattedrale, la Sagrada Familia. Prudentemente, nessuno ipotizza una «data consegna lavori». Oggi, l’obiettivo è di terminarli per il 2025, primo centenario della morte di Antoni Gaudí, l’architetto che nell’immaginare quell’impresa aveva voluto sfidare l’idea stessa di un limite. Se la scadenza verrà rispettata, forte sarà soprattutto la delusione; nelle sue dimensioni smisurate, nel suo essere concepita come un monumento in divenire al quale continuare ad aggiungere sempre nuovi segmenti, il fascino di questa Familia risiede nel proporsi come una Torre di Babele del nostro tempo e nel tendere, nell’insieme come nel dettaglio, all’infinito. Nel suo non volersi compiere.
Con quanto dolore, i cittadini di Siena, centocinquant’anni dopo l’inizio dei lavori, «sotterrano l’ultima speranza del Grande Duomo» e iniziano a demolire, murare, ricoprire i volumi di quel progetto nato per «rimpicciolire» al confronto tutte le altre chiese toscane, fiorentine soprattutto, nella persuasione che tutto possa diventare realizzabile quando si voglia esaltare l’orgoglio, il potere di una città. Ma a metà Trecento sarà la peste, che stermina anche i senesi e li affama, a porre fine a quella troppo umana vanità.
«Raccontare storie di opere incompiute è mettere in luce la vita dell’opera: cosa c’è di più incompiuto della vita?», scrive Isabelle Miller nel prologo al suo nuovo libro Capolavori incompiuti, dedicato al rapporto tra perfectum e imperfectum. E ha in mente Marilyn Monroe, i suoi ultimi giorni, il suo ultimo marito, Arthur Miller, che anni dopo scrivendo la commedia Finire un film farà rivivere il dramma del set de Gli spostati, l’ultimo film della Monroe, girato nella costante minaccia di incompiutezza, nel faticosissimo incontro tra sceneggiatura e biografie, le seconde più sbandate e incompiute della prima.
Diceva Jorge Luis Borges che «soltanto la fretta degli editori obbliga gli scrittori a finire un libro». Lui ne ha finiti parecchi, ma i labirinti narrativi di cui era innamorato sono un’immagine esemplare del fascino della non-compiutezza. Un’idea che può continuare a estendersi, a svilupparsi generando altre traiettorie, una «spira mirabilis» il cui fascino primo non risiede nell’esito, ma nel meccanismo che la genera e riproduce, in una tensione che non vuole esaurirsi. Come accade durante le prove a teatro, all’ opera, lungo le riprese di un film, quando le scelte possibili appaiono molte, prima di dover decidere per una sola strada ed escludere tutte le altre. «Non posso concepire che abbia mai voluto portarli al grado di finito al quale portava altre sue opere. Anche qui il contrasto è lo stesso: contrasto tra due contrari, come il ruvido e il liscio, l’antico e il nuovo, lo spirituale e il corporeo», ha scrittolo scultore Henry Moore a proposito degli Schiavi di Michelangelo. Perché concludere, se la forma finale non libera, piuttosto imprigiona l’idea in uno spazio racchiuso che esclude l’intuizione dell’infinito possibile e sconosciuto? E’ anche questa tensione ad immaginare quanto sta oltre che spinge Lucio Fontana a tagliare le sue tele bianche, eliminando la parete di fondo, il confine fisico di un quadro?
Nei casi narrati dalla Miller non appare l’Incompiuta di Franz Schubert: i due soli movimenti di questa Sinfonia rappresentano una evidente rottura formale rispetto ai canoni dell’epoca ed esprimono compiutamente l’individualità dell’autore. La sua ansia narrativa insegue una felicità che sempre sfugge e può dilatarsi in territori sconfinati o racchiudersi in concisi segmenti. Scrivendo l’Incompiuta, quello che aveva da dire lo ha detto in due tempi soltanto rispetto ai quattro canonici di una sinfonia di allora. I suoi contemporanei non avrebbero apprezzato, oggi l’opera è quasi un emblema della sua alterità. L’Arte della Fuga di Bach bruscamente si arresta su un accordo che non può essere l’ultimo: scelta imposta dalla malattia e dalla morte, oppure voluta dall’autore, quasi sfidando i posteri a proseguire l’opera immensa e formalmente, anche lei, tendente all’infinito? Turandot, invece, obbliga ogni volta a scegliere: fermarsi dove si è fermato Puccini, o proseguire e finire, in una delle tante versioni oggi disponibili, tutte comunque deboli, perché il compositore ha dovuto arrendersi di fronte al dilemma fondamentale: come possono Turandot e Calaf amarsi un istante dopo che Liù, la piccola schiava, si è uccisa per amore di quel Principe-padrone che non potrà mai corrisponderla? Puccini si arresta alle colonne d’Ercole della sua cultura, della sua teatralità e nulla come questa finenon fine racconta di lui, aiuta a comprenderlo. A Milano, nel 1926, dopo la prova generale, Franco Alfano, il compositore al quale Toscanini ordinò di completare l’opera partendo dagli appunti pucciniani, chiese al direttore che cosa pensasse di quel finale: «Penso che se Puccini fosse qui mi darebbe due schiaffi». (Sandro Cappelletto)
«Lettera.com»
15-01-2011
Professore di storia all'università di Ginevra e esperto di questioni legate all'ambiente, François Walter scrive, per dirla con il sottotitolo del libro, una vera e propria "storia culturale" del fenomeno catastrofe. Partendo dal Seicento, in cui si era fortemente legati alla magia, alle interpretazioni ed ai presagi e passando per le catastrofi di Auschwitz e Hiroshima, si arriva all'Undici Settembre, e si analizzano le annunciate catastrofi ecologiche di cui si parla da qualche anno.
Un saggio interessantissimo che in ogni epoca racconta i simboli ed esplicita le circostanze con cui l'essere umano esprime la propria paura. E pone il punto su quanto cultura, corretta gestione del rischio e della crisi e libertà di informazione possano tenere lontani ansie e pericoli. Da leggere.
«Linea»
16-10-2009
Nell’epoca della “catene”, speriamo, per ora, solo editoriali e librarie, si parla sempre poco delle piccole case editrici. Che, in realtà, rispetto alla qualità, non sono mai così “micro”… Come ad esempio quella fondata da Angelo Colla nel 2002: editore vicentino che ha già all’attivo un’opera collettiva di altissima caratura scientifica come Il Rinascimento italiano e l’Europa, in dodici volumi (finora sono usciti i primi cinque). Oltre ad affabulanti pubblicazioni nell’ambito delle scienze umane, dell’arte, della manualistica, della cultura locale e di recente della narrativa. Insomma una casa editrice capace di unire ed evocare universale e particolare: rigore e passione, se si vuole. Piccola, ma non nella qualità. E che aspira a diventare grande. Auguri sinceri. E solo un editore dotato di notevole fiuto poteva scovare e tradurre tempestivamente (l’edizione francese è del 2008) un libro al tempo stesso intrigante, opportuno e dotto come quello di François Walter, Catastrofi. Una storia culturale. L’autore è uno storico dell’Università di Ginevra, dalla cultura enciclopedica. Già noto in Italia per una ghiotta Storia dell’ambiente europeo, scritta con il medievista Robert Delort. Dunque, lo abbiamo definito un libro intrigante, opportuno e dotto. Dobbiamo, allora, spiegare perché. Intrigante, perché Catastrofi affronta un problema antico quanto l’uomo: quello, per metterla sul colto, della Teodicea. In parole povere del perché il male infierisce sugli uomini senza preavviso. E con il permesso di Dio, secondo alcuni. Senza, per altri. Opportuno, perché viviamo in un’ epoca dove si parla solo di “catastrofi”: naturali, ecologiche, economiche, sociali. E quindi giunge propizio un libro che spiega che tipo di storia culturale vi sia dietro il “catastrofismo”. Dotto perché François Walter, pur esponendo i fatti in modo avvincente, non rinuncia mai a fornire le cosiddette “pezze d’appoggio”. Il libro spicca per una ricchezza di autori trattati e di riferimenti bibliografici (accuratissimi), che lascia veramente a bocca aperta. Senza mai però intimidire il lettore. Con scioltezza: con la semplicità del grande storico. Ma veniamo alla tesi del libro. Walter ricostruisce la storia del concetto di catastrofe dal XVI secolo ai giorni nostri, nelle sue ramificazioni sociali e culturali: da Calvino e Francesco di Sales fino ad Al Gore. Semplificando, il percorso storico è il seguente: al paradigma provvidenzialistico della catastrofe (teologico), predominante fino alla metà del XVIII secolo, si è prima sostituito quello naturalistico (scientifico): in termini di controllo, non più divino, ma umano, degli eventi naturali. Durato, grosso modo, fino al Primo Grande Macello del 1914. Dopodiché - e soprattutto all’indomani del Secondo Grande Macello, culminato con la Shoah, Hiroshima e Nagasaki - si è fatta avanti la tesi dell’imperscrutabilità della catastrofe, in un mondo ormai abbandonato da Dio. E dove l’uomo finisce per assumere il ruolo del portatore sano del “male catastrofe”. Di qui però lo sviluppo, dagli anni Settanta del Novecento in poi, di una società dei rischio, se non controllato, almeno “controllabile” e riducibile grazie alla mano visibile della politica. Ricapitolando: dalla passività teologica, si è passati all’attivismo progressista della scienza, per poi accettare un prudente interventismo, che non scomoda né Teologia, né Scienza, ma sovraccarica di decisioni la Politica, come del resto è sotto gli occhi di tutti. Interessanti, a questo proposito, le riflessioni di Walter sulla “società del rischio”. Società che, come rileva, «non assomiglia più allo Stato previdenziale, pazientemente costruito dalle generazioni del XX secolo: non spetta più infatti alla società preservare i cittadini, ma ciascun individuo è tenuto singolarmente ad accettare i rischi probabili, badando a non lasciarsi travolgere dal processo di “vulnerabilizzazione” che, a colpi di flessibilità nel mondo del, lavoro tocca una porzione non trascurabile degli abitanti della maggior parte dei Paesi europei. La vulnerabilità e la precarietà si sono così sostituite all’impoverimento. L’unica certezza è quella di una minaccia costante, spia di un nuovo rapporto con il mondo, donde il favore di cui gode il principio di precauzione diventato… la vulgata dei poteri decisionali ». E dunque della politica. In questo senso, l’idea di una minaccia costante in realtà potrebbe servire solo a rafforzare il potere esistente. Ci si serve - e qui andiamo oltre le tesi di Walter - della possibilità del disordine (il rischio della catastrofe naturale, sociale, economica) per imporre l’ordine assoluto. La teorizzazione e la pervasività del rischio a ogni livello andrebbero a rafforzare l’apparentemente invisibile ma altrettanto soffocante, Leviatano post-moderno: basato su una sorta di individualismo funzionale al potere. Se non da assistere, almeno da rassicurare, come si fa con i bambini in preda agli incubi notturni. Fatto che non depone sicuramente in favore di una società matura e libera. Ecco, il libro di Walter favorisce anche una riflessione “metapolitica” di questo genere. Altro buon motivo per leggerlo. (Carlo Gambescia)
«Almanacco della Scienza»
08-10-2009
La cronaca più recente ha reso le catastrofi protagoniste: basti pensare allo tsunami delle Samoa, al terremoto dell’isola di Sumatra o, senza andare molto lontano, alla frana che ha colpito Messina negli ultimi giorni. Il termine ‘catastrofe’ ha in sé una connotazione spaventosa che ci pone di fronte un’immagine di equilibrio sovvertito. Morte e rinascita in cui, forse, più dello sgomento del dopo, è il timore di quanto e quando potrebbe accadere che ci terrorizza. Il modo di affrontare le calamità naturali non è così scontato come potrebbe sembrare: nel riconoscere la propria fragilità, l'uomo è influenzato dal simbolismo culturale che impregna la società di appartenenza. Ed è a quest’aspetto che François Walter dedica il libro ‘Catastrofi’.
Analizzando le sventure più funeste dal 1500 al 2007, Walter prende in esame rappresentazioni artistiche, testi e autori per fotografare l’atteggiamento nei diversi periodi nei confronti di fatalità senza tempo. Si evidenzia l’influenza della religione nelle società antiche, che vivevano i flagelli come punizioni divine, che seguivano spesso segnali ritenuti premonitori. Atteggiamento opposto a quello delle società moderne, in cui il miglioramento tecnico ha dato agli individui un maggior senso di ottimismo e fiducia, grazie anche al progresso scientifico. Tuttavia, la posizione attuale, ci fa perdere spesso di vista la fallacia delle previsioni umane.
A ridimensionarci pensa la catastrofe, che contribuisce “a riaffermare un certo ordine sociale e morale, a richiamare i valori essenziali del destino fragile ed effimero dell’umanità”. (Giorgia Martino)
«Il Venerdì di Repubblica»
18-06-2009
Quella per le catastrofi non è una fascinazione tipicamente contemporanea. Non è l’ennesimo frutto velenoso delle società spettacolarizzate, dell’allarmismo scientifico, dello sciacallaggio informativo, del cospirazionismo diffuso, della megalomania holliwodiana o dei neomillenarismi eco-new age. Già «dal Seicento le catastrofi cominciano a essere viste come un vero e proprio spettacolo. Certo, non di massa: d’élite. Ma con ripercussioni in quasi tutti i "media" dell’epoca: teatro, pittura, musica, addirittura giardinaggio, con vulcani artificiali allestiti nelle ville» ricorda Francois Walter, professore all’università di Ginevra e autore di Catastrofi, preziosa storia culturale dei disastri – dai millenarismi arcaici alle nuove paure globali. Il catastrofismo è una passione dal cuore antico […] ma nell’era mondializzata acquista caratteristiche inedite. Il disastro diventa business. E politica. Business non solo attraverso la mercificazione delle immagini (mediatiche, cinematografiche, letterarie) che ci raccontano l’orrore e il caos. Non solo mediante quella che – in un libro interessante quanto discusso Naomi Klein ha chiamato Shock Economy, cioè l’impresa ultraliberista di mettere a profitto crisi politico-finanziarie e cataclismi naturali (dallo tsunami asiatico all’uragano Katrina) facendo passare privatizzazioni, deregulation e tagli sociali. «Ma anche perché, come sul versante umanitario, esiste ormai una vasta classe di esperti e una rete di organizzazioni che vivono di catastrofi, o quantomeno di allarmi», rammenta François Walter. «Si pensi al dibattito su cambiamenti climatici: se gli scienziati smorzassero i toni, riducendo le soglie di rischio, abbassando i livelli di allerta, otterrebbero gli stessi finanziamenti che l’emergenza garantisce?». Emergenze ambientali, umanitarie, sanitarie, alimentari, securitarie... nella psicologia delle nuove paure globali finiscono per assomigliarsi tutte. Che si vada in giro con la mascherina antismog, l’ansiolitico in tasca, lo spray antiaggressioni in borsetta, il molossoide killer al guinzaglio, il telecomando della tecnoinferriata agganciato al portachiavi, l’apprensione diviene routine, la minaccia si naturalizza, si incorpora nella quotidianità riconfigurando silenziosamente comportamenti, scelte elettorali, socialità, consumi. E così, sull’economia della paura possono innestarsi nuove politiche emergenziali a basso voltaggio. Che «democraticamente» alimentano il consenso contraendo le libertà e intensificando il controllo; regolarizzando uno stato di eccezione permanente e soft, dove i pericoli si chiamano, a seconda: rumeni, albanesi, jihadisti, hooligans, carne bovina, pollame, stupri, pitbull, centri sociali, Aids, traffico, ondata di caldo, ondata di freddo... «È una costante storica che a catastrofi e grandi minacce abbia corrisposto una riorganizzazione strategica dei poteri, una razionalizzazione nel senso di un irrigidimento delle norme, di un accresciuto controllo sociale, di un più generale rafforzamento delle autorità: Stato, élites, Chiesa...» sostiene Walter. […]
Ma nell’epoca dell’allarme sistematico, legittimità e consenso dell’autorità (politica, scientifica, mediatica) si giocano sulle capacità di prevenzione reazione in tempi sempre più brevi. Scattanti: «Per essere credibile, l’informazione dev’essere veloce nella copertura: la macchina mediatica si mobilita con immagini e commenti ancor prima di sapere quali siano la natura e l’entità della minaccia. È un automatismo. I responsabili politici e gli esperti sono chiamati alla stessa prontezza di riflessi. L’imperativo è non minimizzare, mai». A conti fatti, meglio sovravvalutare che sottostimare. «Gli esiti di quest’ingranaggio li abbiamo visti: il pericolo Sars è stato ingigantito, la crisi Mucca pazza non ne parliamo, con premi Nobel giù a prevedere centinaia di migliaia di morti che non ci sono stati. Mentre davanti, all’ultimo allarme "influenza suina"ha prevalso, fortunatamente, una certa misura», dice Walter. D’altronde nella cacofonia delle diagnosi emergenziali, dove agli specialisti, nuovi guru del millenarismo secolarizzato, senti dire tutto e il contrario, si sfarina di nuovo il mito illuministico-positivista della neutralità della scienza, i fatti spariscono nella ridda delle interpretazioni: «Quella scientifica è una lettura della realtà fra le altre. Gli esperti non amano venir relativizzati. Di fatto però lo sono. II discorso scientifico è condizionato da compatibilità politiche, interessi economici, esposizione mediatica». In tempi di apocalissi prét-àporter, ci siamo poi dimenticati della Bomba. Spenta la guerra fredda, l’atomica è diventata una sorta di giocattolone vintage. Quel Good old danger, quel «caro vecchio pericolo», come ironicamente la definito studioso tedesco Gunther Anders, che sul trauma dell’annientamento nucleare costruì una filosofia. Nota François Walter: «Gli arsenali esistono ancora. Più potenti che mai. Però la percezione comune del rischio atomico è mutata. La bomba non è più qualcosa che abbiamo fatto noi. Ma opera di Stati canaglia: Iran, Corea del Nord. L’ordigno nucleare è roba da terroristi. L’Occidente ha esternalizzato il Male. Lo ha delocalizzato: la catastrofe è un complotto del nemico». Le neopaure viaggiano alla velocità degli scambi economico-finanziari, delle migrazioni umane, dei flussi informatici, delle innovazioni tecnologiche. Basta vedere la quantità di allarmismi, catastrofismi, complottismi, millenarismi che ribollono su Internet per rafforzarsi nel sospetto che l’ansia contemporanea sia una specie di interfaccia della tecnologia che vorrebbe dominarla. Sarà un caso, ma gli psicoterapeuti specializzati in quella sindrome sempre più diffusa chiamata «attacco di panico», ti spiegano che tra i soggetti più esposti ci sono proprio quelli sicuri di sé, autocontrollati, ma governati dall’ansia da prestazione, dal terrore della vulnerabilità. La paura che li assale è fisiologicamente, chimicamente vera. Però «parainode». Perché un vero pericolo non c’è […]. (Marco Cicala)
«Avvenire»
15-05-2009
Perché Adamo, che impose il nome agli uccelli e agli animali terrestri, non l'impose anche ai pesci? Si domanda Sant'Agostino nella sua minuziosa analisi del racconto biblico sul Paradiso Terrestre. In effetti il testo della Genesi, preso alla lettera, presenta, a causa delle sue lacune, incongruenze e contraddizioni, molte insormontabili difficoltà, che hanno da sempre stimolato le più varie interpretazioni da parte di pensatori, teologi e artisti. Il libanese Milad Doueihi, storico della cultura religiosa occidentale, ha raccolto in questo volume una folta e curiosa rappresentanza dei commenti suscitati nelle varie epoche da quella che potremmo definire «la scena primaria» delle nostre origini. Da Sant'Agostino a Nietzsche, passando per Fénélon, Pascal, Spinoza, Bayle, Leibnitz, Kant, l'esposizione di Doueihi non tralascia nessuno dei nomi celebri che hanno cercato di risolvere «le difficoltà adamitiche», ma pesca anche opere poco note e perfino stravaganti, soprattutto di autori francesi, ai quali lo avvicina la sua formazione culturale. Nel Rinascimento la riscoperta dei classici condusse a diversi tentativi di conciliare la Bibbia con la mitologia greca: ad esempio Rabelais, nella sua epopea Gargantua et Pantagruel, raccontando che i giganti che si ribellarono a Zeus erano per metà serpenti e si chiamavano Anduglie, aggiunge: «E il serpente tentatore di Eva era andugliesco». Sempre nel XVI secolo, il filosofo Leone Ebreo identifica Adamo con l'androgino platonico, diviso da Dio nei due sessi: «Perciò è scritto maschio e femmina li creò». La controversa sessualità di Adamo ha dato origine a quella che Doueihi chiama «la grande utopia androgina», punto di partenza per le ipotesi più fantasiose, come quella che troviamo nell'autobiografia della quietista belga Antoinette Bourignon, che a metà del XVII secolo descriveva una sua visione di Adamo che «aveva un corpo più trasparente del cristallo ... e nel ventre aveva un vaso in cui nascevano delle piccole uova». Prima che Dio gli traesse Eva dal fianco, Adamo fece in tempo a generare, secondo la Bourignon, «un uomo scelto da Dio per essere lo strumento attraverso il quale voleva comunicare eternamente con gli uomini: si tratta di Gesù Cristo, Dio e uomo insieme». All'incirca nello stesso periodo, Cyrano de Bergerac scopre la vera sede del Paradiso terrestre: in L'altro mondo o gli imperi della Luna viene catapultato sulla luna e atterra proprio sull'albero della conoscenza, «con la faccia imbrattata da una mela che vi si era spiaccicata». A fargli da guida, il profeta Elia, che gli rivela che fine ha fatto il serpente: «Dio per castigo lo chiuse nel corpo dell'uomo: voi gli date il nome di budella, ma sappiate che sono serpenti ripiegati in numerose spire e insaziabili». Le intemperanze visionarie degli artisti a proposito del Paradiso terrestre vengono stigmatizzate nell'epoca dei Lumi, in cui anche i testi sacri vengono sottoposti al vaglio della ragione. Al termine della sua affascinante passeggiata, Doueihi osserva: «Il Paradiso terrestre, come lo abbiamo scoperto, segnala nostra "identità" legandoci a una tradizione e alle nostre lotte con e per questa tradizione». (Daniela Pizzagalli)
«Il Secolo XIX»
12-05-2009
«Da Un sorriso nasce sempre un altro sorriso». Questo pensiero di Ippocrate, stampato sulla copertina di Il sorriso. Sorrisi di dei, sorrisi di uomini, suggerisce la chiave di lettura "terapeutica" che ha mosso Christian de Bartillat, uno dei grandi vecchi della cultura europea, editore e amico dei più significativi intellettuali del Novecento, a compilare una galleria dei suoi sorrisi preferiti, nell'arte e nella letteratura. «Vorrei giovare alla salute dei lettori» dice l'autore «aiutandoli a recuperare l'immagine del sorriso e la sua pratica quotidiana, che rappresenta una sorta di grande richiamo a se stessi, perché rimette in sintonia con i moti dell'anima ed è l'antidoto alla paura: dunque più che mai fondamentale nel nostro mondo sprofondato nell'angoscia, i cui sorrisi sono quelli artificiosi, truccati, della spettacolarizzazione mediatica». Lo stimolante apparato iconografico del libro, che non pretende di essere esaustivo ma presenta un'affascinante carrellata nei secoli e nelle civiltà, indica nel VI secolo a.C. l'apparizione quasi simultanea del sorriso nell'arte della Cina, dell'India e della Grecia. «Il sorriso più antico e a mio parere più riuscito del mondo è quello di Lao Tse», spiega de Bartillat, «la fonte da cui scaturisce è il celebre testo dell'I Ching in cui si dice: «Crea in te il Vuoto sorridente», e appare fin dalle più antiche raffigurazioni di monaci taoisti, la cui espressione è una divertita consapevolezza del Tutto. Il sorriso del Buddha è invece una vetta, un Himalaya dell'anima. Nell'antica Grecia, il sorriso di Apollo si riflette nel "kouros" di Atene come una primavera dello Spirito: il dio del sole è riuscito a farlo penetrare nell'anima umana per riflettere il suo volto». Nella storia dell'arte si susseguono diverse "capitali del sorriso", come la Firenze rinascimentale, dove secondo Bartillat nasce "la scuola del sorriso", ma la palma passa a Parigi nel secolo del sorriso per eccellenza, il Settecento: «Nel XVIII secolo il sorriso diventa più terreno e mondano, più laico insomma. Il Settecento è il secolo della leggerezza, del piacere, segna l'apogeo ma anche il tramonto del sorriso nell'arte. Nell'Ottocento, infatti, l'Impressionismo più che sul sorriso umano si concentrerà sul sorriso delle cose. In epoca moderna il primato passa alla fotografia, e quasi scompare nella pittura, ad esempio Bacon disse: «Ho sempre sognato di dipingere il sorriso, ma non ci sono mai riuscito». Alla panoramica pittorica fa seguito quella letteraria: tanto ricca e diversificata da richiedere diverse categorie. Christian de Bartillat inizia con il "sorriso dall'alto", proprio degli dei, inaugurato da Omero ed elevato al massimo grado da Dante nel suo Paradiso, «il palazzo del sorriso e dell'estasi». Poi c'è il "sorriso di fronte", che è uno scambio faccia a faccia: fra questi, il sorriso "ancestrale" è quello della madre, descritto da Virgilio nelle Bucoliche: «Su, bambino/ intendi col sorridere/ chi è la tua mamma». Ci sono mille sfaccettature tra i tipi di sorrisi, esemplificati in poesia e in prosa: quelli "d'amore" («il sorriso disegnato dalle carezze» di Eluard), d'"amicizia" («Il sorriso d'amico e insieme di figlio» di Verlaine) o "conviviale" (Guy de Larigaudie: «Il sorriso è l'arte di dare senza dare»). Spaziando ancora oltre, al sorriso umano l'autore aggiunge quello della natura, attingendo a piene mani nella letteratura italiana, dal Tasso a D'Annunzio, da Leopardi a Carducci e al suo sole che «Rompendo tra i nuvoli bianchi e l'azzurro/ sorride e chiama: "O Primavera, vieni!"». Oltre che collezionista di sorrisi nell'arte e nella letteratura, Christian de Bartillat è raffinato cultore di sorrisi famosi, raccolti nella sua lunga vita nel mondo dell'editoria: per molti anni direttore di Fayard, poi presidente della Stock prima di diventare editore in proprio, ha intrattenuto rapporti di collaborazione e amicizia con i più grandi scrittori del Novecento, da Steinbeck a Krishnamurti, da Anais Nin a James Baldwin, da André Malraux a Han Suyin, a Henry Miller, con il quale ha scritto Conversazioni a Pacific Palisades. Tutti questi autori non sono stati avari di sorrisi con lui, e alcuni gli sono rimasti nel cuore. «Il primo sorriso che ricordo è quello di Saint-Exupéry, che conobbi da bambino, perché venne a trovare i miei genitori prima che scoppiasse la guerra. L'autore del Piccolo Principe sorridendomi disse: "Conserva i tuoi occhi". Ero molto legato alla coppia André e Clara Malraux: lei sorrideva sempre in anticipo, lui in ritardo. Henry Miller era un giovanotto ottantenne, come me oggi, quando lo incontrai a Pacific Palisades, era una cascata di sorrisi, metteva in moto in tutte le sfumature possibili i diversi muscoli deputati al sorriso, cioè il dilatatore, il risorio e il grande zigomatico. L'euroasiatica Han Suyin, autrice di Lamore è una cosa meravigliosa, m'incantava per il suo sorriso enigmatico, che appariva e scompariva di continuo, oscillando tra dolcezza e discrezione. Il sorriso orientale in effetti è il mio preferito: come Mallarmé, a me piace «sorridendo ... imitare il Cinese dal cuore puro e fine». (Daniela Pizzagalli)
«Il Venerdì di Repubblica»
17-04-2009
Parigi. Che avevano tanto da sorridere i misteriosi kouroi della Grecia arcaica? E i coniugi etruschi sul sarcofago di Villa Giulia? E l'Apollo di Veio? Perché - con i sorrisi dipinti da Watteau, Fragonard, Hogarth, Tiepolo - la civiltà piramidale, scettica e crepuscolare del Settecento fu l'ultima ad esprimere un'idea, tanto ingenua quanto radicale, quale quella di felicità? Come si spiega che oggi un volto imbronciato o studiatamente inespressivo tipo Kate Moss riesca più sexy di un sorriso alla Lauren Bacall o alla Eleonora Rossi Drago? Molte risposte le trovate in Il sorriso di Christian de Bartillat - studio lieve e profondo come il suo oggetto. Ricorda l'autore: «In un trattato dei 1921, l'anatomista Henri Rouvière scrive che "la gioia si manifesta a livello del volto attraverso un innalzamento generale degli orifizi trasversali". Il risorio (piccolo muscolo situato nella parte inferiore delle guance che presiede allo stiramento delle labbra e che, a quanto pare, è esclusivo dell'uomo) diviene il motore del riso, o meglio del sorriso, quando la sua azione si combina a quella orbicolare delle labbra. L'espressione della gioia e del riso dipende dal grande zigomatico che determina l'innalzamento della commessura labiale, un leggero sollevamento della regione dello zigomo, della palpebra inferiore e del naso, la comparsa di una piega al di sotto degli occhi e un lieve abbassamento delle sopracciglia». Monsieur de Bartillat sorride parecchio e con garbo antico. Viene da una famiglia dell'aristocratie champétre - aristocrazia campestre. Ha i capelli bianchi. Una vita nell'editoria e nei musei («Li ho visitati quasi tutti»). Abita accanto al Jardin du Luxembourg. «Qui morì il compositore Jules Massenet» ammonisce una targa sulla facciata. La casa mette soggezione. Lui evita. Propone un whisky come aperitivo. Racconta che l'idea del libro sul sorriso gli venne anni addietro discutendo con André Malraux. Ti parla di come sorridevano (oppure no) gli amici Henry Miller, John Steinbeck, Anaís Nin, Samuel Beckett, Salvador Dalí. Torna serio ricordando la «morte col sorriso» di una giovane figlia. Spiega: «Sorridere significa approvare intensamente la vita. Come un bebè. Che, certo, viene al mondo piangendo, ma poi, al contatto con la madre, distende il volto semicieco nella gioia». Continua, mostrando libri d'arte: «Il sorriso è una forma di autocontrollo filosofico sulle passioni e sulla caducità delle cose: l'esito di una società raffinata come quella settecentesca - così concentrata sull'importante futilità del piacere. Ma è anche acume del ghigno clownesco, popolare, vassallo, davanti alle illusioni della gloria e del potere». Il riso è una forma di dominio. Il sorriso uno strumento per schivarlo. Roba, tutto sommato, seria. «La gioia nasce dalla tenerezza, e non dal possesso». Perciò davanti alla bellezza non si ride. Si sorride. Arresi. «L'esistere del mondo è uno stupore infinito - esclama Antigone - ma nulla è più delluomo stupendo». Stanley Kubrick ci ha ricordato «che si può uccidere sorridendo». Gli illuministi dell'Encyclopédie che «non ogni gioia fa ridere» e «i grandi piaceri sono molto seri». Ma pure che sorriso significa «riso leggero generato da moti dell'anima delicati e tranquilli. Il sorriso di approvazione e di intesa è una delle maggiori attrattive dell'oggetto amato». E poi l'imprescindibile Gioconda. L'opera di Leonardo, dice de Bartillat, «rappresenta una sorta di dichiarazione del diritto a sorridere, e una sintesi di tutti i sorrisi. Il sorriso della bellezza che va e viene e alla fine svanisce. Leonardo scopre il sorriso, il cui enigma, sospeso fra spirito e materia, non verrà mai risolto». Gli antichi romani sorridono, ma meno dei greci. L'arte musulmana non sorride. Nemmeno la romanica. Quella gotica comincia a provarci. Il Buddha sorride quasi come Voltaire. Sorridono i monaci zen bastonando i discepoli tanto devoti quanto stolti. Nell'avvento della modernità industriale, sorridono anche le donne acconciate di Renoir, gli uomini con la paglietta chiaccherando brilli al Moulin de la Galette. Ma «l'ebbrezza che precede l'ubriacatura è tema ricorrente, nella pittura classica, fiamminga ed olandese. E, nel Simposio, Platone fissa lo scenario capace di combinare il piacere dei sensi a quello della conversazione intelligente. Il vino insegna il controllo del piacere attraverso la pratica del piacere. Il simposio è un pharmakon. Insieme veleno e rimedio, capace di sottomettere il bevitore o ai suoi istinti o al controllo di sé. Al piacere procurato dal buon cibo si può aggiunge quello più fine della cultura e del pensiero». Risus abundat. Invece il sorriso scarseggia. Almeno come immagine culturale. Basta sfogliare una rivista di moda o soffermarsi su una qualunque raffica di spot: l'appeal è sempre più di frequente abbinato a musi lunghi, corrucciati, stizziti, accusatori, solcati da rabbiosa inappetenza. A riprova del fatto che stile e consumi sono sempre meno un piacere e sempre più una liturgia lugubri, nevrotiche, autopunitive. Sorrisi come quelli di Marilyn o Ava Gardner esprimevano pienezza. Proiezioni sessual-oniriche incarnavano una promessa di felicità. I musi lunghi fotografano una mancanza. E la deficienza di desiderio, oggi, veicola il desiderio, fabbrica sex symbol. Dice Christian de Bartillat: «Il cinema ha portato il sorriso alla sua massima espansione ma, con l'affermarsi dell'industria divistica e dello star system, l'ha anche congelato, stereotipato, inaridito». Nel suo rigido funzionalismo la modernità finisce per bandire la leggiadria come ornamentalismo ingenuo e kitsch. E restano solo bellezze incazzate. (Marco Cicala)
«L'espresso»
02-04-2009
Non troviamo ragioni, nel senso forte di argomenti razionali, per discutere e raccomandare un libro come Il sorriso di Christian de Bartillat (professore di filosofia in una università parigina) che è ora puhhlicato in italiano dall'editore Angelo Colla. Non sapremmo dire perché ci sembra un'opera significativa e importante. Il fatto è che e una specie di storia e fenomenologia del sorriso: e come il tema di cui si occupa, sembra esso stesso sospeso in una specie di mezza luce. Si potrebbe persino intitolarlo, facendo il verso a Marcuse, "Sorriso e civiltà". Ridono, spesso anche sgangheratamente, le colture violente. Ma sorridere è espressione di una umanità raffinata, che manifesta in modi indiretti, allusivi e in definitiva più gentili i propri stati d'animo. Non per niente oggi, osserva l'autore all'inizio del lavoro, il sorriso vive una sorta di declino, stretto com'è tra il prevalere di angosce e paure profonde e manifestazione stereotipata di una soddisfazione che è troppo spesso solo pubblicità. Lo studio di un fenomeno così delicato e sfuggente parte da riferimenti molto concreti, materiali: come lo scritto di Darwin sull'espressione dei sentimenti nell'uomo e negli animali (più avanti, la bellissima pagina sul "sorriso" del cane e del gatto), e come vari trattati di anatomia umana. Ma il libro è poi una lunga e piacevole cavalcata storico-critica, condotta con mano leggera e una narrazione per nulla accademica, attraverso teologia, filosofia, storia dell'arte e poesia di tutti i secoli e della cultura non solo occidentale (il Tao, il buddismo zen...). Non aiuta a prendere posizione in qualche dibattito, né a risolvere problemi. È pittosto un delicato promemoria circa un tratto essenziale, e proprio per questo aereo e sfuggente, della nostra residua umanità. (Gianni Vattimo)
«Famiglia Cristiana»
15-03-2009
Merce rara, di questi tempi. Anzi, scomparsa del tutto. Perché nel gran bazar che quotidianamente ci assedia – tra cataste di "crisi", "recessione", "declino" e "profondo rosso" –, del sorriso non c'è proprio traccia. Esaurito. Agli innumerevoli orfani di quello che è stato definito "lo specchio del cielo sulla terra", e da sempre rappresenta una grazia per i mortali, lo storico francese (nonché editore e amico di celebri scrittori e intellettuali, da Steinbeck a Malraux, a Miller) Christian de Bartillat dedica un saggio di emozionante attualità, anche se – confida lui nell'introduzione – concepito 45 anni fa: Il sorriso. Non è un'antologia, né un repertorio delle svariate forme che assume l'espressione fisica della gioia sul volto: piuttosto, come suggerisce il sottotitolo "Sorrisi di dèi, sorrisi di uomini", una trascinante galoppata sui sentieri della mitologia e della religione, dell'arte, della natura e della geografia. Da questo libro, raffinato nei contenuti, ma di scorrevole lettura, prendiamo spunto per un viaggio altrettanto intrigante ma più "familiare", alla ricerca del sorriso perduto; a guidarci è la professoressa Silvia Vegetti Finzi, apprezzata psicologa, scrittrice e docente universitaria, che all'argomento dedica da sempre tempo e passione. «Penso, in campo artistico, ai tanti sorrisi delle Annunciazioni, così pieni di significati: della fiducia e dell'obbedienza, della paura e dell'abbandono a una volontà superiore. Espressioni altissime, impensabili in un'epoca esibizionista come l'attuale, in cui il riso spesso prende il posto del sorriso, ma è tutt'altra cosa dalla risata cristallina che ristora corpo e spirito. Si tratta, banalmente, dell'apertura meccanica di bocche rifatte, artificiosa carrellata a tutti denti che trasforma i volti in maschere da clown. Capiamo che la persona sta sorridendo, ma non ne vediamo le intime motivazioni, perché manca la comunicazione affettiva. Sono sorrisi "segnaletica", retorici e insinceri».
Evitando la trappola della nostalgia (ah, i sorrisi di una volta..), ce ne offre uno, indimenticabile, del suo passato?
«Premesso che nell'inconscio custodiamo tutti il sorriso della prima persona che si è chinata sulla nostra culla, la madre, e dunque è questo l'imprinting che abbiamo del volto umano, ricordo con particolare gratitudine alcuni sorrisi ricevuti in tempi difficili, e perciò ancora più preziosi. Come quello della suorina che mi accolse in un convento del Bresciano quando, bambina ebrea, vi cercai rifugio per sfuggire alle persecuzioni razziali. Rivedo come fosse ieri quella giovane novizia che apriva il portone con un'espressione calda e luminosa negli occhi e sulle labbra. Un sorriso d'accoglienza che mi tiene ancora compagnia e di cui non trovo traccia nei volti omologati di oggi».
Ha rievocato l'Olocausto, che non risparmiò la sua famiglia: anche in quell'orrore poteva spuntare un sorriso?
«Lo so per certo: ho appena saputo che una mia zia di 19 anni, deportata ad Auschwitz, dove morì quasi subito di tifo, durante il viaggio sul vagone piombato da Mantova, sperimentò il primo innamoramento. Mi piace immaginarla sorridente, questa ragazza così vicina alla morte, ma illuminata da un'ultima, trepidante felicità. Si chiamava Ida Finzi».
Nel suo ruolo di psicoterapeuta avrà incontrato dei sorrisi speciali...
«Sempre, nel corso dell'esperienza professionale, ho visto nel sorriso la conferma che si era sulla giusta strada, il segno concreto dell'indispensabile fiducia di chi si rivolgeva a me per un aiuto. Ma qui voglio ricordare un episodio che ho inserito nel libro Nuovi nonni per nuovi nipoti, e che ha per protagonista una bambina focomelica. Bellissima, entrò nella stanza di consultazione allungandomi le manine che, al posto delle dita, avevano palline di carne. Quella vista mi turbò e non riuscii a nasconderlo: al che lei, con uno spiazzante sorriso mirato a consolarmi, se ne uscì con l'impareggiabile: "Ma poi mi crescono le unghie!". Era un segno di speranza, la forza della vita che continua, nonostante tutto. Ebbene, ogni volta che mi trovo in difficoltà e temo di perdere qualcosa (energia fisica, giovanili entusiasmi, fiducia nel domani) sorrido fra me e mi dico, come quella meravigliosa creatura, "ma tanto poi mi crescono le unghie...".
E la forza delle donne, anche quelle in miniatura: così diverse dagli uomini, a partire dal sorriso...
«Che in loro è sociale, razionale, legato ai pensieri coscienti, mentre il nostro, più complesso e sfumato, nasce dall'interno, dal grembo, da un immaginario profondamente enigmatico. Non a caso è il sorriso della Gioconda a spadroneggiare in campo artistico. Ecco perché, nei tempi bui che stiamo attraversando, dobbiamo fare appello alla nostra immaginazione creativa e alle risorse della generatività. E non mi riferisco a una maternità corporea, ma alla capacità, solo nostra, di produrre ciò che ancora non c'è. Recuperando il legame ancestrale con la natura, il tempo cosmico, il mistero, possiamo far rispuntare il sorriso sulla faccia della terra». (Luisa Sandrone)
«Avvenire»
28-02-2009
Sull'enigmatico sorriso della Gioconda sono stati versati fiumi di parole. L'enigma sta nel darsi spiegazione di che cosa volesse dare a intendere Leonardo «sotto i baffi»: i suoi, ma anche quelli della Gioconda, se è vero che qualcuno ritiene che questo quadro sia, oltre l'epidermide femminea, un autoritratto dell'artista. Fatto sta che, come per dare una cornice a quella smorfia che assomiglia a un sorriso, Duchamp giustappose all'immagine della Gioconda davvero un bel paio di baffetti all'insù e un pizzetto sul mento: il divertito sacrilegio era forse un prender sul serio il soprannome di Monna Lisa, moglie di ser Giocondo... Eppure, ciò che Freud avrebbe definito perturbante, nella Gioconda ha a che fare con altro. Con il paesaggio, e con l'osmosi atmosferica dipinta. Leonardo «attraverso lo sfumato inventa l'infinito», scrive Christian de Bartillat in questo libretto che tratta del sorriso e delle sue manifestazioni nell'arte e nella vita. Senonché, sta qui l'enigma, in quello sfumato-infinito deve trovare una soglia rispetto alla quale può dirsi tale, come la linea che nelle giornate limpide dell'estate lentamente sfuma all'orizzonte e non sai più dire dove finisca il mare e dove inizi il cielo. Questa soglia metafisica, nel quadro di Leonardo è la linea delle labbra della Gioconda che accennano un sorriso. Figura e paesaggio, a ben guardare, vivono indipendenti l'una dall'altro, salvo in quel sorriso che sfonda per così dire il nostro piano visivo e quasi sembra fungere da punto di fuga nel quale l'infinito naturale si coagula nell'infinito umano attraverso l'occhio. Bartillat è un personaggio poliedrico: per molti anni fu direttore delle Editions Fayard, poi presidente della Stock, amico e promotore di scrittori come Saint-Exupèry, Steinbeck, Malraux, Henry Miller, e oggi fondatore della casa editrice che porta il suo nome. Uomo di cultura vasta, affascinato dalla bellezza, sotto un velo di leggerezza il discorso che Bartillat conduce non è mai pedante, e non cade in specialismi o concettismi troppo spinti, rischio facile per chi si misura con un tema come quello del sorriso. Niente, infatti, è più enigmatico del sorriso, neanche il riso, che ha sempre una valenza liberatoria e critica; anzi, se il riso ha a che fare con umorismo e ironia, il sorriso è invece una manifestazione della grazia: è il sorriso «gotico» dell'Angelo annunciante nella cattedrale di Reims, una scultura del XIII secolo danneggiata dai bombardamenti tedeschi della Grande guerra, che per l'autore diventa «il sorriso ferito dalle bombe», un simbolo del Novecento. Bartillat parte dalle culture antiche, cinese, indiana e greca, e arriva con agilità fino ai nostri tempi. La linea del volto, gli occhi socchiusi o sgranati e inclinati sono «sorriso» nella misura in cui diventano finestra su un mondo. Così forse Bartillat sarà d'accordo se definiamo la sua ricerca una cavalcata lungo tremila anni di storia umana alla ricerca del sourire-monde, il «sorriso-mondo», lo stesso che vediamo in Leonardo (che recupera, in realtà, il «sorriso arcaico» presente nelle antiche civiltà, non emotivo, legato alla forma e alla percezione più che all'emozione); o in alcuni pittori settecenteschi. Un sorriso che si fa specchio dell'enigmaticità del mondo, della sua impalpabilità, come nella pittura impressionista, in Monet, dove più che su un volto umano il sorriso si cela nelle vibrazioni impresse alla cattedrale di Rouen dalla luce che, come un laser, scompone e scioglie la facciata trasformando la pietra in energia cromatica pura. Si potrebbe dire, alla fine, che la rapida promenade che Bartillat ci propone più che mettere in luce il valore simbolico, storico o iconologico del sorriso, rappresenta un itinerario personale nell'emozione che le diverse forme del sorriso hanno comunicato all'autore. Ma non con sdolcinato tono narrativo, bensì con uno stile che può essere quello dell'intuizione e della durée bergsoniana. (Maurizio Cecchetti)
«Il Sole 24 Ore»
25-01-2009
«Avevano mai incontrato quel sorriso? – Mai. – Cosa avrebbero fatto se un giorno lo avessero incontrato? – Lo avrebbero seguito». Quell'irresistibile, arcaico sorriso di una statua di un'isola greca Jules e Jim, gli eroi del film di Truffaut e del libro di Roché, lo ritroveranno nella donna destinata a travolgere le loro esistenze. «Sorridete!», ordina il fotografo prima di scattare. La bocca si allarga lievemente agli angoli senza aprirsi, le guance si riempiono in quel «riso leggero» che secondo l'Encyclopédíe di Diderot e D'Alembert esprime sentimenti dolci e tranquilli, abbellendo il viso. È quel che resta alla modernità dell'eterno sorriso aleggiante sui ritratti del XVIII secolo. Il nostro tempo sembra dominato dal sorriso. I personaggi pubblici sorridono, i dentifrici promettono sorrisi abbaglianti. Quando, nel 1911, venne rubata dal Louvre la Gioconda di Leonardo da Vinci, i giornali si lamentarono della perdita di quell'ineffabile sorriso come di un'eclissi. Fin dal 1996 internet ha dedicato addirittura un museo (www.museedusourire.com) a quest'effimera manifestazione. Eppure, non sorridete. Nel suo libro Il sorriso Christian de Bartillat denuncia il declino di questa deliziosa, inafferrabile piega delle labbra, prodotta dal gioco di ben quindici muscoli. Come resistere d'altronde all'ansia e agli stress? Con un sorriso, naturalmente, magari quello eterno di Buddha. Ma i sorrisi sono infiniti. C'è il sorriso impercettibile di Oscar Wilde, quello segreto di Evelyn Waugh, quello malizioso di Colette, quello vagamente diabolico di Karen Blixen, quello sdegnoso del marchese de Sade, quello sensuale di Casanova, quello sereno di Voltaire, quello ironico di Max Beerbohm, quello accattivante di Coco Chanel, quello sfrontato di Prosper Mérimée. Anche gli animali hanno il loro sorriso. Quello dei cani, diceva Hugo, è nella coda. Secondo Christian de Bartillat, «il sorriso è la testimonianza essenziale della civiltà. Chi non sorride non è interamente umano», teorizza l'autore di questo vivace, intelligente saggio. Ma il sorriso può anche essere eccessivo. George Bernard Shaw irride al «sorriso-raggio di sole tra le nuvole» di Sarah Bernhardt. Le donne degli anni folli puntano su Scott Fitzgerald il loro sorriso come una pila tascabile ingrado di abbagliarlo. A volte un sorriso può essere decisivo. «Si paga per un sorriso, si viene ricompensati per un sorriso», scrive Antoine de Saint-Exupéry. Ma può anche essere una trappola. Colette aveva notato che dietro quello «piacevolissimo e frequente» di Stavisky, gli occhi del grande truffatore rimanevano vigili e duri. Il sorriso può anche trasformarsi in una prova di resistenza: «Chi accetta sorridendo di essere derubato, ruba qualcosa al ladro», osservava Shakespeare. Non sempre un sorriso angelico è un buon segno. Quando insiste sulle labbra dell'aggressiva Colette, il marito osserva preoccupato: «Quello che è grave è che si sta addolcendo». In ogni caso, che sia di sfida o di gioia, il sorriso è sempre una nota in più rispetto alla prevedibile partitura della vita. E quindi niente è più umano di quest'increspatura del viso, naturale o forzata, che commenta, a volte involontariamente, quello che accade. Contemplando il sorriso sulla salma di Roger Nimier, lo scrittore morto precocemente in un incidente automobilistico, Paul Morand indugia sulla «grazia del labbro superiore, senza amarezza, e persino quasi allegro ... una bravata per far capire alla morte, al mondo nemico che continua a burlarsi di loro». (Giuseppe Scaraffia)
«Area»
01-09-2009
Che cosa c’ è oltre l'"amore per la sapienza" (philo-sophia)? C’è la sapienza (sophia), una condizione di esser presenti a se stessi e di comportarsi con il mondo circostante che travalica erudizione, cultura, intelligenza. La sophia è modo di essere che si traduce in atti esemplari, in esperienza che lascia dietro di sé ogni sapere astratto. Ma tale traguardo si colloca al culmine di un itinerario fluido che riconosce insostanzialità e impermanenza dell’Io, così da propiziare la fine dei dualismi di soggetto e oggetto, di conoscente e conosciuto. Occorre cioè imparare a con-sentire divenendo imperturbabili e non insensibili, conformati a controllo, equilibrio, misura, per realizzare il vero ben-essere. Giangiorgio Pasqualotto addita in questa raccolta di saggi un percorso transculturale che guarda da un lato ai precetti stoico-pitagorico-epicurei, di pari passo alle espressioni sapienziali taoiste e del buddismo zen. Ciò che può sorprendere è quanto scaturisce da simili ricognizioni: andare "oltre la filosofia" non prevede un movimento che sorpassa, ma un cammino a ritroso che recupera. Perché il rinvenimento di tale dimensione si colloca "prima" e non "dopo" la filosofia, anteriore alla sua deriva di conoscenza teorica e schema intellettualistico. Perché, la conoscenza deve avere sempre funzione di mezzo e mai di fine. II contatto con la vera saggezza sembra dunque, soprattutto in Occidente, essersi interrotto da molti secoli, quando già nell’antica Grecia la filosofia divenite esercizio per retori e mera trasmissione di scuola. Si può allora parlare ancora, dal Medioevo all’Età dei Lumi e fino ad oggi, di qualcosa che riecheggia il retaggio di questo patrimonio arcaico, in mezzo alla Babele di asserzioni e confutazioni generate dalla ratio discorsiva? L’autore addita in proposito alcuni passi illuminati di Nietzsche, le massime di Montaigne, qualche brano di Schopenhauer, riconoscendo al contempo l’irrecuperabilità dell’eccezionale temperie che consentì la fioritura del magistero dei presocratici sino alle tarde propaggini platoniche. Un esempio, quello di Pasqualotto, di confronto fra due mondi antitetici, attento più alle applicazioni del retto pensiero alla pratica, che ai vuoti virtuosismi intellettualistici fini a se stessi. Una disamina che, malgrado le difficoltà, mostra la possibilità di trovare residue consonanze e occasioni di confronto fecondo pur nella distanza delle rispettive posizioni. (L.P.)
«l'Unità»
09-01-2009
«Secondo una diffusa opinione il saggio è colui che, con un linguaggio chiaro e semplice, sa rivelare il senso della vita: evitando le fatiche dell'argomentazione concettuale, ci svela il segreto dell'esistenza in poche massime brevi e illuminanti. Ecco quindi il successo di tanti libri che raccolgono «i detti degli antichi maestri», presentati come perle di saggezza per imparare a vivere più sereni e anche più felici. Questa concezione corrente della saggezza finisce però per far credere che essa sia una sorta di ragionamento filosofico a buon mercato: una sottospecie della filosofia che s'illude di poter sostituire il rigore della logica con la leggerezza dell'intuizione. Secondo Giangiorgio Pasqualotto, tale idea svilita della saggezza è il portato di una scissione avvenuta nel pensiero occidentale in seguito all'avvento del cristianesimo. A partire dal medioevo, infatti, l'antica figura del saggio, ereditata dal mondo greco-romano, si dissolve per essere sostituita da due personaggi contrapposti: da un lato il santo, dedito a trasformare la propria vita in un esempio di comportamento perfetto in quanto illuminato dalla fede – e dall'altra il teologo-filosofo impegnato nell'elaborazione di un sapere puramente astratto e speculativo. Ma la saggezza, avverte Pasqualotto, non è un prodotto inferiore, bensì una disciplina che va Oltre la filosofia – come recita il titolo di una sua raccolta di scritti recentemente pubblicata. Infatti, sia nel mondo antico sia nelle tradizioni presenti in Oriente, «per essere saggi non è sufficiente elaborare o conoscere una valida teoria dell'intera realtà, ma è necessario comunicarla correttamente e assumerla come fondamento per una pratica di vita virtuosa». Il saggio dunque si dedica sì alla speculazione teorica ma solo per arrivare a un'esistenza illuminata, capace di porsi come modello valido per tutti. Non accontentandosi di pensare bene, cerca anche di agire bene: abbina sempre alla riflessione astratta una disciplina concreta, fatta di complessi esercizi fisici e mentali – siano essi i regimi dietetici proposti da Pitagora, o le varie forme di meditazione elaborate in Oriente da induismo, buddhismo e taoismo. Agendo non solo sul proprio pensiero, ma su tutto se stesso, il saggio quindi è più che un filosofo: diventa un maestro di vita, dedito a insegnare ai propri allievi e al mondo intero una via di liberazione dalla sofferenza, un'arte del vivere bene. Convinto che la nostra filosofia sia destinata a una crisi irrisolvibile se non si apre al confronto con altre scuole di saggezza, Pasqualotto si dedica da anni alla comparazione tra forme di pensiero orientale e occidentale, a partire dal suo celebre Il Tao della filosofia, del 1989.»(..) (Giampiero Comolli)
«Il Giornale di Vicenza»
07-01-2009
«C'è quella in pillole o fai da te. Quella multiuso o da dispensare solo in determinate occasioni. Oggi la saggezza ha assunto le connotazioni più svariate, al punto da diventare spesso una filosofia spicciola, un bene consumistico usa e getta. Come se fosse sufficiente seguire le indicazioni di uno slogan per raggiungere la felicità. Giangiorgio Pasqualotto tenta di sfatare tale mito nel volume Oltre la filosofia. Percorsi di saggezza tra Oriente e Occidente, delineando il patrimonio di pratiche e nozioni che sottendono il conoscere, il dire e il praticare la verità. Queste infatti sono le triplici funzioni della saggezza che sia in Oriente, sia in Occidente si caratterizza per le seguenti componenti: la teoria intesa come conoscenza della realtà interna ed esterna all'uomo, l'etica come traduzione nei comportamenti dei risultati della conoscenza, la comunità come luogo primario della sperimentazione dell'etica, gli esercizi del corpo e della mente come allenamento e il maestro come strumento di trasminissione dei contenuti. In base a questo quadro di riferimento si deduce che soltanto fino all'avvento del Cristianesimo le forme della saggezza nelle due tradizioni hanno avuto un itinerario simile, per poi divergere. Partendo dalle similitudini tra filosofia occidentale e orientale, l'autore affronta il rapporto tra Eraclito e il taoismo. La saggezza consiste nell' indagare se stessi rendendosi conto della struttura relazionale dell'io e acquisendo così una soggettività più ampia in quanto costituita da connessioni infinite, «In tal senso si può equiparare, con Eraclito, la saggezza alla mania e, con i taoisti, la saggezza alla condizione di vuoto; con l'avvertenza, però, che ciò non significa affatto un cedimento a forme di irrazionalità, ma "produzione di una realtà più complessa"». Una forte affinità con il taoismo è presente anche in Spinoza che vede il saggio come colui che non si adira, che agisce bene, in quanto asseconda la propria natura, esplicandosi come modo della Natura o del "grande Tao". Pasqualotto analizza poi le analogie tra Nietzsche e il buddhismo zen. Entrambi partono dal considerare l'inconsistenza dell'io, che porta alla frantumazione dell'opposizione soggetto-oggetto, cioè concordano nel trovare all'interno delle nostre abitudini conoscitive una quantità di moralismo che influenza il criterio di giudizio. Il saggio quindi si deve liberare dall'intenzionalità dell'azione, prescindendo da ogni verità acquisita e scegliendo la solitudine e la meditazione per ottenere la migliore illuminazione possibile di sé e degli altri. Sempre in ambito etico si colloca la convergenza tra Buddha e Schopenhauer, infatti entrambi sono a favore dell'efficacia delle azioni, più che della loro coerenza astratta. L'ultimo capitolo è dedicato invece agli antidoti contro la malinconia, cioè a quei gioielli di pensiero che, pur trovandosi di tanto in tanto nel pensiero occidentale, in Oriente sono incastonati lungo le vie di ogni pratica spirituale. L'autore sostiene quindi che «per curare paura e depressione, radici della malinconia, più che l'esagerato eloquio della metafisica o l'arido prontuario farmaceutico, serve la pratica della filosofia, ossia la saggezza». (Cherubina Marte)
«il manifesto»
07-01-2009
«La storia istituzionale delle perversioni termina nel 1987, quando sulle carte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità vengono rimpiazzate dal termine apparentemente più innocuo di parafilie. Il circo di feticisti, travestiti, esibizionisti, guardoni, sadici e necrofili che nell'Ottocento si sono esibiti al seguito della donna isterica, dell'omosessuale e della masturbazione infantile, a beneficio di una scienza medica in cerca di prove che con le statue viventi di Charcot toccano il limite della vera e propria messa in scena, si trasferisce così dal piano tutt'altro che risolto delle mostruosità a quello, sensibilmente più circoscritto, delle preferenze sessuali. E qui, del resto, al colmo dell'edulcorazione e del confinamento, che la modernità sembra aver orientato il proprio rapporto con le tortuosità del desiderio, per ridurne le detonazioni a un godimento più o meno conforme. Ma molto tempo prima che le imprese dei libertini e l'opera del marchese de Sade le situassero al di là di uno spioncino e le consegnassero allo sguardo equivoco del sapere psichiatrico, qualcosa di simile alle perversioni si poteva manifestare nell'autolesionismo dei mistici o nella fede dei martiri, imponendo un movimento circolare allo schema che oppone la conformità all'abiezione. A voler rendere il ragionamento ancora più disinibito, poi, bisognerà osservare che una volta sganciato dal vincolo assoluto della pornografia o della psicopatologia sessuale, il discorso delle perversioni non abbandona il campo delle difformità, ma lo amplifica fino alle ipotesi di tangenza tra la vita dei santi e la vita, per dirne una, dei pedofili. L'unico ausilio che in questo territorio è possibile ottenere dall'intervento della legge, dell'etica o della morale consiste nel separare il dolore inferto agli altri dal dolore procurato a se stessi, un dolore differente ma pur sempre voluto, Ed è questa, dell'implicazione del dolore nell'economia del desiderio e di un godimento illimitato associato al male e alla morte, la madre di tutte le perversioni che Elisabeth Roudinesco – psicanalista e accademica di Francia, allieva di Deleuze e biografa di Lacan – ha tentato di rintracciare nella sua recente storia dei pervertiti. Una storia che sposta in secondo piano il problema relativo alla centralità o meno delle infrazioni del codice sessuale, per restituire le metamorfosi della perversione al più indeterminato e ambivalente registro del guadagno di piacere. E piacere spirituale delle mistiche nella loro ricerca della sofferenza di Cristo, ricavata dalla disarticolazione degli arti, dall'ingestione di materia fecale o dal supplizio, il piacere criminale degli assassini e il piacere istituzionale del nazismo e della subordinazione della ricerca scientifica alle pratiche di annichilimento della vita. E sono proprio il contegno di Adolf Eichmann davanti al tribunale che lo condannerà all'impiccagione, l'estasi dell'ufficiale delle SS che obbliga tre musicisti ebrei a eseguire un brano di Schubert un attimo prima di spedirli alle camere a gas, l'adorazione di Josef Mengele per i cani e in generale le simbiosi di criminalità, cultura e ragione che regolano il funzionamento del Terzo Reich a smascherare la filosofia della storia che, con l'arresto e l'intemamento del marchese de Sade, si era proclamata insensibile e opposta a qualsiasi tentazione del male. Volendo trasferire la ricostruzione di Flisabeth Roudinesce nei termini della dialettica dell'illuminismo, allora, si potrebbe arrivare a sostenere che è possibile parlare di perversione ogniqualvolta si assiste a un uso strumentale della ragione, ma non è necessario trarre conclusioni tanto scolastiche per osservare la contemporaneità con una certa inquietudine. Una volta accertata la presenza delle perversioni negli apparati di stato e nella mentalità diffusa di chi lo amministra, infatti, che cosa rappresentano le parafilie di oggi se non il tentativo di dissociare le involuzioni del desiderio dalla sfera delle patologie di massa e delle rappresentazioni istituzionali della vita? E qual è il rapporto che il desiderio, una volta rinchiuso nella fenomenologia delle preferenze sessuali, instaura per esempio con le guerre giuste, il fondamentalismo, le politiche securitarie, il feticismo della merce, il populismo, la devastazione ambientale, il sadomasochismo dei programmi televisivi o le tecniche di love bombing impiegate dai gruppi religiosi? E cosa comporta la dissimulazione di questo rapporto, come ne esce la dialettica tra il soggetto e la storia? A queste domande Élisabeth Roudinesco potrebbe rispondere alla fine del libro, nel capitolo intitolato «La società perversa», ma pur iscrivendo il modo di produzione capitalistico e il terrorismo nel registro dei pervertiti e restituendo così al desiderio uno spettro più ampio di quello implicato dalle disposizioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, sacrifica lo sviluppo del suo argomento all'analisi della zoofilia, della pedofilia, del travestitismo e della queer theory, confermando la tendenza del guadagno di piacere, nel campo psicanalitico, a ricadere fatalmente nel dominio della genitalità. Ed è così facendo che forse manca l'appuntamento con uno dei concetti più oscuri di Freud, quello di masochismo originario, vale a dire con l'ipotesi di una pulsione di morte originariamente diretta all'interno e anteriore a qualsiasi organizzazione genitale della sessualità. Un concetto che emancipa il discorso delle perversioni dalla psicologia, che per alcuni versi lo espone ai rischi della metafisica, ma che una volta trasferito sul piano delle tensioni tra forma e vita può attrezzare una rappresentazione dell'uomo e della storia finalmente adeguata al riconoscimento della permanenza e dei guai causati dalla presunzione di padronanza del male». (Pierpaolo Ascari)
«La Repubblica»
27-11-2008
«La perversione è lo specchio dei nostri desideri più inconfessabili. Per questo ci fa paura». La psicanalista e storica Elisabeth Roudinesco non ha dubbi: «Tutti dobbiamo farei conti con la crudeltà e il piacere del male che agiscono in noi in maniera più o meno latente. Sono pulsioni feroci e assassine che crescendo, con l'educazione, impariamo a tenere a bada e a superare. Ma pur seppellite nel profondo del nostro inconscio, esse continuano a ossessionarci». La studiosa francese lo scrive in un saggio, La parte oscura di noi stessi, che cerca di ricostruire la percezione della perversione nella cultura occidentale, dal Medioevo ai giorni nostri. Il libro si presenta come «una storia dei perversi», vale a dire di «coloro che sono stati considerati tali dalle società umane, preoccupate di esorcizzare la loro parte maledetta». Per l'autrice, la perversione, «che ha sempre a che fare con l'idea d'inversione e di rovesciamento», è una realtà variabile, relativa e sfuggente, un «sinonimo di perversità» percepito come «una sorta di negativo della libertà» che si trasforma a seconda delle epoche e delle culture. «La perversione è una costruzione culturale, perché il piacere del male è un dato specifico dell'umano. In natura, la perversione non esiste», spiega Roudinesco, nota anche in Italia per le sue numerose pubblicazioni, tra cui una celebre biografia di Lacan e un corposo Dictionnaire de la psychanalyse. «II senso comune considera la perversione come la manifestazione della parte bestiale dell'umano, ma lanimale non si rende conto della propria crudeltà. Si ha perversione solo quando si ha coscienza del male che si procura. Il perverso è responsabile delle proprie azioni e ne gode. Non è un folle incapace d'intendere e di volere. La perversione nasce dalla coscienza della norma ed ha bisogno del linguaggio per esprimersi, come per altro ci ha insegnato Sade. In passato, è stata considerata un atteggiamento contro natura; oggi è piuttosto vista come un disturbo dell'identità, una deviazione, uno stato di delinquenza».
Ogni epoca ha costruito le proprie figure della perversione? «La società ha bisogno di rappresentarsi concretamente la perversione per dare corpo e allontanare le paure legate alla parte oscura che sente dentro di sé. Non è possibile pensare una società senza la dimensione del male. Le figure dei perversi sono il capro espiatorio da additare alla comunità. Sapere che la minaccia alla società non viene da noi, ma da qualcun altro, ci tranquillizza e ci rassicura».
Il serial killer e il pedofilo sono le due figure della perversione che dominano la percezione contemporanea. In passato però cene sono state altre... «Ogni epoca si è creata la sua idea di perversione. I grandi criminali seriali sono considerati perversi fin dal Medioevo. Anche l'omosessualità è stata considerata a lungo una forma di perversione contro natura, come pure la masturbazione infantile e l'isteria femminile. Oggi però la loro percezione è cambiata e nessuno le considera più perversioni. Nella società contemporanea la perversione assoluta è incarnata dal pedofilo. La nostra società ne è ossessionata, considera la pedofilia una perversione assolutamente ingiustificabile. Più dello stupro e dell'omicidio. Da un punto di vista storico, è una novità. Il pedofilo ci fa orrore, a differenza del serial killer che ci ripugna ma ci affascina».
Come si spiega tale evoluzione? «La nostra società accorda ai bambini uno statuto senza precedenti. Valorizzando come mai in passato l'infanzia, oggi qualsiasi aggressione al corpo infantile ci sembra un gesto orribile. Il bambino non può difendersi, può essere plagiato e non può dare il suo consenso, mentre nella nostra cultura l'idea del consenso è fondamentale. Prima di Freud, i medici condannavano la sessualità dei bambini come perversa. Dopo che il fondatore della psicanalisi ha dimostrato la normalità della sessualità infantile, la società l'ha accettata, ma ha anche sentito il bisogno di proteggerla. Per questi diversi motivi la pedofilia è diventata ai nostri occhi la perversione più intollerabile».
La perversione implica solo la sfera sessuale? «Naturalmente no. I mistici, ad esempio, sono spesso stati protagonisti di forme di perversione molto radicali. Si pensi alle sofferenze che si sono imposti alcuni santi oggi molto venerati, la mortificazione della carne e la flagellazione per purificare il corpo. I rituali che ai nostri occhi appaiono come vere e proprie perversioni, all'epoca erano considerati un mezzo per avvicinarsi a Dio. Ancora oggi ci sono santoni indiani che digiunano fino a trasformarsi in veri e propri scheletri. I mistici oltretutto possono passare dalle vette del sublime agli abissi dell'abiezione. Si pensi a Gilles de Rais, su cui è stato poi costruito il mito di Barbablù. Fu un grande condottiero, animato dalla ricerca del bene, che seguì in battaglia Giovanna d'Arco. Quando questa venne mandata al rogo accusata di essere una strega perversa, egli precipitò nel pozzo delle proprie pulsioni incontrollabili, mettendosi ad ammazzare bambini. Quando la legge degli uomini s'inverte, trasformando la santa in strega, anche Gilles de Rais rovescia i propri comportamenti, diventando un orco assassino». Personaggi come Barbablù ci fanno paura però ci affascinano. Come mai? «L'orrore dei grandi perversi violenti ci ha sempre affascinato, da Barbablù a Jack lo Squartatore, fino ai più recenti serial killer cinematografici con la loro violenza piena di rituali macabri. Questi personaggi ci offrono lo spettacolo di quello che non siamo, ma che potremmo forse essere. Ci fanno paura, ma, assistendo alle loro raccapriccianti azioni, ci liberiamo dalla minaccia indefinita e oscura che sentiamo in noi. È un fascino torbido che esiste perché tutti, prima o poi, in un modo o nell'altro, ci siamo confrontati con il male. Tutti nascondiamo in noi una componente perversa».
Altri esempi di perversione? «Oggi un'altra figura percepita come profondamente perversa è quella del terrorista che schianta il suo aereo sui grattacieli di New York. In lui percepiamo una sorta di godimento del male che sta procurando. In tutt'altro ambito, anche nei casi gravi di anoressia c'è una forma di perversione, dato che in essi si manifesta una sorta di godimento della morte di sé».
Nel suo libro lei evoca anche la perversione politica. Come mai? «Accanto alla perversione individuale, esiste quella collettiva dei sistemi politici che pervertono le loro finalità. In nome del bene, questi istituiscono il male come legge. Le dittature, i fanatismi religiosi mostrano questa inversione della legge che autorizza il crimine. Il nazismo è stato il sistema che più è sprofondato nella perversione, giustificando perfino il genocidio. II rovesciamento tra male e bene è stato totale. Anche nelle democrazie contemporanee, in nome della sicurezza, della prevenzione e del controllo, si mettono in atto meccanismi che possono diventare perversi. La società di sorveglianza che pretende di controllare e prevenire tutto è una forma di perversione della democrazia». (Fabio Gambaro)
«Rivista di storia della filosofia, LXV, 1 (2010)»
01-06-2010
Il volume curato da Antonio Clericuzio e Germana Ernst in collaborazione con Maria Conforti, costituisce in sé una novità. Non mancano lavori che raccolgono gli esiti delle singole scienze o delle artes nel Rinascimento, tra i quali i contributi riuniti nel recente IV volume della Storia della Scienza Treccani, ma una storia del Rinascimento che assuma come chiave riscostruttiva la scienza è un prodotto editoriale quantomeno raro. A proporlo sono 38 contributi, ripartiti in 6 sezioni tematiche, completati da un atlante illustrato di 216 immagini. Gli autori sono 35, prevalentemente ma non esclusivamente italiani, diversi per formazione e solo in minima percentuale storici della scienza in senso stretto.
Le sei sezioni tematiche (Machina mundi; La natura e i suoi segreti; L'uomo; Ricezione e trasmissione delle conoscenze; Le tecniche; Il moto, lo spazio e i numeri) abbracciano l'arco cronologico di tre secoli e mezzo e propongono circostanziati e significativi sondaggi nella cultura scientifica italiana tra XIV e XVII secolo. Una cultura che risulta saldamente legata all'Europa e spesso trainante, fortemente debitrice nei confronti della tradizione greca, ma contaminata in modo significativo da tradizioni multiple, non solo classiche: talune